martedì, 21 Settembre 2021
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L’arte come “Pensiero assoluto”della persona finita nel pensiero di Luigi Stefanini

Luigi Stefanini nasce a Treviso nel 1891 e muore a Padova nel 1956. L’essenza della sua riflessione filosofica bisogna considerarla nel suo rapporto con l’esistenzialismo e specialmente col pensiero di Martin Heidegger di Francesco Lamendola 

Luigi Stefanini nasce a Treviso nel 1891 e muore a Padova nel 1956.

Egli fu attivo, nei primi anni del Novecento, nell’associazionismo cattolico e, dopo la guerra 1915-1918, nella politica del Partito Popolare; combattente decorato sul fronte italo-austriaco; fermo e dignitoso oppositore del totalitarismo fascista; insegnante, per molti anni, in quell’Università di Padova ove si era formato, sotto la guida di Aliotta, maturandovi la sua personale concezione filosofica. Essa va sotto il nome di “personalismo”, ossia recupero – contro l’angoscioso pessimismo degli esistenzialisti, Heidegger in primis – della dimensione trascendente dell’uomo. Quest’ultimo non è, infatti, puro e semplice “Dasein”; egli è “persona”, ossia sostanza spirituale, razionale, mondanizzata (in quanto vive nel mondo fisico) e tuttavia anelante al ricongiungimento con la Persona Assoluta, cioè con Dio, dal quale proviene. Riprendendo la concezione agostiniana dell’attimo come “specchio dell’eternità”, Stefanini accoglie l’esigenza esistenzialistica (soprattutto kierkegaardiana) di vivere con piena consapevolezza il momento della scelta, ma rifiuta l’idea sartriana della libertà come “condanna”.  L’essere umano non è un balocco del caso, ma l’artefice del proprio destino; un destino che Dio lo chiama a costruire all’interno di un universo significante, al quale egli può aderire oppure che può rifiutare.  Stefanini è stato anche un notevole pedagogista, fautore del “personalismo educativo”: la scuola e, in generale, l’educazione devono mirare allo sviluppo integrale della persona, all’esplicazione di tutte le sue potenzialità positive. Infine si è occupato di estetica, con una serie di saggi ampi e affascinanti, mostrando non solo acutezza di giudizio, ma anche una straordinaria competenza in tutte le arti figurative, nella musica e nella poesia.Opere principali: Personalismo educativo; Il problema morale ed educazoione morale; L’educazione della persona; Itinerari metafisici; L’esistenzialismo di M. Heidegger; Il dramma filosofico della Germania; Gioberti; la Chiesa cattolica; Il problema del bello e didattica dell’arte; Estetica.

Per comprendere l’essenza della riflessione filosofica di Luigi Stefanini, bisogna considerarla nel suo rapporto con l’esistenzialismo e specialmente col pensiero di Martin Heidegger, col quale egli ha saputo fare i conti sino in fondo (così come con l’idealismo di Croce e Gentile), assumendo l’impegno radicale di affrontare i problemi dell’uomo contemporaneo e non dell’uomo eterno, ovvero dell’uomo astratto. Heidegger aveva insegnato che “l’essere si risolve senza residui nel Dasein, l’essenza si risolve nell’esistenza mondana”: Stefanini assume coraggiosamente questo “limite” estremo del pensiero contemporaneo e, passando attraverso la svalutazione esistenzialistica del senso della vita umana, la riconquista nel luminoso concetto della persona. “Persona” – come scrive Armando Rigobello – è presenza a se medesimo dell’essere che si possiede e si penetra nel proprio atto: actus essendi. L’atto con cui l’essere si rende presente nell’ente personale può dirsi, indifferentemente, pensiero o parola: verbum. […] Nella persona, la parola o il pensiero si manifestano consustanziali all’essere: né l’essere senza pensiero, né pensiero senza essere, ma essere del pensiero e pensiero dell’essere, in quanto pensiero nell’essere.”

      Bisogna partire quindi dalla fondamentale intuizione della unitarietà della persona umana, caratteristica dell’antropologia di Stefanini, per comprendere come da essa scaturisce naturalmente la sua concezione estetica. Lo spirito finito è persona in quanto pensa (secondo la lezione del cogito cartesiano) e, pensando, si rende presente a sé stesso e si possiede; ed è persona anche in quanto (secondo la lezione della scepsi platonica,  tensione dell’Eros verso la Verità) la sua attività reca in sé il riflesso dell’atto creativo divino, per cui l’essere umano non è altro che imago Dei, immagine sensibile della divinità, da cui trae origine e in cui si riconosce. Non vi si riconosce, però, direttamente: e qui appare in tuta la sua importanza la riflessione stefaniniana sul personalismo sociale di Maurice Blondel. “Dio non può essere posseduto dall’uomo – afferma Stefanini –  se l’uomo anzitutto non mette in atto tutte le sue risorse  per conquistare se stesso”, perché “l’uomo ha bisogno dell’uomo per rapportarsi a Dio, altrimenti gli verrebbe meno il termine primo in cui Dio gli si manifesta.”

      Dunque (idealisticamente) il pensiero è rivelazione essenziale dell’essere; ma l’oggetto del pensiero non è un essere indeterminato, altrimenti l’ente personale resterebbe chiuso e intrappolato in sé stesso, nella propria finitezza (esistenzialismo) oppure si esaurirebbe nell’atto solitario e quasi solipsistico dell’intendere (attualismo). Caratteristica fondamentale dell’essere, invece, è quella dell’apertura verso gli altri enti, in una rete di relazioni ove protagonista è l’assoluta singolartità di ciascuno: e qui appare in tutta evidenza la decisiva lezione kierkegaardiana. Pur restando sostanziati della propria inseità, infatti, gli esseri umani si rivelano e comunicano gli uni gli altri attraverso la propria singolarità, avvertendo in sé stessi l’atto con cui gli altri gli si manifestano. Questa è anche la critica  del’attualismo gentiliano e gli strumenti che la rendono possibile vengono in gran parte dalla concezione di Sant’Agostino. L’essere umano vive nel rapporto: tanto con Dio, quanto con gli altri enti; ma si tratta di un rapporto personale, appunto, e non di un rapporto astratto; di un rapporto che avviene nella storia, ma non nel senso che tutto diviene storia (come nell’idealismo di Hegel e dello stesso Croce), bensì nel senso che solo l’essere personale è reale.”Hegel, avendo perduto la persona, ha perduta la prima essenziale determinazione  del pensiero e dell’essere. Altrettanto dicasi dell’atto puro di Gentile.”

      Abbiamo visto che l’ atto, per Stefanini, può essere detto pensiero o parola (“In principio era il Verbo”, dice il Vangelo di Giovanni), e che non esiste pensiero senza essere, né essere senza pensiero. Dunque il pensiero-parola è riconoscimento del tu, e l’esistenza è una determinazione dell’essere; la persona, poi, è un universale concreto, cioè un universo, fuori della quale non esiste null’altro di più universale, se non le altre persone. La storia, dunque, è il regno della libertà dell’uomo: non eterna condanna che incombe su di lui, come voleva l’esistenzialismo di Sartre, ma frutto della intenzionalità della coscienza (secondo la lezione di Max Scheler) in cui l’uomo cerca, con lo strumento principe della ragione, quella “pienezza di vita” che è il suo destino e la sua meta finale. Il primo passo che la coscienza muove nella costruzione della propria libertà, tuttavia, non è verso un tu esterno a sé stessa, ma è il riconoscimento del proprio io. L’atto del pensiero, perciò, muove dalla psicologia (come voleva Heidegger) e si sostanzia di coerenza, autenticità, bisogno di libertà: non la libertà dell’io finito che si rinchiude in sé stesso, ma della creatura che si riconosce parte di un universo armonioso, frutto di un sapiente disegno divino. D’altra parte, l’atto con cui la persona costruisce la propria auto-rivelazione si colloca all’interno della storia e quindi coinvolge tutte le condizioni sociali, culturali, metafisiche che ne determinano la relazionalità. Per Stefanini, la filosofia deve riportare al centro della riflessione sulla condizione umana l’elemento della interiorità, sino a farlo diventare “il perno per la costituzione dello statuto ontologico della persona”.

     Il personalismo stefaniniano, muovendo da un piano ontologico, si riverbera nelle due sfere dell’etica e dell’estetica. Nell’etica perviene ad una concezione che fa di ogni uomo una espressione dell’Assoluto, di ogni persona finita un riflesso della Persona Infinita. Nell’estetica egli considera il soggetto-persona in rapporto indissolubile con l’essere e dunque l’arte diviene l’espressione assoluta di un essere che si realizza nella “parola”. Le riflessioni di Stefanini sulla dimensione estetica sono contenute in varie opere, ma specialmente nell’Etica, del 1953, e nel Trattato di estetica, del 1955. Per chiarezza espositiva e per non allargare eccessivamente il discorso (che non vuole uscire dal modesto ambito di una riflessione circoscritta e non specialistica) ci limiteremo essenzialmente, in questa sede, alla prima di queste due opere, mirabile per concisione, linearità e padronanza del disegno complessivo.

      Stefanini incomincia affermando che l’estetica rientra in una visione totale dell’essere, ossia considera la bellezza e l’espressione artistica come un aspetto particolare dell’essere nella sua assolutezza.  Dopo aver compiuto un rapido (ma non sommario) excursus  sulla storia dell’estetica (in età classica, cristiana, rinascimentale, romantica e contemporanea), affronta i principali nodi teorici della riflessione estetica, per poi delineare una “estetica della parola assoluta”. Per quanto riguarda il problema dei rapporti dell’arte con le altre attività dello spirito, egli sostiene che tutto ciò che l’uomo è, fa o vuole, è espressione; lo sono la matematica, la morale, la religione: dunque l’espressione costituisce il terreno consorziale che unisce l’arte a tutte le altre attività umane. La differenza specifica, invece, è che mentre l’arte è il momento incantato dell’espressione assoluta, nelle altre attività umane l’espressione è relativa alle svariate condizioni cui è sottoposta la persona umana. Solo nell’arte l’espressione è assoluta, negli altri ambiti (scienza compresa) essa è intenzionale o semantica.

      La lingua è strumento espressivo tanto dell’arte che della scienza: ma nella prima enuclea l’elemento creativo della lingua, nella seconda ne enuclea l’elemento semantico. Per quanto riguarda il rapporto tra intuizione ed espressione, nell’estetica classica prevaleva il “vedere”, in quella moderna “l’esprimere”: ma si tratta dei due termini solidali di una integrazione. I grandi impressionisti francesi “vedevano”, ma il loro vedere coinvolgeva tutta l’anima. La  forma dell’arte, poi, (sulla scia di Gioberti)  è contemporaneamente finita (perché conclusa nei propri limiti) e infinita (in quanto da nulla limitata che sia fuori di sé). Leonardo è il caso più illustre di come una nitida forma possa esprimere il mistero dell’anima. Tale è l’estetica del sublime: la capacità di esprimere l’ineffabile, di trasmettere “un brivido d’infinito” (e qui è chiaro ed esplicito il debito con la filosofia di Schopenhauer).

      L’arte, prosegue Stefanini, è un fatto di sensibilità, ma anche di idealità: è un concreto che è, al tempo stesso, universale; per questo si dice che l’arte sa esprimere l’essenza delle cose. Citando Vico: l’opera d’arte non rappresenta l’albero, ma questo albero; e così via; dunque, l’infinito nel finito. Anche l’antinomia fra personalismo artistico e arte “pura” è un falso problema: l’arte non può esprimersi altrimenti che come partecipazione alle cose della singolarità di un’anima. L’emozione o sentimento specifico dell’arte è un vedere che esprime il suo oggetto mediante l’amore, perché l’oggetto è la sua stessa parola: amor in verbo. Quanto al rapporto tra forma e contenuto, l’arte si esprime attraverso un esercizio di umanità a cui è sottoposto ogni esistente: l’arte celebra tutto l’umano. Certo, l’arte è un fatto storico. Ma questo non significa che essa si risolva tutta negli stili e nelle forme della varie civiltà. Il genio esprime al tempo stesso un mondo di passioni e un mondo di cultura. Questo è un punto centrale della riflessione estetica del Nostro: la storia, si ricordi, è per lui il terreno dell’umana libertà, non dell’umana inesorabile determinazione. E proprio perché la storia è il terreno ove si dispiega la libertà dell’essere, l’arte, che è la parola assoluta delle persone finite nella storia, non può essere estranea alla dimensione morale, anzi esse sono intimamente connesse (come del resto aveva insegnato Platone). L’arte sacra non è che un caso specifico di questa realtà: tutta l’arte, in un certo senso, è sacra, non perchè esprime un’immagine di Dio, ma perché esprime l’anelito di un’anima che vive nel regno dello spirito, che è il regno di Dio.

     L’arte deve imitare la natura, come volevano Platone e Aristotele, o deve allontanarsene fino al surrealismo di Andé Breton e alla deformazione di Picasso e Modigliani? Stefanini risponde che l’arte sostituisce all’uomo, che è nella natura, la natura che è nell’uomo. Va rifiutata, tuttavia, un’arte che  non sappia manifestarsi in un cosmo significante, che persegua – in altri termini – la deformazione per il puro gusto della deformazione. Inoltre l’estetica intesa come espressione supera  l’antinomia tra il bello e l’arte: la bellezza “data” (l’oggetto rappresentato) e la bellezza “fatta” (l’opera d’arte) non sono due realtà alternative: vi è tra esse una differenza di grado, non di natura. Stefanini rifiuta la “tecnica” quale elemento distintivo fra l’estetico e l’artistico, perché la tecnica, da sé sola, rischia di cadere nella “bravura” e nel “virtuosismo”, vizio che uccide l’arte. Per quanto riguarda la classificazione delle diverse arti,  è certo che l’estetica rende ragione delle arti in rapporto ai diversi mezzi espressivi adoperati, in nome della concretezza della parola singolare; ma senza mai perdere di vista la natura unitaria dell’arte.

       Partendo dal principio fondamentale che l’arte è un fatto espressivo dello spirito, Stefanini si sforza di delinare un’estetica della parola assoluta. E incomincia rendendo omaggio all’intuizione fondamentale di Sant’Agostino nel De Trinitate: “Noi abbiamo in noi stessi, quasi come nostra parola, la verace nozione delle cose, da noi concepita, e parlando la generiamo nella nostra intimità.[…] La mente, che si esprime a se stessa, si conosce e si ama nel proprio verbo. Non v’ha poesia che non abbia la propria origine nei silenzi dello spirito.” Tuttavia, la parola dell’uomo non è parola assoluta: solo la parola di Dio riempie le cose, come dice il libro del Genesiet dixit et facta sunt.  L’altro sussite in sé: ciò che dell’oggetto l’uomo, pesona fnita, può esprimere, è solo una debole immagine che non intacca la sua irriducibile alterità. L’uomo, dunque, non è l’Assoluto; ma da esso deriva e quindi lo pensa e, con l’atto di pensarlo, lo significa. L’espressione umana, pertanto,  soffre di un continuo rinvio al di là di sé medesima, non diventa mai perfettamente autosufficiente. L’espressione umana è quindi caratterizzata da una perenne condizione di ulteriorità o, se si preferisce, di perfettibilità, che si dispiega nello spazio e nel tempo, senza mai poter conseguire l’attualità pura. Come già si è visto, la caratteristica essenziale che distingue l’espressione artistica dalle altre forme espressive è l’assolutezza. La parola dell’arte è assoluta, in quanto non-semantica. L’arte, dunque, è una parola assoluta, ma solo nell’ordine dei sensibili; non esiste intuizione fuori dei sensibili, cioè fuori di quel  particolare che l’essere umano possa esprimere. L’animo umano, grazie al tocco divino, è pieno di assoluto: l’arte cerca di esprimerlo nel particolare che però si universalizza, nel finito che si assolutizza. Nell’espressione artistica, spazio e tempo si piegano e si risolvono nell’assolutezza del punto e dell’istante; la condizione umana, che per Heidegger è quella dell’uomo-(gettato)-nel-mondo, si capovolge nell’altra, del mondo-che-è-(gettato) nell’uomo. Nell’opera d’arte quel punto, quell’istante acquistano una dimensione sensibile, divengono forma. Per Stefanini, come per Gioberti, il vincolo infinito-finito, spirituale-corporeo, ideale-sensibile si stabilisce pechè le cose s’innervano di forze spirituali e serbano traccia di quella potenza che si prolunga attraverso di esse. Nell’arte, poi, le cose diventano uniche (come dice Souriau): “lo stile è quel segno di unicità di un’anima che viene donata alle cose” (e quanta pretesa arte contemporanea, aggiungiamo noi, è priva di stile perchè priva di anima, a cominciare dall’architettura delle nostre città!).

      L’arte, si badi, non è necessariamente l’arte “bella”: in questo, Hegel aveva ragione; ma deve necessariamente seguire la vocazione a formare organismi unitari e completi. Né si può dire che essa contiene una rivelazione religiosa in quanto non basta a sé stessa: pensare ciò, “è perdere l’arte senza ricuperare la religione”. Autonoma, quindi, è la sfera dell’arte: ma di necessità fedele alla ricerca dell’armonia fra le parti ed il tutto. Essa è conformazione o adeguamento delle cose all’atto cui esse debbono la vita. Né la natura, né l’arte sono belle in sé stesse, poichè hanno bisogno della mediazione di un esecutore, di uno spirito che ne porti alla luce il valore nascosto. “La natura non diventa bella finché non vive di sentimenti umani”. La bellezza, quindi, non è veramente nelle cose, ma nell’occhio che guarda e nello spirito che ricrea. Per tale ragione il mondo non esaurisce mai le proprie riserve di bellezza: perché in ogni spirito ed in ogni istante il mondo rinasce sotto una luce nuova.

     L’arte, dunque, è un valore autonomo nella propria sfera; essa però sottende l’idea di una verità assoluta che, coincidendo con il possesso dell’essere a sé stesso, è anche parola assoluta. Tale idea suggerisce che ens, verum, bonum, pulchrum convertuntur: l’essere coincide con la Verità, la Bontà e la Bellezza. Ora, solo l’arte è capace di una parola assoluta: estendere tale condizione alla filosofia significa confondere le due sfere; conseguire l’essere assoluto nell’intuizione è prerogativa dell’arte, non della filosofia. Al tempo stesso, l’autonomia dell’arte non va confusa con l’estetismo; essa risponde anche alla necessità di un dovere religioso. Parola assoluta, l’arte: ma parola assoluta nell’ordine dei sensibili; lo spazio dell’arte è uno spazio assoluto, ma giace su un piano che non basta alla nostra vita. Questo è l’errore dell’estetismo: assolutizzare non lo spazio dell’arte nel proprio ambito, ma fuori di esso: farne elemento sufficiente a riempire la domanda dell’intera esistenza.

      Se l’arte è la parola assoluta delle persone finite, la Parola assoluta dell’Assoluto è il Verbo, e si trova fuori dell’ordine dei sensibili. Quanto più l’essere umano è in grado di godere della divina bellezza dell’arte, tanto più soffre della limitatezza e dell’inadeguatezza umane, “per cui la grande arte stilla sempre da grande dolore o per lo meno da grande inquietudine”. Da ciò deriva la tipica incontentabilità dell’artista: incontentabilità irriducibile, perché egli cerca risposte e pienezza là dove l’ordine dei sensibili è in grado solo di mostrare il limite e l’umano senso di insufficienza. L’arte, comunque, non è un lusso o un accessorio  della vita umana: ne è un elemento fondamentale. L’arte va verso la vita come la vita verso l’arte. L’attività integrale dell’uomo si realizza nei due momenti complementari dell’intuizione e della ragione, né essi sono totalmente separati e distinti: anche nella ricerca scientifica vi è un momento di folgorante intuizione, così come nell’arte – ad esempio, nella poesia di Dante – si possono intrecciare ardui motivi dottrinali. Il linguaggio, specchio fedele dell’alternanza dell’atto umano, è strumento di entrambe le attività, attuale (artistica) e ulteriore (scientifica). Certo, l’arte gode il privilegio della parola assoluta, ma essa non è mai fine a sé stessa: essa può sgorgare solo da un’anima che abbia conosciuto lotta, amore, odio, meditazione; da un’anima vuota non risuona che una parola vuota.

      Stefanini si chiede poi se l’arte debba essere intrinsecamente morale; se solo i fiori della virtù siano fragranti di bellezza o se possano esserlo anche (come per Baudelaire) i fiori del male. E risponde che l’arte, per esser tale, deve esser capace di andare oltre la sensibilità e avvolgersi di un alone di spiritualità. E cita Severini: “Non si diventa classici per mezzo della sensazione, ma per mezzo dello spirito”. Al tempo stesso, ribadendo l’autonomia dell’arte dalla morale, ancora una volta il Nostro si richiama alla sapienza di San Tommaso, citando la Summa Theologiae: “Non si esige dall’artista che faccia il bene, ma che faccia un’opera ben riuscita”. Di qui l’inevitabile ambivalenza dell’arte, che può anche divenire adorazione idolatrica dell’opera della creatura che disconosce l’armoniosa connessione col Creatore. Ma lo scandalo dell’arte, a ben guardare, non è altro che lo scandalo della libertà. In questo senso, Stefanini rivendica il vanto del cattolicesimo che, contro Leone l’Isaurico e contro Lutero, ha difeso strenuamente il diritto dell’arte alla libertà. Non si può mettere in discussione un tale diritto senza sminuire e violentare un ambito fondamentale della stessa libertà morale dell’uomo.

     A conclusione della sua ricerca sull’estetica della parola assoluta (seguono tre capitoli, meno originali, su arte e tecnica, arte e forma e sui rischi dell’estetismo), il filosofo trevigiano si pone una questione particolarmente delicata. Certo, la bellezza è da sempre considerata uno degli attributi del divino; tuttavia l’arte, parola assoluta nell’ordine dei sensibili, pare separare la sua strada in maniera irreversibile dalla spiritualità pura, immergendo l’anima in un’estasi di forme voluttuose che la traggono verso il regno della materialità chiusa in sé stessa. Ma Stefanini, in una pagina veramente notevole per finezza di penetrazione speculativa, osserva a questo punto che proprio l’arte pura tende al superamento del sensibile ed è un anelito verso il sovrasensibile: e ricorda il “silenzio” di Rimbaud, la “pagina bianca” di Mallarmé, l’intuizione del mistero nel simbolismo mistico della poesia russa del primo Novecento. Qui e altrove egli dimostra una frequentazione e una assimilazione così vasta e profonda delle grandi opere d’arte e, in particolare, della poesia, da rivelare chiaramente che la sua concezione estetica non nasce da un distaccato ragionamento filosofico, ma anche da un caldo fiume di partecipazione emotiva, di simpatia, di autentico amore per tutte le manifestazioni dell’umana bellezza. E conclude: “L’amore ci rivela la vocazione ultransensibile della bellezza”. L’essere umano, infatti, può cogliere la bellezza solo nel dato sensibile, ma è proprio il verbo sensibile – la parola assoluta dell’arte – che fa nascere in lui il desiderio del suo superamento, del ritorno alla pura sorgente perenne di ogni bellezza, della quale gli oggetti della natura e quelli dell’arte non sono che un appassionato, struggente riflesso. Arte pura, infatti, è anche e soprattutto un bisogno di disincarnarsi, per raggiungere e amare valori extra-sensibili.

     La filosofia di Luigi Stefanini e, in particolare, la sua concezione estetica, costituiscono una proposta estremamente interessante nel panorama culturale del Novecento. In un mondo sconvolto da due guerre mondiali (e Stefanini partecipò alla prima, meritandosi una croce sul  tragico Col di Lana, ove rimase ferito), da opprimenti totalitarismi, dalla minaccia dell’olocausto nucleare e di un terzo conflitto mondiale (egli morì nel 1956, l’anno del dramma ungherese), caratterizzato da una crisi spirituale e intellettuale senza precedenti  che ha investito il costume, l’arte, la letteratura,  la filosofia, la religione, il senso stesso del sacro, sostituendovi i riti e i miti sempre più effimeri di un cieco materialismo e di un tecnicismo senz’anima, la sua proposta antropologica giunge come una ventata d’aria fresca nell’aria viziata di un relativismo che sconfina  nel nichilismo assoluto. La sua vicenda umana e intellettuale testimonia una coerenza, una forza, un coraggio che spiccano sullo sfondo piuttosto grigio di una cultura italiana propensa a un certo conformismo. Sappiamo da una famosa pagina autobiografica quanta importanza ebbe, nella sua formazione e nella costruzione della sua prospettiva filosofica, l’esempio della serenità, della operosità, della tenerezza materne, che gli avevano rivelato la presenza, nel sistema di vita ispirato ai valori cristiani, della “forma più alta dell’essere”.

     Sempre egli seppe confrontarsi col nuovo, con le sfide della contemporaneità: cattolico “progressista” e aperto al mondo moderno, ebbe dissensi con la gerarchia cattolica circa il pericolo, da essa paventato, di una eccessiva autonomia della ragione (fresca era la condanna del modernismo da parte di Pio X); professore a Padova, nel clima del ventennio fascista si trovò, praticamente solo, a difendere le ragioni della sua visione cristiana e razionale; e altrettanto seppe fare, dopo il ritorno della democrazia,  mantenendosi serenamente distaccato dagli umori prevalenti  nella cultura del secondo dopoguerra, impregnata di esistenzialismo nichilistico e di fascinazione per un collettivismo totalitario e radicalmente illiberale.  Infine si misurò con il fenomeno del “boom” economico e con la silenziosa scomparsa della civiltà contadina, accettando la sfida dei nuovi mezzi d’informazione della società di massa (ad esempio, la televisione) e mettendo a punto una sua proposta pedagogica adeguata ai problemi di un’epoca di rapidissime trasformazioni. C’è, dunque, una coerenza veramente rara in questo pensatore che ha attraversato tutte le crisi del “secolo breve” (breve, ma terribile) rimanendo sempre fedele ai propri ideali, nella buona e nella cattiva fortuna, traverso drammi domestici e dispiaceri professionali che mai ne scalfirono la ricca e profonda carica umana.

     La sua visione dell’uomo come imago Dei è improntata a un ottimismo ragionato e coraggioso, che non elude le difficoltà materiali e intellettuali  ma che si tiene saldamente ancorato ai due concetti fortemente correlati della dignità e della libertà della persona. “Io – afferma Stefanini – sono l’essere che è in quanto si dice, si afferma, nella sua presenza a sé stesso: nucleo ed energia insieme”; e ancora: “Quanto più discendo in me, tanto più trovo gli altri; e quanto più mi apro agli altri, tanto più approfondisco me stesso”. Affermare che l’essere umano è persona significa riscoprire la sua sacralità irriducibile (“Ogni uomo è una storia sacra”, scrive Jean Vanier, che da più di trent’anni vive nella Comunità dell’Arca con uomini e donne portatori di handicap) e la sua dimensione universale perché singolare. La ragione non è preziosa per il fatto che accomuna gli esseri umani (come voleva l’Illuminismo) ma perché li rende unici e irripetibili e perché, al tempo stesso, li spinge al dialogo, alla valorizzazione dell’altro, alla capacità di porlo come fine,  e – attraverso l’altro – all’incontro con Dio.

      Stefanini  perciò rifiuta, sul terreno politico-sociale, sia un individualismo esasperato che recide la connessione e la complementarità fra le persone, sia un collettivismo che appiattisce ed omologa i singoli sul metro di una società totalitaria e onnipervasiva. In essi riconosce due opposte e ugualmente dannose deformazioni del giusto rapporto dell’essere con sé medesimo, nonché due forme di mortificazione – uguali e contrarie – della dignità umana. L’egoismo individualistico sfocia nell’accecamento narcisistico ed edonistico, mentre il collettivismo totalitario soffoca la sfera della libertà morale. La persona umana, al contrario, è veramente realizzata se trova in sé stessa le ragioni dell’apertura al dialogo con il “tu” e se può liberamente esplicare la sfera della sua espressività e della sua creatività coscienziale.

      L’arte, in questa prospettiva, diviene la parola significante che la persona finita rivolge alla Persona Infinita in un rapporto incessante di amore e gratitudine, mediante la bellezza aderente alle profonde ragioni che sono profuse nella natura. “El”, secondo Dante (nel De Vulgari Eloquentia), cioè “Dio”, fu la prima parola pronunciata dal nostro padre Adamo nel giardino dell’Eden, e rivolta al suo Creatore. Una parola-ringraziamento-preghiera che esprime il riconoscimento istintivo di Dio come il punto alfa e il punto omega della nostra vicenda terrena. La parola dell’arte, dunque, è parola assoluta ed è parola significante; è riconoscimento dell’armonia e della sapienza del disegno divino  sotteso alla nostra inseità, al nostro esserci e quindi al nostro esistere-nel-mondo. È anche parola-istante, in quanto sottrae la bellezza alla labilità del tempo e la rende assoluta, perché intuitiva; ed è parola-rivelazione perché (secondo la lezione agostiniana) ci disvela la natura effimera e illusoria del passato e del futuro e ci restituisce alla concreta immediatezza del nostro essere qui e ora; ma un “qui e ora “che confinano direttamente con l’Altrove dell’infinito e dell’eterno. Ed è parola ragionevole, nel senso che mediante un atto intenzionale della coscienza noi riveliamo il nostro essere a noi medesimi e, rivelandolo, vi incontriamo l’essere dell’altro; ed è anche parola di fede e di amore, perché rende possibile l’apertura al mondo, la gioiosità dell’incontro e, al tempo stesso, ci rende consapevoli del nostro limite, della nostra finitezza. Quindi essa diviene parola-anelito, parola-lode, parola-vita: parola che getta ponti fra persona e persona nonché fra le persone e la Persona Assoluta. Infatti è proprio dalla constatazione del nostro limite che emerge la consapevolezza del nostro legame necessario con l’Assoluto: dall’esperienza della finitezza sgorga la rivelazione di quell’infinito che noi cerchiamo e bramiamo (come insegna Sant’Agostino) anche quando ne siamo lontani.

      L’arte, al tempo stesso, non è parola autosufficiente, ebbra del proprio orgoglio prometeico, né parola beffarda e ghignante, che si compiace della deformazione, dell’assurdo e che celebra gli amari trionfi e il disperato autocompiacimento dell’impotenza e dell’insensatezza, come tanta pretesa “arte” contemporanea (contro la quale, giustamente, Stefanini fa appello non solo a ragioni teoriche ma allo stesso buon senso del pubblico). Parola, quindi, che celebra la dignità della persona, che riconosce nella persona l’immagine sensibile (e quindi estremamente inadeguata, ma pur tuttavia preziosa) dell’Assoluto; e che l’aiuta a collocarsi in un universo significante e significativo, ove il “sì” alla vita è sostanziato della consapevolezza di sé ma anche – e per ciò stesso – del legame necessario che la unisce agli altri e all’Altro.

      Come afferma sinteticamente Giovanni Baravalle, il principio fondammentale dell’estetica stefaniniana è che “l’arte è la manifestazione dello spirito umano nella sua singolarità personale. Quindi l’arte non è un fatto di pura sensibilità, ma è il segno energico che l’interiorità impone all’esteriorità, quindi è manifestazione della supremazia dello Spirito. Perciò così definisce l’arte. ‘l’arte è la parola assoluta’, cioè l’arte è produzione non di una cosa qualunque, bensì di ciò che ha in sé un pregio assoluto, di ciò che è contemplabile e godibile per se stesso, senza fini utilitari e senza ulteriori aspirazioni.” Tutto giusto, tranne l’ultima affermazione: perché abbiamo visto che il fatto artistico, per la sua stessa natura sensibile, fa sgorgare naturalmente l’aspirazione verso un piano di realtà più elevato – sebbene non sia questo, esplicitamente, il suo fine né a tale aspirazione l’artista debba programmaticamente ispirarsi.

     Da ultimo non si può sottovalutare il fatto che Stefanini è stato, oltre che un importante filosofo – uno dei maggiori rappresentanti del neo-spiritualismo italiano ed europeo – un pedagogista paticolarmente attento e sensibile  alle problematiche educative dei nostri giorni (secondo la definizione di Geymonat-Tisato). Tale sua specifica sensibilità educativa, caratterizzata da una delle più suggestive intuizioni del Nostro, ossia il concetto e la pratica della “scuola del dialogo”, traspare anche nella sua concezione estetica, poiché la sua concezione dell’uomo e del suo posto nel mondo si presenta come una delle più unitarie ed organiche tra quante hanno segnato la vicenda culturale  novecentesca.”Ci educhiamo – scrive, con una delle sue efficacissime sintesi concettuali – in quanto amiamo e siamo amati:” E ancora: “Non facciamo il bene per noi soli, ma ci educhiamo educando, perché la perfezione della vita è amore.” Per lui, quindi, la parola assoluta dell’arte è anche la parola-dialogo, parola che dischiude orizzonti emozionali e concettuali in una prospettiva di incontro e di riconoscimento  sempre più ricco e sempre più autentico, dal momento che la persona non è – leibnizianamente – una monade senza porte e senza finestre, bensì una finestra  spalancata sull’interiorità ove si realizza, al tempo stesso, la “scoperta” dell’alterità.

     È chiaro, da tutto quanto si è detto, che l’arte – per Stefanini – è linguaggio di auto-riconoscimento e, quindi, la sua parola è parola autentica per eccellenza, poiché nessun vero dialogo è possibile ove non sussista il socratico conosci te stesso dell’io a sé medesimo. Per Stefanini, conoscere sé stessi è condizione per conoscere, e ri-conoscere, l’altro: non vi è, quindi, opposizione fra identità e apertura, fra coscienza e relazione, come sottolinea in un penetrante saggio Jorge Olaechea. Anzi, solo mediante il “conosci te stesso” (come ammoniva, a generazioni e generazioni di antichi Greci, l’Oracolo di Delfi) l’arte diviene dialogo autentico, cioè condivisione di valori e di significati e universalizzazione del sentimento individuale.  Logico corollario di tale  concezione è che l’arte contemporanea non dovrebbe ridursi a mera testimonianza documentale  di una realtà sociale caratterizzata dall’isolamento, dalla perdita di significato, dall’impossibilità di comunicare con l’altro e di riconoscere valori e legami condivisi, bensì dovrebbe contribuire alla consapevolezza, da parte dell’essere umano, del suo ruolo e del suo scopo di persona, ossia di progettualità razionale orientata verso l’apertura e la trascendenza. In quest’ultimo senso, come già si è accennato, l’arte è necessariamente arte sacra: testimonianza del valore sacrale della persona, della sua origine, del suo ultimo destino.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 25/09/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 15 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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