venerdì, 17 Settembre 2021
HomeRUBRICHEAssociazioni militariAlpini: tra mito e magia

Alpini: tra mito e magia

L’adunata degli Alpini tra mito e magia. Dentro il cappello, come in un vaso di Pandora ci sono mille storie, alcune riflessioni dopo l’adunata degli Alpini a Pordenone di Vincenzo Tegazzin medico e alpino 

Sono arrivato a Pordenone alle 9 del mattino, ho calzato il mio berretto con la penna bianca, ho vestito la giacca blu con lo stemma della Scuola Militare alpina (SMA), dove avevo fatto il corso da ufficiale di complemento nell’arma degli alpini, e mi sono incamminato verso il luogo dell’ammassamento-luogo di partenza per la sfilata degli ottantamila. Un signore anziano, dal portamento fiero e distinto mi ha salutato, portava anch’egli lo stemma della SMA. Un altro signore si è avvicinato, portava il cappello con la penna e ci ha invitato a bere un caffè ad uno spaccio ambulante ai lati della strada. Non ci conoscevamo ma abbiamo parlato di noi , delle nostre storie come se ci conoscessimo, come se ci fossimo lasciati da poco tempo. Ognuno di noi ha invitato l’altro a casa sua, a bere un bicchiere di vino nelle langhe pavesi o sulle pendici del Montello o un piatto di riso ed un bicchiere di Corvina nella bassa Veronese. L’adunata degli alpini è un continuo incontrarsi e lasciarsi privi di reticenze e sospetti che normalmente le persone hanno gli uni verso gli altri. L’adunata degli alpini è, per uno due giorni, sentirsi fratelli,  spogliati delle sovrastrutture che ci costruiamo per distinguerci e che tanto ci allontanano l’un l’altro, vestiti solo del cappello alpino che , come per magia ci fa sentire tutti uguali. Ci si chiede il perché di questa magia e ci si chiede anche se questa magia potrebbe farci vivere meglio.

Dentro il cappello, come in un vaso di pandora, ci sono mille storie.

C’è prima di tutto una giovinezza piena di speranza, spensierata, audace, spericolata, trasgressiva, piena di amore e di ormoni.

C’è il sacrificio di fatiche impossibili, con uno zaino di 30 kg, con scarponi di fibra pesanti con vestiti che non erano certo di pile, con un freddo che ti attanagliava piedi ed orecchie e mani, con l’alito che si ghiacciava già ad un centimetro dalla bocca, con notti passate all’agghiaccio all’interno di un igloo o nelle “opere”, cavità fredde ed umide scavate all’interno delle montagne a difesa dei patrii confini.

C’è il ricordo delle prime guardie notturne, delle prime sfilate inquadrati , delle prime marce per i sentieri impervi delle nostre Alpi, delle prime rimbeccate  da parte degli ufficiali o dei caporalmaggiori istruttori, del primo linguaggio da caserma che non lascia niente di sottointeso-scurrile, villano, offensivo, violento.

C’è la nostalgia che ti assale perché sei lontano da casa, perche ti mancano i tuoi amici d’infanzia, la tua famiglia, i tuoi sapori i tuoi odori, il tuo letto, il cibo di casa tua.

C’è l’ultimo giorno di naia che è un misto di allegria e rimpianto, di sbornia e presa di coscienza- è finito il periodo nel quale qualcuno ha pensato a te ed ora tu devi pensare a te stesso.

C’è il ricordo dei primi raduni, delle facce che fatichi a riconoscere perché segnate dal tempo, dei corpi che hanno perso il vigore della gioventù, ma degli occhi che sono rimasti quelli di un tempo, verdi, azzurri, cerulei, color savana, ma sempre specchio di quello spirito che li animava .

C’è anche il ricordo dei compagni che hanno già preso un altro cammino.

Il cappello racchiude tutto questo e si apre ad ogni incontro e fa uscire le sue  storie che avvolgono in un manto fatato la sfilata degli alpini.

Tornando da Pordenone mi sono chiesto cosa serve ogni giorno per essere tutti alpini con il cappello, tutti fratelli pronti ad aiutarsi per passare nel miglior modo possibile questa vita terrena.  Le risposte ci sono e non si trovano lanciando l’amicizia su face book, o discutendo su “twitter” e nemmeno parlando col vicino al telefonino o mandando messaggini per vedere l’effetto che fanno. Quando l’uomo si deve rimboccare le maniche, sudare per le fatiche del corpo, responsabilizzarsi per la sofferenza  dei suoi simili e dare l’esempio allora il messaggio viaggia attraverso la mente, ha la forza  empatica che coinvolge,  solidarizza, ti fa rispettare per essere rispettato. La nostra sfida per il futuro globalizzato e di non lasciarsi globalizzare la mente e di proteggerla con la magia di un cappello alpino.

Vincenzo Tegazzin

Medico e Ufficiale degli Alpini

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il il 24 luglio 2014 e il 20 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

Most Popular

Recent Comments