venerdì, 17 Settembre 2021
HomeSCIENZABotanica e ambienteAbbattere 500 cervi in Cansiglio: ecco all'opera la filosofia della manipolazione spietata...

Abbattere 500 cervi in Cansiglio: ecco all’opera la filosofia della manipolazione spietata delle cose

Abbattere 500 cervi in Cansiglio: ecco all’opera la filosofia della manipolazione spietata delle cose. Oggi condanniamo a morte alcune centinaia di cervi o alcune migliaia di alberi; domani, condanneremo a morte noi stessi di Francesco Lamendola 

Questa è solo l’ultima in ordine di tempo, di una lunga serie di disinvolte operazioni di drastico intervento sulla vegetazione e sulla fauna selvatica: ossia su quel poco di natura che ancora rimane nel nostro Paese, dopo decenni di selvaggia speculazione edilizia, di incendi più o meno dolosi al manto boschivo, di caccia di frodo indiscriminata e di caccia legalizzata, altrettanto devastante, pur se eseguita con tutti i crismi della legalità.

Dopo aver carezzato l’abbattimento delle migliaia e migliaia di platani secolari che fiancheggiano la storica strada del Terraglio (da Treviso a Mestre), con la motivazione di voler prevenire gli incidenti mortali del fine settimana, all’uscita dalle discoteche, ora alcuni politici e amministratori del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia stanno predisponendo l’opinione pubblica a mandare giù l’amara pillola del «necessario» abbattimento di almeno (dicesi almeno) 500 cervi nella Foresta del Cansiglio, che ricopre l’altipiano omonimo, posto a un’altitudine media di 1.000 m. s. m. e situato sul bordo estremo delle Prealpi Carniche e ai piedi del Monte Cavallo, nel punto d’intersezione delle province di Belluno, Pordenone e Treviso.

Sembra che abbattere mezzo migliaio di cervi sia, per essi, una operazione assolutamente normale e, anzi, doverosa, visti i danni che gli animali arrecano all’agricoltura e particolarmente alla produzione biologica di foraggio (danni per i quali gli agricoltori del luogo hanno goduto del risarcimento sotto forma di denaro pubblico).

E tutto questo avviene mentre stenta a decollare il progetto di trasformare questa antica foresta montana – già custodita con la massima severità dalla Serenissima Repubblica di Venezia, perché forniva il legname necessario all’Arsenale – in una Riserva naturale regionale e mentre, anzi, si intensificano le manovre per potenziare oltre misura le strutture turistiche, e segnatamente gli impianti di risalita per gli sport invernali, nonché per estendere la costruzione di villaggi turistici che finirebbero per stravolgere la vocazione naturalistica di questo splendido angolo di natura alpina, area di rifugio per numerose specie vegetali e animali e custode di incomparabili bellezze paesaggistiche, non ultime le profonde e affascinanti grotte carsiche che ne intersecano in più punti il sottosuolo.

Il cervo, si dice, si è moltiplicato in numero eccessivo, arrecando danni e ostacolando lo sviluppo economico della zona (lo sviluppo: ecco l’eterna parola d’ordine, in nome della quale sembra divenire lecita qualsiasi cosa). Si direbbe quasi che su quel magnifico ungulato ricada la responsabilità di chissà quale tremendo destino di sottosviluppo della zona; come se esso costituisse una sorta di pericolo incombente per il benessere e per la prosperità di chissà quali popolazioni (mentre il Cansiglio vero e proprio è vuoto di abitanti, fatta eccezione per poche decine di Cimbri, la popolazione di boscaioli origine tedesca, qui insediatasi tre secoli or sono).

Manca poco che si paragonino questi «terribili» cervi ai terroristi di Al Quaida, e che si invochi contro di essi la crociata del Bene contro le forze del Male., in nome della modernità e di un futuro radioso per tutti.

La verità, invece, sta in tutt’altro modo.

Gli esseri umani, quassù, sono soltanto degli ospiti: degli ospiti tollerati, e perfino graditi, se vengono in atteggiamento pacifico e rispettoso, per conoscere la natura e per familiarizzarsi con il mondo delle piante (le sterminate distese di faggi e abeti rossi, qui capovolte rispetto all’altitudine per un curioso fenomeno di inversione termica) e degli animali selvatici. Sono, al contrario, ospiti sgradevoli e nocivi se, in veste di turisti cialtroni o di speculatori, vi si accostano con avidità e insensibilità, interessati unicamente al guadagno che possono ricavare dallo sfruttamento di un ambiente naturale pressoché incontaminato (ma non sappiamo ancora per quanto continuerà ad essere tale).

Riportiamo questo breve articolo, a firma R. O., dal quotidiano «Il Gazzettino», edizione di Treviso, di domenica 13 settembre 2009:

«Dimezzare la popolazione di cervi che vivono in Cansiglio. Sembra diventata una priorità, quasi una crociata per quanti hanno a cuore lo sviluppo economico del Pian Cansiglio attraverso l’agricoltura. Un grido d’allarme che è stato raccolto dal ministro delle Politiche agricole Luca Zaia. “Abbattere almeno 500 cervi in Pian del Cansiglio per evitare la devastazione delle produzioni biologiche di foraggio, il 40% delle quali viene attualmente distrutta dagli animali, aumentati di numero in modo incontrollato”, a sostenerlo è il ministro Zaia che ieri era in Cansiglio su invito di Paolo Casagrande, presidente veneto Anpa (Associazione nazionale produttori agricoli). L’imprenditore aveva inscenato una protesta pacifica con volantinaggio durante la presentazione del progetto di valorizzazione della foresta del Cansiglio, chiamato “Assi del Cansiglio”, avviato da Itlas e Veneto Agricoltura. “Non è di nostra competenza – è stata la tesi del ministro, presente alla manifestazione “Vivi la foresta con noi” – ma credo che la questione sia già nelle mani dell’assessore regionale , che deciderà per il meglio.” Gli agricoltori – l’opinione di Casagrande – vogliono che il Cansiglio continui a vivere, ma oggi è compromesso dalle devastazioni dei cervi. Non vogliamo che si estinguano ma che il loro numero torni ad essere di 500-60″. Di parere diametralmente opposto Guido Iemmi, uno de responsabili della Lav (Lega antivivisezione): “Assistiamo- esordisce – al solito ritornello. Prima si fa in modo che una popolazione aumenti, facendole trovare un microsistema molto favorevole. A quel punto scatta l’allarme degli agricoltori, che in precedenza avevano però vissuto grazie ai contributi pubblici ottenuti come risarcimento de danni causati dalla fauna selvatica. Infine arrivano politici ed esperti che, rispondendo alle esigenze dei cacciatori , invocano la mattanza. È ciò che sta accadendo – conclude Iemmi – in Cansiglio e già visto per cinghiali e orsi.»

Gira e rigira, in questa mentalità brutalmente pragmatica e utilitaristica, secondo la quale la natura è fatta per essere dominata e manipolata illimitatamente, e l’uomo non ha alcun obbligo verso di essa, perché se ne considera il padrone assoluto, riaffiora il vizio tipico della modernità, già teorizzato – ma con orgoglio – da filosofi come Francesco Bacone: l’assoluta incapacità di porsi in atteggiamento rispettoso verso le cose; l’assoluta incontinenza di una avidità economica senza freni e senza pudore.

Tutto quello che è possibile fare per aumentare la ricchezza e la comodità dell’uomo, va posto in opera in nome della scienza e del progresso; mentre tutto ciò che vi si oppone, deve essere spazzato via, perché rappresenta un ostacolo e una pietra d’inciampo rispetto alle magnifiche sorti e progressive della modernità e dello sviluppismo.

Per quei signori, un albero non è nemmeno degno di essere considerato un essere vivente; e un animale è meritevole di sopravvivere, solo a condizione che la sua esistenza non ostacoli i progetti dell’uomo, volti immancabilmente al potenziamento delle strutture di sfruttamento della natura e ad accrescere il benessere materiale dell’uomo stesso, costi quello che costi.

Le cose, in quest’ottica, non possiedono alcun valore intrinseco. Il loro valore, del resto puramente economico, è stabilito sempre e solo in funzione dell’utile che gli esseri umani si prefiggono di  ricavarne.

Il rispetto, la contemplazione, la gratitudine verso piante, animali ed elementi del paesaggio, non trovano alcun posto in una tale visione del mondo: non sono nient’altro che inutili romanticherie e sentimentalismi dannosi per il progresso e lo sviluppo. Chi si batte per difenderle, non è che un retrogrado, un oscurantista e un potenziale sovversivo, nel senso letterale di colui che vuole sovvertire, ossia capovolgere, le regole stabilite, sia in ambito politico che culturale.

Che si tratti di abbattere un cervo, o dieci, o mille, non c’è nessun problema; anzi, si fanno contenti i cacciatori che, con il pretesto di contenere l’eccesso di popolazione della fauna selvatica, riescono a indossare anch’essi la rispettabile divisa dei difensori della natura, e a marciare sotto le bandiere di uno pseudo ambientalismo che vorrebbe sposarsi felicemente con le ragioni dello sviluppo economico, del guadagno e dell’interesse privato.

Strano Paese, l’Italia, dove perfino cacciatori, speculatori edilizi e ambigui imprenditori, riescono a farsi passare per i veri difensori dell’ambiente; e dove le doppiette, il cemento e le sciovie selvagge, sono presentati come strumenti del progresso e del benessere delle ultime zone d’Italia ove ancora sopravvive qualche felice brandello di natura quasi incontaminata.

È evidente che, se si vuole superare queste criticità, non sarà sufficiente istituire nuovi parchi e riserve naturali, né perfezionare la legislazione ambientalista o moltiplicare il numero delle guardie forestali. Del resto, le statistiche sono lì a mostrarci, nel modo più impietoso ed eloquente, che quelle regioni  – come la Calabria – ove più alto è, in rapporto alla popolazione, il numero del personale preposto alla tutela dell’ambiente, sono proprio quelle in cui lo scempio della natura procede con il ritmo più veloce.

Quello di cui abbiamo bisogno, è un cambio nel modo di sentire e di pensare diffuso tra le persone comuni; quella che ci serve, è una vera e propria rivoluzione culturale, la quale., operando sulle giovani generazioni, insegni loro la priorità del rispetto per la vita e per l’ambiente, nei confronti di qualsiasi esigenza di mercato e di qualsiasi logica basata sul mero profitto materiale. Bisogna far capire ai bambini, fin da piccoli, che non c’è denaro che possa giustificare la distruzione di una foresta o l’abbattimento, insensato e crudele, di centinaia di capi di fauna selvatica; bisogna persuaderli che l’uomo deve ritornare a vivere in armonia con le altre creature viventi, per quanto possibile, e non in competizione selvaggia con esse.

Bisogna anche insegnare ai giovani a rifiutare il ricatto, secondo il quale chi considera prioritari i valori ambientali e il rispetto per la vita di tutte le creature, è un cattivo cittadino e un nemico del progresso. Bisogna portare loro ad esempio figure come quella di San Francesco, che vedeva un amico e un fratello in ogni creatura del buon Dio, e non fargli credere che le ragioni dell’impresa e del profitto, per quanto legittime in se stesse, vengano rima di qualsiasi altra cosa.

Bisogna, infine, far capire ai bambini e ai ragazzi, che il rispetto per la vita è un valore unitario: che non esiste un rispetto per la vita umana, che si possa immaginare come disgiunto dal rispetto per la vita delle piante e degli animali; perché la vita è un fenomeno unitario, è il complesso delle funzioni vitali della biosfera, di cui l’uomo è parte, e fuori del quale egli non potrebbe concepirsi, né sopravvivere per un giorno solo.

In Italia, purtroppo, il senso della dignità della natura e del rispetto dovuto a tutti i viventi, per un insieme di ragioni storiche e culturali, è ai livelli più bassi del continente europeo, come abbiamo già scritto in precedenti occasioni (cfr., in particolare, il nostro articolo: «Perché non amiamo la natura? Una riflessione sulle responsabilità della cultura contadina», inserito sul sito di Arianna Editrice in data 06/08/2009).

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non è la cultura industriale, o post-industriale, la grande nemica della natura. Il disincanto e la manipolazione nei confronti di essa si consuma già all’interno della società contadina, e sia pure nell’ultima fase della sua vita millenaria: quando ormai le logiche del successo e del profitto battevano alla porta del semplice contadino; e tutto ciò è stato esemplificato dall’adozione massiccia e quasi subitanea della chimica, per aumentare il raccolto e, quindi, le prospettive di guadagno.

Il male, quindi, è molto più profondo di quello che non si creda. Ecco perché, quando i nostri politici e amministratori parlano, con tanta leggerezza, di abbattere mezzo migliaio di cervi, come se fosse la cosa più ovvia e più semplice di questo mondo, non si leva un coro generale di proteste e di sacrosanta indignazione; ecco perché, al contrario, le associazioni degli agricoltori sono in prima fila nell’applaudire, o, addirittura, nel sollecitare provvedimenti del genere.

L’aver ridotto i problemi umani e i problemi ambientali a delle questioni puramente tecniche, meritevoli di una risposta puramente tecnica: ecco il grande peccato contro la vita, contro il rispetto dovuto alle creature, contro la nostra stessa intelligenza.

Una ragione strumentale e calcolante, che finisce per essere completamente, assolutamente stupida, perché perde di vista le condizioni necessarie alla stessa sopravvivenza dell’uomo.

Oggi condanniamo a morte alcune centinaia di cervi o alcune migliaia di alberi; domani, condanneremo a morte noi stessi, privandoci degli strumenti che possano assicurarci la prospettiva di un futuro, per noi e per i nostri figli.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 16/09/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 07 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

Most Popular

Recent Comments