martedì, 9 Marzo 2021
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La Germania volle davvero la guerra del 1914?

La Germania volle davvero la guerra del 1914? i generali tedeschi giocarono d’azzardo ignorando l’inevitabile intervento britannico: la vera colpa fu loro che avevano il potere e non dei politici che l’avevano solo in apparenza di Francesco Lamendola  

La storia la scrivono i vincitori, e i vincitori della Prima guerra mondiale (e anche della Seconda, se è per questo) hanno emesso il loro giudizio, inappellabile e definitivo: a volere la guerra del 1914 fu la Germania, protesa – come ha scritto uno storico tedesco molto politicamente corretto, Fritz Fischer – all’assalto del potere mondiale. Tutt’al più, in subordine, si può dire che anche l’Austria-Ungheria la volle, per cui si resta sempre nell’ambito degli Imperi centrali: furono loro, gli imperi militaristi e assolutisti, un anacronismo della storia, a volere lo scoppio della Prima guerra mondiale. Guarda caso, a dirlo sono stati innanzitutto i vincitori: i quali, alla conferenza di Versailles, hanno imposto ai rappresentati tedeschi, austriaci e ungheresi di firmare, nero su bianco, una assunzione di responsabilità per lo scatenamento del conflitto. Non era una sentenza storico-politica di ordine puramente astratto, perché in ballo c’erano i risarcimenti economici che gli sconfitti dovevano pagare ai vincitori, come indennizzo delle spese sostenute e dei danni arrecati nei Paesi e nei territori occupati, specialmente in Francia e Belgio. Se la questione delle responsabilità fosse stata lasciata indefinita, i vincitori non avrebbero avuto appigli giuridici per pretendere dai vinti, che già versavano in condizioni economiche disastrose, e comunque assai peggiori delle loro, alcuna richiesta di risarcimento.

Questo netto giudizio, emesso a caldo, è stato poi, molto lentamente, ammorbidito dalla storiografia internazionale, almeno in parte, ma solo dopo la conclusione della Seconda guerra mondiale, quando è apparso evidente, ad un esame spassionato, che sarebbe stato impossibile continuare a sostenere la tesi che Francia, Russia e Gran Bretagna fossero state trascinate nel conflitto in maniera assolutamente contraria alla loro volontà. In pratica, è stato necessario che passassero circa sessant’anni – lo spazio di due generazioni – perché il giudizio iniziale, univoco e inappellabile, che addossava alla Germania e all’Austria l’intera responsabilità del conflitto, venisse parzialmente modificato, grazie anche all’apertura di molti archivi segreti e ad una più attenta rilettura dei documenti editi, a cominciare dalle memorie delle maggiori personalità politiche europee. Fra queste ultime, ci pare che valga la pena di rileggere quelle del principe Bernhard von Bülow, che fu ministro degli Esteri tedesco dal 1897 al 1900, indi Cancelliere dal 1900 al 1909, e da ultimo, nel 1914-15, protagonista di una missione di pace a Roma (dove era già stato in veste di ambasciatore), per indurre l’Italia a rimanere neutrale nel corso del conflitto, in cambio di cessioni territoriali da parte dell’Austria; missione che, come è noto, fallì per l’indisponibilità di Francesco Giuseppe ad accondiscendere alle richieste italiane su Trento e Trieste. Scrive, dunque, von Bülow, a proposito della crisi del luglio-agosto 1914, che egli osservò dall’esterno, essendo stato licenziato dal kaiser Guglielmo II, cinque anni prima, per contrasti sorti fra loro (da: Bülow, Memorie, traduzione di L. Emery, Milano, Mondadori, 1931, vol. 3, pp. 182-184):

L’inabilità con il quale il nostro “Comité” – non “de Salut Public”, ma “de Catastrophe Pulique” continuò a trattare la crisi mondiale suscitata dall’ultimatum, sfidava ogni immaginazione. Le PROPOSTE INGLESI DI MEDIAZIONE furono RESPINTE  “a limine”, PROCRASTINATE o  SABOTATE.

Lo ripeto ancora: non già che i dirigenti della politica germanica volessero la guerra, ma perché stoltamente si figuravamo che sarebbero riusciti ad inscenare una spedizione punitiva austriaca per “ammaestrare” la Serbia senza giungere ad una guerra europea. Così fu non solo accresciuto il pericolo della conflagrazione mondiale desiderata da Poincaré e Delcassé, da Paléologue e da Cambon, dai “jingoes” inglesi come dal Granduca Nicola Nicolaievic e dalle granduchesse montenegrine; ma fummo oggetto del sospetto, ingiustificato e in realtà del tutto infondato, di aver voluta e provocata a bella posta la guerra. Mentre il popolo tedesco era sinceramente convinto d’essere stato vittima d’una maligna aggressione, il mondo intero ci riteneva gl’incendiari che, con l’ultimatum alla Serbia, avevano ficcata la torcia nel barile di polveri europeo, commettendo per giunta, con la violazione della neutralità belga, un inaudito scempio dei patti giurati e del diritto delle genti. Non avevamo provveduto ad una parola d’ordine efficace per aver dalla nostra l’opinione pubblica mondiale, e con la nostra inabile politica fornivamo ai nostri nemici due argomenti, coi quali conquistarono l’opinione pubblica mondiale: che la grande Austria aveva aggredito la piccola Serbia e che la Germania, con la sua invasione del Belgio, aveva violato il diritto delle genti. La nostra inabile propaganda fece il resto. Negammo di aver conosciuto il contenuto dell’ultimatum; ma noi stessi dovremmo riconoscere che il Ministro degli Esteri austro-ungarico, conte Berchtold, il 21 luglio mattina, aveva presentato la nota diretta alla Serbia al nostro Ambasciatore Tschirschky. Se Tschirschky avesse mandato subito a Berlino, per mezzo di un suo dipendente, tale nota, la cui portata non doveva apparirgli dubbia nemmeno un istante, essa sarebbe stata sul tavolo del Cancelliere e del Segretario di Stato la mattina del 22 luglio.

Avremmo così avuto altre diciotto ore di tempo per fermare la consegna dell’ultimatum a Belgrado, la quale non avvenne che il 23 luglio, alle sei pomeridiane. E qui occorre non dimenticare due cose: primo, il Ministero degli Esteri conosceva in realtà già prima il contenuto dell’ultimatum, come risulta dalla nota relazione dell’Incaricato d’Affari bavarese a Berlino, Consigliere di Legazione von Schön, e da una frase contemporanea, altrettanto nota, detta dal Presidente del Consiglio bavarese Hertling al Ministro di Francia a Monaco, signor Allizé. Resta inoltre da vedere che cosa sarebbe stato, politicamente, l’errore più pernicioso: se permettere al Gabinetto di Vienna l’invio di una nota simile alla Serbia, con piena conoscenza del suo contenuto, o rilasciare all’Austria-Ungheria una cambiale in bianco per la sua politica verso la Serbia. L’accorto Ballin mi disse più volte ch’egli considerava la seconda alternativa come sciocchezza anche maggiore. Se egli avesse avuta l’intenzione di permettere al suo socio di giocare il capitale comune a Montecarlo, su rosso o nero, pari o dispari, avrebbe almeno voluto esser presente anche lui al momento in cui il compagno rischiava il colpo. Ma lasciar andare il socio da solo a Montecarlo,  lasciando a sua disposizione tutto il resto, questo era il colmo della stoltezza. Anche più imperdonabile fu – sono costretto a ripetere anche questo – che Bethmann e Jagow, dopo aver avuto il tempo di studiare a fondo l‘ultimatum, non dichiarassero almeno categoricamente a Vienna che la rottura delle relazioni diplomatiche  tra l’Austria-Ungheria e la Serbia, e tanto meno un’azione militare dell’Austria contro la Serbia, non doveva a nessun patto aver luogo prima che noi avessimo accuratamente esaminata la risposta serba. All’opposto, quanto più pericolosamente critica si faceva la situazione, tanto più Bethmann e Jagow, Wilhelm Stumm e Diego Bergen cadevano in una dipendenza sempre maggiore, ed infine cieca, rispetto alla Ballplatz, dove a Vienna troneggiava il conte Leopold Berchtold. (…)

Una volta sola, nel corso di quegli eventi fatali, Bethmann Hollweg ritrovò la forza d’un ammonimento abbastanza chiaro: quando, il 29 luglio, pretese dall’Austria la ripresa delle interrotte trattative dirette con Pietroburgo, dicendo: “Siamo bensì pronti a compiere il nostro dovere d’alleati, ma dobbiamo rifiutare di lasciarci trascinare da Vienna, alla leggera e senza che si badi ai nostri consigli, in una conflagrazione mondiale”. Dopo che Bethmann, Jagow e con loro purtroppo anche Guglielmo II, sin dal primo momento, avevano dato carta bianca all’Austria e l’avevano confermata e incoraggiata nell’azione ulteriore, tale monito, che giungeva dieci giorni troppo tardi, doveva riuscire inefficace.

Von Bülow osserva che Bethmann-Hollweg si è poi giustificato per aver troppo assecondato il gioco austriaco verso la Serbia, adducendo il precedente dello stesso Bülow al tempo della crisi diplomatica per l’annessione della Bosnia-Erzegovina; e ha buon gioco nel far notare la profonda differenza tra le due situazioni, poiché, nel 1908, egli aveva saldamente il controllo della situazione, in quanto la Germania si era assunta, sì, il compito di “coprire le spalle” all’alleata, nei confronti della Russia, ma non dandole carta bianca oltre il limite ben preciso dell’annessione delle due province ex turche che l’Austria, di fatto, amministrava già sin dal 1878. Nel luglio del 1914 l’ultimatum austriaco alla Serbia prefigurava, invece, tutt’altro scenario, e cioè un’azione offensiva contro uno Stato indipendente, che era, guarda caso, il pupillo della Russia nei Balcani, e che la Russia, pertanto, non avrebbe potuto abbandonare al suo destino, senza abdicare definitivamente al ruolo di grande potenza nelle faccende europee. Inoltre, Bülow ha perfettamente ragione nel far notare che fu un’autentica follia quella di non voler esercitare il minimo influsso moderatore sull’alleata, specialmente quando la cancelleria tedesca ebbe fra le mani, anticipatamente, il testo dell’ultimatum; e altrettanto folle fu rinunciare a riservarsi una valutazione della risposta di Belgrado. Agendo in quel modo, la Germania si metteva completamente alla mercé delle decisioni che avrebbe preso Vienna; e a Vienna chi comandava davvero erano il Capo di Stato Maggiore, Conrad von Hötzendorf, che voleva la guerra a tutti i costi, e la voleva da tempo (non solo contro la Serbia, in verità, ma anche contro l’Italia; tanto che aveva proposto di attaccare l’alleata nominale subito dopo il terremoto di Messina, nel 1908) e il Ministro degli esteri, Berchtold, che era semplicemente un vanesio e uno sciocco, incapace di valutare nella giusta prospettiva gli effetti dell’ultimatum e anche di valutare lo scenario complessivo che esso avrebbe creato, a livello europeo, mobilitando inevitabilmente le potenze dell’Intesa. Certo, l’errore tedesco stava a monte, e cioè fin da quando la Germania aveva lasciato andare l’alleanza con la Russia, per stringersi solamente all’Austria, con la quale la Russia era in forte competizione; cosa che aveva spinto automaticamente la Russia nelle braccia della Francia, la quale non aspettava altro. Alleanza quanto mai innaturale, quella tra la Francia repubblicana e massonica e la Russia autocratica e reazionaria, ma a suo modo perfettamente logica, in quanto diretta contro il comune potenziale nemico e anche in quanto logico prolungamento degli investimenti del capitale finanziario francese nel processo di industrializzazione e ammodernamento della Russia medesima. Restava l’Inghilterra: e anche qui von Bülow è nel giusto quando afferma che era irrealistico pensare che questa sarebbe rimasta fuori del conflitto, una volta che esso avesse coinvolto la Russia e soprattutto la Francia; e lo era ancor più dopo che l’esercito tedesco avesse violato, com’era previsto dal Piano Schlieffen, la neutralità belga: non tanto per la difesa di un principio astratto di sovranità, quanto perché l’Inghilterra non avrebbe mai potuto tollerare che la flotta di von Tirpitz, la cui costruzione aveva avversato sin dal principio, e considerato quasi come una dichiarazione di guerra, insediarsi nei porti della Manica, a poche miglia dalla foce del Tamigi. Resta solo da vedere se von Bülow, qualora si fosse trovato al posto di Bethmann-Hollweg nelle condizioni del 1914, che non erano, appunto, quelle del 1908, sarebbe stato capace di vedere quei pericoli per tempo, e imporre energicamente una diversa linea di condotta, sia al kaiser Guglielmo, ossessionato dalla promessa di fedeltà “nibelungica” fatta a Francesco Giuseppe, sia, soprattutto, a Moltke e allo Stato Maggiore.

Noi riteniamo, infatti, che l’analisi delineata da von Bülow – ma, attenzione, a posteriori; e a posteriori tutti sono saggi e avveduti – sia sostanzialmente giusta, e che sia condivisibile la sua affermazione che i capi politici della Germania, nel complesso, non vollero la guerra nell’estate del 1914, anche se ebbero la colpa di non vedere che verso la guerra stavano andando, col lasciare le briglie sciolte a un’Austria smaniosa di vendetta contro la Serbia. È condivisibile anche il suo indice puntato contro Poincaré, contro Delcassé, contro Paléologue (l’ambasciatore francese a Pietroburgo) e contro il granduca Nikolaj Nikolaevic, nonché contro i politici inglesi sostenitori di una politica di potenza  illimitata a livello mondiale (che lui, però, aveva sfidato in più occasioni, ad esempio della crisi per il possesso delle isole Samoa, nel Pacifico, e più ancora col suo sostegno al programma di riarmo navale voluto dal Tirpitz). Però il punto veramente decisivo non è che i capi politici e militari dell’Intesa volessero cogliere l’occasione per fermare la crescita della potenza tedesca, né quanto i capi politici tedeschi fossero lontani dall’idea di scatenare una guerra (con buona pace delle tesi di Fritz Fischer), bensì cosa pensassero veramente i capi militari della Germania, i quali, nel 1914, avevano maggior potere del cancelliere e del governo, nonché dello stesso sovrano, il quale parlava tanto di sciabole sguainate – anche troppo – ma da parte sua avrebbe fatto volentieri a meno di sguainare davvero la propria. Erano i generali che volevano la guerra, essendo convinti che, se avessero rinunciato a quella occasione, la bilancia degli armamenti, negli anni successivi, si sarebbe spostata inesorabilmente a sfavore della Germania. Furono loro a volere la guerra, non il kaiser e non il cancelliere. Sostennero che, se l’esercito non fosse stato mobilitato subito e non avesse colpito per primo, la Germania avrebbe dovuto sostenere una guerra su due fronti, e non sarebbe stata in grado di resistere. Le sciabole volevano sfoderarle per davvero e non per finta, loro; non bastava loro di farle scintillare al sole, come bastava a Guglielmo II. Avevano i loro piani belli e pronti, bastava tirarli fuori dal cassetto: sconfiggere la Francia, mediante il Piano Schliefffen, in 42 giorni, poi spostare tutte le forze militari a est e battere l’esercito russo profittando della sua lentezza e della sua disorganizzazione. Ma, appunto, erano solo piani militari, per giunta di sapore ottocentesco (per riuscire, un piano come quello di Schlieffen aveva bisogno di un fattore che si realizzerà solo nel 1940, con l’aviazione e i carri armati: una grande velocità di manovra), che non tenevano alcun conto delle ricadute politiche. E la ricaduta politica numero uno era che l’invasione del Belgio avrebbe sicuramente offerto il pretesto per l’intervento britannico. Questo i militari, nella loro ottusità di specialisti, non lo vedevano e forse non potevano vederlo; ma sarebbe stato compito dei politici esserne pienamente consapevoli. Oppure qualcuno, in Germania, s’illudeva davvero che la Gran Bretagna sarebbe rimasta a guardare, senza muovere un dito e senza mobilitare la flotta, mentre i tedeschi piegavano la Francia e portavano le loro corazzate nei porti fiamminghi, a così breve distanza da Londra? Se davvero i politici pensavano una cosa del genere, erano pazzi. O forse la pensavano, ma non ebbero la forza di far sentire la loro voce: per servilismo verso l’imperatore, che era sostanzialmente uno squilibrato, e per debolezza verso i generali. I quali, nell’agosto del 1914, fatalità volle che fossero guidati da un irresoluto, Moltke, che non seppe realizzare il Piano Schlieffen e quindi non solo provocò, invadendo il Belgio, l’intervento inglese, ma effettivamente pose la Germania nelle condizioni di dover sostenere una lunga guerra su due fronti. Con ciò, le prospettive di vittoria, per il Reich, erano pressoché ridotte a zero fin dai primi di settembre del 1914, vale a dire dalla battaglia della Marna. Quel che seguì, nei quattro anni successivi, fu solo una lunga, interminabile, orrenda carneficina, in fondo perfettamente inutile, perché la guerra doveva finire inevitabilmente come finì: con la Germania letteralmente stritolata dal numero soverchiante dei suoi nemici, e soffocata dal blocco marittimo inglese. L’intervento americano fu solo il colpo di grazia al gigante in agonia.

Che peccato. La Germania non meritava un simile destino. Era, nel 1914, di gran lunga la nazione più promettente d’Europa, sotto tutti i punti di vista: quella per la quale si poteva profetizzare il più roseo destino. Certo, la sua ricchezza e la sua forza ingelosivamo e preoccupavano le vecchie potenze, Inghilterra e Francia soprattutto, le quali non volevano farsi surclassare dalla nuova venuta ed erano disposte a metter da parte ogni loro precedente dissapore, pur di arrestare l’ascesa del concorrente più pericoloso.  Se non ci fosse stato il 1914, non ci sarebbe stato neanche il 1939; e se la Germania non si fosse cacciata in una politica suicidache la portò alla sconfitta del 1918, non ci sarebbe stato il nazismo. La storia d’Europa e del mondo sarebbe stata diversa, forse assai migliore.

Conclusione: no, la Germania non volle la guerra nel 1914; semmai la voleva l’Austria, ma anche questa nell’assurda convinzione che non sarebbe diventata una guerra europea. Su che cosa si basassero tali speranze, nessuno è riuscito a capirlo, né allora, né poi. Conrad voleva schiacciare la Serbia, e pensava che Moltke gli avrebbe coperto le spalle; Moltke pensava che si potesse abbattere sia la Francia che la Russia, prima che queste unissero le loro forze per schiacciare la Germania. Nessuno pensò alla Gran Bretagna, il cui intervento era nondimeno certissimo; e meno ancora qualcuno pensò agli Stati Uniti, sottovalutando il legame profondo, ombelicale, che legava e lega tuttora i due popoli anglosassoni sulle opposte sponde dell’Atlantico. Questi furono errori politici, e la Germania li avrebbe scontati assai duramente. Il resto, compresa la mancanza di abilità a livello propagandistico, senza dubbio fece la sua parte, ma non fu risolutivo, Quello che fu determinante, fu la sproporzione delle forze; e tale sproporzione era cosa certa non appena la Gran Bretagna fosse scesa in campo. Già contro Francia e Russia, senza l’Inghilterra, la partita aveva l’aspetto di un tremendo gioco d’azzardo: i generali tedeschi giocavano d’azzardo quando pensavano di poter vincere a occidente, lasciando scoperta per sei settimane la frontiera orientale e poi trasferendo l’esercito a est. Ma ignorare l’inevitabilità dell’intervento britannico, fu autentica stupidità. Quella fu la vera colpa tedesca, e fu colpa dei generali, che avevano il potere, non dei politici, che avevano solo l’apparenza di esso. Perché la stupidità, in politica si paga più amaramente del crimine stesso…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 09 Ottobre 2018

Del 10 Ottobre 2020

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