giovedì, 23 Settembre 2021
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Una pagina al giorno: orrida bellezza della natura, di Domenico Lovisato

Una pagina al giorno: orrida bellezza della natura, di Domenico Lovisato. Nato ad Isola d’Istria nel 1842 e morto a Cagliari nel 1916 fu uno scienziato di profondo e versatile ingegno e dalla cultura estremamente varia e vasta di Francesco Lamendola  

Domenico Lovisato, l’indomito patriota istriano (nato ad Isola d’Istria nel 1842 e morto a Cagliari nel 1916) fu uno scienziato di profondo e versatile ingegno e dalla cultura estremamente varia e vasta. Dopo aver condotto indagini minerarie in Valtellina, insegnò geologia e mineralogia , dal 1884, nell’Università di Cagliari, e fu instancabile promotore dello studio geologico della Sardegna. Alcune sue intuizioni giovanili hanno fatto vedere in lui, in qualche misura, un anticipatore della teoria della deriva dei continenti, più tardi formulata da Alfred Wegener e, più recentemente, integrata in quella della tettonica a zolle.

Nel 1881 partecipò a una spedizione scientifica che, per conto del governo della Repubblica Argentina, esplorò con successo vaste zone della Patagonia meridionale e della Terra del Fuoco, all’epoca pressoché sconosciute.

La spedizione era guidata dall’esploratore Giacomo Bove (1852-1887), al comando del veliero Cabo de Hornos; suoi obiettivi principali erano la ricognizione dell’iIola degli Stati, del Canale Beagle e del Canale Magdalena. Ne facevano parte, oltre al geologo Lovisato, il botanico Spegazzini (cui verrà dedicato un lago nell’interno della Terra del Fuoco),lo zoologo Vinciguerra, l’idrografo Roncagli.

Alcuni anni or sono (1992), le Edizioni Culturali Internazionali di Genova hanno ristampato il Viaggio alla Terra del Fuoco di Giacomo Bove, un documento scientifico e letterario di estremo interesse, anche per la strana, affascinante mescolanza di pignoleria positivistica dell’Autore e di atmosfere visionarie e quasi surreali che, proprio dagli eccessi di minuzia descrittiva, finiscono inaspettatamente per scaturire.

Domenico Lovisato, dunque, non era uno scrittore né aveva ambizioni letterarie; era un naturalista; tuttavia, nel descrivere le meraviglie nascoste e l’aspra ma vivida bellezza delle montagne e delle foreste dell’Isola degli Stati, ha saputo toccare vette di autentica poesia.

Ma lasciamo che a farci un quadro dei tesori della natura in quella remota isola – che godeva di una fama sinistra per il gran numero di navi che facevano naufragio, afferrate dai venti di tempesta dell’ovest, presso le sue ripide scogliere – sia la penna di questo scienziato patriota, il cui destino fu quello di morire appena due anni prima di avere la gioia di vedere la sua terra natale riunirsi – ma solo temporaneamente – alla madrepatria (cit. in  Meraviglie della natura negli avventurosi viaggi degli esploratori italiani dell’Ottocento, a cura di Francesco Rodolico; Felice Le Monnier Editore, Firenze, 1968, pp. 139-42):

L’Isola degli Stati, la terra che dall’Arcipelago Magellanico più si spinge all’oriente, è una massa rocciosa, che col crinale dei suoi monti si dirige nettamente da occidente ad oriente per una lunghezza di circa 67 chilometri, presentando una larghezza media non superiore ai 15. In quaranta giorni di lavoro non interrotto, ho potuto esaminarla nella maggior parte dei suoi avvallamenti e delle sue elevazioni,… superando le maggiori difficoltà… Terra orridamente bella,… coperta dal livello del mare fino a 400 o 450 metri da una fitta e tenebrosa massa di foreste tropicali di faggi e di magnolie, per 100 ed alle volte 150 metri ancora da vegetazione erbacea, sulla quale sorgono nude, ardite le creste, le aguglie, le cupole delle sfidanti cime, sin presenta quell’isola con scene di selvaggia magnificenza, come una fata incantatrice, che sorge da quel, mare sempre in burrasca…

Nella intricata foresta di magnolie, di berberis, di pernetie, col suolo tempestato di fiorellini, che sorgono da strato torboso, sul quale hanno loro regno i muschi e le epatiche, l’alpinista più ardimentoso di trova perduto, e con tutte le forze di braccia, di gambe, di vita deve lottare per vincere palmo a palmo sopra quel terreno infido una di quelle vette, che tanto spavento incutono ai poveri velieri, che a quelle spiagge si avvicinano, portati dalle potentissime e pericolose correnti. Il terreno non si vede mai nella selva, perché mascherato da spessa e soffice vegetazione erbacea, che pullula sopra materia scomposta od in via di decomposizione: in esso si affonda il piede, che finisce di trovarsi quasi dovunque in una pozza d’acqua; ciecamente lottando s’avanza in una selva di tronchi verdi di lugubri faggi, che ergono loro teste al cielo, e di tronchi secchi di magnolie, ritti come scheletri, e così vicini fra loro da contrastargli il passo; là intricati, cavi, infradiciti, qua caduti a costituire ponti naturali, ma traditori, perché sovra essi, coperti di muschi e di epatiche, serventi di tappeto a fanerogame, inciampa l’incauto visitatore, che da essi precipita al basso.  È con gran fatica, che si trascina avanti il coraggioso esploratore nei profondi burroni, compiutamente barricati dai tronchi rovesciati in tutte le direzioni: qua affonda fino al ginocchio nel legno imputridito, là con tutta la gamba in una pozzanghera traditrice, non vista, e là ancora, mentre fidente cerca appoggiarsi contro un grosso albero, cade tutto d’un pezzo, perché l’apparente tronco è una massa di materia imputridita, che cade appena toccata. In questa solitudine tremenda si direbbe dominare lo spirito della morte, se, quasi in atto di protesta a respingere l’invasore, sopra il capo non capitasse un uccello grazioso (Ophiurus tupinieri), il piccolo re di quelle vergini foreste, il quale col suo cinguettio  ha l’abitudine di seguire l’uomo con una certa curiosità. Si dice che è sublime il silenzio della foresta, ma io per pratica ve lo posso dire, che anche l’uniformità delle selve vergini in breve diviene pesante

Superate tante difficoltà s’arriva sopra tappeto torboso d’un verde fresco e smagliante, con uno smalto di fiori gettati là a profusione dalla natura, e dopo non molto alla nuda roccia, dalla quale si giunge finalmente alle cime di quei monti , non mai calcati da piede umano, non so dire con quale giubilo nel cuore!…

Fu il 9 febbraio, che mi cacciai per la prima volta in quella selva selvaggia, e mostrai che l’intricata vegetazione si poteva vincere e che le nude cime non sono inaccessibili. Arrivai quel giorno sopra un cucuzzolo prominente, non molto alto, appena 376 metri sul livello del mare, ma, essendo la prima roccia  che si vincea, v’imposi il nome di Monte Italia… L’ultima salita fu quella di Monte Fitton, aspro sistema di roccioni dentati sopra Porto Hoppner, fra Porto Parry e Porto della Nutria… Era il 19 marzo: la nevicata della notte avea tutto imbiancato! Il sole, che non vidi mai interi nell’isola, abbagliava ma consolava  col suo splendore; non una nuvoletta che intercettasse uno dei suoi raggi. L’aria era di una trasparenza perfetta e immobile così, che non avrebbe oscillato nemmeno di un capello la fiamma di una candela!…Il giorno prima, con un giovane marinaio ed un giorno e mezzo di viveri, ché di più non c’era all’ultimo accampamento, m’era diretto alle punte più alte dell’occidente dell’isola. Non si camminava, si correva, e più volte per far riposare il mio compagno andavo a rilevare punti intermedi ed a determinare la loro posizione geografica. E sempre avanti, grondanti di sudore, in un metro e mezzo di neve, e col termometro che non volea salire sopra lo zero. Si passano valloni di neve gelata, si cammina su creste aguzze, si sfidano castelli isolarti, si sale, si scende e finalmente si arriva al Monte Fitton.

Però se il contento era grande per aver guadagnato quella vergine cima, per poter affidare anche a quella la nostra benedetta bandiera, fu per me spina nel cuore il vedere che al di là di profondo burrone tre cime emergevano il capo più che Monte Fitton! Avrei divorata la strada, ma l’ora era tarda e noi senza viveri e senza coperte ed in mezzo a neve gelata ed a roccie aspre e nude. Ma che spettacolo divino da quella cima! Intera vedesi l’isola da Capo S. Antonio a Punta San Giovanni, in un mare biancheggiante a settentrione e di color verde-azzurro a meridione. In mezzo ad un mondo di burroni, di creste giganti, di baie, di torrenti, di piani torbosi, di superbe lagune, di dossi dalle mille curve e con mille seni e mille frastagli, in mezzo a tanti riflessi di luce io benedicea a quel bel cielo, che mi trasportava all’azzurro  incantevole del nostro cielo italiano!…

In complesso vincemmo più di trenta vette, fin qui credute inaccessibili; facemmo più di settanta misurazioni altimetriche; scoprimmo più di cinquanta lagune, sparse fra quelle aspre ardite  creste, e solo il pensiero della patria lontana ci dava il coraggio di sfidare e piogge e gragnole e nevi e venti e fame e sonno nei 48 giorni passati nel percorrere quell’isola in tutte le direzioni e durante i quali tutte le nostre forze furono messe alle più dure prove  dal fittissimo bosco impervio, dalla natura selvaggia e dal cielo inclemente, succedendo colà un uragano all’altro con pioggia, con grandine, con nevischio, con neve.

In nessun momento però come quando stavamo per coricarci , e sempre nell’acqua, perché non è possibile nell’Isola degli Stati di trovare zolla asciutta, si presentava a noi il sentimento eli trovarci noi in un angolo così romito della terra! Tutto tendeva in quell’ora a produrre tristezza nell’anima  in quelle selvaggie regioni, dove il silenzio della notte è rotto solo dall’ingrato acuto aquilone, dal mare che mugge eternamente, rompendo forte le sue onde su quelle coste fronteggiate da tanti frangenti, e dal muggito dei lupi marini (Otaria jubataArctocaephalus australis), che innumerevoli sono su quelle coste e fra quegli aspri scogli.

Abbiamo riportato il testo nella sua stesura originale, compreso un errore ortografico (selvaggie per selvagge), non curato a livello lessicale e stilistico, con quell’abitudine che ha Lovisato di omettere l’articolo dei sostantivi, per mostrare che egli non era certo uno scrittore di professione, né si atteggiava ad esserlo.

Ciononostante, questa pagina ha indubbiamente il taglio e la sobrietà documentaristica di una cronaca di vita vissuta; è fresca ed intensa come lo sono le cose autentiche, senza fronzoli né orpelli.

Proprio nella sua spontaneità un po’ ingenua, almeno per la nostra sensibilità smaliziata di cittadini del terzo millennio (come quel frequente richiamo all’amor di patria, per Lovisato ancor più pungente, in quanto cittadino di una terra «irredenta»), sta uno dei motivi del fascino che la narrazione di quel viaggio all’Isola degli Stati esercita ancora oggi su di noi, con forte presa.

Tre sono i passi, a nostro avviso,  particolarmente notevoli.

Il primo è quello in cui ci viene descritta la bellezza dell’isola in capo al mondo, sotto la categoria dell’orrido.

Già Schopenhauer aveva fatto notare quanto il sublime, in natura, sia separato solo da un esile filo dall’orrido; ebbene qui ne abbiamo non una teorizzazione astratta, ma una concreta e plastica visione.

E come altro definire quel mondo primigenio, mai calcato da orma di piede umano, ove tutto è fradicio d’acqua, umido di muschi e di felci, lucido di pioggia e di nebbia persistente; dove le montagne, anche se basse come semplici colline, hanno l’arditezza e lo slancio impervio delle Dolomiti; dove il piede continuamente sprofonda nel marciume dell’humus in cui si dissolvono, giorno dopo giorno, i resti dei tronchi possenti e di tutto quel fantasmagorico regno arboreo, che la densa e implacabile  umidità sgretola lentamente, ma incessantemente?

Il secondo è quello in cui l’Autore descrive lo strano, irreale silenzio della foresta magellanica, rotto solo raramente dal gaio cinguettio di un uccelletto solitario. Un silenzio strano, ossessivo, vagamente minaccioso; e reso ancor più surreale dal bizzarro contrasto fra le tempeste, le grandinate e la neve di quei luoghi sub-antartici e il verde rigoglioso delle fronde di faggio, di magnolia e di berberis (si ricordi che i mesi di febbraio e marzo, nell’emisfero australe,  corrispondono a quelli di agosto e settembre in quello boreale).

Eppure, di tratto in tratto, un sole sfolgorante irrompe tra le nubi e un vento gagliardo spazza via ogni più piccolo brandello di nuvoletta, spalancando lontanissimi e struggenti orizzonti marini, su entrambi i versanti dell’isola. E i prati che si stendono verdissimi, al di sopra dell’oscuro labirinto della foresta, si ingentiliscono dei vivaci colori di migliaia di fiori, che brillano come tante scaglie di luce, di calore, di vita.

Sempre, però, quel silenzio pesa come una muta presenza poco benevola: tanto da strappare a  Lovisato, a un certo punto, questa impressionante esclamazione: «In questa solitudine tremenda si direbbe dominare lo spirito della morte»!

Il terzo passaggio notevole è, alla fine del brano, quello in cui si descrive il senso di sbigottimento e di tristezza che l’austera natura dell’isola solitaria comunica invincibilmente all’animo dell’esploratore, per quanto ardimentoso egli sia e per quanto il pensiero della patria lontana gli comunichi forza e serenità. E quella tristezza, quello sbigottimento, scendono sempre sul far della notte, quando gli uomini stanno per coricarsi e il silenzio della foresta di faggi antartici si fa ancora più impressionante, rotto soltanto dallo stormire dei rami sotto la sferza dei venti selvaggi che soffiano senza posa da occidente.

È proprio quell’ora del giorno in cui, come già aveva cantato Dante, il morire della luce trasmette uno smarrimento, una nostalgia, un turbamento così intensi al cuore di chi è lontano da casa, sotto cieli  stranieri, da scuotere nel profondo uno degli istinti più radicati nell’animo umano: quello di appartenere a un luogo ben determinato della Terra e di trarne un senso di identità, di stabilità e di sicurezza.

E quanto più acuto è quel sentimento, quando ci si trova su una piccola isola montuosa, sperduta agli estremi confini del mondo abitato, e perennemente assalita da un mare in burrasca che mai non desiste dai suoi assalti di bianca spuma sulle nude, aspre scogliere!

Nelle ultime righe del Lovisato si respira quel senso di estraniamento, di estrema solitudine, di piccolezza e di fragilità dell’uomo davanti alla possanza della natura.

Sembra un quadro di qualche pittore del Seicento, popolato di ombre, di rocce, di fronde e di acque; e nel quale a stento, in un angolo, si intravede – così piccola da destare quasi commozione – una figura umana, perduta e sovrastata dall’immensità del mondo.

La piccolezza dell’uomo, l’immensità della natura, i suoi silenzi tremendi, la sua bellezza orrida che sconfina nel sublime: tutto questo ci desta nell’animo la lettura di questa pagina esotica di Domenico Lovisato, uno scienziato che possedeva – forse senza neanche saperlo – un animo sensibile di poeta e di pittore.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 17/10/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 27 Dicembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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