martedì, 21 Settembre 2021
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Egidio Forcellini, grande latinista e grand’uomo fattosi piccolo per naturale modestia

Egidio Forcellini grande latinista e grand’uomo fattosi piccolo per naturale modestia. Filologo e lessicografo nato nel piccolo borgo di Fener in comune di Alano di Piave e morto a Padova il 5 aprile 1768 di Francesco Lamendola  

Vi sono delle nature dolci, riservate, modeste, riluttanti a qualunque forma di pubblicità o di ostentazione, irriducibilmente riservate pur senza essere umbratili o scontrose, anzi bonarie, pazienti, comprensive, che non si preoccupano né si adombrano se altri le sorpassano nel giudizio del mondo, magari non per meriti superiori, ma semplicemente per l’attitudine a una certa qual disinvolta spregiudicatezza; nature che si appagano della tranquilla coscienza di sé e del sereno perseguimento del proprio dovere, aliene da ogni eccessiva ambizione, costanti e pacate nella loro spontanea affabilità.

Ebbene, una di queste anime fu quella di Egidio Forcellini, insigne latinista, filologo e lessicografo, nato nel piccolo borgo di Fener in comune di Alano di Piave (provincia di Belluno), là dove il fiume si restringe per l’ultima volta tra i monti prima di stendersi a valle, il 26 agosto 1688, e morto a Padova il 5 aprile 1768, poco prima di compiere ottant’anni. Fratello maggiore di Marco (Campo di Alano, 25 aprile 1712 – Susegana, 27 novembre 1794), poeta e scrittore di buon nome, già membro dell’Accademia dei Granelleschi dei fratelli Carlo e Gasparo Gozzi, indi magistrato della Repubblica di Venezia, Egidio Forcellini proveniva da una famiglia contadina, ma possedeva intelligenza e attitudine allo studio, riuscendo a entrare, nel 1705, nel seminario di Padova, istituto che godeva allora anche di un indiscusso prestigio culturale e dove conobbe il celebre lessicografo Jacopo Facciolati (Torreglia, 4 gennaio 1682 – Padova, 26 agosto 1769), di sei anni più anziano, che gli fu amico e, in un certo senso, maestro.

In un certo senso. Perché il Facciolati (il cui vero nome era, in realtà, Fasolato) gli fu guida e ne fece un validissimo collaboratore, essendosi il Forcellini fin da subito distinto per l’eccellente predisposizione allo studio del latino; ma vi è qualche ragione di pensare che ne abbia anche un tantino sfruttato la buona volontà e l’infaticabile dedizione al lavorio, arrivando ad assumersi il merito della ciclopica fatica e della geniale opera di erudizione che vide la luce nel 1771 (dopo, quindi, la morte dello sfortunato autore) che va sotto il nome di «Lexicon totius latinitatis» e che segna un vertice assoluto della lessicografa latina, di cui rappresenta una svolta rispetto ai modelli allora in auge, come il «Dictionarium latinum» di Ambrogio Calepino, nonché una profonda ristrutturazione metodologica.

Il bello è che già in precedenza il Facciolati aveva mostrato la tendenza a utilizzare il lavoro del suo allievo senza rendergli il dovuto riconoscimento, e questo per ben due volte: allorché venne pubblicata una nuova edizione del Calepino, nel 1718, e, poi, allorché fu data alle stampe una imponente «Ortografia italiana», nel 1721. In entrambi i casi la fatica era stata quasi tutta del Forcellini, ma il suo nome non era comparso nemmeno nelle pagine interne, mentre il nome del Facciolati era apparso come quello dell’unico estensore. Un comportamento quanto meno discutibile, anche se tutt’altro che insolito e niente affatto passato di moda, se è vero – come è vero – che così fan tutti, o quasi tutti, i professori universitari dei nostri giorni, allorché sfruttano senza tanti complimenti il sudato lavoro dei loro studenti ed assistenti, facendolo bellamente passare come proprio.

Così ne ricorda l’amabile figura il saggista Nello Vian – nato a Vicenza nel 1907 e morto a Roma, nel 2000 -, segretario della Biblioteca vaticana e poi segretario generale dell’Istituto Paolo VI di Brescia (in: N. Vian, «Il leone nello scrittoio. Aneddoti e curiosità letterarie» (Reggio Emilia, Città Armoniosa, 1980, pp. 91-3):

«Il “Lexicon totius latinitatis”, un monumento della lessicografia di tutti i tempi, vide la luce per la prima volta nel 1771. Quattro volumi in folio, 5.700 colonne di stampa. Ne era stato autore  un prete cultore dell’umiltà, Egidio Forcellini, che si amava insignire solo del titolo di “alunno del Seminario di Padova”. La storia dell’impresa merita di essere presentata, per esemplarità. Nativo di un paese di poche case, Fener, nella ristretta piana tra il Piave e il Grappa, il Forzelin (come è la grafia originaria, derivata con probabilità del lavoro artigiano) era di famiglia contadina che si tramandava uno stemma. Ma questa “arme di casa”, come egli la chiamava con ironia certa, appare così oscura che non si distingue più nel dipinto, quanto nella sua vita. Con la retta dei poveri, entrò a sedici anni nell’istituto che avrebbe accresciuto di fama, e presto si guadagnò la mensa, servendo (“cum onere inservienti”). Un illustre maestro gl’infuse il gusto del latino, e in cambio ne ottenne una servitù senza condizioni, di cui pare si sia valso anche troppo (“ladro non era, ma usurpatore un po’”, scrive il Tommaseo, questa volta con qualche ragione). Occasione, non sola, fu la rifusione di un vecchio vocabolario latino, spesso “coctus et recoctus”, il Calepino. I quattro anni di fatica dell’alunno vennero riconosciuti dal maestro nella prefazione appena con l’accenno che il sasso era stato rotolato “non sine ope strenuissimi adolescentis”.

Dopo l’esperta ricottura, sorse l’idea di un rifacimento totale. Il Forcellini lo mise in cantiere con tutto l’impegno. In sei anni lo portò alla voce “Comitor”, ma in una successione di governo il nuovo vescovo dovette ritenere l’opera eccessiva per la proporzione e la spesa. “Licenziato a forza”, l’artefice fu rispedito  alle sue montagne, dove tenne sette anni  la direzione del seminario di Ceneda. All’arrivo di un altro vescovo, tornò a Padova, e si rimise al “tavolo calepinaro”, come modestamente chiamava la sua industriosa officina. Nel 1742 era giunto a “Pone”, ma la nomina a confessore del grosso seminario gli sottrasse praticamente il tempo per andare avanti. “Il mio Calepino sta male, al solito interrotto, impedito quasi ogni dì, costretto a camminare colle tartarughe”, scriveva, con umorismo non recriminante né commiserante. Dopo nove anni, nel 51, liberato dall’ufficio, con una tirata finale di sedici mesi, riuscì a portarlo a termine. Altri due anni richiese la rilettura, e otto la trascrizione fatta da copista in sedici volumi. Ma l’opera, di quasi intera una vita, non andò ancora alla stampa. Né si sa che l’autore dimostrasse impazienze e risentimenti.

A settantasette anni, nel gennaio 1765, domandò di tornare dove era nato, in quel “meschino paese della miseria, quasi fuori del mondo” (parole sue), e l’ottenne per grazia, con annui ducati cento. Visse tre anni, ancora, umile tra umili, conforme al suo “costume aureo e puro”, elogiato da uno dei suoi vescovi. Si dilettava in lavori di artigianato,  e tra casa e campi, dove andava a “piccar” l’uva. Del suo sapere, il grande vocabolarista diceva che, se pur c’era, era “scienza di parole”, nel senso inferiore che “L’imitazione di Cristo” le assegna in paragone al primato delle opere. E protestava: “Io non intendo di fare al mondo comparsa di letterato, ma d’ignorante quale sono: anzi desidero di non comparire per nulla”. Con l’usata reverenza ricordò quel suo troppo esigente maestro, il Facciolati, nella prefazione lasciata per il lessico, e vietava che altri lo pungessero in sua presenza, perché sentiva che “ciò punge l’anima”. Non mancava, per sua natura, di spirito. Sotto il ritratto alquanto florido dell’autore di un “Direttorio mistico”, scrisse il versetto di Giovanni “non giudicate dalle apparenze”, in greco. D’un piovano, un omonimo Forzellini, notò con esatti termini “la ventraia smoderatae fuori di piombo”. Un nipote che vestiva con qualche eleganza temeva che avesse a diventare “nepos”, che latinamente vale anche scialacquatore. Ma il suo gusto era nella fede e carità, espresse con semplici sentenze, come “spes mea certa Deus”, “donar bisogna tutto a Dio”. Della sua latinità non si serviva più che a effondere la contrizione, in distici. Morì il  6 aprile 1768 [in realtà, il 6 aprile], martedì dopo Pasqua, alla vigilia degli ottanta, e fu sepolto da povero, “non avendogli trovato potere maggiore”.

Questo principe dei lessicografi non vide la stampa del suo grande dizionario, che andò in tipografia solo dopo la sua morte, e si pubblicò con la data del 1771. Il titolo, dato da altri, sarebbe apparso a lui certo troppo ampio. Non si sa per determinazione di chi, il nome del reale autore venne preceduto, ancora, da quello dell’iniziale maestro, con qualche incongrua ambiguità sulle parti: “Totius latinitatis lexicon, consilio et cura Jacobi Facciolati, opera et studio Aegidii Forcellini”.»

Sbaglierebbe, tuttavia, chi volesse ascrivere la bonomia, l’umiltà, l’assoluta mancanza di ambizione del Forcellini a semplice mitezza di carattere, a naturale ripugnanza della celebrità, a dolcezza e tolleranza nei confronti dell’ambizione del maestro e dell’amico.

No: nella sua modestia, nella sua serena accettazione di un ruolo marginale, anzi, del mancato riconoscimento pubblico del suo enorme lavoro filologico – perché, almeno in privato, vogliamo credere, e quasi sperare, che il Facciolati non sarà stato altrettanto avaro – vi è qualche cosa di più e di diverso. Qualcosa, crediamo, che non ha tanto a che fare con la naturale predisposizione del suo carattere, o, almeno, non solo con essa, ma con un afflato di autentica spiritualità, di autentica religiosità, di autentico abbandono in Dio: perché chi possiede un tale spirito – come lo possedettero generazioni e generazioni di studiosi, di artisti, di scienziati del Medioevo – non persegue la propria gloria, né si cura dell’ammirazione del mondo, ma persegue soltanto e unicamente la gloria di Dio, di cui si ritiene un modesto, e fors’anche indegno, strumento.

Un servo inutile, secondo la definizione del Vangelo, si riteneva Egidio Forcellini: aveva risposto con umiltà e dedizione totale al richiamo divino, ma sapeva di non aver fatto nulla con le proprie forze e di essere stato nient’altro che un operaio al servizio d’un disegno più grande: da ciò la sua mansueta disponibilità a ritornare nell’ombra, la sua aspirazione alla quiete del paese natio, lontano dagli onori e dalla fama del mondo; da ciò la sua serenità interiore, il suo equilibrio, la sua assoluta mancanza d’invidia o di amarezza.

Da ciò, ancora, la sua inclinazione alla vita semplice, la naturalezza con cui seppe passare dallo scrittoio dell’erudito ai lavori della vigna e dell’orto, dal seminario della città famosa, ove era pur qualcuno, all’anonimato di un villaggio ai piedi delle Prealpi, in cui non c’era un’anima che potesse comprendere e apprezzare il suo valore di latinista; e da ciò, per ultimo – ma non da ultimo – la sua assoluta dirittura e benevolenza, per cui non tollerava che, in sua presenza, si dicesse alcunché contro il suo invadente e non troppo scrupoloso maestro, perché il suo cuore era troppo limpido per contenere la mala pianta del risentimento e troppo grande per albergare i germi dell’invidia o della gelosia.

Era, insomma, un vero cristiano, come ne ha prodotti tanti, nel corso del tempo, la società contadina pre-moderna, particolarmente nel Nord-Est d’Italia: galantuomini dello spirito, umili membri di una “civica Dei” che viveva accanto alla città degli uomini, dominata dall’ambizione e alla malizia, anzi intrecciata ad essa, e tuttavia radicalmente diversa da essa, quanto sono diverse le spighe di grano dalle ortiche e dalle erbacce che si mescolano in mezzo a quelle: uomini e donne che, probabilmente, sono ancora fra di noi, accanto a noi, che incrociano i loro passi con i nostri, ma che noi, il più delle volte, non sappiamo vedere, né riconoscere, proprio perché non fanno rumore, si muovono in punta di piedi e fanno del bene con estrema semplicità, con pudore, quasi con ritrosia, e intanto contribuiscono a rendere più lieta e amabile anche la nostra vita, senza che noi ce ne accorgiamo.

L’albero buono non può dare frutti cattivi, e viceversa. Vi sono ideologie che promettono la pace, la giustizia, la libertà,: ma intanto camminano sulle gambe di uomini e donne meschini, prepotenti, ambiziosi, che seminano dolore e amarezza intorno a sé; e vi sono ideologie che non promettono il Paradiso in terra, perché vedono l’uomo così com’è, ossia incapace di trasformarsi, da solo, in un angelo, ma che indicano, nondimeno, la via del Bene, perché lo vedono anche come può diventare, se si lascia guidare da un Amore più grande: e sono queste ultime che producono una messe copiosa di uomini e donne di pace, portatori di autentica comprensione fraterna e messaggeri di perdono e riconciliazione.

Rendiamo omaggio, pertanto, in Egidio Forcellini, non solo allo studioso esimio e disinteressato; non solo all’uomo buono e mite, lieto di qualunque sorte venga da Dio; ma anche a quella religione e a quella cultura che hanno saputo produrre, nel corso della storia, tanti uomini e donne di tal fatta.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Luglio 2015

Del 15 Settembre 2020

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