venerdì, 17 Settembre 2021
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1914: l’invasione russa della Prussia Orientale suona la campana a morto per l’Europa

1914: l’invasione russa della Prussia Orientale suona la campana a morto per l’Europa. Dove una tradizione viene recisa e un passato viene rimosso la civiltà finisce si entra nella fase della semplice aggregazione umana di Francesco Lamendola  

Può accadere che un ignaro turista percorra la regione dei Laghi Masuri e neppure immagini come quella suggestiva regione collinosa e sabbiosa, coperta di dense foreste di abeti, sia stata, fino al 1945, una terra tedesca, tedeschissima; che le città polacche di Gdansk (Danzica), Poznan, Wroclaw, siano state le città tedesche di Danzig, Posen, Breslau (Breslavia); che la russa ed ex sovietica Kaliningrad, adagiata sulle rive del Mar Baltico, sia stata la splendida Königsberg, la patria di Kant (e del grande scrittore romantico E. T. A. Hoffmann; come Danzica fu la patria di Schopenhauer); e come addirittura la lituana Klaipeda sia stata la tedesca Memel (patria dello scrittore Simon Dach ed ultimo rifugio di Federico II di Hohenzollern, allorché gli Austriaci, sostenuti dai Russi, occuparono Berlino, nel 1761, durante la Guerra dei Sette anni); e la russa Sovetsk sia stata la tedesca Tilsit (famosa per il duplice trattato di pace del 1807 fra Napoleone da un lato, lo zar Alessandro I e il re Federico Guglielmo III di Prussia, dall’altro). Infine, la piccola e ridente Nidzica, sempre in Masuria, fu la tedesca Neidenburg, patria di uno dei più insigni storici del XIX scolo, Ferdinand Gregorovius, grande studioso di Roma antica e di Atene nel Medioevo (cfr. il nostro saggio: «Ferdinand Gregorovius: uno storico-poeta», pubblicato sul di Arianna Editrice e ora ripubblicato su «Il Corriere delle Regioni». Sono tutte città situate nelle cinque ex regioni storiche del Reich: le due Prussie, Orientale e Occidentale, la Pomerania (orientale), la Posnania e la Slesia, passate agli Stati vincitori dopo la Seconda guerra mondiale – e, in piccola parte, già dopo la Prima.

Dopo il 1945, in seguito all’avanzata dell’Armata Rossa, che era stata preceduta da furiosi bombardamenti aerei alleati, tutte queste antiche e significative città tedesche passarono, per sempre, alla Polonia, alla Lituania e all’Unione Sovietica, un po’ come accadde (ma in scala assai minore, anche se il dolore con conosce il significato dei numeri; vale a dire coinvolgendo centinaia di migliaia di persone, e non parecchi milioni) per le nostre Capodistria, Pola, Fiume, Zara, che divennero, per sempre, Koper, Pula, Rjeka e Zadar, e dalle quali ogni traccia del loro secolare passato veneziano fu rimossa, a cominciare dai Leoni di San Marco scolpiti sulle mura cittadine. E ci mancò poco anche che la cara Trieste divenisse, per sempre, Trst: una città slovena, dalla quale il carattere italiano sarebbe stato cancellato; e un breve, ma tragico anticipo di ciò che avrebbe potuto capitarle lo si vide nei quarantadue infernali giorni dell’occupazione slava. La sorte delle antiche e nobili città e contrade tedesche, le quali, per secoli, erano state dominio dei Cavalieri Teutonici, indi del Regno di Prussia e infine della Germania moderna, fu, se possibile, ancora più dura: dopo essere state distrutte dal cielo (solo la nostra Zara subì un destino altrettanto crudele), la loro popolazione originaria venne costretta a fuggire, oppure direttamente deportata, e sostituita da nuovi abitanti polacchi, lituani e russi, introdotti appositamente non solo dalle campagne dell’interno, ma anche da remote regioni dell’Unione Sovietica, al preciso scopo di cancellare ogni traccia e ogni ricordo della loro identità, della loro tradizione e del loro passato (perfino la tomba di Kant venne profanata, ultimo sfregio alla memoria del passato tedesco di Königsberg).

Esiste un libro, scritto da un coraggioso medico tedesco, Hans Deichelmann, e tradotto anche in italiano, «Ho visto morire Königsberg», nel quale è narrato il martirio di questa città dopo che i Sovietici l’ebbero conquistata, il 9 aprile 1945, al termine d’una lotta durissima, e dopo che le “fortezze volanti” angloamericane, nell’agosto dell’anno precedente, l’avevano sottoposta a durissimi bombardamenti aerei. Molti cittadini l’avevano già abbandonata nel corso del freddissimo inverno del 1944-45, e una parte di essi trovò la morte nel trasbordo sulle navi della Marina tedesca che tentavano di portarli in zone più sicure (cfr. il nostro articolo: «Nelle gelide acque del Mar Baltico si consuma l’apocalisse dimenticata del “Wilhelm Gustloff”», pubblicato su «Il Corriere delle Regioni» il 18/05/2015). Nondimeno, al momento della caduta della città, restavano ancora circa 150.000 abitanti dei 372.000 presenti nel 1939, i quali, a dicembre, erano scesi a soli 20.000, per le epidemie, i massacri e le deportazioni; dopo di che, anche questi ultimi ricevettero l’ordine di partire e vennero trasferiti forzatamente nel territorio, posto sotto occupazione sovietica, ove poi sarebbe sorta la Repubblica Democratica Tedesca; parallelamente, gli abitanti di etnia tedesca vennero sostituiti da una nuova popolazione, appositamente inurbata secondo un rigido criterio di russificazione. Tutti gli edifici storici ancora in piedi vennero abbattuti, e specialmente quelli che più simboleggiavano il passato tedesco della città, come il Castello dei Cavalieri dell’Ordine Teutonico. Solo Breslavia, fra le città martiri tedesche dell’Est, ebbe a soffrire – se possibile – ancora di più; dopo aver resistito eroicamente, accerchiata da ogni parte, essa cadde in potere dei Sovietici solo il 6 maggio del 1945: un giorno prima della firma della capitolazione tedesca agli Alleati occidentali, e due giorni prima di quella davanti ai Sovietici.

La russificazione e la colonizzazione di quelle antiche regioni e città tedesche, che spostava di alcune centinaia di chilometri verso Occidente non solo i confini politici fra gli Stati, al termine della Seconda guerra mondiale, ma anche la collocazione geografica dei popoli e delle culture, segnando una profonda avanzata del mondo slavo verso il centro del continente, era stata rimandata di tre decenni  dalle due brillanti vittorie tedesche di Tannenberg e dei Laghi Masuri, fra l’agosto e il settembre del 1914, al principio della Prima guerra mondiale. Anche allora la Prussia Orientale era stata invasa dai Russi; anche allora le armate russe si erano avvicinate fino a pochi chilometri da Königsberg; e anche allora gli abitanti tedeschi della regione avevano tremato, presentendo l’avvicinarsi d’un terribile destino. Ma poi la formidabile coppia Hindenburg-Ludendorff era riuscita a parare la minaccia e a distruggere le due armate zariste avanzanti, quella del Narev, del generale Samsonov (dal 26 al 30 agosto) e quella del Njemen, del generale Rennenkampf (dal 6 al 15 settembre 1914), applicando entrambe le volte, in maniera brillantissima, ma specialmente la prima, la strategia della manovra a doppio avvolgimento, che già aveva visto il trionfo schiacciante di Annibale a Canne, e poi quello di Scipione l’Africano a Zama (cfr. il nostro saggio: «Battaglie di Tannenberg e dei laghi Masuri», pubblicato parzialmente sul sito di Arianna Editrice in data  22/08/2007, e integralmente sui siti di arsmilitaris e di icsm; e ora ripubblicato anche su «Il Corriere delle Regioni»).

Gli abitanti di Königsberg poterono, dunque, tirare un respiro di sollievo, così come gli stessi berlinesi, poiché, dopo la sfortunata battaglia di Gumbinnen (19-20 agosto), si era temuta una avanzata del “rullo compressore” russo, e specialmente della temutissima cavalleria cosacca, contro la stessa capitale tedesca; e gli abitanti di Allenstein, Willenberg, Neidenburg e delle altre cittadine e paesi della Prussia Orientale, che avevano dovuto abbandonare le loro case, poterono rientrarvi, non senza constatare i gravi danni che la pur breve occupazione russa aveva provocato.

La temporanea occupazione di Neidenburg da parte dei Russi della Seconda armata di Samsonov è stata così rievocata dal grande scrittore Aleksandr Solzenitsyn, nel suo romanzo «Agosto 1914» (titolo originale: «Avgust Cetyrnadtsatovo Uzel Pervyj»; traduzione dall’edizione tedesca di Pietro Zveteremich, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1971, pp. 170-171):

«La velocità dell’automobile veniva mantenuta alla pari con i cavalli dei cosacchi. A metà strada li sostituirono con altri.  Quando raggiungevano i carriaggi, l’ospedale mobile,   la selleria mobile, ogni volta si fermavano e il comandante ascoltava i rapporti. A Chorzele e a Janovo controllarono i punti di comando, e da chi fossero stati lasciati i distaccamenti che vi si trovavano e ac0n quale scopo. Una volta scesero dall’automobile, si sedettero all’ombra  presso un fiumiciattolo. Il sole era a mezzodì quando, con il reparto di cosacchi all’erta e solenne, calarono giù per il versante polacco verso il vecchio ponte di legno e risalirono per il versante prussiano sul nuovo territorio.

Si vedevano villaggi costruiti con mattoni, in ogni casa stavi come in una fortezza. Eppure erano stati abbandonati senza uno sparo. Ben presto sbucarono sull’ottima strada lastricata che da Willenberg andava a Neidenburg, e che non era stata danneggiata in alcun punto. La strada rasentava le propaggini sud della vasta foresta di Grünfliess, e, più in là, attraversarono una zona scoperta, tuffandosi di colle in colle, apparentemente non molto alti, ma con uno spazioso orizzonte.

Per Knox [l’addetto militare britannico presso la Seconda armata russa del generale Samsonov] piacere tutto particolare di quel viaggio e di quella giornata consisteva nel fatto che egli era il primo inglese che in quella guerra fosse entrato nella terra del nemico. Già durante il tragitto egli concepì alcune lettere dirette in Inghilterra, che quella sera stessa, immancabilmente in una città tedesca, aveva intenzione di scrivere; per il momento assorbiva il maggior numero possibile di impressioni, perché uno stile distinto esige che non ci si ripeta di lettera in lettera.

Con un soffio di pesante odor di bruciato sorse dinanzi a loro Neidenburg. Ancor da lontano si scorgeva sulla guglia verde il grande quadrante bianco con le lancette di ferro lavorato; poi apparvero le case grigie, rosa, bluastre, tutte le scritte pietra su pietra. Prima delle operazioni militari qui tutto era molto ben sistemato, mentre ora, benché in nessun luogo si vedesse un incendio, vero e proprio, c’erano molte tracce d’incendio: i buchi vuoti e sbocconcellati delle finestre, qualche tetto sprofondato, muri anneriti, frammenti  di vetri infranti sul selciato, maleodoranti fumi azzurrastri di fuochi non spenti qua e là e il calore diffuso che emanano le pietre non raffreddate, le tegole, il ferro, un calore che s’aggiungeva a quello della giornata.

All’ingresso della città il comandante fu ricevuto da un ufficiale, appartenente agli addetti agli alloggi che erano stati mandati lì, che corse avanti a loro indicando la strada. Dopo una svolta, nella piazza del Rathaus, apparve anche la casa prescelta, che non soltanto non era bruciata, ma era circondata da altre case intatte. Lungo i ripidi gradini della scalinata d’ingresso corse giù un tenente colonnello e, mettendosi sull’attenti davanti al’automobile, riferì con voce stentorea che tutto era pronto: l’edificio, la linea telegrafica, il pranzo, per la notte; e inoltre che la città bruciava sin dal giorno della sua conquista, ma che ora, grazie agi sforzi delle unità a ciò preposte, gli incendi erano stati domati

Quindi si presentò a far rapporto il comandante, che Martos aveva nominato sul posto tre giorni prima. Si presentò anche l’aiutante borgomastro (gli abitanti si trovavano pur in qualche luogo, ma non si vedevano).

Quando erano entrati in città, n on avevano notato subito che giungeva un rumore sordo, attenuato dalla calura, ma insistente, simile a un concorde incessante pestare in molti grossi mortai. Fu Postovskij che per primo tese varie volte l’orecchio e crollò il capo: “Vicino”. Troppo vicino alla dislocazione dello stato maggiore dell’armata. Il comandante assicurò che era lontano.

E comunque, daccapo A SINISTRA. Ed era una battaglia seria ma chi la conduceva? Approfittando del fatto che l’inglese s’era distratto, Samsonov e Postovskij si orientarono, scrutando la carta. Se ne deduceva che si trattava d’un punto più a sinistra di Martos. Con ogni probabilità doveva trattarsi di Mingin, l’infelice metà del corpo che non era stato messo insieme. Eppure esso avrebbe dovuto trovarsi ben oltre!

Salirono all’interno della casa, al fresco. Un edificio che dall’esterno pareva di dimensioni così modeste, aveva invece al secondo piano una specie di sala con stemmi scolpiti sulle pareti, con una trifora, una sala così vasta da  non credere che potesse capire in un edificio del genere. C’era una tavola già imbandita per loro, con antico vasellame d’argento e boccali dagli stemmi d’oro, sicché non restava che sedersi e pranzare non senza essersi fatti prima il segno della croce. (Il comandante si segnò, senza obbligare nessuno a farlo

Intanto, fra la chiesa e il Rathaus, giù in basso, continuava ad alzarsi un fumo grigio bluastro, e così durante tutta la colazione.

E pestavamo  pestavano gli ottusi mortai lontani.»

Aleksandr Solzenitsyn è stato un grande profeta inascoltato, una voce gridante nel deserto. Gli intellettuali occidentali, che ne avevano fatto una bandiera per le sue critiche al sistema sovietico, gli voltarono le spalle e lo liquidarono come un “reazionario” allorché egli osò dichiarare, chiaro e forte, che la modernità sta conducendo gli uomini al disastro, e che tale esito sarà il risultato della irreligiosità e dell’agnosticismo, ossia dell’aver voluto eliminare Dio dalla loro prospettiva per mettere, al suo posto, se stessi. Secondo lo scrittore russo, l’uomo non è capace, con le sue sole forze, di tenere a freno le proprie tendenze distruttive, l’orgoglio, la superbia, la violenza; solo Dio può aiutarlo, ma lui si è rifiutato di chiedere tale aiuto e ha deciso di recidere il proprio legame con il Creatore. Da questo errore fondamentale derivano tutti gli altri, che stanno travolgendo la civiltà umana e stanno sospingendo l’umanità verso l’orlo dell’abisso.

In quella cittadina di Neidenburg, linda e pulita, ma abbandonata dai suoi abitanti; in quelle case di mattoni ben costruite, in quelle belle strade (così diverse dalle cattive strade e dai campi mal coltivati d’oltre frontiera) rimaste sguarnite davanti all’avanzata dell’esercito invasore, sembra quasi di vedere un apologo, e forse una sinistra profezia: il destino della razza umana dopo un eventuale olocausto nucleare, quando, peraltro, non vi saranno più eserciti invasori, perché il silenzio e la morte regneranno ovunque. Per intanto, il destino “sospeso” di Neidenburg suona, nell’agosto del 1914, come una campana a morto per l’Europa del 1945 e preannuncia esodi, genocidi, deportazioni, pulizie etniche, distruzioni aeree, quali mai l’umanità aveva visto, né immaginato, lungo tutto il corso della sua storia (o, almeno, di quella a noi nota). E adesso, il nostro destino si sta compiendo: se l’antica e gloriosa Königsberg è diventata la brutta e anonima Kaliningrad, rimasta chiusa agli straneri fino al 1991, cioè fino al crollo dell’Unione Sovietica; se il volto di tante città della Mitteleuropa è stato stravolto, e i loro abitanti brutalmente eliminati e sostituiti da folle anonime provenienti da altrove, non si deve considerare, questo, come un preannuncio di ciò che sta capitando – senza guerra e senza massacri, almeno per ora – con la perdita di se stessa della civiltà europea, con la rinuncia alla propria identità e l’oblio del proprio passato e della propria gloriosa tradizione?

Dove una tradizione viene recisa e un passato viene rimosso, la civiltà finisce: si entra nella fase della semplice aggregazione umana, qualcosa di caotico e precario, fondato non sulla condivisione di ricordi e valori, ma unicamente sull’interesse economico del momento; qualcosa di troppo aleatorio e troppo superficiale perché, su tali bassi, si possa costruire qualcosa. Perfino gli oggetti materiali, in una tale post-civiltà, si usurano in fretta; la dimensione spirituale si inaridisce e si dissecca, e, al suo posto, subentrano dei morti viventi, delle folle di zombie, che conservano solo l’apparenza di creature viventi, ma, in realtà, sono ridotti a semplici automi senz’anima. È questo il futuro che vogliamo, per noi e per la nostra civiltà? Se è così, seguitiamo lungo la strada che abbiamo imboccato; e continuiamo pure a tacciare di “reazionari” quei pochi uomini saggi e coraggiosi che ci ammoniscono, come faceva Solzenitsyn, che, se l’uomo abbandona Dio, per lui non può esservi alcun futuro realmente umano. O, forse, nessun futuro in assoluto.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 30 Dicembre 2015

Del 10 Ottobre 2020

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