lunedì, 21 Giugno 2021
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Quando al posto delle Dolomiti c’era il mare tropicale

Nessuno ha finito, e nessuno mai finirà, di sfogliare l’immenso libro della natura; ci sarà sempre bisogno di uomini modesti e disposti al sacrificio come Rinaldo Zardini di Francesco Lamendola  

Fra 270 e 235 milioni di anni fa, le Dolomiti, questo meraviglioso insieme di gruppi montuosi che s’inarca nel cuore delle Alpi Orientali e che, da sempre, affascina chiunque lo veda, per l’arditezza quasi surreale delle forme e i colori straordinari di cui le sue pendici si tingono, specie all’alba e al tramonto, non esistevano. Al loro posto non c’era neppure una pianura, ma il mare: un mare tropicale, caldo, popolato di coralli, ammoniti, gasteropodi, ricci marini, spugne. Quel mare era frazionato in una serie di lagune dalle quali emergevano delle barriere coralline; poi si formarono degli atolli, indi delle isole, fino a quando il fondale cominciò ad innalzarsi, in conseguenza del movimento della placca africana verso la placca europea: movimento che produsse l’orogenesi alpina, qualcosa come 20 milioni di anni fa. Ed ecco che le stesse rocce che avevano formato il fondale marino delle antiche lagune tropicali andarono a formare le stupende montagne dolomitiche, i cosiddetti Monti Pallidi, che, con la Marmolada, spingono la loro cima fio a 3.343 metri di latitudine sul livello del mare. Su quello che oggi è il livello del mare; non più un mare tropicale, popolato di coralli e altre specie delle acque calde, bensì un mare delle medie latitudini, dove non si formano certo gli atolli e dove, d’inverno soffia, giù dal Carso , il gelido vento di Bora: l’Adriatico settentrionale.

Il nome Dolomiti venne dato a queste montagne in onore del naturalista francese Dolomieu, che nella seconda metà del Settecento studiò la dolomite, ossia il carbonato doppio di calcio e magnesio: troviamo questa denominazione, usata in senso geografico, per la prima volta nel 1837, e definitivamente stabilita nel 1864, ad opera di due naturalisti britannici, Gilbert e Churchill, i quali, in quell’anno, pubblicarono il libro The Dolomite Mountains. Il riconoscimento del loro complesso passato geologico è stato abbastanza recente. Ci son voluti circa 250 milioni di anni perché queste montagne sorgessero dal mare, mostrando il biancore dei carbonati di scogliera corallina, simili a quelli che oggi si possono ammirare presso le Isole Bahamas o al largo della costa australiana nord-orientale, e lasciando apparire anche, qua e là, delle impronte di dinosauro impresse nel suolo, allora molle e semi-paludoso, come se tutte le Dolomiti altro non fossero che un gigantesco libro illustrato racchiudente la storia più antica della Terra, e quella delle forme di vita che su di essa si andò sviluppando e organizzando.

Un contributo decisivo alla scoperta dell’antica fauna marina tropicale sulle rocce impervie di questi monti e di queste valli è venuto da uno studioso nativo di Cortina d’Ampezzo, la cui conca è circondata da alcune delle vette più suggestive e più giustamente famose dell’intero sistema: Rinaldo Zardini, uomo dai molteplici interessi, dalla vita varia e avventurosa, nato cittadino austriaco quando il suo paese era ancora parte dell’Impero austro-ungarico, poi dedito a molti studi e a numerose attività; dapprima organista nella chiesa di Cortina d’Ampezzo, fu anche campione sportivo di buon livello, sia nell’hockey su ghiaccio che nello sci (tanto da attirare l’attenzione della propaganda fascista, che cercò di farne il simbolo della rinascita anche atletica e sportiva del popolo italiano), oltre che alpinista e rocciatore provetto. Ma fu anche e soprattutto uno studioso della natura, un botanico e un paleontologo di tutto rispetto, benché sostanzialmente autodidatta, che mise insieme, con amore e pazienza infiniti, una immensa raccolta di campioni di erbe e di fossili, quest’ultima talmente ricca da attirare l’interesse e l’ammirazione di alcune fra le massime istituzioni scientifiche europee e mondiali.

Rinaldo Zardini (nato a Cortina d’Ampezzo il 2 dicembre 1902 ed ivi deceduto il 16 febbraio 1988), dunque, ha così rievocato, in una pagina di ricordi dalla scrittura piana e gradevole, l’emozionante scoperta della flora fossile marina fra le rocce delle Dolomiti ampezzane, nel 1935 (R. Zardini, Il mare in montagna; in: Grande enciclopedia del mare, a cura di Folco Quilici, Milano, Curcio Editore, 1979, vol. 1, p. 98):

Iniziai nel 1922 l’esplorazione floristica della conca di Cortina d’Ampezzo. Durante le tante peregrinazioni trovai casualmente, dopo alcuni anni di ricerche botaniche, una interessantissima pietra nel greto del torrente Boite che attraversa la valle, pietra che non riuscivo assolutamente a capire che potesse rappresentare. L’avevo messa bene in vista accanto all’erbario e, a tutti coloro che venivano a consultarlo, chiedevo informazioni su quel sasso. Finalmente un botanico inglese mi disse che poteva trattarsi di un corallo fossile, cosa che mi incuriosì molto e mi indusse a cercare il luogo di provenienza del reperto. Camminai per mesi e mesi, risalendo la valle, osservando con cura tutti gli affioramenti di rocce non coperti da vegetazione, con la speranza di arrivare a scoprire il luogo dal quale poteva provenire. Dopo aver percorso su e in giù alcune centinaia di chilometri, sempre in frenetiche ricerche sui pendii della valle, arrivai, durante l’autunno del 1935, ai piedi del monte Faloria, che è in gran parte privo di vegetazione, causa il continuo smottamento del materiale che poggia sopra strati marnosi. Mi sedetti per riposarmi e mi guardai attorno dappertutto c’erano conchiglie di bivalvi e di gasteropodi, ammoniti e tanti altri organismi pietrificati. Mi sembrava di essere su una spiaggia attuale della costa adriatica. Erano soprattutto fossili piccoli, tutti perfettamente conservati, come se qualcuno si fosse divertito a spargerli in quell’ambiente isolato. Raccolsi in quel pomeriggio più di 3.000 esemplari di almeno 70 specie diverse. Tornai sul posto moltissime altre volte, raccogliendo sempre nuovi campioni di nuove specie. Avevo così finalmente individuato il luogo dove affioravano i fossili: però mi rimaneva ancora sconosciuta la località da dove proveniva il corallo, che aveva dato il via alle mie ricerche. Proseguii le escursioni con maggior lena, curiosità e soddisfazione, perché scoprivo di continuo nuovi affioramenti e nuovi fossili. Dovetti girovagare per altre centinaia di chilometri, prima di arrivare sul luogo di origine del famoso corallo: era posto su una scarpata della strada a circa 9 km da Cortina, in direzione del passo di Falzarego, a quota 1.650 m. Raccolsi in breve tempo una trentina di esemplari, che affioravano dal terreno, esposti bene in mostra come nella vetrina di un museo. Assieme ai bellissimi coralli c’erano molte altre specie fossili: spugne, brachiopodi ed altri invertebrati.

La mia raccolta aumentava di giorno in giorno: non avevo però dati bibliografici, né geologici, né paleontologici. Si presentò un giorno da me il Prof. Pietro Leonardi, allora assistente dell’Università di Padova, che aveva avuto notizia della mia collezione. La trovò molto interessante e mi chiese di poter studiare l’abbondante materiale da me raccolto; naturalmente, accettai con gioia. Mi regalò subito dei libri di geologia che parlavano delle nostre Alpi e fu così che cominciai a prendere familiarità con questa scienza tanto affascinante. In seguito anche altri studiosi si interessarono ai miei campioni e così, dopo alcuni anni, furono pubblicato vari lavori sul mio materiale. Nel frattempo continuai la ricerca scoprendo molte alte località fossilifere del tutto ignote. Tra esemplari grandi e piccoli, la mia collezione superava ormai i 150.000 pezzi. Esaurita parzialmente la raccolta dei fossili negli orizzonti più basi, mi dedicai per qualche tempo alla ricerca sulle cime dolomitiche più alte, dove i fossili sono molto diversi dai primi.

Tutti gli esemplari da me raccolti sono esposti al museo “De Ra Regoles” di Cortina ed io li ho ordinati con cura, mettendo il cartellino ad ogni esemplare, che risulta così numerato, classificato con la sigla della località e con quella del raccoglitore. L’interesse per questa collezione di oltre mille specie diverse è molto vivo. È stata visitata a professori di università italiane, austriache e tedesche; nello scorso autunno è arrivato a Cortina anche il Direttore del Museo Nazionale di Storia Naturale dello Smithsonian Insitute di Washington. Alcuni paleontologi dell’Università di Modena stanno determinando e studiando le molte specie di coralli, le spugne ancora costituite da aragonite ed i brachiopodi. Altri specialisti dell’Università di Ferrara stanno facendo una revisione critica dei bivalvi e dei gasteropodi. Personalmente ho fatto un lavoro sui gigli di mare e sui ricci di mare. Tutti questi fossili provengono dai cosiddetti strati di San Cassiano, presenti in tutta la conca ampezzana. Invece il lavoro di ricerche sugli esemplari raccolti sulle rocce delle cime più alte, costituite da grossi bivalvi chiamati Neomegalodonti, e Dicerocardi, è stato ultimato da paleontologi dell’Università di Milano.

Tutta la fauna fossile dei monti di Cortina viveva in un mare caldo di tipo tropicale, ossia in un clima simile a quello che è tuttora in varie zone dell’Oceano Pacifico centrale. La sua perfetta conservazione, anche delle delicate strutture scheletriche esterne, dipende dal fatto che i fossili non si sono modificati nel lungo periodo di circa 200 milioni di anni, durante i quali sono rimasti in una matrice calcarea molto compatta, a grana finissima; alcuni di questi hanno perfino conservato la loro struttura sia chimica, sia mineralogica, come è stato accertato dagli studiosi dell’Università di Modena. In generale, gli orizzonti più belli sono coperti di vegetazione. Gli acidi unici del terreno e gli agenti atmosferici dissolvono lentissimamente la matrice, senza intaccare i fossili, per cui, alla fine, si liberano e si trovano isolati sul terreno, ogni volta che piccoli smottamenti li scoprono.

È difficile spiegare e tentar di comunicare, a chi non l’abbia mai provato, il fascino potente e misterioso che scaturisce dalle montagne, e dalle rocce di cui sono composte, dai fossili che in esse si trovano, e che si fa sentire sul geologo e sul naturalista, specialmente sul botanico e sul paleontologo. È come se venissero rievocate le ere geologiche di un passato immensamente remoto, della cui durata facciamo fatica a formarci una sia pur vaga idea, tanto è piccolo l’uomo e breve la sua vita, in confronto agl’immani, spettacolari mutamenti e alle trasformazioni che si verificano sulla superficie terrestre, ridisegnando lentamente, ma irrevocabilmente, sempre nuove forme e strutture, facendo sparire dei vasti mari e facendo innalzare delle poderose catene di montagne, là dove non c’era che mare, eternamente giovane e uguale a se stesso, come osservò una volta il poeta Lord Byron, visto che il mare, a differenza della terra, non conserva traccia dei milioni di anni che passano, succedendosi l’uno all’altro e disegnando una fitta rete di rughe sul volto della superficie terrestre. Ci vuole un immenso sforzo dell’immaginazione per tentar di figurarsi quale dovesse esser l’aspetto delle antiche lagune dalla temperatura calda, là dove oggi sorgono le favolose Alpi di Brenta, o le Vette Feltrine, o le Dolomiti di sinistra Piave; uno sforzo che supera, forse, ogni capacità della fantasia umana, e che parrebbe quasi il delirio di un pazzo, se le conchiglie fossili imprigionate nella roccia non fossero lì a dimostrare che no, non si tratta di una fantasia, ma di cose assolutamente vere e reali.

Quanta passione, quanta dedizione, quanta capacità di sacrifico dovevano esservi in quest’uomo, Rinaldo Zardini, il quale, pur senza aver conseguito la laurea (aveva frequentato il Liceo classico e il Conservatorio, in Svizzera, a Zurigo, proprio negli anni della Prima guerra mondiale, cui non partecipò, anche per ragioni di età, visto che nel 1918 aveva appena sedici anni; indi era stato destinato a lavorare come ottico nell’azienda di famiglia), spese anni ed anni della sua vita dividendosi equamente fra le frequentissime escursioni in montagna, a caccia di campioni floristici e fossili, e lo studio appassionato, da buon dilettante – e diciamo “dilettante” non con disprezzo, ma nel miglior senso della parola – della natura. Delle ”sue” montagne voleva conoscere ogni cosa, ogni piega, ogni segreto; tutto lo stupiva, niente lo lasciava indifferente; e tutto suscitava in lui delle curiosità ulteriori, sempre più ampie e profonde. Non era uno studioso da tavolino: quando trovò quel certo frammento di corallo fossile, che nemmeno riconobbe subito come tale (ma, a sua parziale difesa, possiamo osservare che anche altri studiosi, tutti laureati, si trovarono inizialmente in un grave imbarazzo a identificarlo), si mise gli scarponi ai piedi, il sacco in spalla e cominciò a “battere” le valli circostanti e le pendici dei monti, una per una, metodicamente, a palmo a palmo, senza mai scoraggiarsi, né abbattersi. E quando, a un certo punto, fece la sua straordinaria scoperta, e la sua fama cominciò a diventare europea, non si riposò sugli allori, ma seguitò a compiere escursioni e a studiare e catalogare il materiale paleontologico rinvenuto, con la stessa passione e con lo stesso zelo, sopratutto con la stessa modestia e umiltà, coi quali aveva incominciato, giovane di vent’anni, dopo essere rientrato nella sua Cortina d’Ampezzo al termine della lunga parentesi nel collegio svizzero, mentre infuriava la Prima guerra mondiale.

Il mare tropicale al posto delle Dolomiti: che idea! Eppure, è stato proprio così. Bisogna pur ammettere che la realtà, non di rado, supera le nostre più sbrigliate fantasie. Nessuno ha finito, e nessuno mai finirà, di sfogliare l’immenso libro della natura; ci sarà sempre bisogno di uomini modesti e disposti al sacrificio come Rinaldo Zardini. È di queste persone che ha bisogno la società.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 05 Ottobre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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