domenica, 19 Settembre 2021
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Una pagina al giorno: Notte di Pasqua alla Certosa, di Nilo Faldon

Notte di Pasqua alla Certosa, di Nilo Faldon. La certosa di Vedana non è attualmente visitabile poiché ospita delle monache di clausura. Là dove essa ora sorge anticamente vi era un ospizio dedicato a S. Marco di Francesco Lamendola

Don Nilo Faldon è uno studioso molto conosciuto nel Veneto, e specialmente nella «sinistra Piave», che corrisponde alla Diocesi di Ceneda (oggi Vittorio Veneto), fra l’alta Marca Trevigiana, il basso Bellunese, l’estremità occidentale del Friuli e una sottile lingua di terra della provincia di Venezia,  che si allunga fino quasi al Mare Adriatico.

Autore di numerosissime ed assai apprezzate ricerche, pubblicate sotto forma di articoli, opuscoli e libri, principalmente sulla storia e sulla storia dell’arte sacra nell’Alto Trevigiano, è stato definito uno storiografo; ma il termine rischia di essere un po’ riduttivo. Egli, infatti, oltre al dono non frequentissimo di uno stile limpido e terso, che unisce ad una profonda cultura, non è affatto uno specialista ristretto ad un singolo ambito di ricerca, per quanto vasto e significativo; ma è, piuttosto, il maestro di «humanitas» che, fino a qualche decennio fa, rappresentava un punto di riferimento caratteristico nella vita sociale,  culturale e spirituale delle comunità, e che oggi – purtroppo – va divenendo una figura sempre più rara, per non dire quasi introvabile.

La comunità di don Nilo è stata, per molti anni, la parrocchia di San Rocco, nel centro storico di Conegliano; e sia pure alternando importanti incarichi e responsabilità a livello diocesano, ad esempio come Direttore dell’Archivio Diocesano di Vittorio Veneto.

Le sue prediche domenicali, ispirate da un profondo sentimento religioso e sempre adornate da qualche prezioso riferimento culturale, particolarmente a Dante e alla «Divina Commedia», ma anche ai grandi Padri della Chiesa, Agostino, Tommaso d’Aquino, ed ai filosofi e scrittori classici e moderni, erano particolarmente affollate e apprezzate da un uditorio attento e silenzioso. Le sue pubblicazioni venivano accolte con grande favore sia dalla critica più esigente, che si compiaceva della loro scrupolosa documentazione, sia dal pubblico, che ne amava la facilità e la grazia dell’esposizione. Infine, le sue conferenze erano sempre degli eventi interessanti; così come erano, per lui, occasione di continuo confronto con il mondo dei giovani, le lezioni che teneva presso un Istituto scolastico superiore della città.

Ora è in quiescenza, per motivi di età; ma crediamo che ben pochi di quanti hanno avuto occasione di ascoltarlo o di leggere le sue opere, abbiano potuto dimenticarlo.

Troppo lungo sarebbe fare qui un elenco completo delle sue numerosissime pubblicazioni. Citeremo, fra tutte, una eccellente ricostruzione storico-artistica dedicata ad uno dei suoi primi e più sentiti interessi di storia locale: «La Pieve rurale di San Pietro di Feletto nel contesto storico di Conegliano» (Vittorio veneto, Dario De Bastiani Editore, 2005).

Non molti dei suoi lettori e dei suoi estimatori, però, sanno – forse – che don Nilo Faldon si è dedicato anche, probabilmente nei ritagli di tempo, all’attività letteraria «pura»; ed è di questo aspetto, pochissimo conosciuto, della sua multiforme attività, che vogliamo qui parlare.

Abbiamo scelto, per illustrarlo, un «racconto pasquale» che ha la leggerezza di un acquerello e la sostanza spirituale di una pagina profondamente vissuta e meditata: «Profumo di viole nella Certosa» (Vittorio Veneto, Tipse, 1986, pp. 21-28), di cui abbiamo riportato – per motivi di spazio – solo la parte finale.

Con francescana semplicità, rifuggendo da ogni orpello letterario, l’Autore descriva una esperienza spirituale della sua giovinezza: il soggiorno presso la Certosa di Vedana, nel Bellunese, in occasione della Pasqua del 1965. In compagnia di un amico, egli trascorse nell’antico edificio carico di storia due distinti momenti, il mattino e la notte del Sabato santo, immerso nella preghiera e circondato dalla suggestiva liturgia di un convento isolato ai piedi delle Dolomiti e che reca in sé quasi una scintilla dell’antica religiosità medievale, fra volute d’incenso e le note solenni, suggestive del canto gregoriano.

Si faccia attenzione alla data: il 1965: son trascorsi appena due anni dalla tragedia del Vajont, che, il 9 ottobre del 1963, ha spazzato via il vicino paese di Longarone, insieme ad altri borghi dell’alta valle del Piave, riempiendo di inutile clamore e di tardive recriminazioni le pagine dei giornali e le aule del palazzo di Giustizia, con la storia di una tragedia lungamente annunciata…

Quella data sinistra, il 1963 – che non potrà mai essere cancellata dalla mente e dal cuore di coloro che qui la vissero – segna la svolta, l’inizio di quel cambiamento radicale del territorio, ma anche della mentalità (Pasolini avrebbe detto: antropologico) che, aprendo le porte alla modernità, ai suoi riti, ai suoi miti e ai suoi sprechi, cancellerà per sempre la nobile civiltà contadina di quest’angolo pedemontano del profondo Nord-est, racchiuso e quasi nascosto nelle pieghe dei monti fra Veneto e Friuli.

Ma, quando don Nilo e il suo amico don Luciano salgono il Passo del Fadalto e, sotto un cielo blu cobalto, si presentano al portone dell’antica Certosa, chiedendo al Priore di poter svolgere la commemorazione del Sabato santo fra le mura della chiesa secolare, tale mutazione non è ancora evidente, e in molti sembrano non accorgersene. Il vecchio mondo rurale del Piave superiore ha ancora alcuni anni davanti a sé, inconsapevolmente sereni: come può essere serena la vita della povera gente che stenta a mantenersi con i frutti di una terra aspra (solo allora si stava esaurendo il lunghissimo fenomeno dell’emigrazione); e anche il sommovimento politico del 1968-69 è ancora di là da venire. Tutt’al più, la Chiesa vive ancora l’emozione e le vaghe inquietudini legate al Concilio Vaticano II, che tante discussioni e tanti entusiasmi aveva acceso anche nella società civile.

Ecco, dunque, i due giovani sacerdoti chiedere e ottenere di venire ammessi in quel regno di preghiera e di silenzio, dove il tempo sembra essersi fermato; eccoli sedere nei banchi del Coro, e sprofondarsi in un’estasi quasi mistica, in mezzo a quei frati quasi tutti stranieri (due soli fra essi risultano essere italiani: un veneto ed un calabrese); eccoli lasciarsi trasportare dalla soave bellezza di quei riti antichi, palpitanti di una spiritualità plurisecolare, dove l’anima si tuffa come in un bagno rigeneratore e si carica di fresche energie, in modo da poter guardare il mondo con occhio purificato e incantato.

Tale esperienza è descritta con estrema semplicità, ma, al tempo stesso, con una intensità, su cui il pudore dello scrivente non deve trarre in inganno: si è trattato di una esperienza mistica vera e propria: una di quelle esperienze che continueranno a vivere nella memoria di colui che le ha fatte, per anni ed anni, se non per tutta la vita.

LA NOTTE

«È buio, fa un po’ freddo, le nubi sono minacciose. Il tempo sta proprio cambiando in peggio, in ritardo di 24 ore sul previsto. La radio, ieri sera, aveva annunciato: pioggia e neve.

Ma già queste cose ci interessano relativamente.

Piano piano, a discesa turistica, percorriamo le nostre strade, la Cavallera, Perarolo… E cantiamo: “La vien giù da le montagne!…”. la solita canzone di fine estate.

A proposito! Come si fa a non ripetere sul ponte: “A Perarolo, Signori, il Boite si getta nel Piave!”? È un omaggio, in fondo, all’enfasi dell’antico maestro che ha pronunciato la fatidica frase; e poi, ora che mi sovviene, anche lui – a suo tempo – fu “Professore di sacra Teologia nel Seminario!”. Oro! Oro!

Le strade sono deserte.

La diga del Vajont è illuminata con tenue luce soffusa.

Fa paura! Pare respiri ansimante un enorme fantasma.

Anche Longarone attende la sua Pasqua!

Dopo dodici ore, siamo nuovamente A Belluno: la città era bella,  questa mattina; ma è bella anche questa sera.

La piazza, illuminata a giorno, è un vasto parcheggio di automobili.

C’è un solo posto vuoto e vi collochiamo la nostra.

Il Duomo è deserto; alcuni confessori passeggiano per la navata.

La funzione avrà inizio a momenti. Noi usciamo subito.

– Ma dove sono quei figuri arrivati con tante automobili? –

Diamo uno sguardo al Fonte battesimale: bello! La grande vasca, un sol pezzo di pietra di Castellavazzo al centro della Chiesetta, darà tono alla cerimonia di questa notte!

Facciamo ritorno in piazza; entriamo quindi al bar centrale per bere un “grande” caffè.  Anche qui, nessuno; la televisione trasmette un dramma di antichi cristiani nella Roma pagana.

Quando l’orologio segna le 22 e 15, riprendiamo la macchina ed a lenta andatura ci avviamo per la strada che porta a Vedana.

Ci pare di essere davvero ben disposti: anima e corpo in forma, per la veglia pasquale.

Mancano dieci minuti alle 23 quando ci presentiamo al portone della Certosa.

Il fratello ci ha sentito e, dalla finestrella aperta in alto a sinistra, manda una voce: – Vengo, vengo subito! –

Se non fu necessario attendere a bussare, vuol dire che siamo ospiti graditi. Bene, bene!

Il portone fu, questa volta, completamente spalancato perché potessimo entrare con l’automobile.

Prese le nostre cose sotto il braccio, ci dirigiamo alla cella del padre Procuratore.

Silenzio, pace! La rara illuminazione crea ombre gigantesche.

Uno dopo l’altro si odono i lenti rintocchi delle ore ventitré e sembrano animare ed infondere respiro alle maestose mura del Convento.

Dal giardino pensile di fronte alla Chiesa, ad ondate sempre più intense, sale e si diffonde per i corridoi e per i chiostri, quasi incenso di primavera un delicatissimo profumo di viole.

“Profumo di viole nella Certosa!”.

L’esclamazione mi viene spontanea.

– Quale soave preparazione alla preghiera!… – soggiunse don Luciano.

Rimaniamo alquanto in silenzio a contemplare. I mistici racconti delle cento emozioni sono di gran lunga superati.

Passano così quasi venti minuti…

Ecco i monaci! Escono da tutti gli angoli, vestiti di bianco, gravi nell’incedere. Uno alla volta si dispongono nei loro stalli del Coro.

Ci disponiamo anche noi, con la cotta tutta sgualcita., sui posti già indicati al mattino: sono quelli che si incontrano, subito a sinistra, dopo aver superato la porta del coro dei fratelli laici.

Al primo posto, verso il centro della Chiesa, si mette don Luciano; al secondo il padre dell’ordine di S. Domenico. Il terzo stallo del coro è per me. Non si sbaglia.

Osservo il domenicano: è un uomo imponente, dall’andatura solenne; ha la faccia larga, capigliatura ondulata e candida come il vestito. Sembra un vecchio leone; a stento sta nella sua tana. Il colore del volto è caratteristico di chi dovrà andare in paradiso per infarto cardiaco.

Alle 23 e 30, con precisione cronometrica, inizia il rito.

Quattro lunghe letture, tratte dai libri del Vecchio Testamento, introducono la meditazione sulla storia della nostra salvezza; alla fine di ognuna viene eseguito, in canto gregoriano, il responsorio.

I monaci sviluppano la melodia nel gregoriano antico, piuttosto semplice e primitivo. Davvero cantano con un filo di voce; troppo piano. Seguono le Litanie dei Santi. A volte ci sono invocazioni speciali, proprie dell’ordine certosino. La supplicazione – “Sancte Bruno, ora pro nobis” -, l’ho cantata volentieri e quel nome mi ha richiamato il volto di alcuni amici dei quali, da tempo, non so nulla.

La benedizione del fuoco, dell’incenso, del Cereo, dell’acqua, non ci fu: la liturgia dei monaci esclude, o meglio non ha mai conosciuto tutto questo. È solo elevazione mistica pura e semplice senza eccessivi simbolismi. È comunque delicata, come il profumo di viole che si diffonde dal giardino e penetra anche in Chiesa.

Viene cantata la S. Messa.

Un vecchio monaco rivestito di ampio manto bianco, con lunghissima stola pendente da un lato, serve il sacerdote celebrante fungendo da Diacono; canta anche il Vangelo.

Mi fece impressione il momento centrale della Messa…

All’elevazione dell’Ostia, tutti, in ginocchio, dimostravano visibilmente al “Signore Dio dell’Universo” la loro fede e la loro adorazione.

Alla elevazione del Calice, mentre il diacono con un cereo acceso nella mano destra, sollevava con la sinistra la ricca pianeta del celebrante e con forte battito del piede dava un segnale convenuto, i monaci si prostravano a terra. Sembravano quasi annientati sotto la potenza del Signore. Forse qui s’addiceva la vecchia traduzione, “Signore, Dio degli eserciti”!…

Nuovo battito di piede del Diacono e tutti sono ritti ed a mani giunte. A questo rituale, altamente espressivo, don Luciano ed io non ci siamo perfettamente associati. Ci siamo accontentati di raccoglierci con umiltà per adorare il Signore presente sotto i due elementi così bene rappresentativi dell’attività e della letizia umana: il pane ed il vino.

Abbiamo ricordato tutti, parenti, superiori, amici.

Alla comunione, un monaco esce dal Coro, si distende sul gradino del presbiterio, sotto il grande candelabro di destra,  e sembra invocare la misericordia di Dio, con maggiore umiltà di quella usata, a suo tempo, dal centurione.

Usciamo tutti e ci disponiamo genuflessi, in semicerchio, intorno all’altare.

Ricevo l’ostia consacrata dalle mani del celebrante; poi, mentre sto per abbassare la testa, don Luciano mi offre un grande calice. Ho compreso all’ultimo momento; è la santa comunione anche sotto le specie del vino.

Il rito è solenne e suggestivo; il silenzio della notte lo rende penetrante di commozione.

Il padre domenicano sembra estasiato: è in ginocchio con le braccia aperte ed alzate: non si muove. Lo diresti una statua di Michelangelo scolpita nel marmo di Carrara.

Ritornati sugli stalli del Coro diciamo grazie al Signore. È una stupenda visione di pace: – “Beata pacis visio”! –

La Mesa è subito finita: s’avvia quindi l’Ufficio divino.

Spente quasi tutte le luci; dalla grande lampada che scende dall’arco del presbiterio si diffonde una luce tremolante. Sulla predella dell’altare  è collocato un candeliere a cinque braccia, sulle quali ardono altrettante candele.

Don Luciano, il magnifico padre dell’ordine di S. Domenico ed io leggiamo i testi su un unico antifonario di proporzioni notevoli. Ogni tanto, secondo il bisogno, vi collochiamo sopra, il Salterio o il libro degli Inni.

Anche i monaci sono a gruppi di tre.  Solo è invece il padre Priore.

A turno i padri intonano i canti ed eseguono le letture.

Il primo notturno comprende sei lunghi salmi, quattro lezioni e quattro grandi e solenni responsori.

Qui nessuno ha fretta di terminare la liturgia: non l’abbiamo neppure noi… Aveva proprio ragione il padre Priore: “… Non abbiamo mai, mai fretta di terminare la preghiera…”!

Il “Gloria Patri” è scandito con ostentata lentezza mentre ci si inchina assai profondamente; il palmo delle mani deve toccare le ginocchia.

Una cosa richiamò la nostra attenzione: di tanto in tanto, ora qua ora là, un monaco chinava la testa sulla pagina del Salterio, apriva le mani, e dava un bacio al testo.

Era una riparazione pubblica ad una distrazione accolta durante il canto. Per ben due volte la causa del gesto tanto significativo siamo stati noi!

Forse questa era la ragione principale per cui il padre Priore non voleva metterci in Coro.

Le ore passano. Fuori, nel mondo, la gente dorme. Nessuno pensa che anime innamorate di Dio, ogni notte siano vigilanti in preghiera anche per quelli che non pregano mai. Questa è davvero un’azione altamente benefica e largamente sociale!

 Il latino dei testi è alquanto diverso da quello usato sia nel vecchio, come nel nuovo salterio del Breviario romano.

Alcuni responsori sono da noi completamente sconosciuti.

Davanti al grande leggio collocato nel mezzo del Coro s’avvicendano i monaci per il canto delle lezioni. Al termine, il grosso volume è ricoperto, in segno di rispetto, da un velo di seta bianca.

Il secondo notturno si sviluppa con schema simile al primo. I frati sono quasi sempre ricoperti il capo dal cappuccio, la cui ombra conica proiettata sotto il soffitto crea strani ed enormi fantasmi.

Una lezione è cantata dal monaco che al mattino s’era ferito alla testa mentre attendeva al lavoro. Portava una medicazione.,

Lo guardo bene, forse ha la febbre; certamente soffre per il dolore, ma è sereno.

Il più serafico fra tutti, veramente in estasi celestiale, appare il piccolo olandese. Per lui la preghiera è tutto, è gioia, è paradiso; non ha alcuna fretta di terminarla.

Il terzo notturno è più breve: comprende tre cantici, quattro lezioni e quattro responsori.

Lettore al leggio centrale è, questa volta, il Rev.mo Superiore.

Segue il Te Deum con melodia abbastanza nota; quindi il canto del Vangelo con l’orazione.

Come previsto, la preghiera liturgica continua con le Lodi.

Al posto del solito cantico ve ne sono tre. L’inno è quindi eseguito sulla melodia del Veni Creator Spiritus.

Al Bendictus avviene l’incensazione dell’altare da parte del padre Priore. Indossa un ampio manto bianco e porta una lunga e ricca stola.

Iil rito è solennissimo.

Penso che il gran sacerdote dell’antico testamento non dovesse impressionare di più nei suoi gesti ieratici!

Le volute di fumo odorante si susseguono rapide;  il turibolo è letteralmente lanciato in alto con arte finissima e con notevole frequenza.

Gli occhi di tutti sono rivolti là: all’altare di Dio.

Avviene poi l’incensazione di ciascun monaco; quindi anche di noi.

Questa non fu però eseguita dal padre Priore.

Ancora qualche minuto e la preghiera è, questa volta, terminata…

Sono le tre e dieci del mattino di pasqua dell’anno del Signore 1965.

– Regina Caeli laetare. Alleluja. –

Lenti, uno dopo l’altro, i monaci fanno profondo inchino al Santissimo e per vie diverse se ne vanno alle celle. A dire il vero tutti ci hanno salutato con un sorriso. Non credo abbiano riportato, di noi, cattiva impressione.

Il padre Priore ci accompagna alla porta della Chiesa. Ci augura: “Buona Pasqua, con tutto il cuore!”.

È soddisfatto; in fondo ci siamo comportati bene, quasi come due monaci.

Noi ringraziamo con le espressioni più belle e più giuste.

Al padre procuratore, che gentilmente ci scorta fino al cortile sottostante, diciamo la nostra sincera letizia per aver passato alcune ore in paradiso., Anche noi abbiamo pregato senza alcuna fretta, proprio come i monaci della Certosa!

– Me ne sono accorto, me ne sono accorto! – Fu la sua conferma.

– Sfido io, ad un certo punto, la mia lentezza gli costò il bacio del Salterio.

Ci saluta dicendo:- Arrivederci! –

Il portone è aperto; un fratello laico che dice di essere nativo di San Donà di Piave (dunque un italiano e per di più un veneto!), aspetta la nostra partenza per chiudere…»

Aggiungiamo, per concludere,  solo poche note storiche sulla Certosa di Vedana, aiutandoci con la Guida del Touring Club Italiano (volume «Veneto», 2005, p.770).

Là dove essa ora sorge, anticamente vi era un ospizio dedicato a S. Marco (documentato da 1115); poi, a partire dal XV secolo, venne eretto un vasto complesso monastico, divenuto monastero dei Certosini nel 1456.

Nel corso del tempo è stato più volte ampliato e restaurato: nel 1521, con l’aggiunta del chiostro grande; dopo il 1695, in seguito a un grave incendio; e dopo il 1882, quando venne restituito alla funzione religiosa, dopo il periodo di soppressione, decisa dal governo della Serenissima Repubblica di Venezia nel 1769.

La certosa non è attualmente visitabile, poiché ospita delle monache di clausura. La complessa struttura conventuale si articola intorno a tre nuclei edilizi a chiostro.  La chiesa, consacrata nel 1619, contiene opere dei pittori Sebastiano Ricci e Frigimelica, oltre che dello scultore Andrea Brustolon.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 27/03/2009 e del 21/05/2015 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 17 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

 

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