martedì, 21 Settembre 2021
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Gioielli nascosti: la chiesa del Torresino a Padova

Gioielli nascosti: “La chiesa del Torresino” a Padova. La facciata, sul modello del tempio classico, mediato dall’arte del Palladio, nasconde allo sguardo la “circolarità” dell’interno, che è una vera sorpresa per il visitatore di Francesco Lamendola  

È possibile che il viaggiatore, che abbia solo una giornata a disposizione e che pur sia fornito di una guida della città, faccia il suo bravo giro turistico di Padova senza vedere e senza neppur sapere che esiste la Chiesa di Santa Maria del Torresino, che qui tutti chiamano, semplicemente, la chiesa del Torresino. Eppure si tratta di un edificio notevole sotto tutti gli aspetti, che riassume in maniera esemplare i caratteri del miglior tardo barocco settecentesco e compendia, per così dire, i valori di un’intera civiltà artistica, quella veneziana, mentre essa era ormai al tramonto sotto il profilo economico e politico, e tuttavia continuava ad esprimere eccezionali valori culturali, artistici, letterari e scientifici, rivelando una vitalità ed una freschezza semplicemente sorprendenti, quasi uniche nella storia della civiltà europea.

La chiesa del Torresino è un po’ fuori mano, un po’ nascosta, rispetto ai più comuni itinerari turistici. Sorge quasi di fronte al palazzo del Seminario, e, rispetto all’asse viario centrale, che dai Giardini dell’Arena si snoda rettilineo verso il Prato della valle, si trova un po’ spostata sulla destra, quasi all’altezza dell’ingresso nel Prato, in un angolo tranquillo che, pur essendo a due passi dal centro, giace tuttavia immerso in un’atmosfera appartata e tranquilla, un po’ fuori dal tempo, con il sagrato fronteggiato da muretti e modesti edifici che hanno qualcosa di rionale, se non proprio di paesano la sede stradale acciottolata e ciuffi di verde che spuntano dai giardini; e, su tutto, la facciata del ricostruito Oratorio di San Bovo, al cui interno si trova un ciclo di affreschi cinquecenteschi, staccati nel 1908 e ricollocati nel nuovo edificio, dopo la demolizione di quello originario, che rappresentano scene della Vita di Gesù. La chiesa del Torresino è stata realizzata fra il 1718 e il 1726, dunque a tempo di record (anche se a quest’ultima data era stata bensì officiata, ma non ancora del tutto completata), ed è scaturita dalla fervida creatività e dall’eccezionale sensibilità artistica di un personaggio quanto mai eclettico, Girolamo Frigimelica (1653-1632), un gentiluomo padovano dagli interessi e dalle inclinazioni vastissimi, tanto da interessarsi a quasi tutti i campi dello scibile e da lasciare pregevole memoria di sé in almeno tre di essi, l’architettura, la poesia e la librettistica. In un certo senso, è stato l’ultimo, o uno degli ultimi, intellettuali umanisti veramente completi, poiché non si limitava a coltivare le arti e le belle lettere, ma anche le scienze, ed era qualcosa di più di un virtuoso dilettante: lasciava un segno notevole e un’impronta di autentica originalità in tutto ciò che faceva.

Innanzitutto, il nome. Torresino era la denominazione di una torre della cinta muraria intermedia che correva lì accanto, e che si era estesa ad un oratorio che sorgeva in quel punto, eretto per ospitare un’immagine della Madonna alla quale si attribuivano dei miracoli al tempo della grande pestilenza che aveva colpito la città, che si sarebbero verificati negli anni verso la metà del XV secolo. Come in tantissimi altri casi, dunque, l’origine dell’edificio sacro si lega alla profonda devozione e alla pietà cristiana di queste popolazioni, tanto che sarebbe impossibile separare la componente funzionale, o quella più specificamente artistica, dall’ispirazione religiosa e dalla spiritualità di cui l’ambiente socioculturale veneto era impregnato. La chiesa attuale è stata pensata proprio per sostituire il vecchio oratorio, abbattuto per fare posto a un edificio più ampio e più elegante, nel quale si custodisce ancor oggi l’immagine miracolosa della Madonna Addolorata, attribuita a un tale Antonio dal Santo, ragion per cui la chiesa è conosciuta anche col nome di Santa Maria del Pianto. La facciata, sul modello del tempio classico, mediato dall’arte del Palladio e in genere del Rinascimento, nasconde allo sguardo la circolarità dell’interno, che si rivela come una sorpresa per il visitatore. L’altorilievo del timpano raffigura la Pietà, con la Vergine Maria china sul Figlio morto, fra gli Angeli piangenti e adoranti. La sommità del timpano è sormontata da quattro statue di Santi, due per spiovente: la Madonna, San Giovanni Evangelista, Santa Maria Maddalena e San Longino; mentre un quinto gruppo scultoreo, alla sommità, rappresenta due Angeli che sostengono la Croce. Tutta la facciata, sulla quale spicca la torre campanaria merlata che dà, propriamente, il nome alla chiesa, e che forse è un rifacimento dell’antica torre delle mura cittadine (siamo infatti all’altezza di porta Padova), a suo tempo demolita, emana una calma compostezza ed esprime una mirabile armonia di proporzioni; nessuna delle esagerazioni e dei sofisticati virtuosismi stilistici così frequenti nel tardo barocco e nel rococò; scandita da quattro eleganti semicolonne, spicca per la vivacità della pietra rossa e dei mattoni a vista, che contrasta gradevolmente col bianco dei capitelli e della trabeazione del portale d’ingresso.

Scrive Roberta Rigato nella monografia La chiesa della Madonna Addolorata del Torresino in Padova (edita dal Museo Diocesano di Padova, 2008, pp. 17-19):

Il gusto scenografico e ricco di simbologia del Torresino appartiene al linguaggio architettonico dei primi decenni del Settecento a Padova, debitore anche dell’attività del genovese Filippo Parodi, che alla fine del XVII secolo aveva progettato la Cappella delle Reliquie nella Basilica del Santo. Girolamo Frigimelica dimostra però di voler mitigare l’esuberanza dell’architettura barocca recuperando la tradizione rinascimentale di Palladio: propone infatti una facciata a fronte di tempio con semicolonne corinzie intervallate da tre portali sormontati da finestroni dove le superfici sono ripartite con ordine e studiata simmetria, ma nel contempo sono animate da modanature che creano un effetto di forte chiaroscuro.

Alcuni elementi dell’edificio richiamano esplicitamente l’idea della torre, e costituiscono pertanto la memoria dell’originaria collocazione dell’immagine venerata: il tiburio merlato che corona la cupola, nascondendone all’esterno il volume emisferico, i due campanili a torretta di cui uno solo venne realizzato, il basamento esterno analogo a quello delle cortine cinquecentesche, le compatte masse murarie lasciate in mattone a vista.

Ma è l’intermo, a pianta circolare, e con l’altare posto al centro, suggestivamente racchiuso entro una chiostra di otto candide colonne corinzie, a offrire le maggiori sorprese. Raccolto, luminoso, sereno, offre allo sguardo una profusione di tesori insospettabili dall’esterno, che vanno dal Crocifisso ligneo, alle splendide pitture degli altari laterali, alla vasca marmorea che richiama i fonti battesimali dell’età medievale; e, più importanti di tutto, le magnifiche, grandi statue in stucco realizzate dai Bonazza, una famiglia di scultori di grande talento, Giovanni, Antonio e Tommaso, e in particolare quelle che rappresentano le allegorie delle Virtù morali. A uno di loro, Francesco, si deve forse l’esecuzione della facciata; mentre ad Antonio, il più dotato, si devono le sculture più belle, quelle appunto raffiguranti le Virtù. Si tratta di un complesso imponente formato da ben dieci sculture: che sono, procedendo in senso orario, la Fede, la Pazienza, la Prudenza, la Verginità, la Purezza, l’Umiltà, la Carità, la Castità, l’Innocenza e la Religione: una bella e suggestiva forma di pedagogia visiva per il fedele che si reca qui a pregare e che rivolge l’anima all’esame di se stessa, per poter incontrare degnamente Iddio. Fra le pitture, oltre al lacerto di affresco originario della Madonna Addolorata, d’incerta datazione e più volte restaurato, cuore ed anima dell’intero edificio, che troneggia al di sopra dell’altar maggiore, spiccano per qualità artistica il grande dipinto tardo seicentesco Padova invoca la Madonna per la liberazione dalla peste, del padovano Francesco Onorati; La Natività di Gesù, di Giulio Cirello, dello stesso periodo; la Natività di Gesù e la Natività di Maria, tele ad olio poste sopra i rispettivi altari laterali, entrambe di Guy Louis Vernansal, del 1722-23; alle quali bisogna aggiungere i dipinti delle stazioni della Via Crucis, di una ignota mano di scuola francese dell’Ottocento.

Così la descrive il bravissimo Camillo Semenzato, già ordinario di Storia dell’Arte presso l’Ateneo patavino dal 1969 al 1992, uno studioso che ha il dono raro di unire la competenza con la chiarezza e la piacevolezza dello stile, in una delle sue felici e ben illustrate monografie dedicate all’arte e alla storia di quella città (da: C. Semenzato, “La bella Padova, culla delle arti”, Padova, Signumpadova Editrice, 1999, pp. 134-135):

La chiesa del Torresino davanti al Seminario, non è soltanto la iù interessante delle costruzioni erette a Padova nel Settecento, ma una delle più originali in tutto il territorio veneto. Ne fu ideatore il conte Gerolamo Frigimelica, un nobile padovano che coltivò la passione dell’architettura con risultati eccellenti. Qui a Padova intervenne anche nell’Università con l’adattamento del gabinetto di fisica del Polenti, ma di quel suo intervento restano solo due portali, naturalmente di grande qualità formale, ma ovviamente insufficienti a darci la statura del loro ideatore. La chiesa del Torresino invece è sopravvissuta per intero nel suo corpo centrale e se non ci fosse stata qualche alterazione alle finestre e qualche altra licenza potremmo dire che conserva ancora tutto lo spirito del secolo in cui fu eretta e la finezza stilistica del suo autore.

Essa venne innalzata per dare degna cornice ad un’immagine della Madonna che si trovava su una delle “torricelle” della cinta medioevale della città e il Frigimelica aveva tenuto presente questo fatto, ricordando nel cespo di colonne che inquadrano la parte centrale dell’edificio una forma cilindrica, appoggiandosi alla quale aveva steso le sue ampie volte fino a raggiungere il muro periferico che pure manteneva un andamento circolare.

Un altro elemento che caratterizza la chiesa è la presenza al suo centro di statue di Giovanni Bonazza. Altre statue di Tommaso Bonazza decorano l’atrio d’ingresso ed una serie di Virtù di Antonio Bonazza risaltano sulle pareti interne della chiesa. Queste ultime sono le più belle perché, ricorrendo ad una graduatoria che, nel campo del’estetica, molti ci impedirebbero di compiere, Antonio Bonazza era il più bravo di questa illustre famiglia di scultori. Le sue “Virtù” in stucco forte risaltano  con il loro candore e la loro luminosità sulle pareti pure candide e sciolte della chiesa. I loro movimenti coagulano con molta grazia l’ariosità atmosferica che si respira in questa architettura. Se oggi ci fosse una più diffusa comprensione di questi fatti artistici, la chiesa del Torresino potrebbe diventare una meta obbligata per quanti volessero veramente purificarsi in questo bagno di gentilezza che il Frigimelica e il Bonazza offrono senza nulla concedere al “capriccio” o a qualche altro ingrediente che rende altrove il “rococò” tanto seducente ma anche spesso frivolo.

C’è tuttavia un’altra ragione, oltre a quella storico-artistica, per cui consigliamo vivamente una sosta alla chiesa del Torresino, a chi si reca a Padova e riesce a trovare il tempo necessario a farvi una puntata, provenendo dal Duomo, o dal Prato della Valle, o dalla non lontanissimo Basilica di Sant’Antonio; ed è una ragione di ordine più spiccatamente spirituale. Chi ammira la facciata di questo gioiello nascosto di architettura sacra, e poi, varcato il portale d’ingresso, entra nella mistica aula circolare, attorniato da opere bellissime che tuttavia non distraggono con la loro invadenza, ma accompagnano dolcemente lo sguardo e lo guidano verso la miracolosa immagine mariana posta al centro, ha l’occasione di vivere un’esperienza di raccoglimento interiore che difficilmente lo lascerà indifferente. Gli sembrerà quasi impossibile che a due passi dal traffico e dal rumore di una città moderna di notevoli dimensioni si possano trovare un tale silenzio, una tale concentrazione, una tale atmosfera di distacco dal mondo e di riscoperta di ciò che è essenziale alla vita dell’anima. Questo edificio è uno splendido esempio di come l’arte possa realmente mettersi al servizio della Verità soprannaturale e aiutare l’itinerario dell’anima verso Dio: la stessa funzione che assolve anche la musica sacra. A proposito, nella chiesa spicca un bell’organo realizzato dalla ditta Malvestio-Gomiero, del 1954: per chi aveva la fortuna d’entrare mentre l’organista si esercitava, l’immersione nella dimensione spirituale era perfetta; mentre dal 2015, purtroppo, lo strumento è stato smontato. E che dire dell’armonia e la naturalezza con cui la chiesa è stata concepita per adattarsi al tessuto urbano, sfruttando una caratteristica ambientale specifica, l’aderenza alle vecchie mura, che, per un altro architetto e per un’altra epoca, sarebbe apparsa come un ostacolo da rimuovere? Questa, infatti, è l’attitudine dell’arte moderna, compresa la cosiddetta arte sacra, che però di sacro, specie dopo il Concilio Vaticano II, ha ben poco: rimuovere, abbattere, demolire, far scomparire ciò che esisteva prima, per far risaltare al massimo il nuovo. Concezione barbara e degna di barbari. Quale impareggiabile lezione di vita ci viene, al contrario, dai nostri avi, i quali non distruggevano l’antico, ma innestavano armoniosamente il presente su di esso, così da vivificarlo e umanizzarlo…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 02 Novembre 2019

Del 15 Settembre 2020

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