venerdì, 18 Giugno 2021
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Le brutte chiese postconciliari inseguono il mondo, non cercano il divino

Edifici del neoculto sembrano solo delle palestre: le brutte chiese postconciliari inseguono il mondo non cercano il divino edificate in omaggio a un non meglio definito “spirito ecumenico e conciliare” avviliscono il paesaggio di Francesco Lamendola  

Le brutte chiese edificate dopo il Concilio Vaticano II, in omaggio a un non meglio definito “spirito ecumenico e conciliare” (aggettivi che finiscono per diventare passepartout da tirar fuori a proposito e a sproposito), le quali avviliscono il paesaggio di tante periferie urbane e aggiungono squallore a squallore, in quartieri già fin troppo imbruttiti e cementificati, sono una tipica manifestazione di quel malinteso teologico per cui la Chiesa cattolica, protesa a “dialogare” con il mondo moderno, si è trovata sovente ad inseguirne i miti ed i falsi valori, allontanandosi, in pratica – ma senza rendersene conto, anzi fermamente convinta del contrario – dal divino.

Sta di fatto che chi entra in uno di questi edifici “sacri”, che di sacro, nel senso di “spirituale”, hanno poco o niente, veri e propri monumenti alla vanità di qualche architetto pretenzioso e, naturalmente, “progressista” (qualunque cosa ciò voglia dire), chi vi entra, dicevamo, non avverte il respiro dell’infinito, non percepisce l’irrompere luminoso della dimensione superiore, non si sente proiettato nella sfera mistica ove si realizza e si celebra l’incontro ineffabile con il divino, ma, al contrario, si sente immerso in una atmosfera fin troppo umana, gravata dalla materia, densa di antropocentrismo, “tecnologica” per l’uso sovrabbondante di materiali ultramoderni, per la corsa disordinata delle linee e dei piani, per il senso opprimente di oscurità, per la pesantezza dei piani e degli spazi architettonici, per l’ostentato funzionalismo delle parti rispetto al tutto, per l’assoluta mancanza di senso della trascendenza.

Di orientamento simbolico, come un tempo si usava, con l’abside rivolto a Oriente e la luce del sole che sorge ad illuminare, da dietro e dall’alto, l’altare del Santissimo, nemmeno l’ombra, nemmeno il ricordo; il campanile non è che una gettata di cemento o un groviglio di piloni d’acciaio, il cui unico scopo è sostenere la cella campanaria; invano l’occhio cerca, sia all’esterno che all’interno, un segno, un indizio, di quella presenza mistica, di quel raccoglimento interiore, di quelle condizioni che favoriscono il colloquio con Dio. Tutto parla dell’uomo, della sua scienza, della sua tecnica, del suo orgoglio di costruttore; tutto celebra non Dio, ma l’uomo, anzi, l’uomo moderno: quel particolare tipo umano che, di Dio, non sa che farsene, se non, forse, per mettersene i simboli all’occhiello della giacca e ostentarli in pubblico, come a far vedere che è lui a prenderli e toglierli quando e come vuole, dall’alto della sua razionalità e della sua efficienza produttiva.

Passando per la strada, tali edifici “sacri” si possono perfino non notare, o scambiarli, semplicemente, per delle palestre, dei cinema, delle piscine: a mala pena si vede una croce che svetta incongrua e smarrita in cima ad essi, quasi meravigliata d’essere lì; per tutto il resto, niente che faccia pensare a una destinazione sacra, niente che si distingua dalle architetture profane circostanti. E proprio qui è il malinteso: che, per dialogare con il mondo moderno, sia necessario assumerne il linguaggio, i modi, le forme mentali; che, per non apparire distanti e insensibili, bisogni mescolarsi con gli stili, con i ritmi, con le forme della modernità: anche se quegli stili, quei ritmi e quelle forme sono, storicamente e concettualmente, del tutto anti-cristiani; anche se l’essenza della modernità è il secolarismo, ossia lo sradicamento del sacro dalla vita e dalla coscienza dell’uomo; anche se le mode della modernità cambiano e si succedono a ritmo caleidoscopico (chi crederebbe, oggi, che appena trent’anni fa il comunismo apparisse ancora il Sol dell’Avvenire a milioni di giovani?) e la Chiesa, inseguendole, altro non fa che costruire sulla sabbia ed esporsi al medesimo processo di rapidissima obsolescenza e di auto-consunzione.

Le chiese post-conciliari, dicono questi cattolici moderni e progressisti, non devono spiccare, architettonicamente, rispetto al contesto circostante; non devono contrastarlo: i nuovi quartieri residenziali sorti con l’industrializzazione devono poter disporre di edifici sacri che siano in linea con lo stile della modernità. Le vecchie chiese pre-conciliari, là dove si rivelano insufficienti, vengono lasciate andare in rovina, mentre se ne costruiscono altre, ultramoderne, nelle nuove aree urbane: né a quei signori viene in mente che, forse, i fedeli si sentirebbero più a loro agio se, dopo la tristezza della fabbrica e quella dell’abitazione nel quartiere-dormitorio, potessero entrare in una chiesa che non ricordi, architettonicamente, le forme di uno svincolo autostradale o di un parcheggio metropolitano a più livelli.

Così, si sono viste antiche, splendide chiesette di paese restare in disparte, disertate dai parroci, mentre le parrocchie facevano perno sui nuovi edifici: non di rado costruiti con materiali così scadenti, o con criteri così cervellotici, o così tremendamente dispendiosi per il riscaldamento invernale, che, nel giro di due o tre decenni, sono divenuti inagibili a loro volta, e i fedeli si son dovuti adattare a partecipare alle funzioni sacre, quasi come clandestini in casa propria, nella cripta o nella cappella laterale di quei pericolanti complessi.

Potremmo fare dozzine di esempi, ma crediamo che chiunque, sia che abiti in paese, sia che abiti in città, ne conosca, per esperienza personale, più che a sufficienza. Così, a mero titolo di esempio, vincendo l’imbarazzo della scelta, ci soffermeremo a considerare la chiesa parrocchiale della Visitazione della Beata Vergine a Conegliano (in provincia di Treviso), nel nuovo quartiere di Monticella, meglio nota con il nome Santa Maria delle Grazie. Ecco come la descrive Silvia Bevilacqua nel volume «Chiese di Conegliano. Storia e guida alla visita», Vittorio Veneto, De Bastiani Editore, 2000, p. 88):

«Nella moderna chiesa di Santa Maria delle Grazie sono realizzati alcuni principi enunciati nel Concilio Vaticano II sul tema dei nuovi edifici di culto. Essa si pone innanzitutto a servizio di un’area di recente urbanizzazione ed il suo volume architettonico è posto a concorrere con l’edilizia residenziale circostante. Al suo interno è esplicita la volontà di realizzare uno spazio in cui il ruolo del presbiterio e gli altri punti focali, come il battistero ed i tabernacolo, siano distinti ma nel contempo volti a rivelare con immediatezza il legame tra il celebrante e l‘assemblea, stimolando la partecipazione attiva di quest’ultima e contrastando ogni eventuale sopravvivenza separatistica.  Alla stessa logica si riconducono gli sforzi di rinnovare estetica e simbologia degli arredi, come dimostrano il luminoso tabernacolo realizzato in cubetti di vetro e il massiccio fonte battesimale geometrico.

La progettazione del’edificio spetta all’architetto Nerino Meneghello  che la realizzò tra il 1969 e il 1971.

L’osservazione stilistica della struttura architettonica rivela in questo edificio la convivenza di semplicità e complessità. Esternamente la chiesa sembra rappresentare l’equilibrio tra due volumi intersecati: un elemento orizzontale dal perimetro sagomato appoggia sul piano creato dalla lieve rampa d’accesso e sembra quasi sostenuto dalla presenza dell’altro elemento, un parallelepipedo arrotondato che segna l’area del presbiterio, assorbendo pure la funzione di un tradizionale campanile.  Gli stessi elementi sono leggibili anche al’interno, ma le variazioni e le modulazioni che il progettista ha saputo trarre modellando la struttura in cemento a vista, creano un continuo rapporto visivo tra unione e separazione: è evidente infatti che si tratta di un edificio ad aula unica, ma in esso sono ben distinte le funzioni di alcuni spazi e ciò fornisce non solo la necessaria flessibilità, pur garantendo un’atmosfera raccolta. Unico ornamento sono le opere in terracotta  di Luigi Cillo di Vittorio Veneto, il nastro con la “Via Crucis” svolto sul battistero e la “Madonna” sostiene il Cristo nel presbiterio.»

Tutto quel che si capisce, in tanta profusione di iperboliche lodi, è che l’architetto ha voluto fare piazza pulita della tradizione, in none dei presunti enunciati del Vaticano II; che ha ridotto l’accesso della chiesa a una rampa che ricorda quella di un garage, e il corpo centrale della stessa a un parallelepipedo con campanile incorporato; che ha voluto rinnovare l’estetica facendo sparire tutti gli arredi non strettamente indispensabili e sopprimendo, in pratica, la decorazione pittorica e scultorea (un omaggio alla teologia protestante?); che ha inteso favorire la stretta unione fra il celebrante e l’assemblea e combattere ogni eventuale sopravvivenza separatistica (e che cosa sarà mai? forse voleva dire soggettivistica e individualistica?); che ha voluto concorrere (nel senso di competere, o in che senso?) con l’edilizia profana circostante, come a rassicurare i palazzi e i condomini prospicienti: state tranquilli, non vi darò ombra, sono uno di voi, siamo della stesa pasta, stiamo dalla stessa parte della barricata!

Che tristezza; e, soprattutto, che confusione concettuale, oltre che estetica. E pensare che a poche decine di metri si erge ancora, certo troppo piccola per le accresciute esigenze di una popolazione in continuo aumento, quel gioiello che è l’originaria chiesa della Beata Vergine della Grazie, edificio settecentesco eretto sul luogo di un convento francescano del XV secolo, al cui interno si trovano pure alcune perle pittoriche, come una «Madonna col Bambino in trono, tra i santi Giovanni Battista e Francesco», di Francesco Beccaruzzi, ancora aperto al culto, anche se le funzioni sacre si svolgono quasi solo in occasione di qualche matrimonio. Quale contrasto fra la grazia semplice, armoniosa, limpida, del piccolo, vecchio edificio, e la pesante, insipida anonimità del nuovo, tutto modernismo e funzionalismo, un cubo di cemento in mezzo ad altri cubi di cemento: e questo sullo sfondo di un meraviglioso paesaggio collinare, che si sarebbe prestato a ben altro esercizio di stile architettonico, proprio in nome della valorizzazione del contesto ambientale!

Il fatto è che, a partire dagli anni Sessanta del Novecento, si è verificata nel campo delle arti sacre la stessa cosa che è accaduta per la liturgia, per la teologia, per la catechesi e per la pastorale: in nome del “nuovo”, si è voluta consumare una vendetta sull’antico; in nome del progresso, una battaglia contro il preteso oscurantismo; in nome della praticità e della funzionalità, una crociata contro tutto ciò che generazioni e generazioni hanno ritenuto bello, decoroso, ispirato. Si son voluti tagliare i ponti col passato, all’insegna del motto: «Non si torna indietro!»; e Dio sa quanti edifici sacri, carichi di storia e di pietà, che si potevano e si dovevano salvare, sono stati abbandonati al degrado e allo smantellamento; quanti arredi sono stati dispersi, quante opere sono state trasferite in sedi discutibili, ad esempio in “musei” d’arte sacra che nessuno va a visitare; quante comunità di fedeli sono state spogliate degli oggetti cui erano affezionate, del conforto sensibile di pale, candelabri, ostensori, paramenti, che avevano accompagnato la vita plurisecolare delle comunità, dai battesimi ai funerali. Si è voluto colpire al cuore il legame con il passato, in nome di un peccato d’orgoglio: che quel passato fosse divenuto un peso ingombrante ed inutile, che quelle generazioni di preti e di fedeli non avessero capito la vera essenza del cristianesimo e che occorresse ripartire da zero, o quasi, facendo “tabula rasa” della tradizione.

In questa prospettiva, i “nuovi” architetti (e pittori e scultori) dell’arte sacra si sono comportati come i “nuovi” teologi del Vaticano II: si sono fatti avanti come coloro che hanno capito, vincendo l’inerzia o la resistenza dei retrogradi, e che intendono rimediare immediatamente, senza perdere più neanche un minuto, agli errori del passato, alle occasioni perdute, agli inutili indugi, rimettendo la Chiesa cattolica al passo con i tempi: a passo di carica, s’intende, perché il tempo della modernità è la corsa, e dunque anche la fede non deve più essere contemplazione, meditazione, raccoglimento, ma bensì fare, operare, agire, in omaggio alla filosofia della “praxis” (marxiana?): il tutto con la benedizione di una schiera di giornalisti, di commentatori, di vaticanisti improvvisati, di sacerdoti spregiudicati, di laici con la smania di cambiare ogni cosa, da cima a fondo, e con lo zelo dei pompieri che devono salvare il palazzo minacciato dalle fiamme.

Quale errore; e, soprattutto, quale enorme sciocchezza.

Se l’occhio ha bisogno di bellezza, l’anima ha bisogno di raccoglimento: e la verità del cristianesimo, che si presenta come eterna, non deve correr dietro alle mode, ma restare salda come roccia: solo così può attirare a sé il mondo confuso, angosciato, disperato. Dialogare con la modernità non vuol dire svendersi ad essa, né dimenticare la sua essenza anti-spirituale ed anti-cristiana. Che è, in ultima analisi, anche anti-umana – a dispetto di quello che dice e di quello che crede –, se è vero che il soffio dell’infinito è parte essenziale della nostra natura più intima e vera…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 10/02/2015 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 18 Ottobre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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