domenica, 13 Giugno 2021
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Pareggio di bilancio in Costituzione fine dello stato potere alla Governance

Ezra Pound osservava: uno Stato che non si indebita fa rabbia agli usurai. Oggi è vietato a ciò che resta degli Stati di indebitarsi con i cittadini di Roberto Pecchioli

Dal 2014, nella Costituzione italiana, la più bella del mondo secondo non pochi esponenti dell’ex Partito Comunista, è stato inserito il cosiddetto pareggio di bilancio. In sostanza è stato istituzionalizzato nella Carta il principio che lo Stato non può fare debiti.

Nella prima parte degli anni 90, una proposta della specie era partita negli Stati Uniti da un esponente repubblicano, Newt Gingrich ed in Europa l’idea ebbe un’accoglienza del tutto negativa. Un docente universitario genovese, il professor Filippo Peschiera, cattolico, già vittima delle Brigate Rosse, uno dei più influenti consiglieri di Ciriaco De Mita, disse allora a chi scrive, in una conversazione per una piccola rivista, che il pareggio di bilancio come obbligo sarebbe stata la fine della civiltà.

Vent’anni dopo la proposta è stata addirittura accolta nella Costituzione, ed è quindi diventata regola fondamentale delle politiche economiche e finanziarie dello Stato impotenti Stati e governi.

Un paragone: un nostro figlio è gravemente malato, e solo cure costosissime. Indebitarsi in misura scriteriata è senz’altro un crimine contro il proprio popolo ma l’impossibilità di impostare, anche attraverso la leva del debito, politiche pubbliche espansive, è una vergognosa operazione ideologica di quel monetarismo alla Milton Friedman e di quella prevalenza della ragione finanziaria che ha reso.

Potranno salvarlo. Ci indebiteremmo senz’altro, impegnando i nostri beni ed il nostro stesso futuro, nella speranza di ridargli vita e salute. Più positivamente, immaginiamo che quello stesso figlio abbia ottime idee per avviare un’impresa: in quel caso, volentieri chiederemmo prestiti a chiunque, sicuri di contribuire al suo successo. Una legge che ce lo impedisse sarebbe davvero la fine della civiltà, o almeno una fortissima limitazione di un diritto naturale.

Con la novella dell’art. 81 della Costituzione, lo Stato italiano proibisce a se stesso di svolgere una funzione economica attiva, in ossequio al liberismo ideologico diffuso a livello continentale dall’Unione Europea, nel mondo dal cosiddetto Washington Consensus.

Come è potuto accadere tutto ciò, ma soprattutto, perché non vi è stato praticamente alcun dibattito, accademico e politico, rispetto ad una decisione tanto importante ?

Non è neppure il caso di citare John Maynard Keynes, forse il massimo economista del 900, per ricordare l’immensa importanza dell’intervento pubblico in economia ed il fatto che solo gli investimenti statali abbiano permesso, dopo le distruzioni della guerra, di realizzare il “glorioso trentennio“ di straordinario sviluppo delle economie occidentali.

Per l’Italia, varrebbe la pena citare il ruolo di iniziativa industriale dell’IRI dagli anni Trenta, e le benefiche leggi bancarie del 1926 e del 1936, imitate anche in America (Glass Steagall Act),o le rivoluzionarie realizzazioni di Hjalmar Schacht, con i suoi MEFO ,i bond speciali emessi come obbligazioni senza gravare sul bilancio pubblico e senza creare inflazione, in quanto spendibili esattamente come il denaro ma unicamente entro i confini nazionali. Altri tempi, altre idee: ora ci godiamo la globalizzazione.

I nudi fatti sono i seguenti: con la direttiva europea 2011/85 è stato disposto (dall’onnipotente Commissione UE…) che le regole di bilancio, da recepire nelle costituzioni nazionali, siano estremamente restrittive in materia di deficit, che siano introdotti dispositivi di analisi e monitoraggio “indipendente “ ( ovvero da parte di soggetti privati !) dei processi di formazione del bilancio, e che anche le amministrazioni pubbliche periferiche siano obbligate ai medesimi principi. La direttiva, ossia l’imposizione europoide, è diventata la cornice entro cui è stato costruito l’ormai famigerato Patto di Stabilità e di Crescita, noto da noi come “fiscal compact”, ultimamente riconosciuto come una camicia di forza persino dai nostri governanti.

In realtà, l’obiettivo europeo – che è lo stesso delle istituzioni finanziarie – è quello di costruire la cosiddetta nuova “governance” economica europea. In soldoni, questa nuova parola , tratta dal cilindro della lingua  della  London School of Economics, significa che non ci devono più essere processi, decisioni e scelte politiche, ma semplicemente si devono formare dei meccanismi tecnici, asseritamente neutri, iscritti nelle regole economico-finanziarie dell’orizzonte del mercato, che i governi, anzi le amministrazioni ( negli USA si parla sempre di amministrazione del Presidente, mai di governo ! ) attivano , gestiscono, ma non possono modificare, giacché, questo è l’altro falso postulato, “non c’è alternativa “. Un pilota automatico.

La governance, poi, si estende ad organismi, ONG, istituzioni varie che vengono investite di poteri di indirizzo, regolazione e controllo estranei alla democrazia, che, in tutte le sue forme, prevede meccanismi di elezione periodica e controllo.   Di fatto, senza neanche più nascondersi, si tratta della spoliticizzazione degli Stati, della neutralizzazione della volontà popolare, attraverso l’imposizione di modalità ideologiche spacciate come verità indiscutibili, nuove tavole della Legge.

Un grande aforista francese, lo Chamfort, scrisse che gli economisti sono ottimi anatomisti e pessimi chirurghi: operano a meraviglia sul morto e massacrano il vivo. Sanno cioè valutare le cause di ciò che è già accaduto, ma le loro capacità predittive non sono diverse da quelle del mago di Arcella.

Il pensiero economico liberale si fa legge suprema ed espropria i popoli anche del diritto di scegliere un governo deciso a ricorrere ad investimenti pubblici a deficit.  In Italia, poi, sull’onda delle manovre, interne ed internazionali, per abbattere il governo Berlusconi, è stato sin troppo facile far passare il pareggio di bilancio senza dibattito. Un record di velocità, non solo per le leggi costituzionali, che hanno bisogno di ben quattro passaggi parlamentari in termini diversi. Quattro passaggi per una norma di tale portata in meno di un anno, con voto finale con soli tre contrari alla Camera e quattro al Senato!

Destra, centro e sinistra uniti nella lotta contro il popolo e contro la politica,et voila, l’articolo 81 è modificato, insieme con parte degli articoli 97, 117 e 119. Nessun dubbio, da parte del battaglione dei costituzionalisti, sull’incompatibilità con l’art. 2, che richiede “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.” Inderogabili per noi, naturalmente, e non per la Repubblica che li piega al vangelo liberista.

Nessuna perplessità neppure sull’eventuale conflitto con l’art. 47, che incoraggerebbe e tutelerebbe il risparmio in tutte le sue forme. L’uso del condizionale è di chi scrive, convinto che il risparmio deve innanzitutto essere reso possibile.

Il risparmio si può creare se lo Stato fa politiche di deficit, ovvero se introduce denaro nel sistema, attraverso la spesa pubblica, in misura superiore a quanto ne toglie con le tasse. La spesa pubblica può essere vista, se ben strutturata, come un reddito indiretto e differito per i cittadini. L’arte di governare, ed immettere moneta nel sistema, consiste far sì che la domanda non sia superiore alla produzione. Con scarsa produzione, ma con grande quantità di moneta a disposizione per i consumi, i prezzi salirebbero e l’inflazione conseguente finirebbe per erodere i risparmi, esattamente come avviene nel caso in cui la moneta in circolazione sia troppo poca. Questo è proprio ciò che accade oggi, con la deflazione che distrugge la nostra economia. Insomma, secondo molti per creare risparmio, lo Stato deve necessariamente fare deficit nel lungo periodo. Ma il lungo periodo è stato abolito nella nuova governance schiava dei capricci quotidiani di un Dio irascibile ed esigente, il Mercato.

Ezra Pound osservava che uno Stato che non si indebita (con loro!) fa rabbia agli usurai; oggi, distrutta la sovranità monetaria e sottratta al controllo pubblica la Banca Centrale, è vietato a ciò che resta degli Stati di indebitarsi con i propri cittadini (buoni e certificati di credito del Tesoro) per conseguire obiettivi comuni, in assenza di un prestatore di ultima istanza, ma è obbligatorio indebitarsi con il sistema finanziario internazionale, unico insindacabile decisore delle politiche economiche, fiscali, finanziarie.

Purtroppo, con l’intero sistema di potere, a cominciare da quello della comunicazione, schierato unanimemente dalla parte dei Grandi Padroni, è sin troppo facile che la novella (così è detta la modifica di una legge nel gergo iniziatico dei cosiddetti giuristi) dell’articolo 81 della Costituzione venga fatta passare come una misura virtuosa e di buon senso, nemica di quel vivere al di sopra dei propri mezzi che è una delle menzogne più credute degli ultimi vent’anni.

Come è possibile che sia vissuto a debito un popolo che realizza ogni anno consistenti avanzi di bilancio per pagare interessi alle banche su un debito che è impagabile per logica aritmetica e falso perché il creditore non è tale?

Il monetarismo, teoria quantitativa della moneta, si basa sull’assunto che la mitica stabilità valga bene un’elevata disoccupazione, ma questo, a parte il fumoso   principio costituzionale secondo cui la nostra è una repubblica fondata sul lavoro, è del tutto contrario a qualsiasi logica pubblica, che deve far prevalere l’interesse per la piena occupazione. Gli investimenti in disavanzo, sostenuti dalla Banca Centrale, sono il mezzo per assorbire la disoccupazione senza aumentare la pressione fiscale. Con un’occupazione generalizzata, poi, si può riassorbire il deficit ed impedirne la deriva nell’inflazione. Realizzare infrastrutture significa lasciare ricchezza alle generazioni successive – sempre il fastidioso lungo periodo! – investire nell’educazione e nella ricerca consente di incrementare il capitale umano, quello straordinario bene immateriale che fa la differenza tra uno Stato in decadenza ed uno consapevole del suo rapporto con passato e futuro del suo popolo.

La piena occupazione, peraltro, non figura assolutamente nell’agenda dei potenti, interessati alla concorrenza tra generazioni, tra cittadini ed immigrati, tra Nord e Sud del pianeta, per poter estendere il proprio dominio e per mantenere un ordine economico e finanziario in cui si perpetui la scarsità per il novanta per cento degli esseri umani.

Come è stato possibile pervenire ad un sistema in cui il cento per cento di un parlamento vota per abolire il proprio stesso potere di indirizzo politico, attraverso il principio del pareggio di bilancio?

Intanto perché, da almeno venticinque anni, viviamo in un impressionante crescendo di cessione di sovranità da parte degli Stati  a favore di entità transnazionali (Unione Europea, Onu, Organizzazione Mondiale del Commercio), poteri bancari (BCE, Fondo Monetario, Banca Mondiale), giganti economici multinazionali, organizzazioni militari come la Nato , e grandi organizzazioni non governative, che sono poi l’espressione dei poteri riservati internazionali , ormai associate a pieno titolo nella “governance” globale. Poi perché le opinioni pubbliche sono state dirottate abilmente nella richiesta di nuovi “diritti” individuali, che hanno occupato il dibattito pubblico e destituito di valore ogni dimensione comunitaria e sociale, infine perché la menzogna globale ha raggiunto vette impensabili, quelle che un grande scrittore cattolico come Chesterton aveva sintetizzato nella frase: “Dovremo sguainare la spada per affermare che l’erba è verde in primavera!”

Ha vinto su tutta la linea una manipolazione mai vista, un modello di ingegneria sociale denominato finestra di Overton, dal nome del suo teorizzatore, che ha osservato come grandi modifiche di paradigma si possano realizzare in sei fasi successive. Rimaniamo al pareggio di bilancio come principio costituzionale: vent’anni fa sarebbe stato impensabile (prima fase: inaccettabile/vietato); poi viene una fase detta radicale, vietato, ma con eccezioni. L’idea si fa strada, e diventa accettabile (terzo passaggio). Poi si trasforma in principio sensato, razionale, diffuso, quindi diventa socialmente accettabile, infine, è il sesto ed ultimo passaggio, viene legalizzato, consacrato nella politica ufficiale e statale.

Siamo le vittime di un inganno radicale, ma esistono ancora minoranze vigilanti e consapevoli: sul pareggio di bilancio e su tanto altro. La prima e più difficile operazione è esprimere opinioni non conformi in un mondo che ha screditato il pensiero libero. La seconda è motivarle, ed organizzare un’armatura culturale e morale per diffondere le idee giuste. In questo, noi e altri possiamo fare la nostra parte.

Ben più arduo sarà organizzare un pensiero civile e politico per resistere tra le rovine rovesciando un tavolo dove le carte sono tutte in mano al nemico. Però noi, l’umanità abbiamo ragione.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 19 Gennaio 2016

Del 15 Settembre 2020

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