lunedì, 21 Giugno 2021
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Una pagina al giorno: il rosso delle ciliegie di Giovanni Comisso

Una pagina al giorno: il rosso delle ciliegie di Giovanni Comisso. Nato a Treviso il 3 ottobre 1895 e morto nella sua città il 21 gennaio 1969 è oggi ingiustamente un po’ dimenticato, da un suo racconto “La Monaca Pazza” di Francesco Lamendola  

“In quella terra tra la foce del fiume e la laguna, l’estate accasciava con polvere e caldo la vegetazione degli orti e delle vigne, ma Isabella aveva fatto sapere a Marco, per mezzo di Geltrude, che avrebbe gradito venisse a prendere il fresco nella sua vigna, a mangiare l’uva di luglio e il melone. La laguna era così ferma e imputridita dal caldo che le maree non riuscivano ad aver presa e nei canali esalanti il salmastro le bucce di cocomero gettate nella notte non potevano scendere col calare della marea e alla mattina si ritrovavano dove erano state gettate tappezzando l’acqua di verde e di rosso. Marco era più ghiotto delle frutta che della donna, rinsecchita dal lavoro della terra, tormentata dal fastidio dell’autunno della sua vita col marito che lavorava in altra città. Isabella aveva sempre avuto per lui un desiderio, lo aveva visto nei giorni di festa girare tra i tavolini del caffè, dove ella stava seduta con suo marito taciturno ed egli veniva a vendere le frittelle. Marco le sorrideva, come sorrideva a tutti i clienti e la invitava ad assaggiare: «Una gliela regalo – diceva -, ma sono sicuro che ripeterà». Ella lo trovava gentile e gli chiedeva come erano fatte: «È un segreto, signora», le diceva socchiudendo gli occhi, ed ella si sentiva attrarre perdutamente. Per fare un piacere a lui ne mangiava parecchie e le piaceva che suo marito pagasse. Geltrude aveva insistito decantando la vigna e le frutta di Isabella: «Vi sono i fichi, vi è l’uva che à fichi grossi come uova di colombo e meloni tutto miele e poi vedi di accontentarla e fai guadagnare qualche cosa anche a me». «Ma sei matta, non à che quattro ossa». «Cosa importa – solleticava Geltrude – ha i denari e te ne dà,  se l’accontenti, fatti furbo». «Cosa vuoi che mi faccia furbo, è un boccone che mi andrebbe giù per forza, ma se si tratta di prendere il fresco, vengo». E quasi con l’estro di salvarsi da un agguato disse che avrebbe portato anche un suo amico». «Va bene – disse Geltrude – farà compagnia a me». Il suo amico Mario faceva il salumiere e all’invito disse subito: «Benissimo, non mi sembra vero di andare in campagna a mangiare frutta, con il melone va bene il prosciutto e ne porterò io». In quella città fatta tutta di case e di canali, senza alberi e senza giardini, il desiderio della campagna quando le prime frutta maturano si fa ossessionante per tutti. I primi ad avvertirlo sono i ragazzi che al sintomo del maturare, come lo avessero fiutato nell’aria, scappano dalla città verso la campagna e lungo la foce del fiume a tingersi la bocca del rosso delle ciliege e del nero delle more di gelso, poi sono le spose novelle e le vecchie e infine tutti gli altri ne vengono travolti. Per accontentare tutte queste altre schiere vengono dalla campagna certe contadine vestite di nero, con un cappello di paglia pure nero, che si avvertono da questo cupo vestire appena imboccano una calle  della città ancora che non abbiano lanciato il loro richiamo come un lamentoso allarme: «More di gelso, donne e ciliege dolci». E le donne mandano le ragazzine incontro di corsa sollecitandole, come divorate da una sete ardente. Anche Marco e Mario sentivano nella loro bocca questa sete ardente, l’uno sempre affannato tra la sua casa a friggere le frittelle e i caffè e le osterie della città a sgambettare per venderle, l’altro sempre obbligato nel suo negozio di salumi trasudanti col caldo. Avevano bisogno di aria, di verde e di frutta, e nel pomeriggio del giorno dopo  decisero di andare alla vigna di Isabella che si trovava nella località della Monaca Pazza.

“Vicino alla vigna molto tempo addietro vi era un convento di monache che poi era stato abbandonato ed era andato in rovina.  Con i mattoni gli ortolani avevano costruito le casupole per riporre gli utensili, per mettersi al riparo durante i temporali, per tenervi in sosta  i raccolti prima di portarli al mercato e per dormire nei momenti di riposo.  Nello scavare un fosso vicino alle fondamenta del convento vi avevano trovato la testa di una statua di Minerva  o di Venere, perché in tempi ancora più lontani vi doveva essere stato un tempietto.  Quegli scavatori attoniti dal sole, dalla fatica e dall’aria grassa che veniva dalla laguna erano rimasti a guardare quella testa, come fosse stata mozzata da un corpo umano, e quando l’estrassero  dal pantano corrosa e annerita non osavano toccarla. Vi era una storia sul convento, che le monache avessero i loro amanti e che al colmo  dello scandalo fosse loro apparso il demonio facendole impazzire, così quella testa fu subito attribuita alla badessa e fu dato a quel luogo la denominazione della monaca pazza.

“Quando Marco, Mario e Geltrude vi giunsero erano sudati, stanchi e una sola cosa attendevano di vedere: un bel melone  maturo e profumato pronto a dissetarli. Sulla siepe polverosa si apriva un piccolo cancello e appena spinto  si trovarono sotto a una bassa pergola dove nereggiavano i grappoli  di uva. Geltrude chiamò più volte Isabella  e questa rispose come da un chiuso, che sarebbe venuta subito.  La vigna aveva i filari inclinati a tetto  e tra un filare e l’altro vi erano le gombine coltivate  a pomidoro o a meloni o a granone. L’ombra era sotto ai filari e tutti e tre si distesero felici di avere raggiunto  la meta, sopra alle loro teste pendevano i grappoli di uva che qualche raggio di sole illuminava passando tra le foglie e stando distesi allungavano le braccia cominciando a piluccare. Tra le canne di granone apparve Isabella che portava tra le braccia due grandi meloni, arsa di sole e rugosa sorrise con lo sguardo avido e depose i meloni tra le gambe degli ospiti per finire a distendersi  quasi cadendo vicino a quelle di Marco. Le presentarono Mario subito avvertendo che aveva portato il prosciutto, parlarono del grande caldo, della sete, della polvere, del bisogno di uscire dalla città che era simile a un forno, a volte tutti assieme. Isabella  guardando Marco sempre negli occhi diceva sottovoce che nella sua vigna si sarebbero riposati e saziati di frutta, intanto mangiassero il melone e cogliessero l’uva, ella andava a prendere i fichi che teneva già raccolti nella casupola. «Faccia  presto, Isabella – le disse Marco -, ché mangiamo tutti assieme». E preso il melone lo tagliò in due facendone colare il succo profumato: «Dio che dolcezza», disse e passate le due parti agli altri  si diede a succhiarsi le dita gridando: «È miele, è miele!». Geltrude si sistemò col suo grande corpo sull’erba come su di un letto in attesa del piacere e alzata la fetta si fece colare il succo in bocca. Isabella ritornò portando i fichi accartocciati nelle loro foglie  e li depose per terra, ancora lasciandosi cadere come in abbandono vicino alle gambe di Marco. Il melone venne mondato dai semi,  fu tagliato a fette, su di ognuna Mario vi metteva il prosciutto, e la passava alle donne. Mangiarono voraci, sitibondi,  golosi in silenzio, e alla prima pausa gli ospiti andarono  a gara nell’elogiare i meloni scelti a tempo giusto. Poi Marco allungò la mano verso i fichi scusandosi che non ne poteva più dalla voglia.  Geltrude fece altrettanto scusandosi che era una donna e le donne  devono essere accontentate nelle voglie. «Già – disse Isabella. – Non si sa mai, sarebbe brutto un bambino con una voglia di fico sulla faccia». «Magari, vi fosse quel pericolo, cara Isabella, ma per me è passato quel tempo». «Bei tempi, Geltrude, quelli quando vi erano di quei pericoli», disse Marco e un fico dopo l’altro sparirono nella bocca di ognuno.  Parvero sazi e marco posò una mano sulla spalla di Isabella: «Beata lei che vive in campagna». «Sì, ma sono sempre sola», e gli rivolse lo sguardo con languidezza ed egli le strinse la spalla  come per afferrarla. «A me piacciono tanto le barzellette,  me ne racconti qualcuna», gli disse come per sviare la tentazione di baciarlo. Marco pensò un poco e poi disse: «Anche se sono spinte? Io ne so solo di spinte». «Ma sì – disse Geltrude -, qui non vi sono minorenni». E Marco incominciò dapprima distratto, accompagnando le parole con i gesti, tacendo le parole più piccanti, o velandole con le frasi: «Come sapete» oppure: «Come potete immaginare» per finire nella risoluzione inattesa che fece ridere tutti  mentre egli rimaneva impassibile come avesse detto nulla di straordinario. Quando  cessarono di ridere Geltrude, come fosse stata la sola per essere più esperta a comprendere tutto, prese a commentare e a dare spiegazioni maggiori. «Un bel macaco, quel marito ad andare a raccontare alla moglie che il suo servitore aveva tanta grazia di Dio. Noi donne siamo curiose e guai a farci sapere che quello che è nascosto è fatto così o così. Povero ragazzo, si divertiva a lanciare palline di mollica di pane  con quel bell’affare, ma quando fu costretto a fare vedere quel gioco agli amici del suo padrone, la molla era stata già rotta dalla moglie e il gioco non poté più farsi. Si sa, perché era giovine e la molla è facile a rompersi». Isabella volle commentare anch’ella: «Doveva essere proprio giovine se raccontò ogni cosa piangendo e tutto timoroso». «Giovine? – disse Marco. – Un ragazzo, di quei ragazzi  mezzo tonti, ma era sviluppato fuori del tempo». E tutti risero ancora. E Isabella si abbandonò sul petto di Marco senza che egli se lo aspettasse. Un raggio di sole le batteva sul volto rilevando le sue rughe e alcuni denti mancanti nella sua bocca socchiusa. Per liberarsi da lei Marco si alzò sollevandola da sotto le ascelle e propose di vistare la vigna. Tutti si alzarono e si sentirono appesantito come avessero fatto un grande pranzo. Mario prese a braccio Geltrude, e Marco, Isabella. Questa mostrò le gombine di fragole che oramai avevano finito di fruttire: «Bisogna che tu venga a maggio. Allora vedrai quante ve ne sono», gli disse sottovoce stringendogli la mano. «Sì, cara». Le corrispose insinuante, ma egli pensava soltanto alla dolcezza di un grande piatto di fragole. «Ecco, questa è l’uva moscatella, comincia a essere matura». E preso un chicco, di scatto lo appressò alle labbra di Marco, che rimasero chiuse, schiacciandoglielo contro come con la violenza di un bacio. Gli altri, dietro, piluccavano golosi indifferenti che i chicchi  fossero crudi o maturi. «Il granone à già le pannocchie. Come sono buone, ora, che sono fresche, arrostite sulle braci», disse Marco. «Me ne darai qualcuna?». Isabella si staccò da lui per sceglierne alcune. Anche Geltrude ne volle e anche Mario. «Bisogna staccarle dove ve ne sono due per pianta, perché se no mio marito se ne accorge», disse isabella e intanto passava  da una pianta all’altra scegliendo e staccando, felice le chiedessero quella roba, come fosse qualcosa del suo corpo E Geltrude riempiva la sacca. Proseguirono e Isabella chiese a Marco, resa più ardita dal dono delle pannocchie: «Cosa disse quel ragazzo al suo padrone quando lo sorprese seduto a cavallo della botte mentre faceva quel gioco?». «’Lo faccio per passare il tempo’ aveva detto, ma povero figlio, era un innocente» le rispose Marco. «Ci volle la padrona per togliergli l’innocenza». Soggiunse Isabella ridendo a piena gola e rasentò la sua testa a quella di Marco: «Verrai ancora a trovarmi, ora sai la strada, ma vieni tu solo» gli disse stringendogli il braccio. «Sì, verrò quando l’uva sarà proprio matura». E si staccò dal suo braccio per volgersi a vedere dove stavano gli altri. «Bisogna sorvegliarli, perché sono ancora bambini», disse e li vide che stavano sotto a una vite a mangiare l’uva. Li invitò a smettere e a proseguire e arrivò alla casupola che era stata costruita come le altre attorno, con i mattoni dei ruderi del convento della monaca pazza. Isabella sospinse la porta, era un andito con un focolare spento, vi erano alcune zappe in un angolo e un mucchio di patate e una sedia a sdraio. Alcuni mattoni delle pareti male connessi avevano perduto la calce e vi si vedeva attraverso. «Qui mi riposo quando sono stanca», disse isabella facendosi malinconica. «Sono sempre sola», soggiunse e strinse ancora il braccio di Marco. «Ma non puoi prenderti un servitore?» disse Marco come rimproverandola. «Pretendono troppo e non lavorano», disse Isabella ed era seccata che Marco non avesse compreso la sua solitudine. «Un servitore – Marco soggiunse insolente – al quale non si rompa la molla». Isabella si scostò da lui, lo guardò seria e richiuse la porta. Mario intervenne che era ora di andare, Geltrude diceva che avevano passato un bel pomeriggio, che tutto era stato molto buono, il melone, i fichi, il prosciutto. Mario anche diceva che non gli era sembrato vero trovarsi tra un poco di verde fuori della sua bottega. Ora Isabella si accompagnava a lui e disse anche a lui di venire nella sua vigna quando avesse voluto, vi sarebbero stati altri fichi e altri meloni, ma venisse solo, ora che sapeva la strada. «Sì, amore» le disse falso e canzonatorio. Ella si staccò da lui precedendo tutti verso il cancello tra la siepe polverosa. E se ne andarono e Isabella fu di nuovo sola nella sua vigna. Entrò nella casupola che le riusciva più triste del solito, si sentiva come sfinita, si abbandonò sulla sedia a sdraio come nelle ore di riposo, ma non poté rimanere a lungo, avrebbe voluto gridare, avrebbe pianto, avrebbe bestemmiato; si alzò, prese una zappa, il sole era ancora alto, andò  tra le sue gombine e si mise a zappare.  Zappava con rabbia e a ogni colpo scattava fuori dalla terra cinerea  una cipolla grossa, gonfia, lucente, quasi di vetro rossastro e se le afferrava  erano calde di sole, come fossero pervase di sangue».

Questo racconto di Giovanni Comisso si intitola La Monaca Pazza e fa parte del suo volume di racconti Gente di mare, del 1928, una delle sue opere più felici e leggere.

Il racconto, che ci è sembrato raccogliere le caratteristiche migliori della narrativa di Comisso, si presenta come un piccolo, levigato gioiello, ove tutto è grazia e pathos lirico e ogni immagine è una pennellata di un quadro meraviglioso en plen air fatto di mare, di sole, di campi e di frutta. Scrittore d’istinto, ma scrittore di razza, Comisso, nella sua pagina, esorbita da ogni etichetta e da ogni corrente letteraria; è solamente se stesso e la sua funzione consiste nel darci le cose con la semplice verità di un bimbo o, forse, di un antico greco: senza complessi e rovelli interiori, senza sospetti o diffidenze.

La grande protagonista, di questa come delle altre sue migliori pagine, è la vita stessa, la vita vissuta come una gioiosa e felice avventura; la vita guardata e ammirata con lo sguardo incantato di un bimbo che non sa di storture, nevrosi e sensi di colpa. Comisso, un po’ come Sandro Penna – ci si consenta questo paragone tra il narratore e il poeta -, è un felice pagano smarrito nel XX secolo, un naufrago felice che si abbandona al sogno voluttuoso di un’innocenza sempre uguale a sé stessa, sempre intatta, pur attraverso l’ebbrezza dei sensi.

Quelle labbra che si tingono del rosso delle ciliegie e del nero delle more di gelso, quelle labbra che si versano in bocca il sugo del melone, dolce come il miele, sono il simbolo del suo atteggiamento verso il mondo: più pagano dei pagani, più virgiliano di Virgilio. L’atmosfera della gita alla vigna di Isabella è quella stessa che pervade le Bucoliche, ma distillata di quel fondo di pensosa malinconia da cui Virgilio non si separa mai, neanche nei suoi momenti più sereni. Una atmosfera senza tempo, una immersione totale nelle cose: negli odori, nei sapori, nei colori, nella festa della primavera inoltrata e dell’estate, della luce, del calore.

Eppure, a ben guardare, La Monaca Pazza non è un racconto così innocente e spensierato come, ad una lettura superficiale, potrebbe apparire. La cornice sontuosa della vigna, del frutteto, della vampa del sole filtrata dai tralci, sottolinea, per contrasto, il dramma umano di Isabella, che è la vera, dolente protagonista della vicenda: la sua solitudine sconsolata, il suo tramonto non ancora rassegnato né pacificato. Isabella: una donna non più giovane e non più bella, dal volto grinzoso e con qualche dente mancante; una donna magra, tutta pelle e ossa; una donna senza uomo, perché il marito è sempre via e, del resto, si capisce che non lo ama; una donna ancora ardente di desiderio, che sogna le carezze di chiunque sia disposto a mostrarle un po’ di tenerezza, un minimo di simpatia e di umana comprensione.

Non Marco, che si serve di lei per scroccarle una giornata di svago con gli amici, che la illude ma intanto pensa solo ai fichi e alle ciliegie; non Mario, che la canzona apertamente e la ferisce nel suo bisogno di amore e di femminilità; né Geltrude, che si presta a fare da ambigua intermediaria per ritagliarsi, anche lei, una giornata diversa dalle altre, una giornata di verde e di svago nell’arsura della routine cittadina. In fondo, quei tre se la ridono di lei, dietro le spalle; e lei, lo si capisce, è intelligente quanto basta per intuirlo. Ma il peso della propria solitudine le è divenuto talmente amaro, talmente insopportabile, da spingerla a passare sopra la sua stessa dignità, a esporsi, a rendersi ridicola e patetica con quei suoi inviti ai due uomini, rivolti loro separatamente, affinché ritornino quanto prima nella sua vigna, ma da soli.

La bellezza di questo racconto scaturisce appunto dal contrasto fra una natura solare, primigenia, innocente, e la disperata sete d’amore di questa donna appassita e delusa, che vorrebbe evadere da se stessa almeno per un momento; e si vede, invece, ricacciata nel proprio tormento e nel proprio deserto interiore. Partiti i tre amici, non le resta che riprendere la zappa e rimettersi a lavorare nell’orto arroventato dal sole: con foga, con rabbia, quasi con disperazione. E quelle cipolle portate alla luce, che paiono gocce di sangue uscite fuori dal seno della terra, concludono con uno stacco superbo, allusivo, un racconto che era sembrato giocato interamente sul filo della leggerezza e della beata innocenza.

Del resto, in Comisso non ci sono giudizi, e tanto meno giudizi morali: solo la nuda essenzialità delle cose, riportate alla loro profonda, intima naturalità.

Ha scritto in proposito Carlo Bo, nel suo bel saggio Comisso e la vita (su L’Osservatore politico letterario, Milano, febbraio 1971, p. 17):

“(…) l’avventura per Comisso non ha avuto aggettivi, è stata piuttosto sinonimo di stagioni, di ore, di giorni: era l’idea di un provvisorio eterno, del  gratuito non suscettibile di alcuna contrazione. L’avventura comissiana non si sarebbe mai prestata a conclusioni d’alcun genere; non supponeva morali di nessun tipo e di qui l’impossibilità di qualsiasi intervento d’ordine morale. L’uomo che guarda la vita – questo è l’aspetto del Comisso più autentico – non deve essere fermato o trattenuto da nulla, così come non deve chiedersi spiegazioni, gli deve bastare il senso dell’esistenza, al contrario non deve fare scelte: non deve rinunciare a nessun invito. Per Comisso – e qui sta un’altra differenza con il narratore tradizionale – non ha nessun valore esserci stato, bensì l’esserci ancora. Non ha scritto mai pagine di rievocazione, i suoi libri sono fatti d’istantanee ma ogni immagine presa per sé rappresenta un mondo compatto, un unicum. Comisso non si è mai dato cura di legare le sue storie e quando l’ha fatto nei romanzi è andato incontro a dei fiaschi, nel senso che ogni idea di costruzione si opponeva a quel moto continuo. O dare il senso della vita perenne o tradurre la vita in esempi: Comisso è stato obbligato dalla sua natura, dal non poter far altro se non a patto di contraddirsi e di tradirsi che  abbandonarsi alla fantasia delle cose. Nessuno è stato miglior servitore della vita dei fatti di lui, nessuno infatti ha mai saputo mantenere tanta libertà di spirito nei propri movimenti. Gli stessi giudizi che ogni tanto compaiono nella sua pagina non sono che dei pretesti, delle pause che consentono la ripresa rafforzata del racconto. In altre parole ciò che lo interessa e senza darlo a vedere lo avvince è il ritmo stesso degli avvenimenti, per cui ogni dato ne partorisce un altro, così come ogni caso ne preannuncia uno nuovo. Senza notare che, così facendo, Comisso tiene lontano lo spettro del tempo che si chiude, del tempo che porta il nome della morte…”

Tutto vero: ma ci riesce davvero, Comisso, a tenere lontano lo spettro del tempo che si chiude e della morte che incombe?

Paradossalmente, ci riesce meglio nel suo libro più famoso, Giorni di guerra, che è in genere considerato il vertice del suo percorso letterario, che in un racconto apparentemente semplice come La Monaca Pazza, dove lo spettro del rimpianto, della vecchiaia e della morte non si può certo dire che venga allontanato con successo dalla protagonista, Isabella; e che incombe, con la sua muta presenza, come un convitato di pietra, anche nei momenti più lieti.

Inevitabile: lo spettro della morte non si può esorcizzare, semplicemente ignorandolo; bisogna affrontarlo, prima o poi. Ma una scrittura come quella di Comisso, tutta giocata sul filo dell’istante e dell’immediatezza, tutta istinto felice e senza tempo, è strutturalmente impossibilitata a porsi in una  prospettiva del genere. Perciò non le resta che la soave ambiguità di quella dimensione anfibia, né acquatica né terrestre, che sta fra il qui-e-ora e il presentimento della fine – e, forse, dell’eternità.

Sarà anche per questo motivo che il paesaggio tipico della narrativa di Comisso è ambiguo, lagunare, semi-terrestre e semi-acquatico – come, appunto, nel racconto che abbiamo preso in esame?

Non è necessario dare qui una nota biografica di Giovanni Comisso, che si può reperire in qualunque buona enciclopedia letteraria. Di questo scrittore (nato a Treviso il 3 ottobre 1895 e morto nella sua città il 21 gennaio 1969), oggi – ingiustamente – un po’ dimenticato, che nella sua vita ha fatto l’avvocato, il commerciante, il libraio, il mercante d’arte e, soprattutto, il marinaio e il viaggiatore, ricordiamo i suoi libri più importanti, tutti pubblicati da Longanesi: Il porto dell’amore, del 1924, ripubblicato nel 1928 col titolo Al vento dell’AdriaticoGente di mare, del 1929; Giorni di guerra, del 1930; Mio sodalizio con De Pisis, del 1954; Un gatto attraversa la strada, del 1955; Gioco d’infanzia, del 1965; Viaggi felici,  del 1967; Attraverso il tempo, del 1968; e Veneto felice,  apparso, postumo, nel 1984.

N.B. Comisso preferisce usare il plurale ciliege anziché ciliegie, non erroneo ma meno frequente, e noi lo abbiamo lasciato, rispettando integralmente il testo originale.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 25/03/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13 Marzo 2018

Del 15 Settembre 2020

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