venerdì, 18 Giugno 2021
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È proprio vero che il Piano Schlieffen era perfetto e che fallì per l’irresolutezza di von Moltke?

È proprio vero che il Piano Schlieffen era perfetto e che fallì per l’irresolutezza di von Moltke? era un piano un pò ottusamente tecnico senza nessuna intelligenza politica ma la guerra è anche la continuazione della politica di Francesco Lamendola 

Tutti, o quasi tutti, coloro i quali si sono interessati agli sviluppi militari della Prima guerra mondiale, hanno capito, o credono di aver capito, e tengono fermamente per certo, come se fosse un dogma dimostrato e incontestabile, che tutto sarebbe andato bene, per i Tedeschi, nell’estate del 1914, se solo il generale Moltke junior si fosse attenuto a quanto prescritto dal famoso Piano Schlieffen per l’invasione della Francia e l’aggiramento dell’esercito francese: un piano così scientificamente concepito, da prevedere al minuto secondo la tabella di marcia delle truppe, il raggiungimento degli obiettivi strategici e il momento della conclusione della campagna in  Occidente: 39 giorni per la caduta di Parigi e 42 per la resa della Francia. Fu a causa della debolezza, della irresolutezza e della mancanza di sangue freddo di Moltke, così generalmente si pensa, se la manovra fallì e i francesi, con la battaglia della Marna, fermarono e respinsero l’invasore, cosa che trasformò la guerra di movimento in guerra di posizione per i restanti quattro anni, con l’ecatombe di vite umana che sappiamo, a causa della superiorità delle armi difensive (il micidiale binomio filo-spinato/mitragliatrice) su quelle offensive, e con il lento, inesorabile strangolamento economico e alimentare degli Imperi Centrali, a causa del blocco marittimo alleato, e principalmente britannico, che nemmeno la guerra sottomarina indiscriminata, lanciata dalla Germania nel 1917, valse a spezzare, mentre ebbe il solo effetto di trascinare in guerra, contro di essa, gli Stati Uniti d’America. Così, almeno, stando alla versione della vulgata ufficiale: quella che tutti ripetono diligentemente, come una lezioncina imparata a memoria, dallo studente di scuola media fino all’insegnante della scuola di guerra degli eserciti moderni, dal 1919 ai nostri giorni.

Ma è proprio vero? È proprio vero che il Piano Schlieffen era quel portento di precisione e di rigore scientifico che si è sempre detto e ripetuto? È proprio vero che, se a comandare le armate tedesche, nel 1914, fosse stato von Schlieffen al posto di Helmuth Moltke, o se quest’ultimo si fosse attenuto rigorosamente a quanto stabilito dal suo predecessore, la campagna di Francia si sarebbe conclusa come previsto dallo Stato Maggiore tedesco, ossia con una vittoria schiacciante nell’arco di sei settimane, per poi trasferire tutto lo sforzo militare ad Est, contro la Russia, e battere separatamente anche il secondo avversario? Lasciamo perdere, per ora, la questione dell’ingresso in guerra degli Stati Uniti, che non fu affatto provocato, ma semmai affrettato, dalla campagna sottomarina illimitata lanciata dai Tedeschi nel 1917, e, più ancora, dall’affare del “telegramma Zimmermann”, col quale il ministro degli esteri tedesco proponeva al governo messicano di Carranza una alleanza in funzione anti-americana (e anche su di esso ci sarebbe molto da dire, perché, contrariamente a quel che si crede, tale alleanza doveva scattare dopo, e non prima, un eventuale intervento in guerra degli Stati Uniti, sicché, a ben guardare, dal punto di vista tedesco non si trattava per niente di una mossa aggressiva, bensì diversiva, e, semmai, difensiva). Il fatto è che non aver messo in bilancio l’intervento americano, dopo il 1915, fu un grossolano errore da parte tedesca, così come lo era stato il non aver considerato, o, semmai, averne minimizzato gli effetti, la possibilità di un intervento britannico nell’agosto del 1914. Ma si trattò di un errore essenzialmente politico, mentre qui, per adesso, vogliamo limitarci all’aspetto tecnico, e cioè puramente militare, del fallimento tedesco nella Prima guerra mondiale. Ovviamente, è impossibile separare nettamente i due aspetti, quello politico e quello militare, della guerra; ricordiamo la massima fondamentale di Carl von Clausewitz: la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi. Tuttavia, paradossalmente, furono proprio i tedeschi a compiere questo errore clamoroso, e ne pagarono un prezzo altissimo.

Dunque, vediamo. Quale sarebbe stato il tanto sbandierato “errore” di von Moltke, nel tradurre in pratica il Piano Schlieffen, nell’agosto-settembre 1914? In primo luogo, si dice, quello di avere “accorciato” la manovra aggirante dell’ala destra tedesca, la quale, stando alla formulazione di von Schlieffen, avrebbe dovuto marciare tanto in avanti, che la manica della giubba dell’ultimo soldato tedesco “avrebbe dovuto sfiorare la Manica” (e già da questa espressione si capisce che il piano, nonostante la sua pretesa “scientificità”, somigliava più a un gioco di soldatini che a una manovra strategica realisticamente concepita: perché sono i soldatini posati su un plastico che “sfiorano” il mare disegnato sulla carta geografica, e non gli uomini in carne ed ossa, i quali, semmai, entrano coi piedi nella battigia). La manovra aggirante tedesca avrebbe dovuto aver luogo spingendosi più a Ovest possibile, in modo da sferrare l’attacco risolutivo partendo da un punto situato ben al di là, e non certo al di qua, di Parigi. A questo primo errore, si dice, se ne aggiunse un secondo: aver perso la testa quando il generale Prittwitz, nella Prussia Orientale, subì la sconfitta di Gumbinnen, e aver distolto due corpi della Seconda armata per inviarli in tutta fretta sul fronte orientale, per fronteggiare l’irruzione russa, che fu più veloce del previsto. Ironia del destino, quelle truppe, che forse sarebbero state decisive nella battaglia della Marna, dove i tedeschi si trovarono privi di riserve da gettare nella lotta, giunsero troppo tardi sul fronte russo, perché Hindenburg e Ludendorff riuscirono a ristabilire la situazione con le sole forze dell’Ottava armata, dopo la destituzione di Prittwitz, infliggendo all’avversario la terribile sconfitta di Tannenberg (dal 26 al 30 agosto; e, in seconda battuta, quella, poco meno micidiale, dei Laghi Masuri). Questa versione è sempre piaciuta tanto agli studiosi tedeschi, per “giustificare” la propria sconfitta nella battaglia della Marna, quanto ai russi, per rivendicare il merito d’essersi sacrificati per la salvezza della Francia; ed è passata in quasi tutti i testi di storia militare. Non intendiamo qui discuterla: la cosa ci porterebbe troppo lontano; ci limitiamo alla questione essenziale, ossia l’esecuzione del Piano Schlieffen da parte di Moltke. Fu davvero così sbagliata, tale esecuzione?

Il fatto è che il Piano Schlieffen era molto meno scientifico di quel che comunemente non si creda. Aveva, quello sì, un impianto, una “veste”, rigorosamente scientifica: ricordiamo che venne concepito fin dal 1894, e rivisto nel 1906 e nel 1911, cioè in piena epoca positivista, quando tutta la cultura europea era profondamente impregnata di evoluzionismo, progressismo, fiducia nella scienza e nel mito della macchina. Il rovescio di quell’ottimismo scientista, però, era la cultura del decadentismo, imbevuta d’irrazionalismo, di vitalismo, d’intuizionismo. La dottrina militare francese, in particolare (basata sul Piano XVII, che prevedeva una vigorosa offensiva, o controffensiva, sulla propria ala destra, per sfondare le linee tedesche e penetrare nel cuore della Germania) era chiaramente influenzata dalla dottrina di Bergson dell’élan vital, dello slancio vitale: in buona sostanza, si trattava di marciare avanti, sempre avanti, qualsiasi cosa accadesse, bandiere al vento e fronte alta, così che, con slancio irresistibile, si sarebbe travolto qualsiasi ostacolo. Ma anche la dottrina militare tedesca, in apparenza più “scientifica”, non andava esente da elementi tutt’altro che rigorosi dal punto di vista razionale, al punto che, tutto considerato, si basava piuttosto su di un grosso azzardo. Perché? Perché Schlieffen aveva trattato con incredibile leggerezza, e risolto solo in apparenza, le tre questioni fondamentali che riguardano la conduzione di qualsiasi campagna militare: il fattore spazio, il fattore tempo e il fattore numero. Può sembrare incredibile, eppure è così; non solo, ma lo stesso Schlieffen, in realtà, era consapevole che su ciascuno di questi tre fattori pesava una grossa incognita, per cui il felice risultato della manovra complessiva era tutt’altro che assicurato. Ma questo, purtroppo, si guardò bene dal comunicarlo a chi di dovere, e cioè, in primo luogo, all’imperatore e al capo del governo: lo tenne gelosamente per sé. Si limitò a “sperare” che tutto sarebbe andato bene, il che, come si capisce facilmente, non è proprio il tipo di atteggiamento mentale che dovrebbe adottare uno stratega militare. Sta di fatto che talvolta lasciò trapelare la propria insicurezza e la propria ansia, se è vero, come riferiscono gli aneddoti della stessa vulgata “ufficiale”, che ancora sul letto di morte egli continuava a ripetere che si doveva rafforzare l’ala destra, ad ogni costo. Ma cosa significavano quelle parole, se non che lui era conscio di non averla rafforzata a sufficienza? Che, poi, Moltke fosse troppo “molle” e troppo impressionabile per fare il comandante in capo, questo è un altro discorso.

Cominciamo dal fattore spazio. Il piano originario prevedeva una manovra aggirante a larghissimo raggio, investendo non solo il Belgio e il Lussemburgo, ma anche i Paesi Bassi: tale manovra avrebbe portato l’ala destra tedesca fino all’Alta Normandia, e a convergere poi verso Parigi da una posizione molto ad Ovest della capitale. Nel 1911 il piano venne modificato da Moltke con l’esclusione dei Paesi Bassi dall’invasione, allo scopo di lasciare alla Germania una “finestra commerciale” sul Mare del Nord (precauzione peraltro inutile, visto che il blocco navale dell’Intesa non avrebbe comunque consentito il transito di merci dirette alla Germania, sia pure per il tramite di navi e porti neutrali). Ciò significava che le due armate dell’ala destra marciante, la Prima e la Seconda, avrebbero disposto di uno spazio ristretto per far defluire qualcosa come seicentomila uomini: ossia la sola “porta girevole” del Belgio. Si aggiunga il piccolo dettaglio che il Belgio era neutrale, e che la manovra prevedeva la sua invasione (e quella del Lussemburgo) come si fosse trattato di una parata; in altre parole, così come non vi erano scrupoli per la violazione della sovranità di un Paese neutrale, non si prevedeva affatto che la sua popolazione e le sue Forze armate avrebbero osato resistere, o, se anche ciò fosse avvenuto, si pensava che la resistenza sarebbe stata brevissima, quasi simbolica, mentre la realtà fu completamente diversa. Re Alberto rifiutò i lasciar passare pacificamente l’invasore, l’esercito belga resistette e diede molto filo da torcere alle amate imperiali, tanto da ritardare sensibilmente la tabella di marcia del Piano Schlieffen e far guadagnare del tempo prezioso ai francesi e agli inglesi, accorsi al loro fianco. Questo misto di cinismo e di superficialità ha qualcosa d’inverosimile, d’inconcepibile, se si pensa che tutti i piani di guerra della Germania si reggevano sull’assunto della “pacifica” invasione del Belgio, e che l’ignoranza della psicologia di quel popolo fu pari soltanto all’ignoranza delle capacità combattive del suo esercito; per non parlare delle catastrofiche conseguenze morali, sul piano dell’opinione pubblica mondiale, di quella mossa dell’esercito tedesco. Non si sarebbe potuto offrire alla Gran Bretagna un miglior pretesto per giustificare il proprio intervento, né alla propaganda dell’Intesa un miglior argomento per mettere definitivamente in una pessima luce la Germania.

Poi, il fattore tempo. Quaranta giorni per conquistare Parigi e piegare la Francia: ma questi calcoli si basavano unicamente sui movimenti delle armate tedesche, e non tenevano conto dei contro-movimenti di quelle avversarie. Certo, la Germania disponeva di un’ottima rete ferroviaria; ma anche la regione di Parigi l’aveva. Viceversa, le pianure della Francia settentrionale e le zone boscose e collinose del Belgio erano povere di ferrovie e le truppe avrebbero dovuto marciare a piedi e a cavallo, col pesante zaino e il fucile sulle spalle, nel calore torrido dell’estate, quando anche l’acqua è scarsa, e se ne consuma molta più che nella stagione fresca. Ad ogni chilometro guadagnato dai soldati tedeschi avrebbe potuto corrispondere un chilometro “risparmiato” dai francesi, con l’ulteriore vantaggio, per questi ultimi, di battersi in una campagna per linee interne, situazione assai più favorevole di una campagna, come quella tedesca, destinata a svilupparsi per linee esterne, oltretutto in territorio nemico, dove l’atteggiamento della popolazione non sarebbe stato amichevole, e grandi le difficoltà di approvvigionamento. Inoltre ogni chilometro guadagnato dai tedeschi li avrebbe allontanati dalle basi di partenza e li avrebbe costretti a ulteriori sforzi per assicurarsi i rifornimenti, mentre i francesi si sarebbero comunque mossi attorno alla loro capitale, con i loro depositi a breve distanza dalla prima linea. Ora, se tutto il Piano Schlieffen si basava sulla velocità delle mosse, è chiaro che c’era qualcosa che non quadrava: perché, di fatto, non esistevano garanzie che l’esercito di Moltke avrebbe raggiunto per primo gli obiettivi prefissati, a meno che i francesi fossero stati colti da un’inspiegabile paralisi. Ma perché i francesi avrebbero dovuto fare un simile regalo all’avversario? Perché mai avrebbero dovuto restarsene fermi ad attendere di essere aggirati? Il piano tedesco, quindi, andava bene per le grandi manovre del tempo di pace, quando tutto si svolge secondo un’unica concezione strategica; ma nella guerra vera, esiste l’imprevisto: senza contare che non era poi tanto imprevedibile il fatto che i francesi, invece di porgere la testa al cappio, avrebbero lanciato una controffensiva per linee interne, muovendo dalla piazzaforte di Parigi. Se così fosse stato – e, ripetiamo, era tutt’altro che impossibile immaginarlo – allora il tempo avrebbe giocato a favore dei francesi, perché essi avrebbero potuto attaccare nel momento più favorevole i tedeschi, costretti ad allargarsi sensibilmente sull’ala destra.

Infine, il fattore quantità. Per realizzare un piano come quello da lui previsto, Schlieffen aveva bisogno di un numero enorme di soldati, e né la popolazione assai più numerosa della Germania rispetto alla Francia (68 milioni contro 39), né la formazione di nuovi corpi d’armata di prima linea con i riservisti, valsero a risolvere il problema. Per quanto deciso a lasciare sul fronte orientale solo un velo di truppe, confidando nella capacità dell’esercito austro-ungarico di svolgere colà un ruolo primario, almeno nelle prime sei settimane di guerra (valutazione che si rivelerà sbagliata), lo Stato Maggiore tedesco non osò sguarnire del tutto la Prussia Orientale e vi lasciò una intera armata, l’Ottava, a protezione di Königsberg. Pertanto restavano disponibili sul fronte occidentale sette armate, contro le cinque (iniziali) francesi, più l’esercito belga, più il corpo di spedizione britannico (del quale Schlieffen non aveva, in pratica, tenuto conto). Ora, considerando che delle sette armate, due avrebbero dovuto restare ferme (la Sesta e la Settima), a difesa della frontiera tedesca, le cinque armate marcianti tedesche, e specialmente le due dell’ala destra, non avrebbero mai avuto quella superiorità, se non schiacciante, almeno netta, che sarebbe stata necessaria per assicurare all’intera operazione un sufficiente margine di vantaggio. Se alla mancata superiorità numerica nell’area dello scontro decisivo, la valle della Marna, si aggiunge lo svantaggio di dover marciare su di un fronte amplissimo, mentre l’avversario poteva manovrare per linee interne, perdendo così il vantaggio della velocità, e di dover passare per la “strozzatura” del Belgio, perdendo la possibilità di disporre di strade non congestionate, e dovendo così rallentare ulteriormente l’avanzata, si arriva alla conclusione che il Piano Schlieffen, indipendentemente da come fu eseguito, e dagli errori che lo stesso Moltke, o von Kluck, il comandante della Prima Armata (quella destinata all’avvolgimento risolutivo) possono aver commesso, era tutt’altro che perfetto e tutt’altro che basato su elementi certi e su rischi calcolati.

In effetti, permanevano parecchi fattori incerti, abbandonati al caso: da qualunque parte lo si consideri, il Piano Schlieffen era semplicemente un azzardo, e, per riuscire, sarebbe stato necessario che vi fosse un notevole concorso di circostanze fortunate. Primo, era necessario che il Belgio decidesse di non opporsi all’invasione, o che la sua eventuale resistenza durasse pochissimo. Secondo, era necessario che la Gran Bretagna non intervenisse, o che non fosse in grado di farlo subito, o che non riuscisse a far sbarcare in Belgio che un contingente ridotto e impreparato, o che questo contingente non fosse in grado di collegarsi validamente all’ala sinistra francese, e offrirle un’adeguata copertura. Terzo, era necessario che la tabella di marcia tedesca, e specialmente quella dell’ala destra marciante, non subisse alcun ritardo, e, viceversa, che i francesi, una volta respinti verso Parigi, rimanessero sulla difensiva o seguitassero a ritirarsi, senza neanche pensare a una controffensiva. Quarto, le armate tedesche avanzanti avrebbero dovuto mantenere il collegamento reciproco su di un fronte sempre più ampio: se si fosse aperta una falla, specialmente fra la Prima e la Seconda armata, ciò avrebbe offerto ai francesi, ed eventualmente ai loro alleati britannici, una occasione straordinaria di contrattaccare, mettendo in crisi tutto lo schieramento avanzante (e fu precisamente quel che accadde nella battaglia della Marna, fra il 5 e il 12 settembre). Quinto, bisognava che i russi mobilitassero il loro esercito con estrema lentezza e che non fossero pronti ad invadere la Germania prima di sei settimane dall’inizio della guerra: un lasso di tempo veramente eccessivo, anche a voler peccare di ottimismo.

Tutti questi lati deboli del Piano Schlieffen sono stati brillantemente sintetizzati da un notevole esperto di cose militari, il britannico Andrew Wilson, nella sua monografia La guerra e il computer (titolo originale: The Bomb ad the Computer, Barrie & Rockliff, 1968; traduzione dall’inglese di Vittorio Di Giuro, Milano, Mondadori, 1970, pp. 39-43):

Il piano Schlieffen, o per essere più precisi una serie di piani preparati tra il 1894 e il 1905, si basava sulla convinzione più volte espressa dallo stesso conte che prima o poi la Germania doveva rompere l’accerchiamento in cui era tenuta da parte della Francia e della Russia.Una volta deciso per prima cosa di lanciare l’attacco contro la Francia, si trattava di studiare la maniera per aggirare il grosso delle forze francesi  e delle fortificazioni di frontiera, che si estendevano dal Belgio fino ai Vosgi. In un primo momento Schlieffen pensò che si potesse ottenere lo scopo con una penetrazione di forze minori nel Belgio neutrale, a sud della Mosa.Ma i giochi di guerra ben presto lo persuasero che per assicurarsi lo spazio necessario al grosso delle forze per compiere la manovra di accerchiamento, era indispensabile attraversare il territorio belga e forse anche parte dell’Olanda. Al 1905, la manovra assunse tali dimensioni che le truppe dell’ala destra dovevano marciare tenendosi in vista della Manica, aggirare Parigi sulla destra e piombare da occidente sulle armate francesi.

Adesso però si trattava di determinare il numero occorrente di UOMINI. Come prima soluzione, Schlieffen pensò di spogliare l’ala sinistra tedesca per rafforzare l’ala destra. Ma anche così non c’erano truppe sufficienti ad assicurare un margine di superiorità sui francesi, a non tener conto dei belgi (o degli inglesi, qualora fossero venuti in aiuto del Belgio). La seconda soluzione, nel 1905, prevedeva la creazione di altri corpi d’armata con i riservisti.  Ma non bastava ancora, come il suo successore, Moltke il giovane, scoprì nel 1914. Adesso si sa che anche Schlieffen aveva seri dubbi in proposito. Ma invece di optare per la franchezza e di avvertire il governo tedesco egli continuò, anche dopo essere andato a riposo, a giustificare il suo impossibile piano; si racconta che prima di spirare dicesse: “Si dovrà combattere. Qualsiasi cosa accada, rafforzate l’ala destra”.

Per anni, dopo il 1918, il piano Schlieffen fu giudicato uno degli esercizi di pianificazione strategica più “scientifici” mai studiati. Gli ammiratori del generale, di fronte all’insuccesso, diedero la colpa a Moltke che se ne era discostato. In realtà quel piano è il classico esempio di prodotto di un rigoroso professionista che finisce con l’essere ipnotizzato dalla propria creazione teorica.

Nonostante tutta la cura prodigata al piano, le sviste erano enormi. La più grande novità strategica che l’Europa avesse visto dai tempi di Napoleone era stato lo sviluppo della rete ferroviaria. Come ha osservato sir Basil Lidell Hart, il chiave del successo dell’invasione a colpo di falce contemplata dalla Germania era la sua rapidità rispetto alla reazione nemica. Ma benché i giochi di guerra  di Schlieffen avessero preso ripetutamente in considerazione le possibilità del sistema ferroviario tedesco e belga, e rivelato anzi l’esistenza di numerose strozzature in quel sistema, non avevano tenuto assolutamente conto delle possibilità dei francesi. Così Moltke fu colto di sorpresa quando, nel 1914, i francesi reagirono alla lenta avanzata a piedi dell’ala sinistra tedesca spostando i rinforzi con grande rapidità grazie alla rete ferroviaria che aveva come centro nervoso Parigi. Né stupisce meno che i tedeschi non sapessero valutare nella giusta misura il vantaggio difensivo assicurato da certe armi nuove, come la mitragliatrice e il cannone da 75 a tiro rapido. E neppure lo Stato Maggiore tedesco tenne il debito conto dell’effetto paralizzante dei trinceramenti di filo spinato, di cui si era pure avuto un saggio durante la guerra russo-giapponese del 1904.

Cosa ancor più importante, coloro che elaborarono il gioco di guerra tedesco non tennero conto dei fattori morali e politici che non potevano non influire sulla campagna da loro progettata. Lo steso Schlieffen, pare, non dubitò mai che il “piccolo” Belgio avrebbe lasciato passare le armate tedesche. Se il suo governo avesse dato segno di voler opporre resistenza, l’avrebbe messo in ginocchio con un bombardamento “terroristico” sulle città belghe. Nel 1914, Moltke credeva ancora che si potessero convincere i belgi ad “assieparsi lungo le strade” per acclamare gli invasori. Analoga indifferenza fu dimostrata nei confronti degli inglesi, Mezzo Stato Maggiore tedesco pensava che non sarebbero mai intervenuti. L’altra metà sperava che gli inglesi tentassero uno sbarco nello Schleswig-Holstein, dove sarebbe stata loro “impartita una lezione”. Ma nel 1914, quando fu chiaro che gli inglesi avrebbero mandato truppe nel Belgio, il Kaiser fu preso da una sorta di panico.

Infine, Schlieffen non tenne conto delle conseguenze di una guerra lunga, nel caso che una vittoria rapida si fosse rivelata impossibile per la Germania. Pare infatti che i suoi giochi guerra si basassero sul tacito presupposto che se, dopo otto o nove settimane l’attacco tedesco si fosse fermato, i francesi sarebbero stati disposti a discutere condizioni onorevoli per il ritiro delle forze tedesche dal loro territorio.

Ora, a proposito del piano Schlieffen, è lecito porsi una domanda che viene spontanea quando si considerano tutte le grandi follie basate su “soluzioni” suggerite da un gioco di guerra. Quel gioco fallì perché i piani relativi erano di per sé erronei, oppure perché le soluzioni scelte furono deliberatamente intese ad appoggiare una politica militare preconcetta?

Abbiamo visto come Schlieffen sottovalutasse le capacitò di resistenza degli avversari della Germania. Una delle ragioni di questo fatto fu senza dubbio il suo postulare che quegli avversari si sarebbero ispirati  alle stesse considerazioni, in larga misura di ordine tecnico, che governavano il pensiero militare tedesco. La mancanza di immaginazione era diffusa nell’esercito tedesco; e quel continuo giocare giochi di guerra in cui ciascuna delle due parti si trovava di fronte un avversario che era lo specchio di se stessa, quanto ad atteggiamento mentale., quasi certamente peggiorò le cose. Nel caso dei giochi di guerra ”liberi” il problema era aggravato da soluzioni uniformi imposte dagli arbitri dello Stato Maggiore, addestrati al principio che l’esercito “pensa con una testa sola”. I giochi di guerra”rigidi” producevano a loro volta un particolare tipo di rigidità mentale. Infatti, benché i regolamento del genere di quello di Naumann assicurassero vantaggi all’attaccante baldanzoso, non prendevano in considerazione un equivalente morale di questa baldanza per le truppe che difendevano la loro terra. Così nell’agosto-ottobre 1914, l’alto comando tedesco rimase più volte sconcertato dal comportamento di avversari che non si portavano appresso il regolamento di Naumann in modo da capire quando dovevamo considerarsi sconfitti.

Se l’esito dei giochi di guerra venisse deliberatamente modificato in determinate direzioni è una questione che suscita ancora perplessità. Sappiamo che il Kaiser, come comandante supremo, amava presentarsi ai giochi di guerra in elmo e speroni, e ci teneva a vincerli tutti. Certo, Schlieffen non era il Kaiser; ma tutti i suoi appunti a proposito della guerra progettata contro la Francia rivelano una personale debolezza. Nonostante l’esito imbarazzante di parecchi giochi, si ostinava a non voler tener conto di un fatto fondamentale, e cioè che l’ala destra non sarebbe mai stata rafforzata abbastanza in vista del gigantesco compito che l’attendeva. Come osservava Lidell Hart:

“… Schlieffen aveva assunto l’atteggiamento  mentale del tecnico, il quale ritiene di aver fatto il proprio dovere quando riesce a ricavare il massimo dai mezzi di cui dispone… Non pensò che aveva l’alta responsabilità di avvertire l’imperatore e il cancelliere che le probabilità di successo erano scarse a paragone dei rischi. E benché la sua esperienza operativa in fatto di giochi di guerra fosse esaltata da molti suoi subordinati, essa non venne mai messa alla prova in un conflitto”.

Il fatto è che l’esito dei giochi di guerra tedeschi veniva accettato senza esitazioni se non sconvolgeva, e meglio ancora se confortava, i sogni di coloro che li avevano escogitati. (Uno di quelli che ebbero maggiori consensi fu un gioco basato sul presupposto che le forze di guarnigione in un campo trincerato non si sarebbero mai avventurate a uscire senza essere state attaccate. Nel 1914, questo postulato suggerì la disastrosa decisione presa da von Kluck di non proseguire nell’accerchiamento di Parigi ma di piombare sulle truppe mobili francesi sulla sua sinistra.) Ma quando quell’esito contrastava con il disegno generale, si trovavano sempre dei buoni motivi per non prenderlo in considerazione. Il piano Schlieffen avrebbe potuto benissimo assumere la forma che assunse anche se i giochi di guerra non fossero mai stati inventati. Ma questo non significa che i giochi vi avessero una parte insignificante: davano invece al piano un alone scientifico del tutto ingannevole, e questo a sua volta servì a giustificare il vasto schema di mobilitazione che non fu possibile fermare durante la crisi del 1914.

In conclusione, il Piano Schlieffen non era quella gioiosa ed efficientissima macchina da guerra che quasi tutti s’immaginano. Von Moltke lo mise in pratica ancor peggio, restando a notevole distanza dal fronte, mentre solo visitando i comandi avanzati avrebbe potuto farsi un’idea chiara della situazione. In particolare, avrebbe dovuto farsi delle domande più stringenti allorché, dopo la battaglia delle Frontiere, dal 14 al 24 agosto, le sue cinque armate marcianti riuscirono ad aprirsi la strada verso Parigi, ma facendo pochi prigionieri. Ciò indicava che il nemico, benché fosse stato battuto e respinto, si stava ritirando in buon ordine, a ranghi compatti. Per undici giorni, dal 25 agosto al 4 settembre, le armate tedesche marciarono in avanti, illudendosi di aver quasi vinto la partita, allungando sempre più le loro linee di comunicazione e affaticandosi nella calura estiva: davanti a loro c’era il nulla, un nemico invisibile, che aveva rotto il contatto e chissà cosa stava facendo, quali piani stava preparando. Situazione abnorme, quasi irreale: se la battaglia delle Frontiere era stata una vittoria, dov’era il bottino, dov’erano le spoglie del nemico? Se non lo era stata, come mai non si era riusciti ad agganciare i francesi in ritirata e trasformare quest’ultima in una rotta? Le perdite erano state quasi uguali: 300.000 francesi e 260.000 tedeschi, fra morti, feriti, dispersi e prigionieri. I due eserciti restavano numericamente in equilibrio: i tedeschi avevano una superiorità assai esigua, che si annullava considerando che erano stati loro ad attaccare per primi, su di un fronte in continua espansione: il 24 agosto, si erano scontrati un milione e mezzo di tedeschi contro 1 milione e 300 francesi, affiancati da 130.000 britannici.

A quanto pare, né la cavalleria, né l’aviazione vennero utilizzate in modo tale da ricavarne utili informazioni sulla controffensiva che Joffre stava preparando sul fronte della Marna; ugualmente nullo fu il contributo dei sevizi di spionaggio nelle retrovie nemiche e a Parigi. Sta di fatto che, quando incominciò la battaglia della Marna (che, in effetti, si combatté inizialmente fra la Marna e la Senna, leggermene a Sud-est di Parigi, anziché a Ovest, come previsto dall’originario Piano Schlieffen), i tedeschi erano addirittura in netta inferiorità numerica, dopo il trasferimento in Prussia Orientale di due corpi d’armata: 750.000 uomini contro quasi un milione di francesi e 100.000 britannici, e solo una leggera superiorità in fatto di artiglieria: 3.300 cannoni contro 3.000. In quelle condizioni, forse neanche un genio militare sarebbe riuscito, non diciamo a vincere, ma anche solo a evitare la sconfitta; e Moltke non era un genio. Bisogna però riconoscere che il piano che trovò pronto e che cercò di attuare allo scoppio delle ostilità, piano che lui stesso aveva rivisito e modificato dopo il ritiro di Schlieffen, nel 1906, era tutt’altro che perfetto già sul piano strettamente militare. Se poi si aggiungono i clamoroso errori politici compiuti dai tedeschi, il quadro complessivo diventa ancor più chiaro, e l’esito dello scontro appare pressoché scontato. Pertanto, la battaglia della Marna, che di solito viene presentata come il “miracolo” che salvò la Francia, fu assai poco miracolosa, perché in quelle condizioni, qualunque comandante con un minimo di esperienza e di coraggio concettuale avrebbe fatto quel che fece Joffe (e, dietro di lui, quel che Gallieni impose che venisse fatto): un rapido contrattacco là dove la Prima e la Seconda armata tedesca, allargandosi troppo nel corso dell’avanzata, avevano perso il contatto reciproco, lasciando un vuoto nel mezzo.

Gli errori politici sono già stati ricordati; il più grave, senza dubbio, fu quello di pensare che la Gran Bretagna avrebbe potuto restare alla finestra, mentre i tedeschi invadevano il Belgio e marciavano sulla Francia, minacciando di installarsi sulle coste della Manica. Da sempre, dai tempi di Elisabetta e Filippo II di Spagna, era questa l’eventualità che gli inglesi non erano disposti a tollerare. Per giunta, la Germania li aveva chiaramente sfidati, allorché il grande ammiraglio Tirpitz aveva dato il via alla costruzione di una poderosa flotta d’alto mare, tale da poter seriamente compromettere il predominio navale britannico. Come pensare che gli inglesi non avrebbero colto al volo l’occasione per intervenire contro la Germania e bloccare la sua pericolosa spinta all’espansione navale? Per la Gran Bretagna, evitare che in Europa si affermasse una potenza nettamente egemone, ed evitare che tale potenza potesse anche minacciare la loro superiorità marittima, vale a dire lo strumento per controllare il loro immenso impero coloniale, erano due facce di una stessa medaglia, e rappresentavano un casus belli più che sufficiente. Enorme fu quindi l’ingenuità di Guglielmo II e di Bethmann-Hollweg, nel pensare che la Gran Bretagna non sarebbe intervenuta nell’agosto 1914; e altrettanto incomprensibile è la loro sottovalutazione dello speciale legame esistente fra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, quell’asse atlantico che, per Washington, era tanto vitale, quanto lo era, per Londra, il mantenimento della sovranità belga contro ogni minaccia tedesca. Pertanto, se anche i tedeschi avessero vinto la battaglia della Marna, è assai dubbio che sarebbero riusciti a vincere la guerra; non tanto per il fattore Russia, quanto per il fattore Gran Bretagna-Stati Uniti. Le guerre, e specialmente le guerre moderne, non si vincono solo con le armi, ma anche e soprattutto con i mezzi finanziari: e l’asse Gran Bretagna-Stati Uniti disponeva di una superiorità schiacciante, anche se la Francia e la Russia fossero state sconfitte. La Seconda guerra mondiale ha dimostrato, poi, che la Germania può anche conquistare militarmente gran parte dell’Europa, ma, priva del dominio dei mari e priva di adeguate risorse finanziarie, non è in grado di conservarla.

E questo, in fondo, fu il limite più grave del Piano Schlieffen: era un piano puramente, e un po’ ottusamente, tecnico, senza nessuna intelligenza politica. Ma la guerra è la continuazione della politica, e un piano militare non può ignorare del tutto i fattori politici. A che sarebbe servito vincere militarmente la Francia, se l’invasione del Belgio neutrale avrebbe avuto l’inevitabile conseguenza di attrarre nella lotta la Gran Bretagna, e, in prospettiva, gli Stati Uniti? Ma anche sul piano strettamente tecnico, il Piano Schlieffen aveva delle pecche, e l’esercito tedesco non era poi così ben comandato come si tende a credere. Le truppe erano ottimamente addestrate e i sottufficiali erano eccellenti, come pure gran parte degli ufficiali; gli alti comandi, invece, si dimostrarono mediamente tanto ottusi quanto quelli delle altre nazioni. Ragionavano in maniera troppo teorica e troppo ottocentesca; erano ancora affascinati dalle grandi avanzate di sapore napoleonico. Nella battaglia delle Frontiere e in quella della Marna, i comandanti tedeschi commisero errori quasi inconcepibili, e sempre per la stessa ragione: assoluta mancanza d’immaginazione, interpretazione troppo rigida della dottrina. Come Napoleone in Russia, pensarono che l’esercito francese, battuto al primo urto, si sarebbe disgregato, e la Francia avrebbe chiesto l’armistizio: invece non fu così. Hitler avrebbe ripetuto lo stesso errore nel 1940, a proposito della Gran Bretagna. Giustamente fieri del loro superbo esercito, i comandanti tedeschi tendevano a sottovalutare l’avversario. Lo fecero anche gli Austriaci, ad esempio nei confronti dei Serbi, e ne ricavarono alcune cocenti sconfitte, che fecero traballare il loro prestigio anche all’interno della Duplice monarchia. Ma questa è un’altra storia, e ne abbiamo già parlato in un’altra occasione.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 02 Marzo 2017

Del 10 Ottobre 2020

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