domenica, 13 Giugno 2021
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Un eroe del Piave: Andrea Bafile

Che fare della memoria di uomini come Andrea Bafile o degli eroi di El Alamein; cosa pensare se per caso – magari nel bel mezzo d’una vacanza – ci imbattiamo in una iscrizione o in un monumento che li commemora di Francesco Lamendola  

Quello di Andrea Bafile è un nome che, senza alcuna esagerazione, sicuramente conoscono e pronunciano, ogni anno, milioni di persone: tale è il giro di presenze che si succedono ogni estate lungo una delle più grandi strutture balneari italiane, il Lido di Jesolo, tra la foce del Piave e quella del Sile (fino a 8 milioni di presenze annuali), frequentato da turisti di cento nazionalità diverse; e tale è il nome che si legge sui cartelli stradali della principale arteria cittadina – ora pedonale -, affollata di alberghi, ristoranti, bar e negozi. Eppure, siamo altrettanto certi che quasi nessuna di tutte quelle persone, che ne pronunciano il nome per indicare l’indirizzo di destinazione, o che lo scrivono sulle cartoline da spedire ai loro amici e parenti al mare, sa minimamente chi sia questo personaggio, al di là dei telegrafici dati inseriti, appunto, sulla segnaletica stradale. E tale ignoranza riguarda non solo i turisti stranieri, ma anche la maggior parte di quelli italiani. Al massimo, qualcuno di loro si sarà imbattuto nel monumento di marmo e bronzo a lui dedicato, con la relativa iscrizione, focalizzando, così, più o meno vagamente, che egli fu un ufficiale della Marina militare italiana, Medaglia d’oro, caduto nel corso della Prima guerra mondiale.

In effetti, una ormai pluridecennale cultura “progressista” a senso unico, tutta impostata in senso puramente negativo (anti-retorica, vedendo la retorica annidata quasi ovunque; anti-borghese; anti-clericale, se non anti-religiosa; anti-militarista; anti-nazionalista, se non proprio anti-patriottica; e, soprattutto, per carità, anti-fascista) ci ha a tal punto disabituati a guardare con stima e rispetto, per non parlare di ammirazione o gratitudine, alla memoria di quanti hanno affrontato l’estremo sacrificio per amore della Patria, che imbattersi in un monumento, o in una indicazione stradale, che si riferiscono ad una Medaglia d’oro, produce a un dipresso l’effetto che causerebbe l’incontro con un meteorite o, tutt’al più, con un cimelio anonimo di due o tremila anni fa: indifferenza mista a un vago senso di sufficienza, se non proprio d’ironia. Ma cosa ci vengono a raccontare, queste amministrazioni comunali, per di più in un luogo di vacanza e di spensieratezza? Perché ci annoiano con la retorica della Patria, della guerra e delle Forze armate?

Eppure, una ragione per la presenza di quel monumento, proprio in quel luogo, c’è. La via principale di Jesolo Paese, infatti (il quale all’epoca della Grande guerra, si chiamava ancora Cava Zuccherina), via Cesare Battisti, è stata realizzata nel secondo dopoguerra grazie alla copertura di un ramo del canale Cavetta, collegante il Sile e il Piave, dopo lo spostamento del tratto originario; ed è precisamente il luogo ove si appoggiava l’ultima trincea italiana, quasi in vista del mare, dopo lo sfondamento di Caporetto e l’avanzata austro-ungarica fino al corso del fiume Piave ed ai margini della Laguna di Venezia. A breve distanza da lì si svolse l’ultima impresa di Andrea Bafile, marinaio e soldato d’Italia, che guidò una missione di ricognizione notturna al di là del Piave e fu colpito a morte mentre tornava sui suoi passi per cercare uno dei suoi uomini dato per disperso; un giovane uomo (aveva trentanove anni) che chiuse gli occhi alla vita terrena, nel marzo del 1918, dicendosi sereno, perché, nel corso di quell’ultima missione, aveva potuto baciare la terra “italiana”, cioè la parte d’Italia invasa dal nemico, e ne sentiva ancora il sapore sulla bocca. E si noti che Andrea Bafile, ufficiale di Marina imprestato all’Esercito dopo il disastro di Caporetto, era un abruzzese, nato a Bagno, a 7 km da L’Aquila, nel 1878: evidentemente, per lui – a differenza di molti Italiani dei nostri giorni – andava dalle Alpi alla Sicilia, senza distinzione alcuna e comprendeva non solo la porzione di territorio su cui sventola effettivamente il tricolore, ma, in senso ideale, tutte le terre italiane per lingua, cultura e tradizione. Con buona pace di esponenti politici come Umberto Bossi, che consigliava una cittadina veneziana «di buttare nel cesso» la bandiera tricolore, e di quei connazionali che decidono di trascorrere le ferie “in Croazia”, senza nemmeno sapere che Zara era italiana, come lo erano Capodistria, Pola, Fiume, Cherso e Lussino.

Un sintetico ritratto della sua figura e una rievocazione della sua ultima impresa è quello scritto da Andrea Serra (nel volume collettivo: «Italia eroica» (raccolta di articoli pubblicati sul settimanale «Oggi», Milano, Rizzoli, 1965):

«Andrea Bafile fu uno di quegli ufficiali che nel novembre del 1917 cambiarono il panno blu della marina con la divisa grigioverde. Gli austriaci avevano ritto il fronte sull’Isonzo e i marinai della difesa costiera, ritiratisi con il loro armamento da Grado e Monfalcone, furono inquadrati in un battaglione dislocato nella regione acquitrinosa e inondata alla foce del Piave.

Si formò così il primo reparto del reggimento fucilieri “San Marco”, tutto composto da marinai provenienti anche in parte dagli equipaggi delle navi. Il tenente di vascello Andrea Bafile, uscito dall’Accademia navale, era stato prima sulle siluranti e poi ufficiale osservatore sugli aerei da bombardamento “Caproni”. Congedato per la ferita a un occhio, aveva chiesto di avere una destinazione a terra e ottenne il comando del battaglione marinai arditi “Caorle”.

Ora gli austriaci tentano di scavalcare anche il Piave. Nella trincea che costeggia l’argine del canale Cavetta, un pomeriggio del novembre 1917, si trovano fianco a fianco marinai e alpini. L’ammiraglio Thaon di Revel dà ordine all’Arsenale di Venezia di armare con cannoni di grosso calibro dei pontoni. È in buona parte merito di quelle batterie natanti che si spostano di continuo sulla laguna se l’avanzata nemica può essere contenuta e Venezia difesa. Battaglioni ungheresi si fanno sotto gettando passerelle nell’ansa di Cà Lunga, ma anche là giungono in tempo i pontoni armati della marina.

In vista d’una offensiva, il 10 marzo 1918, il tenente Andrea Bafile ebbe l’incarico di compiere una ricognizione delle postazioni nemiche di là del Piave. Verso mezzanotte, scelti quattro marinai  fra quelli che s’erano offerti volontari, passò il fiume in barca e approdò sulla riva sinistra. Il suo primo gesto, appena sbarcato, fu quello di chinarsi a baciare una zolla di quella terra.

La perlustrazione durò fino all’alba. I quattro marinai s’erano sparpagliati fra i canneti, tenendosi pronti a proteggere l’ufficiale che aveva raggiunto i reticolati delle postazioni nemiche e ne tracciava la pianta su un taccuino. Al momento di ritirarsi, riunita di nuovo la pattuglia, Bafile s’accorse che mancava un marinaio e tornò indietro per cercarlo.

I tre uomini già raccolti sulla sponda del fiume lo videro allontanarsi, e poco dopo presero a divampare i razzi che illuminavano il canneto di luce livida. Poi cominciò un fuoco intenso di fucileria e mitragliatrici. Quando ricomparve, l’ufficiale teneva una mano premuta al petto. Sempre sotto il fuoco, la pattuglia riattraversò il Piave le cui acque ribollivano di proiettili. Andrea Bafile era stato colpito a morte. Dopo la medicazione, sdraiato su una branda dell’ospedaletto da campo, pronunciò a fatica le sue ultime prole: “Ho ancora sulle labbra il sapore della mia terra”.»

Ed ecco la motivazione della Medaglia d’oro al valor militare; ricordando, per inciso, che, di alte decorazioni, Bafile ne aveva già due appese al petto: una Medaglia di bronzo per il bombardamento aereo delle Bocche di Cattaro, il 27 luglio 1917; e una Medaglia d’argento – che, conferita in tempo di pace, dalle mani stesse del re Vittorio Emanuele III, valeva come una Medaglia d’oro – per aver salvato dall’esplosione la nave-esploratore «Quarto», in preda ad un incendio, il 23 luglio 1913:

«Comandante di un battaglione di marinai (Andrea Bafile), mentre preparavasi una operazione sull’estrema bassura del Piave, volle personalmente osare un’arrischiata ricognizione tra i canneti e i pantani della sponda sinistra perché, dallo strappato segreto delle difese nemiche, traesse maggiore sicurezza la sua gente. Tutto vide e frugò, e sventato l’allarme, già trovava riparo, quando notò la mancanza di uno dei suoi arditi. Rifece allora da solo la via perigliosa per ricercarlo e, scoperto poi dal nemico mentre ripassava il fiume, e fatto segno a vivo fuoco, veniva mortalmente ferito. Guadagnata la sponda destra in gravissime condizioni, conscio della fine imminente, con mirabile forza d’animo e completa lucidità di mente, riferiva anzitutto quanto aveva osservato nella sua ricognizione, e dirigendo ai suoi infiammate parole, atteggiato il volto a lieve sorriso che gli era abituale, si diceva lieto che il suo sacrificio non sarebbe stato vano. E passò sereno qual visse, fulgido esempio delle più elette virtù militari, coronando con gloriosa morte una vita intessuta di luminoso coraggio, di fredda, consapevole e fruttuosa audacia, del più puro eroismo.»  Basso Piave, 12 marzo1918.

Retorica, dunque? Eppure, il fatto è reale; non solo: se ne potrebbero citare a decine, di episodi di questo genere, nel corso della pur breve storia dell’Italia unita. Davanti alla innegabile veridicità dei fatti, alla cultura oggi imperante e rigorosamente politically correct, non resta che girare la testa dall’altra parte, un po’ sdegnosamente, e fare finta di non averli visti; oppure, se proprio si vede costretta a dir la sua, sostenere che uomini come Andrea Bafile avevano a tal punto introiettato la retorica patriottica, da non accorgersi di recitare una parte, la parte dei nobili eroi pronti al martirio per la Patria, mentre erano solamente vittime di una specie di manipolazione mentale, frutto di una educazione sbagliata, perché fondata su falsi valori.

Già: i figli e i nipoti della cultura e del sospetto e del rifiuto hanno sempre una risposta pronta per tutto; una risposta che non li vede mai minimamente imbarazzati davanti a nulla e a nessuno (cosa che avrebbe male impressionato anche un neopositivista, ma di quelli seri, come Karl Popper, per via del principio di falsificabilità), perché combacia sempre, guarda caso, con i loro inossidabili schemi mentali, con i loro ferrei pregiudizi, con la loro pretesa di possedere una superiorità etica su qualunque interlocutore. Questo, soprattutto: loro si sentono moralmente migliori degli altri, e specialmente dei portatori della cultura che chiamano, con dispregio, tradizionalista; quelli, infatti, dicono di amare Dio, la Patria e la Famiglia, ma, in realtà, sono animati da motivazioni basse e meschine, l’ambizione, il desiderio di sfruttare il prossimo, oppure sono plagiati e non sanno quello che fanno; essi, invece, anche se non credono in quei valori, sono tuttavia delle persone esemplari e dei cittadini modelli, tolleranti, pacifici, benevoli. Da loro viene la pace e il progresso; dagli altri, la guerra e l’oscurantismo. È garantito: da loro medesimi.

Codesti intellettuali progressisti e benpensanti – che neanche si accorgono dell’ossimoro contenuto nelle due attribuzioni – sono tutti nipotini di Voltaire e di Rousseau: la loro religione è il Progresso, il loro nemico, la tradizione; per cui sono antistoricisti in sommo grado, e non vedono che negare il passato equivale a bendarsi gli occhi anche davanti al presente; così, nel loro antistoricismo, sfugge loro che l’amor di Patria appare come un errore solo se guardato da una particolare angolatura dei ostri giorni, e precisamente la loro; ma che tale non appariva affatto, e nemmeno era, per gli uomini che lo vissero con cuore puro e con animo sincero; così come non lo erano l’amore della famiglia o l’amore (e il timore!) di Dio. A noi, figli del disincanto e del cinismo materialista e consumista, sembra inverosimile che qualcuno possa morire con il nome della Patria sulle labbra; o, peggio, sembra una cosa buffa, una cosa da scherzarci sopra. La stampella di Enrico Toti: figuriamoci!, e giù risate. La piccola vedetta lombarda? Quella pallottola in fronte, in fin dei conti, se l’è pur cercata, e forse anche meritata, quel petulante ragazzetto… Uno stuolo di cattivi maestri e di pessimi intellettuali –  per esempio il Premio Nobel Dario Fo, tipico intellettuale progressista, che si crede  migliore di tutti gli altri esseri umani, a tal punto da aver fatto dello sberleffo e del cachinno su tutto e su tutti, comprese le cose sacre, una professione lucrosa e divertente – ci ha insegnato a vederla così: a fare il tifo per Franti – povero De Amicis! -, contro Enrico del libro «Cuore», e contro tutti i ragazzi e gli studenti seri, impegnati e rispettosi dei propri genitori (cfr. il nostro articolo: «Non c’era poi tanto da vantarsi di “assolvere” l’infame sorriso di Franti», pubblicato su «Il Corriere delle Regioni» in data 11/04/2015, specificamente in polemica con un brano del giornalista e scrittore Cesare Marchi).

Che fare, allora, di questo “ingombrante” passato, così poco politically correct? Che fare della memoria di uomini come Andrea Bafile, o, peggio, caduti in guerre ancor più deprecate dalla intellighenzia progressista e di sinistra, ancor più esecrabili, perché condotte quando la Patria era governata dal fascismo, come la guerra d’Etiopia o la guerra del 1940-43? Che fare del ricordo degli eroi di El Alamein; cosa pensare se, per caso – magari nel bel mezzo d’una vacanza – ci imbattiamo in una iscrizione o in un monumento che li commemora: voltare il capo dall’altra parte?

E chi non è degno, per la cattiva coscienza, di guardare il presente a testa alta: loro, o, per caso, noi?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 24 Dicembre 2015

Del 15 Settembre 2020

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