giovedì, 24 Giugno 2021
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Sharing economy

Opportunità o inganno neocapitalista? L”economia della condivisione” e“bougisme”: una sorta di moto perpetuo che si fa ideologia dominante, sbocco di un “progressismo degradato”, che accompagna il neoliberismo di Roberto Pecchioli  

I primi anni del XXI secolo sono caratterizzati da cambiamenti continui. Nulla è com’era pochi anni fa. L’imperativo, come nell’aneddoto del leone e della gazzella, è correre, muoversi, cambiare. Ne ha colto l’essenza un intellettuale francese, Pierre-André Taguieff, che ha coniato il neologismo “bougisme”, una sorta di moto perpetuo che si fa ideologia dominante, sbocco di un progressismo degradato, che accompagna efficacemente il neoliberismo: il culto del cambiamento fine a se stesso. L’economia ne è il terreno privilegiato, e tra le mille novità a cavallo tra tecnologia, innovazione, nuovi diritti, postmodernità, si fa strada un’idea che ha preso il nome di economia della condivisione, o, nell’inevitabile neo lingua anglo globalizzata, sharing economy.

E’ opportuno iniziare a parlarne, a capire, per poi cercare di emettere un giudizio che non sia né entusiasmo sciocco- quello di che ama il bougisme contemporaneo e applaude al nuovo in quanto tale – né chiusura a priori in nome del passato. Innanzitutto, cerchiamo di darne una definizione e tracciarne un profilo. La sharing economy si considera un nuovo modello basato sul riuso, il riutilizzo, il noleggio e la condivisione di beni e servizi, non più sull’acquisto e la proprietà. Secondo i fautori, il suo centro è l’elemento relazionale, ovvero la fiducia reciproca e la collaborazione.

Lo scambio avviene nelle due modalità peer-to-peer (P2P), ovvero alla pari, tra soggetti che non sono (o non dovrebbero essere) imprese e B2C, business to consumer, cioè il rapporto diretto tra l’azienda che fornisce un bene o un servizio e chi lo riceve. Gli esempi più comuni riguardano l’affitto breve di camere o appartamenti, la fornitura di pasti, l’uso o il noleggio in comune di un mezzo di trasporto. Il volano è, ovviamente, la tecnologia informatica, la diffusione di Internet e l’utilizzo di massa delle applicazioni (app) via telefono cellulare. L’idea forza è che formando delle comunità virtuali (community) di consumatori e utenti si possano condividere sia beni tangibili (casa, automobile) sia immateriali, come il tempo libero.

Cinque sono i settori chiave dell’economia cosiddetta collaborativa: l’alloggio, il trasporto di persone, i servizi alle famiglie, i servizi tecnici professionali e la finanza, ovvero la ricerca di fondi. Ad uno sguardo superficiale, è una modalità che fuoriesce dagli schemi del mercato, riavviando quell’economia circolare in cui professionisti, artigiani, consumatori e normali cittadini mettono a disposizione tempo, beni e competenze, con la finalità di creare legami virtuosi con l’aiuto della tecnologia informatica. Sembrerebbe una variante morbida della decrescita, o dell’economia vernacolare, conviviale, non calcolabile in denaro, non dipendente dal profitto, un meritorio tentativo di riportare le persone, come singoli e come comunità, al centro dei processi economici.

La manona niente affatto invisibile del mercato ne ha tuttavia profondamente mutato i termini, attraverso il dominio esercitato dalle cosiddette piattaforme.  Infatti, l’elemento che tiene uniti i vari aspetti dell’economia della condivisione (la tecnologia, la comunità, l’apparente convenienza) è la formula della piattaforma informatica digitale. In teoria- questa è la versione dei sostenitori – i servizi non vengono erogati dall’alto verso il basso, ma sono le persone ad incontrarsi per scambiare o condividere. Ci sono due enormi punti neri nella narrazione: il primo è che la comunità è virtuale, non è fatta di persone in carne e ossa, ma di indirizzi IP e di interessi. Il secondo, più pesante dal punto di vista economico, è che la piattaforma è gestita, ovvero posseduta da qualcuno.

Si tratta di uno spazio virtuale in cui un potente organizzatore/promotore, da remoto, pressoché senza spese e responsabilità mette in contatto i soggetti interessati traendone un profitto. La favola della disintermediazione è dunque contraddetta dalla tecnologia, poiché i nuovi, potentissimi intermediari sono i gestori-inventori delle piattaforme digitali, che detengono i dati di milioni di consumatori fornitori o produttori di servizi (prosumers).  Il successo di Airbnb, Uber e Blablacar è tutto qui.

Airbnb è la piattaforma che permette di affittare case, stanze, pernottamenti brevi. L’idea venne a due informatici in difficoltà: pensarono di affittare una camera di casa loro con annunci in rete, attrezzandola con materassini gonfiabili. Oggi, il boom di Airbnb ha pochi uguali nel mondo. Non è un caso che all’internauta interessato a informazioni sulla sharing economy i grandi motori di ricerca offrano in prima pagina testi tratti dal sito di Blablacar. La piattaforma mette in contatto persone interessate a risparmiare sulle spese di viaggio, condividendo l’automobile con altri o accettando un passaggio da una sorta di azienda di trasporto virtuale che si forma per il tempo necessario al tragitto. Si tratta della generalizzazione del sistema Uber, ovvero i taxi privati prenotati attraverso la piattaforma in rete o l’applicazione scaricata sullo smartphone.

Sarebbe interessante valutare quali e quanti settori economici, quanti posti di lavoro si stiano distruggendo attraverso l’uso dello smartphone, che fornisce a poco prezzo, talvolta addirittura gratis servizi e persino beni. Pensiamo all’orario ferroviario, alle cartine stradali, alle calcolatrici, enciclopedie, lettori DVD, macchine fotografiche, apparecchi per radiofonia, alla torcia, alle rassegne stampa e a mille altre “comodità” racchiuse in quel piccolo oggetto che teniamo nel taschino. Una rivoluzione che nessuno sembra in grado di controllare, quanto meno per mettere al riparo i consumatori da abusi, trappole, truffe e fare in modo che i profitti non finiscano totalmente nelle mani di chi possiede le piattaforme, nonché agire affinché i gestori/fornitori, i nuovi super ricchi, paghino le giuste imposte.

Il principio che il grande pubblico non riesce ancora a comprendere, abbagliato dalle opportunità, vere o presunte, è che se qualcosa è gratis, significa che il prodotto siamo noi. E’ la nostra vita, gusti, idee, propensioni che viene profilata e venduta per i più vari interessi. La dimostrazione è nelle vicende relative alla compravendita dei dati di milioni di utenti da parte delle piattaforme digitali e dei mezzi di comunicazione in rete (Facebook, Google)

Tra i tanti errori del governo Renzi ci fu anche il fervore sprovveduto con cui innalzò la nuova economia digitale, fino alle testuali parole del ministro Franceschini nel 2016: “La grandezza di Airbnb sta nella sua capacità di agire come moltiplicatore di luoghi d’arte”. Le cose stanno in tutt’altro modo, giacché il tecno entusiasmo ignora le conseguenze degli affitti brevi sulle città d’arte, sui centri storici, trasformati in cattedrali del consumo e dell’intrattenimento mordi e fuggi, quartieri spopolati, l’intero mercato immobiliare terremotato con un clic.

La tanto esaltata auto imprenditorialità di troppe persone frustate dalla crisi, dai bassi redditi da lavoro o dalla disoccupazione è solo la vetrina umanitaria e moralista che nasconde il dilatarsi di un mercato giungla sempre più in mano a grandi gruppi, con la conseguente crisi di migliaia di operatori “regolari”, la distruzione di interi comparti, la difficoltà di tenere sotto controllo ciò che si muove nelle imperscrutabili vie della grande Rete. Un enorme problema è la mancanza di normative, al di là di un recente libretto di linee guida dell’Unione Europea. Né è dato sapere quale evasione fiscale nascondano Airbnb, Uber e Blablacar, oltre, naturalmente, alle altre piattaforme, alcune delle quali nascono, si spostano tra i domini informatici e muoiono. Quanto ai rischi per gli utenti, vale il detto secondo cui Internet è meno sicuro di Los Angeles Est il sabato notte.

Le prospettive sono di una crescita straordinaria del nuovo meccanismo, i cui ricavi europei sono stati stimati per il 2015 in almeno 28 miliardi, con crescita annua a due cifre, trascinata dalle preferenze del pubblico più giovane. Entro il 2025, il giro d’affari mondiale potrebbe raggiungere addirittura i 570 miliardi di euro. La constatazione è che, una volta di più, il mercato ha volto a proprio vantaggio un meccanismo nato per essere un’alternativa alle sue regole e alla mercificazione generale. In più, la difficoltà, da parte degli Stati, di imporre regole, standard, difendere l’economia nel suo complesso e gli stessi consumatori attratti dal basso costo di molti servizi, fa della sharing economy una sorta di terra di nessuno irta di pericoli.

Pensiamo al settore della ricerca di fondi, che può aiutare chi ha buone idee a metterle in pratica, ma sicuramente attira imbroglioni di ogni specie, o al rischio di affidare la propria casa a qualcuno attraverso piattaforme del tutto irresponsabili dei propri iscritti o viaggiare privi di coperture assicurative e garanzie professionali. L’importanza del settore ha indotto un grande fondo internazionale della vecchia economia come Index Ventures a investire cento milioni di dollari su Blablacar.

In sostanza, i tre principi cardine dell’economia collaborativa, il riuso, il riciclo  o l’uso ottimale dei beni; l’accesso anziché la proprietà; la fiducia comunitaria in un mondo interconnesso sono stati prontamente assorbiti dal mercato-Zelig, che ha ricondotto tutto al gran mare del profitto, nell’assenza dei poteri pubblici, obiettivamente in difficoltà ad intervenire nell’ambito di una rete sempre più complessa, deterritorializzata, priva di regole, dotata di nodi e connessioni sempre più potenti.

L’economia della condivisione è nata come sfida agli eccessi di mercato, con l’ambizione di riportare centralità alla persona umana, e, secondo Jeremy Rifkin, diventare banditrice della civiltà dell’empatia. L’empatia, per il pensatore americano, gran sostenitore della sharing economy, è la qualità che ha dato all’uomo un vantaggio evolutivo, sino a diventare un ingrediente fondamentale per la società, contrapposta all’utilitarismo di chi agisce solo per vantaggio personale.  Il dominio culturale, metastorico del principio di mercato ha distorto ampiamente i lati positivi della nuova tendenza economica, mettendone da parte il potenziale comunitario. La condivisione, infine, diventa uno slogan, una sigla attrattiva ma non veritiera.

Il consumismo non viene affatto intaccato, anzi aumenta la sua presa d’acciaio sull’immaginario. Le coscienze restano colonizzate, direbbe Serge Latouche, giacché i nuovi servizi offerti altro non sono che altrettante impensate modalità di consumo. La novità della quale diffidiamo è che la sharing economy ci trasforma in una società del noleggio. Vita in affitto, questa la definizione veritiera ed incapacitante. Tutto deve essere a portata di mano, anzi di clic, con un costo modesto e la possibilità di sbarazzarsene in fretta. Niente di meglio quindi che prendere a nolo qualunque cosa. Perché acquistare un’automobile, se le rate sono elevate e il nostro reddito incerto, quando possiamo affittarne una per un giorno, un viaggio, poche ore.

Una tantum, potremo permetterci la fuoriserie dei nostri sogni, a patto di riconsegnarla intatta a gita finita. L’idea che i padroni del mondo – e innanzitutto dei nostri cervelli- stanno facendo passare è che la proprietà, il possesso siano sorpassati. Con app come Spotify possiamo scaricare tutta la musica che vogliamo per pochi euro, inutile comprare dischi o DVD. Anche i libri possono essere letti online, senza noiosi giri in libreria, senza destinare una stanza a biblioteca, specie adesso che le abitazioni diventano sempre più piccole. La generazione con trolley al seguito viaggia con bagaglio leggero. Quel che serve se lo procura a tempo determinato durante il viaggio. Usa e getta, come la vita. Questo sembra il salto antropologico dell’economia della condivisione. Essere sempre pronti a partire, andare alla ricerca di opportunità, vita, esperienze, lavoro senza mantenere legami, senza intrattenere relazioni stabili: per quelle c’è la community, l’appuntamento via Internet o app, i media sociali.

Anche il bene per eccellenza, la casa di proprietà, naufraga nel mare magnum della cosiddetta condivisione. Esistono piattaforme come Idealista, mega agenzia immobiliare per affitti. Il suo creatore si rivolge soprattutto ai giovani, che esorta al nomadismo, a non comprare casa, non mettere radici né formare una famiglia. Il concetto di possesso, afferma, deve essere superato. Peccato che tutto questo valga per la massa, mentre lorsignori diventano padroni di tutto, iperpadroni. Affittiamo la casa, ma la proprietà è dei grandi immobiliaristi; noleggiamo l’automobile, ma migliaia di mezzi sono in possesso delle aziende specializzate o, come stanno studiando alcuni produttori, resteranno di proprietà di chi le fabbrica.

Tu, cittadino del mondo del Terzo Millennio, devi essere libero. Lìberati di tutto: dai principi dei tuoi genitori, delle credenze, delle idee del passato e, naturalmente, sii disponibile ad un’esistenza zingara. Oggi qui, domani là, io vado e vivo così, io amo la mia libertà, cantava Patty Pravo un anno prima del fatidico 1968. Mezzo secolo dopo, la rivoluzione è compiuta in interiore homine. Fuori, comandano quelli di sempre, più che mai. Sciolti dalle catene della famiglia, della paternità e maternità, dalla noiosa residenza fissa, siamo liberi, ma per che cosa?

Non certo per condividere, come proclama con intenzioni degne di miglior causa l’economia della condivisione. Libertà è la parola aurea con la quale il potere definisce la disponibilità, la vita dello sradicato, pronto a lavorare due settimane a Milano, poi tre mesi in Croazia, infine attendere, telefono in mano, la chiamata per svolgere il lavoro del fattorino, ah no, adesso si dice rider, che consegna il cibo di strada, forse lo chiamano così perché è da buttare nel contenitore della raccolta differenziata. Peccato, negli scorsi mesi le cose andavano bene, avevamo un impiego di soddisfazione, discretamente retribuito, potevamo permetterci di noleggiare una bella macchina per andare alle feste vestiti all’ultima moda- anche pantaloni e camicia sono forniti da una piattaforma per pochi euro e riconsegna rapida- poi il vento è mutato, adesso dobbiamo correre a perdifiato per quattro soldi a chiamata.

Un’esistenza on demand: la televisione a cinquantadue pollici, meglio se comprata a rate, con gli abbonamenti a Netflix, Infinity, ai canali pornografici, la guardiamo da soli sorseggiando Red Bull e sgranocchiando patatine consegnate dai servi di Foodora- imprenditori di se stessi anche loro – in un residence trovato su Airbnb giusto il tempo per il lavoretto (siamo in piena gig economy, che diamine…) che stiamo svolgendo a cinquecento chilometri dalla nostra ex città. Poi si vedrà, viaggeremo con Blablacar verso un’altra destinazione. Via verso nuove avventure. Ma la vita non è un’avventura, la giovinezza passa, le esperienze emozionanti di cui siamo tanto affamati (il bougisme di Taguieff, il movimento del criceto nella gabbietta) un bel giorno vengono a noia. L’asticella si è alzata troppo, o semplicemente siamo stanchi, desideriamo un legame, una donna fissa, il piacere di suonare il campanello e vedere un volto amato.

Dicono i guru dell’età dell’accesso che il possesso limita le esperienze, vincola, ingombra. Il desiderio deve essere soddisfatto qui e adesso, costare poco e essere fungibile, biodegradabile, il suo oggetto deve pesare poco ed essere conferibile ad una sorta di isola ecologica. Il vecchio Aristotele teorizzò potenza e atto come universali, il tempo odierno ha unito i due concetti, compressi, “zippati” e il gioco è fatto. Peccato che a diffondere la nuova ideologia dell’accesso, della condivisione, tutta luci, buonismo e virtù, siano quelli che sono e rimangono i padroni. Dei beni che ci affittano, dei servizi che ci forniscono in licenza o concessione, soprattutto dei meccanismi psicologici che hanno destrutturato e ricostruito le menti secondo i canoni dell’utilità e del profitto, non certo quelli dell’empatia o della condivisione. Occorre godere subito, è l’imperativo categorico della ragione utilitarista eterodiretta.

Non ha senso risparmiare, rinviare, se possiamo fare nostro qualcosa in un attimo, con un clic, un numero di carta prepagata possiamo avere tutto, visto e piaciuto. Poiché subito dopo avremo l’obbligo di desiderare qualcos’altro, ce ne liberiamo con disinvoltura, senza rimpianti, senza legarci a nulla. Come abbiamo sostenuto in altre occasioni, è la vittoria del comunismo con altri mezzi. La proprietà non è più un furto, ma un fastidio, un fardello che, generosamente, il potere accolla a se stesso. Marx parlava di rapporti di produzione e sognava un mondo, quello del collettivismo, pieno di magazzini in cui ciascuno poteva prendere “secondo i suoi bisogni”. I bisogni oggi sono dilatati e indotti, i magazzini stanno nel catalogo online, l’unica differenza con il comunismo è che tocca pagare.

Nulla è gratuito, per quanto ci abbiano convinti del contrario. Il Mefistofele postmoderno ci fornisce tutto senza bisogno di consegnargli l’anima, non misurabile in denaro, di cui non si conosce valore d’uso e di scambio. Basta iscriversi alla community, condividere e indicare il numero della carta di debito fornita dai soliti noti. A proposito, il circuito Paypal è di proprietà del gigante di vendite online Ebay, a sua volta posseduto da Peter Thiel (Google) e Elon Musk (Tesla, auto elettriche che verranno più noleggiate che vendute), radicato nel paradiso fiscale Lussemburgo. Tutto si tiene.

Due ci sembrano le lezioni da trarre dall’avanzata della sharing economy: la prima riguarda la straordinaria capacità mimetica del neo capitalismo di assorbire come una spugna i movimenti sociali, trarre vantaggio anche dalle idee che si oppongono al suo dominio: condivisione, collaborazione, riuso, riciclo, sembrano e sono termini confliggenti con la logica del mercato sovrano. Una fantastica capacità di cavalcare la tigre, modificarsi e porsi alla testa dei meccanismi che salgono dalla società è il segreto del successo del suo modello. L’altra questione riguarda la profondità con la quale i piani alti del potere – economico, finanziario, culturale – hanno saputo orientare, guidare, le innovazioni della tecnologia, la terza e quarta rivoluzione industriale.

Lo snodo essenziale resta la capacità di dominare le masse attraverso svolte antropologicamente impensabili solo un quarto di secolo fa. Giova ricordare la lezione dei cattivi maestri del XX secolo messa a frutto da coloro contro cui era diretta. Theodor Wiesengrund Adorno, uno dei capofila del neomarxismo in salsa freudiana e illuminista cucinato a Francoforte, fu il primo a comprendere che non esiste una cultura di massa. Al suo posto, hanno sviluppato l’industria culturale imposta perché l’uomo interiorizzasse i disvalori della civilizzazione dominante, per standardizzare desideri e propensioni nella macchina del consumo, divenuta strapotente con la tecnologia informatica. Il consumatore, nuovo travestimento del persona dopo il lento tramonto del cittadino, non è il sovrano ma l’oggetto di un meccanismo di cui l’economia della condivisione è una delle maschere.

La complicità degli intellettuali di servizio, quasi tutti di ascendenza marxista, è chiara e immensa la loro responsabilità. Stanno forgiando un’umanità in cui il desiderio di possedere e costruire è sostituito da quello di utilizzare. Una società di utenti, il cui simbolo è la figura opaca del consumatore. L’idea di lavorare per ottenere qualcosa di proprio, di stabile, che resista al tempo e oltrepassi le generazioni è stata sempre una costante dell’uomo europeo. Ci stanno espropriando anche di questo, tenendo ben stretto per sè il controllo, la proprietà di tutto. Diventare proprietari è una conquista che rende responsabili, fa propendere per la stabilità nelle relazioni, nelle idee, nei sentimenti. La zattera degli inquilini ci rende servi, deboli, soprattutto dipendenti. Dipendenti nei due significati: uomini e donne al servizio della megamacchina di potere, per di più schiavi di desideri da soddisfare noleggiando beni, servizi, persino sentimenti. Padroni di tutti i mezzi, possiedono le nostre menti perché ci conoscono meglio di quanto noi stessi ci conosciamo.

Hanno scoperto l’uovo di Colombo. In un’economia dominata dalla deflazione, dove il denaro scarseggia perché lo creano, controllano e distribuiscono loro, ma la macchina del consumo deve comunque correre, quasi tutto deve essere, apparentemente, a basso costo. Ecco l’idea forza: affittare, noleggiare, dare in licenza, dietro la copertura di ideali umanitari e comunitari, sotto la menzogna creduta che tutto deve essere a disposizione. Se i prezzi calano, però, è segno che le retribuzioni si abbassano, le nostre tasche si svuotano. Dove non si arriva con la produttività (più produttività, più plusvalore…) si arriva con la compressione dei salari. La massa non si ribella poiché le viene fatto credere che il sistema è l’unico possibile e in quanto, attraverso vari miraggi – uno è l’economia della condivisione controllata dall’alto, dalle piattaforme e dai signori di Internet, – molti credono di avere qualcosa a basso prezzo attraverso le formule di cui è ricca la fantasia del mercato. Diventiamo più poveri – anche di spirito – illudendoci del contrario perché vecchie e nuove multinazionali ci consentono di consumare in modi sempre diversi.

La verità è che è stato realizzato un inedito comunismo per masse sradicate, plebi transumanti cui viene somministrata in dosi potenti la droga del consumo e del piacere momentaneo, il Soma del Mondo Nuovo di Huxley. Le oligarchie, al contrario, possiedono tutto. Per usare il loro linguaggio rovesciato, hanno costruito un sofisticato nazismo tecnocratico in cui pochissimi possiedono tutti i mezzi, determinando tutti i fini.

Uno spirito libero e religioso come Nicolàs Gòmez Dàvila ebbe una folgorante intuizione. Nel momento di maggior successo del comunismo, scrisse che nel regime collettivista, abolita la proprietà privata, si sarebbe lottato per l’usufrutto della proprietà collettiva. Il capitalismo ultimo va oltre, instaurando la dittatura di chi – padrone globale – si fa pagare l’uso e consumo. Poiché non è interessato a possedere direttamente proprio tutto, pretende una percentuale attraverso le sue piattaforme informatiche da utenti e fornitori.

Con una perfetta torsione del linguaggio alla maniera del Grande Fratello di Orwell, la chiama disintermediazione e economia della condivisione. L’ uomo del Terzo Millennio, senza radici, senza proprietà, senza spirito ringrazia sentitamente, in attesa di essere smaltito tra i rifiuti ingombranti. Fa di meglio; come in un videogioco a licenza, programma egli stesso la sua morte, una volta malato, inattivo, non più consumatore, un peso per lorsignori. Game over.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 18 Aprile 2018

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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