giovedì, 25 Febbraio 2021
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Tutti guardavano in cielo la cometa di Halley, ma Galilei aveva altro da fare

Quale famoso telescopio? Tutti guardavano in cielo la cometa di Halley ma Galilei aveva altro da fare. E’ la più famosa e brillante delle comete della fascia di Kuiper che si ripresenta in vista del nostro pianeta ogni 76 anni di Francesco Lamendola  

La cometa di Halley è la più famosa e brillante delle comete della fascia di Kuiper, che si ripresenta in vista del nostro pianeta ogni 76 anni e che è stata osservata regolarmente fin da prima dell’era cristiana, anche se bisognerà attendere il XVIII secolo perché l’astronomo inglese Edmond Halley (Londra, 8 novembre 1656-Greenwich, 14 gennaio 1742) comprendesse che le comete osservate nel 1531, nel 1607 e nel 1682 erano il medesimo oggetto.

Che le comete fossero degli oggetti, cioè dei veri corpi celesti, fu una nozione che, a sua volta, si diffuse solo lentamente e con una certa fatica nel mondo dell’astronomia; molti le ritenevano qualcosa di simile a dei semplici fenomeni ottici, non a degli oggetti fisici; e di tale opinione era anche Galileo Galilei, il quale, in verità, al principio del 1600, era ormai uno degli ultimi ad attardarsi in tale erronea credenza. Ma questa è una di quelle cose che perfino oggi, a quattro secoli di distanza, bisogna dire con molta cautela, anzi, sussurrarla appena, se proprio è necessario farne menzione, perché spiattellarla a chiare note equivarrebbe a una forma d’indelicatezza, se non proprio di vera e propria lesa maestà, nei confronti della fama imperitura di Galilei, che i nostri studenti imparano fin ai banchi di scuola a venerare come il fondatore della scienza moderna, vale a dire del paradigma culturale sul quale si fonda tuttora la nostra civiltà.

Tanto poco interessavano a Galilei le comete, che, quando passò, ben visibile anche nei cieli italiani, la più famosa di tutte, più tardi conosciuta come la cometa di Halley, pare che egli non si sia mai degnato di puntare verso di essa il suo famoso cannocchiale (suo, per modo di dire: ma questa è un’altra di quelle menzogne ufficialmente stabilite una volta per tutte, e che, pertanto, è impresa quasi impossibile sradicare, o anche solo mettere cautamente in discussione). Aveva ben altro a cui pensare, il grand’uomo: era impegnatissimo a litigare, come al solito, per una questione di precedenza e di amor proprio: la paternità di quello che oggi è noto come il compasso proporzionale, ma che Galilei, attribuendosene l’invenzione e mettendosi a fabbricarlo e venderlo  in proprio, per arrotondare il suo stipendio di professore (non bastandogli le lezioni private che dava agli studenti e l’aver messo su una specie di pensione per i giovani frequentanti lo Studio patavino), aveva battezzato con il nome altisonante di compasso geometrico e militare. Anche se i suoi adulatori sostengono che egli fu costretto ad entrare in polemica, rompendo la sua abituale riservatezza (?), la verità è che Galilei apparteneva a quella categoria di uomini che si fanno pochissimi scrupoli nell’appropriarsi del lavoro, delle fatiche e dei meriti altrui, come nel caso del telescopio, minimizzando o passando sotto silenzio tutto ciò che potrebbe dare la minima ombra alla fama che ritengono loro dovuta, ma che non sopportano la più piccola insinuazione riguardo alla loro assoluta precedenza, nel caso di scoperte e invenzioni per le quali vi sono altri candidati in lizza.

Fatto sta che egli, nei primi mesi del 1607, era tutto infervorato a smentire l’accusa di plagio circa il compasso proporzionale, mossagli dall’astronomo milanese Baldassarre Capra (1580-1626) – allievo del notevole astronomo tedesco Simom Mayr o Simon Marius, a sua volta allievo di Keplero -, alla cui opera Usus ef fabrica circini cuiusdam proportionis, rispose con una vibrante e incollerita Difesa contro alle calunnie et imposture di Baldassar Capra, nella quale, come si vede già dal titolo, non si può proprio dire che egli abbia schermato di fioretto. Comunque, lo Studio patavino, da lui coinvolto con una formale accusa, gli diede ragione, e la polemica si risolse in una vittoria del fiorentino, che poté rovesciare sul suo avversario l’accusa di plagio; accusa che, per la verità, circolava fin dal 1602; senza, però, poter allontanare la spiacevole impressione che egli da tempo covasse un astio e un desiderio di rivalsa nei confronti del Capra, col quale, nel 1604, aveva già avuto un’aspra polemica a proposito della Nova osservata dal milanese, e della quale poi Galilei aveva parlato nelle sue lezioni, ma senza nominare il suo scopritore. Siamo sempre lì: Galilei s’infuriava ogni qualvolta accadeva che qualcuno non gli rendesse i dovuti omaggi; però, da parte sua, non si preoccupava affatto di rendere il dovuto riconoscimento agli altri studiosi, anzi, era straordinariamente, diciamo così, sbadato e frettoloso in tutto ciò che poteva tornare a onore di qualcun altro, tanto quanto era puntiglioso, pignolo e autoreferenziale, riguardo alle proprie scoperte e ai propri meriti scientifici.

Sta di fatto che Galilei, benché avvertito sollecitamente da due suoi corrispondenti, il poeta fiorentino Raffaello Gualterotti (1544-1638) e il matematico benedettino Benedetto Castelli, bresciano (1578-1643), della comparsa della cdel 1607, non risulta l’abbia mai osservata, perché, mentre possediamo le lettere con cui quei due personaggi gli comunicavano l’importante notizia, non è rimasta la minima traccia di osservazione astronomica da parte sua. Forse, polemica col Capra a parte, tutta la faccenda delle comete non gli pareva di così grande importanza; dopotutto, secondo lui, non di oggetti reali si trattava, ma solo di un effetto ottico, insomma, di una semplice illusione sensoriale.

Così ricapitolava la questione l’astrofisico Paolo Maffei nella sua monografia La cometa di Halley (Milano, Arnoldo Mondadori editore, 1984, pp. 251-252):

All’epoca di questo passaggio [della cometa di Halley] viveva un grande astronomo che non abbiamo incontrato tra coloro che seguirono la cometa: Galileo Galilei. La osservò? certamente Galileo fu informato della sua apparizione da almeno due dei suoi amici e corrispondenti: Raffaello Galterotti in una sua lettera del 20 ottobre 1607 da Firenze, gli scriveva:

“Le mando la nascita di una cometa, apparsa il 27 settembre 1607, circa le sette hore di notte nell’Orsa maggiore, rispondente a 18 gradi del Lione: et in tre di camino verso mezzo giorno tanto che passò sopra Arturo, e si pose con esso e con la lucida della Corona in un perfetto triangolo; e di poi in tre settimane ha fatto per il Serpente altrettanto viaggio quanto fece nei primi tre giorni. Iersera era vicina alla stella della coscia sinistra  di Ofiuco; e per ire a recider l’eclittica ne’ 15 gradi del Sagitario in circa, rinnova il significato del’altra del 1604.”

Osservazioni più dettagliate e precise furono inviate dal Padre Benedetto Castelli al suo confratello D. Ermagora di Padova, con una lettera del 24 ottobre che quest’ultimo era pregato di trasmettere a Galileo. Padre castelli si trovava a cava dei Tirreni, in occasione del Capitolo Generale del suo Ordine, come addetto alla persona di un grande dignitario, e la osservò per diverse sere. Ecco la sua lettera con le osservazioni:

“Molto Rev. Padre Oss.mo

Alli 10 di 8bre corrente ritrovandomi in una loggia,. la sera, alla scoperta, al’usanza mia, per riguardar le stelle, viddi una luce, o vogliam dire cometa, nella parte occidentale, della grandezza delle stelle della prima magnitudine, ancorché, per esser alquanto oscurotta, non facesse di sé troppa bella mostra, con una coda o irradiatione stesa verso oriente apunto, quale si andava scemando di splendore nell’estremità sua, in maniera che non si poteva ben bene rafigurare la lunghezza sua, ma così di grosso appariva di sette gradi in circa. Ma perché mi ritrovai rinchiuso nelle stanze del mio Reverendo, per essere il loco, dove io stava, pertinente alla camera sua, non potei per quella sera far altra osservatione: e per altra occorrenza, con mio disgusto , l’istesso alli 11 mi fu vietato. Alli 12 ritrovai, come meglio potei, che detta apparenza si ritrovava apunto nell’equinottiale nel 237 grado […]. La sera seguente non fu possibile osservarla. Alli 14 si era posta tra la stella della 3a magnitudine che sta nella man sinistra di Esculapio, e quell’altra più meridionale informe tra la zampa destra del Scorpione e le coscie d’Esculapio, in maniera che, essendo lei più occidentale di tutte dua le dette stelle, faceva con quelle un isoscele, del quale essendo la base la distanza tra le due stelle, la perpendiculare dalla cometa alla base era la terza parte di detta base. Alli 15 poi si era trasferita più meridionale, tanto che con il sito della sera antecedente formava una rombide: onde entrai in pensieri che ei alli 12 fosse stata non nel 237, ma nel 236 e meno, perché questo mi correspondeva meglio a fare che il moto suo fusse per circolo massimo. Le altre sere seguenti si andava sempre facendo

Solo sospiro l’ampiezza dell’orizonte vostro, ma molto più la vostra conversatione, con la quale volentieri ragionarei di presenza e di questo e di molte altre cose, che con non poche fatiche vado alla giornata guadagnando.

Mi farete favore darmi nova del mio Sig. caro Galileo, e, se è possibile, communicateli questa mia, acciò se S. S. con più esatta osservatione havesse notata la suddetta apparenza, me ne dia copia: e scriveteli che io tengo desiderio di servirlo, conforme a’ segnalati e grandi meriti suoi…”
Questa lettera fu trasmessa certamente a Galileo perché fu trovata tra le sue carte e sul retro, com’era sua abitudine, Galileo aveva scritto il nome del mittente: “D. Ben.”

Nonostante le segnalazioni ora ricordate non si sa se Galileo osservò o no la cometa di Halley. In quell’epoca era stato molto impegnato nel dibattito con Baldassarre capra per il plagio del suo “Compasso geometrico e militare”, e si stava immergendo negli studi sull’armatura delle calamite. D’altra parte egli non si curava tropo dell’osservazione delle comete, che non riteneva oggetti astronomici, e sulle quali in seguito avrebbe espresso estesamente le sue idee nel corso della celebre polemica con Padre Grassi, che era molto più vicino alla verità. Pure nella lettera del P. Castelli, conformemente all’opinione di Galileo, la cometa di Halley era soltanto un'”apparenza”.

Ma, come si è già visto, erano gli ultimi decenni in cui l’opinione che le comete non fossero corpi celesti trovava ancora qualche sostenitore. Ormai mancava soltanto un secolo alla pubblicazione del lavoro col quale Halley avrebbe annunciato la scoperta che l’astro che stiamo seguendo da due millenni è un corpo che circola intorno al Sole come i pianeti, che obbedendo alla legge della gravitazione universale, torna ogni 77 anni circa.

Ma Galilei, con le comete, avrebbe avuto ancora a che fare, e sempre nel calor bianco di una polemica con un astronomo gesuita di non piccolo merito, Orazio Grassi, savonese (1583-1654), il quale, alla comparsa di tre comete nel 1618, dedicò un’opera intitolata De tribus cometis anni 1618 disputatio astronomica publice habita in Collegio Romano Societatis Iesu. Ad essa Galilei rispose, ma non in prima persona, bensì tenendosi dietro le spalle del discepolo Mario Guiducci (1583-1646; esitiamo a chiamarlo amico, come nel caso del Castelli, perché il carattere di Galilei era tale da non ammettere amici accanto a sé, ma solo discepoli e ammiratori), che firmò lo scritto polemico Discorso delle comete, sostenendo che le comete sono in realtà degli addensamenti di vapore che si formano nell’alta atmosfera, illuminati dal Sole. Questa è la reale natura della prima fase della polemica fra Grassi e Galilei, e non la questione del copernicanesimo, che i soliti panegiristi del fiorentino tirano sempre in ballo, dovendo pure appigliarsi a qualcosa, fossero pure gli specchi, per tener sempre alto l’onore del loro idolo.

E dunque, tirando un po’ le somme, possiamo dire, punto primo, che Grassi aveva sostanzialmente ragione, e Galilei aveva completamente torto; punto secondo, Grassi aveva pubblicato uno scritto scientifico in piena legittimità e autonomia, e Galilei lo aveva voluto attaccare “a freddo”, per screditare e ridicolizzare la sua teoria; punto terzo, Galilei non aveva avuto nemmeno la lealtà di firmare quel suo libello con il proprio nome, ma si era servito di un prestanome, un suo discepolo e confidente, al quale resterà il disonore imperituro di essersi prestato ad una così meschina manovra. Peraltro, l’ego ipertrofico di Galilei non poteva tollerare che un suo scritto andasse in giro sotto il nome di un altro, anche se lui stesso, per ragioni tattiche, aveva voluto così; e quindi, non passò molto tempo che tutto l’ambiente scientifico italiano sapeva chi fosse, in realtà, l’autore del Discorso delle comete, Grassi compreso. Il quale non volle passar sopra la cosa (sappiamo dalla lettura de I promessi sposi quanto fossero importanti, nel 1600, i puntigli d’onore; aggravati, in questo caso, dalla vanità del grande scienziato che non vuol restare secondo a nessuno e ritiene, in virtù dei suoi meriti, di aver sempre e comunque il diritto all’ultima parola), e pubblicò la Libra astronomica ac philosophica qua Galilaei Galilaei opiniones de cometis a Mario Guiduccio in Florentina Academia expositae, questa volta adottando uno stratagemma in parte simile a quello del suo avversario, cioè firmandosi con uno pseudonimo, quello di Lotario Sarsi: con la non lieve differenza, però, che tutti, fin da subito, riconobbero in quel nome l’anagramma del Grassi, mentre Galilei, scegliendo non uno pseudonimo, ma il nome di una persona reale e allora vivente, si poneva su un terreno diverso, molto più subdolo e infido.

Sappiamo come procedette la cosa, con la pronta e veemente risposta di Galilei, che, tirato in ballo per nome e cognome, non poteva certo starsene zitto, ma doveva vendicare l’offesa e lo fece sin dal titolo, con quel Saggiatore che, a confronto delle bilancia (libra) usata quale metafora dal Grassi, è uno strumento assai più preciso, essendo il bilancino dell’orefice. E sappiamo anche come, in questa seconda fase della polemica fra Grassi (che parlava, in realtà, a nome di tutti gli scienziati del suo Ordine) e Galilei (che, sfidando Grassi, aveva deliberatamente sfidato tutti i gesuiti, dai quali aveva sinora ricevuto continui e lusinghieri attestati di stima) il discorso, dalle comete, si sia spostato sul copernicanesimo, che Galilei volle difendere a spada tratta, avendo ravvisato, nello scritto del Sarsi, un attacco contro di esso. Anche se, in realtà, Orazio Grassi, come i suoi colleghi gesuiti, non era un aristotelico, ma un seguace della teoria “intermedia” elaborata dall’astronomo danese Tycho Brahe, che si può definire geo-eliocentrica. E resta il fatto che i moderni adulatori di Galilei, fra i quali rientrano pressoché tutti gli autori dei libri di testo per le scuole e l’università, sposando in pieno questa prospettiva cosmologica, deviano volutamente l’attenzione del pubblico dal punto essenziale della disputa scientifica, dedicata alla natura delle comete, disputa nella quale Galilei confermava testardamente i suoi argomenti erronei, e Grassi ribadiva le sue giuste osservazioni.

Se, al mondo, contassero i fatti e non i preconcetti ideologici, almeno oggi, a distanza di 400 anni esatti, a Orazio Grassi si renderebbe finalmente giustizia (quanti sanno che questo dotto gesuita fu anche architetto e che disegnò il progetto della Chiesa di Sant’Ignazio, a Roma, in Campo Marzio?) e si riconoscerebbe apertamente che, almeno a proposito delle comete, egli vide di più e meglio di quanto seppe vedere Galilei, con o senza il suo famoso telescopio.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 12 Luglio 2017

Del 15 Settembre 2020

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