venerdì, 24 Settembre 2021
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Attraverso le vicende del bosco Olmè di Cessalto rivive la storia degli antichi boschi planiziali

Attraverso le vicende del bosco Olmè di Cessalto rivive la storia degli antichi boschi planiziali. Mentre il Bosco del Montello veniva definitivamente distrutto nel 1894 il Bosco di Olmè è riuscito a sopravvivere fino a noi di Francesco Lamendola 

Chi abbia un po’ di familiarità con l’«Eneide» avrà notato, con uno strano sentimento di stupore e quasi d’incredulità, le frequenti descrizioni dei rigogliosi e fittissimi boschi che ricoprivano la Penisola non tanto ai tempi di Virgilio, quando in quelli che fanno da cornice alla vicenda di Enea. Tempi favolosi e semi-leggendari, certamente, quelli che videro il rustico re Evandro condurre una vita di tipo ancora pastorale, fra i boschi ove poi sarebbe sorto lo splendido Foro Romano, coi suoi templi e monumenti; e, tuttavia, memoria di un’epoca realmente esistita, quando l’Italia era ammantata di boschi così fittamente, che il paesaggio agrario vi costituiva ancora una rara eccezione.

Ecco, ad esempio, come si presenta il paesaggio presso la foce del Tevere, all’arrivo delle navi troiane reduci dalla stanza a Cartagine e, poi, in Sicilia, nei bellissimi versi di Virgilio, che sembrano dipingere un quadro impressionista (VII, 25-36):

«Iamque rubescebat radiis mare et aethere ab alto

Aurora in roseis fulgebat lutea bigis,

cum venti posuere omnisque repente resedit

flatus et in lento luctantur marmore tonsae.

Atque hic Aeneas ingentem ex aequore lucum

prospicit. Hunc inter fluvio Tiberinus amoeno

verticibus rapidis et multa flavos harena

in mare prorumpit; variae circumque supraque

adsuetae ripis volucres et fluminis alveo

aethera mulcebant cantu lucoque volabant.

Flectere iter sociis terraeque advertere proras

Imperat et laetus fluvio succedit opaco.»

Che, nella pregevole traduzione di Enzio Cetrangolo (Virgilio, «Eneide», Firenze, Sansoni, 1966, 1989, pp. 287-89), suonano così:

«Il mare già rosseggiava e l’Aurora fulgeva

dorata, sul roseo carro alta nel cielo;

al cadere del vento una calma improvvisa

si stese sul mare: solo s’udiva scandita

dal tonfo eguale dei remi una lenta fatica.

Quand’ecco levatosi Enea a guardare da poppa

la terra vicina, vi scopre un’ampia foresta:

è quella ove il Tevere scorre di amena corrente

e biondo di arene vorticose si versa nel mare;

uccelli iridati, amanti delle rive

mattutine e avvezzi al letto del fiume,

in volo sul bosco addolcivano l’aria di canti.

Comanda ai compagni di flettere il corso e di volgere

Verso terra le prore e lieto s’inoltra nel fiume

Tra i boschi.»

Una descrizione altrettanto bella, e forse perfino più suggestiva, si trova, poi, allorché Virgilio racconta come Enea, con alcuni compagni, salpa su una nave alla volta del villaggio di Evandro, per cercare alleanze ed aiuti contro i Latini che gli stanno per muovere guerra (VIII, 86-101); dove la scena silvestre è incredibilmente viva e stupendamente maestosa, con le folte chiome dei grandi alberi che si specchiano nelle acque del fiume, in un paesaggio lussureggiante che, a noi moderni, evoca forse la foresta pluviale:

«Thybris ea fluvium, quam longa est, nocte tumentem

leniit et tacita refluens ita substitit unda,

mitis ut in morem stagni placidaeque paludis

sterneret aequor aquis, remo ut luctamen abesset.

Ergo iter inceptum celerant rumore secundo.

Labitur uncta vadis abies: mirantur et undae,

miratur nemus insuetum fulgentia longe

scuta virum fluvio pictasque innare carinas.

Olli remigio noctemque diemquefatigant

et longos superant flexus variisque teguntur

arboribus viridisque secant placido aequore silvas.

Sol medium caeli conscenderat igneus orbem,

cum muros arcemque procul ac rara domorum

tecta vident, quae nunc Romana potentia caelo

aequavit, tum res inopes Euandrus habebat:

ocius advertunt proras urbique propinquant.»

Ancora la traduzione di Enzio Cetrangolo (cit., p. 337):

«Il Tevere per tutta la notte calmò sua corrente

impetuosa e l’onda silente indietro ritrasse così

da spianare a guisa di stagno o di ferma palude

le acque, ove fosse leggera la spinta dei remi.

Affrettano il corso intrapreso con voci di gioia.

I legni spalmati di pece scorrono l’acque;

guardano l’onde, guarda la selva stupita gli scudi

che brillan da lungi e le navi dipinte che vanno.

Trascorrono ai remi affannati il giorno e la notte,

le curve lunghe del fiume oltrepassano,

li copre l’ombra degli alberi, solcano verdi

riflessi di boschi sul placido specchio dell’acqua.

Il sole era giunto a metà del suo corso celeste

Che vedono mura e una rocca e tetti lontani

Sparsi: che ora la potenza Romana ha innalzato

Al cielo, allora umili case, possesso di Evandro.»

L’Italia settentrionale, poi, prima della conquista romana e prima del sorgere della civiltà dei Liguri, dei Celti e degli Etruschi, doveva essere ancora più fittamente boscosa della Penisola; al punto che, oggi, abituati come siamo a vederla tutta coperta di colture intensive o anche, purtroppo, da superficie edificate e da una rete stradale a maglie fittissime, non riusciamo quasi a  immaginare come potesse somigliare alle immense foreste al di là delle Alpi, come quelle che Cesare descrive nel «De Bello Gallico»: così fitte che il sole a stento vi penetrava e così selvagge da offrire rifugio a innumerevoli animali di grossa taglia quali lupi, cervi, cinghiali, orsi, tassi, linci, eccetera.

Scriveva in un’opera ormai classica il professor Valerio Giacomini, già titolare della cattedra di Botanica presso l’Università di Catania e direttore dell’Orto Botanico di quella città, a proposito delle antiche foreste che ammantavano la Pianura Padana verso l’inizio dell’epoca storica, dopo l’ultima glaciazione («La flora», vol. II dell’enciclopedia «Conosci l’Italia», Milano, Touring Club Italiano, 1958, pp. 123-25):

«Quando i primi abitatori entrarono nella Valle del Po per porvi stabili dimore, dovettero aprirsi faticosamente dei varchi entro le immense foreste che coprivano quasi ininterrotte tutta la vasta pianura. Erano probabilmente genti liguri neolitiche, perché a esse risalgono le più antiche industrie scoperte nel cuore della Lombardia e dell’Emilia. La loro presenza diventa sempre più frequente verso la fine dell’Eneolitico e nell’Età del bronzo, quando si addensano le palafitte e le terremare specialmente lungo i maggiori fiumi nella Lombardia Orientale, nel Veneto, in Emilia.

Lo Helbig così ricostruisce il paesaggio della pianura durante la civiltà alquanto evoluta delle palafitte: “chi, al tempo in cui sporgevano questi villaggi, avesse potuto guardare a volo d’uccello la Pianura Padana, avrebbe veduto un paesaggio essenzialmente coperto da foreste. Entro la massa dei boschi in molti luoghi, e in special modo presso i corsi d’acqua, avrebbe notato radure, come quadretti chiari su fondo scuro:; ed entro ogni radura un villaggio di palafitte con capanne di paglia gialla o di fango; e immediatamente attorno al villaggio campi di cereali e di lino, coltivi di fagioli e di viti; e infine, più prossime alla foresta, le praterie su cui pascolavano i greggi. Il tutto chiuso nella massa verde della foresta.”

Nella storia delle vicende climatiche postglaciali (così come si può ricostruire mediante l’analisi dei pollini archiviati nelle torbiere padane), all’età delle palafitte neolitiche corrisponde il culmine del “periodo temperato” e il massimo di diffusione della Quercia. Declinando il periodo temperato con l’inizio circa dell’Età del bronzo, il polline di Quercia mantiene sempre valori assai alti, mentre sono percettibili in pianura l’ingresso del Faggio e più tardi quello del Castagno.

Queste primitive estesissime foreste padane  sono essenzialmente dei Querceti misti con Tigli e con Olmi (secondo Keller nelle proporzioni 4:1:1). E ne abbiamo prove anche dai rinvenimenti operati nelle zone delle palafitte e delle terremare. Nelle terremare si trovano grandi quantità di ghiande insieme a ossami di cervi, caprioli e cinghiali; d’altra parte i pali delle palafitte sono per lo più di legno di Olmo, più raramente di quercia o di castagno. Le ghiande erano utilizzate spesso anche per la nutrizione dell’uomo.

Anche quando l’Italia cisalpina venne divisa più tardi, intorno al V secolo a. C. fra i Celti, gli Etruschi, i Liguri, anche dopo la successiva occupazione da parte di genti galliche, queste condizioni della pianura del Po non mutarono molto, così che, nel II secolo a. C., Polibio poteva ancora descrivere campagne circondate da boschi di Querce (“silvae glandariae”).

La civiltà aprì attraverso queste selve grandi strade, creò fortificazioni, inaugurò opere di dissodamento e colonizzazione e intraprese anche lavori ingenti di bonifica. Fu in gran parte prosciugato il territorio fra la via Emilia e il Po fino all’agro parmense, e la laguna padana detta “Padusa” venne notevolmente ristretta. Ma non vennero per questo distrutte le foreste oltre a una certa proporzione; leggi e consuetudini romane prevedevano la conservazione e la tutela di molti boschi: in parte dovevano costituire un bene pubblico (“ager publicus”), insieme ai pascoili, per attingere legno e ghiande; in parte erano boschi sacri, preservati a custodia di fonti, di sepolcri, di templi in parte servivano da confini delle proprietà (“omnis possesio Silvanus colit”).

Erano ben note alcune grandi foreste: la selva Litana nel Bolognese fra l’Appennino e il Po, la selva Lupanica (covo di lupi) fra l’Isonzo e la Livenza, la selva Fetontea (“silva magna”), di larghissima estensione, i cui residui si chiamarono Torcellis, Clocisca, Lauretana, Torunda, e via dicendo, comprendente anche il ben noto bosco del Montello distrutto nel 1894; e ancora la selva Lugana presso Peschiera, che rosseggiò del sangue dei Goti e dei Romani nella memorabile battaglia del 268, la selva paludosa di Modena, la selva di Verona, e altre molte lungo le grandi vie e gli argini dei fiumi maggiori. Nel V secolo Sidonio Apollinare scrive del “Ceruleo Adda, del veloce Adige, del pigro Mincio… le cui rive ed elevazioni si rivestivano di boschi di Querce e di Aceri”.

Ma la decadenza dell’Impero e le prime invasioni barbariche determinarono una regressione delle colture e favorirono il ritorno di più vaste foreste. La già scarsa popolazione si era ulteriormente diradata e tornava in gran parte verso la pastorizia e la caccia. Nel secolo VI scrive Papa Gregorio Magno che “le città dell’Emilia erano diventate cadaveri”. Le selve e le paludi soverchiavano le campagne, e grandi alluvioni sommergevano la bassa valle del Po.

Non possediamo documenti precisi sulle trasformazioni del paesaggio vegetale né sappiamo se e fino a qual punto le nuove foreste fossero eguali a quelle originarie.  Ma certo si ebbe allora una prova evidente della forza gigantesca della vita vegetale spontanea in rivincita sulle forme artificiose stabilite e conservate dall’uomo. Si può pensare tuttavia che in alcuni territori della Valle del Po le foreste non si siano più ricostituite, e che sui terreni abbandonati siano subentrati pascoli ed arbusti, utilizzati dalle popolazioni superstiti.

La Pianura padana doveva presentarsi in questo periodo come una vasta successione e mescolanza di foreste e di paludi, interrotte qua e là, specialmente nelle alluvioni ghiaiose più sterili e, in tratti dell’alta pianura diluviale, da vaste zone denudate o cespugliose.

Nei documenti che ci restano ancora dall’XI secolo (donazioni di boschi ai monasteri, cronache,  statuti) ricorrono denominazioni che possono dare qualche idea della natura e composizione dei boschi: Negri vede riflessa in esse ben chiara la distinzione fra quelli che dovevano essere i boschi “mesofili” delle prime pendici montane e delle terrazza diluviali dell’alta pianura, e le macchie “igrofile” delle più umide alluvioni della bassa pianura. Ai primi si riferiscono evidentemente nomi come “beoletum” (dalla betulla), “carpanetum” (dal Carpino), “salicetum” (dal Salice) e via dicendo; alle seconde invece i nomi di “sterpetum”, “espinetum”, “rovetum”, che in Piemonte particolarmente dovevano riferirsi a terreni sterili rientranti nei gerbidi (“gerbum”).

A provocare la propagazione o la conservazione de boschi a danno dell’agricoltura contribuisce intorno al 1000 e anche in secoli successivi la grande diffusione della caccia. Già intorno al 700 la “silva communis”, già aperta a tutti per raccolta di legna, per caccia pesca e pascolo, tendeva a diventare in forza della Legge Salica “silva alterius”, di proprietà dei feudatari con diritto esclusivo di caccia. Lo stesso Carlo Magno nel capitolare “De villis” proibiva a tale scopo di dissodare i boschi. Ai contadini asserviti non restava che dedicarsi alla pastorizia, sebbene anche questa spesso venisse limitata da leggi che proteggevano i cedui. Né certo doveva mancare la selvaggina se Fra Salimbene nel 1290 scrive che, in seguito alle guerre contro gli Svevi, la Valle del Po si era così spopolata che si moltiplicavano ovunque gli animali selvatici.

Nell’878 Carlo Magno donava al Monastero di S. Zenone in Desenzano il diritto di caccia “di cinghiali, cervi, caprioli” nella Selva Lugana. Nel 1090 si andava a caccia di cervi presso Sermide nel mantovano.Nel 1300 si facevano voti nel Ner bergamasco per la liberazione dalle torme di lupi che infestavano quelle terre. Nelle lagune ferraresi riparava ancora, al dire di Fazio degli Uberti, il castoro: “Ne suoi laguni un animal ripara – Che è bestia e pesce, il qual bevero ha nome”. L’opera dei monasteri valse a realizzare qualche limitato dissodamento e a tener viva localmente la tradizione agricola de paese.»

Sotto il dominio romano, con le centuriazioni e i dissodamenti, una parte della Pianura Padana venne messa a coltura; ma, con il crollo dell’Impero di Occidente e con il succedersi delle invasioni barbariche, l’economia tornò a regredire dall’agricoltura verso la silvo-pastorizia; e la foresta tornò ad avanzare ovunque, anche se non – forse – uguale a quella primigenia; in ogni caso, altrettanto fitta e popolata di animali selvatici.

Osserva Emilio Serena nella sua ormai classica «Storia del paesaggio agrario italiano» (Roma, Laterza, 1961, 1976, pp. 82-83):

«… per tutto l’Alto Medioevo, la menzione di terre a cultura riabbandonate al bosco o alla palude resta prevalente nei cartulari e nei codici diplomatici, da quali risulta impressionante l’estensione dei territori incolti, boschivi e acquitrinosi.

Col paesaggio pastorale scoperto, così,  quello che seguita a prevalere nettamente, in Italia,  fino al 1000 ed oltre, e ben addentro  nell’età comunale, è un paesaggio di boschi  e di foreste; teatro anch’esso, d’altronde – nei suoi settori meno selvaggi – di importanti attività  pastorali, e particolarmente (nelle serve di querce e di faggi) del grande allevamento brado dei suini, che assume un rilievo preminente in quest’età e che assicura alle popolazioni quelle essenziali risorse alimentari di grassi, che la decaduta cultura dell’olivo non può più loro generalmente fornire.

Queste stesse attività pastorali, che già animano di pur rare presenze  umane certi settori boschivi, e finiscono col renderli meno selvaggi e inospitali, non incidono tuttavia, per tutto l’Alto Medioevo, se non su di una parte relativamente limitata del paesaggio forestale: che resta dominato, nel suo complesso, dalla selva oscura ed impervia, piena di minacce e d’insidie, pauroso albergo di fiere – l’orso, il cinghiale, e il lupo, soprattutto, resteranno, fino all’invenzione  delle armi da fuoco, nemici temibili per l’uomo –  riparo di banditi e di predoni. Solo nei settori meno impervii di questa selva selvaggia , d’altronde, gli uomini armati stessi oseranno avventurarsi per le attività della caccia: che non è slo, ancora, svago preferito  delle classi dominanti, ma essenziale attività produttiva, che fornisce – insieme con l’allevamento –  decisive risorse all’alimentazione delle popolazioni.»

A partire dal XIV secolo, tuttavia, incomincia la nuova e definitiva avanzata dell’agricoltura a spese della foresta: sotto l’ascia del boscaiolo, a partire dal primo Rinascimento, cadranno una dopo l’altra le grandi foreste: alcune così estese che vi si poteva camminare per giorni senza mai uscire alla luce del sole, salvo qualche sparsa radura. Tale era il caso, ad esempio, della Selva Lupanica (il nome era già tutto un programma) che si estendeva ininterrottamente dal fiume Livenza sino all’Isonzo, coprendo, così, gran parte del basso Friuli, allora Patriarcato di Aquileia.

I boschi, abbattuti in pianura, sono sopravvissuti sulle Prealpi e sulle Alpi; nella valle del Po hanno resistito più a lungo quelli che i governi proteggevano con apposite leggi, per ragioni economiche o strategiche. Tra questi, nel caso del Veneto, vanno ricordati il Bosco del Montello, sul medio corso del Piave, e quello del Cansiglio, in una conca delle Prealpi, fra la dorsale che corona il lago di Santa Croce (Monte Millifret) e quella che sovrasta le sorgenti della Livenza; entrambe poste sotto la tutela della Serenissima, che ne traeva il legname per la sua flotta.

Oggi, i boschi di pianura sono pressoché scomparsi dall’Italia settentrionale, a parte i pioppeti coltivati per l’industria della cellulosa; solo le antiche mappe catastali e qualche pagina di letteratura ne conservano ancora la memoria – oltre, naturalmente, alla toponomastica, che è tuttora ricchissima di  toponimi relativi agli antichi boschi, fin nelle immediate vicinanze delle città.

Quest’ultimo fatto non deve, del resto, stupire. Non ci è stato forse tramandato, ad esempio, che le autorità comunali di Udine decisero di far tagliare un bosco che, ancora nel XVII secolo, sorgeva vicinissimo alle mura, tanto da essere divenuto il rifugio di bande di ladroni, con grave danno per la sicurezza dei cittadini e per il traffico commerciale?

Eppure, qua e là, esistono ancora oggi alcuni piccoli, sparsi relitti delle antiche foreste planiziali che, in tempi preistorici e protostorici, coprivano tutta la Pianura Padano-Veneta; anche se, ovviamente, non si tratti di residui della selva primigenia, ma di quei boschi che, ancora nel 1700, le classi dirigenti trovavano utile, a vario titolo, difendere dalla fame di legname e di terra coltivabile delle popolazioni rurali.

È così che, mentre il Bosco del Montello, liberato dai vincoli che lo avevano difeso ancora sotto il dominio austriaco, veniva definitivamente distrutto nel 1894, il Bosco di Olmè presso Cessalto – nel Basso Trevigiano, quasi ai confini con la provincia di Venezia – è riuscito a sopravvivere fino ai nostri giorni, insieme a quello, non lontano, di Basalghelle, in comune di Mansué, un poco più a nord, e più vicino al corso del Livenza.

Il Bosco di Olmè (che, nel toponimo, richiama inequivocabilmente la presenza “ab antiquo” di numerosi alberi di Olmo, è – oggi – un bosco misto formato essenzialmente da alberi quali il Salice bianco, il Carpino, la Quercia, l’Olmo, il Pioppo nero e il Pioppo bianco, l’Acero, il Frassino, il Platano e la Robinia; da arbusti quali il Sambuco, il Viburno, il Nocciolo e il Ligustro; e caratterizzato da un ricco sottobosco formato da numerosissime specie erbacee, fra le quali ricordiamo il l’Ortica, la Parietaria, il Polygonum, l’Anemone, la Clematis, il Ranuncolo, l’Hypericum, il Chelidonium, l’Agromonia, la Potentilla, la Rosa canina, il Trifoglio, la Viola, l’Edera, la Primula, la Campanula, il Convolvolo, la Pulmonaria, l’Helianthus, la Centaurea, la Valeriana, l’Achillea  e il Tarassaco.

Questo lembo di antica foresta ospita un gran numero di animali, che vi hanno trovato rifugio anche dalle campagne coltivate circostanti.

I Mammiferi, come è facile immaginare, sono ridotti a poche specie: il Riccio, la Talpa, il Topragno, la Lepre, il Topo campagnolo,  il Topo selvatico, la Donnola, la Puzzola e, forse (ma non è sicuro), la Faina. Quanto agli Anfibi, le zone umide danno rifugio al Tritone comune e al Tritone crestato, oltre alla Rana, al Rospo e alla Raganella; i Rettili sono rappresentati dalla Tartaruga palustre, dall’Orbettino, dal Ramarro, dalla Lucertola comune e anche da un paio di serpenti, peraltro poco numerosi: il Colubro liscio e la Biscia dal collare.

Comunque, se la fauna terrestre è rappresentata da un numero limitato di specie, ricchissima è quella degli Uccelli, sia di passo che stanziali.  Non possiamo nominarli tutti: ci limitiamo perciò a ricordare la presenza di specie quali l’Astore, la Poiana, la Beccaccia, il Colombaccio, la Tortora dal collare, il Gheppio, il Gufo comune, la Civetta, il Barbagianni, l’Allocco, la Rondine, il Rondone,  l’Upupa, il Picchio verde, lo Scricciolo,  l’Usignolo, il Merlo, varie specie di Tordo e di Cincia, la Capinera, la Cannaiola, il Fringuello, il Cardellino, il Verdone, il Ciuffolotto, la Ghiandaia, la Gazza, il Corvo, il Passero e il Lucherino.

Esistono altri boschi nella bassa pianura veneta e friulana, ma si tratta di boschi artificiali, per quanto belli e intelligentemente coltivati; ad esempio, la Pineta di Marina di Eraclea (in provincia di Venezia), che è un bosco puro d’alto fusto, coetaneo e costituito da un’unica specie arborea, il Pino domestico; e perciò caratterizzato da una uniformità estetica che può tradursi in un certo qual senso di monotonia.

Invece, il Bosco di Olmè è un bosco naturale, che  si è prodotto e perpetuato spontaneamente  ed è  formato da parecchie specie arboree, rappresentate da esemplari che non sono tutti coetanei. Si tratta, pertanto, di un bosco ceduo misto in cui si respira una grande impressione di varietà e vitalità, e cui la diversità delle specie e la presenza di piante giovani e di altre assai vecchie conferiscono quel fascino particolare che solo gli ambienti realmente naturali sono in grado di esprimere, e che anche il visitatore profano e frettoloso coglie immediatamente, pur non rendendosi bene conto – forse – delle ragioni di una tale impressione.

Non solo: una visita al Bosco di Olmè acquista il sapore avvincente di una ricognizione a ritroso nel tempo, quando – come abbiamo visto – gran parte dell’Italia, e dell’Italia settentrionale in modo particolare, era ammantata da immense foreste primigenie, mai toccate dalla scure dell’uomo, rifugio di numerose specie di animali selvatici, anche di media e grossa taglia.

Questo valore emblematico di un bosco spontaneo residuale di pianura è bene evidenziato da Michele Zanetti nel libro «Il bosco Olmè di Cessalto. Guida didattico naturalistica», Cessalto (Treviso), a cura della Amministrazione Comunale, 1989, 1995, pp. 13-21:

«La storia del bosco Olmè di Cessalto, ultimo modestissimo discendente delle mitiche selve che in epoca preistorica ammantavano la pianura veneta dalle pendici prealpine alle soglie degli ambienti lagunari, non può che identificarsi con quella dello stesso ambiente forestale originario.

Per analizzare più efficacemente le vicende storiche che hanno caratterizzato l’esistenza dell’ecosistema forestale prima e del biotipo boschivo successivamente, è tuttavia opportuno considerare tre distinte fasi, strettamente collegate nel divenire storico, ma caratterizzate in termini diversi in relazione alle vicende naturali ed umane succedutesi.

La prima tra queste può infatti identificarsi con la storia naturale della primigenia matrice forestale di Olmè, ovvero con i fenomeni di identificazione ed evoluzione forestale verificatesi nella Padania veneta in epoca postglaciale.

La seconda fase, più breve della precedente, ma tale da abbracciare l’intero periodo della storia umana dall’Epoca romana al Rinascimento, riguarda le vicende particolari dei boschi di pianura del Veneto.

La terza ed ultima, assai più specifica, riguarda i grandi e piccoli eventi, che a partire dal secolo XVI e sino ai giorni nostri hanno segnato l’esistenza del Bosco di Cessalto. In sostanza, quest’ultima fase consente di conoscere ed interpretare i fatti della vita di Olmè dal momento in cui esso appare citato nei documenti catastali della Serenissima Repubblica, ai giorni attuali, che vedono lo stesso bosco interessato ad interventi di risanamento forestale tesi a rivitalizzarlo ed a garantirgli la continuità vegetativa.

La stria naturale della grande foresta padana, presente nella propria integrale vastità sino alle soglie dell’epoca storica, inizia nel Tardiglaciale, ovvero nella fase finale dell’ultima delle quattro ere glaciali succedutesi nel Quaternario. Tale glaciazione, detta del Wurm, viene considerata conclusa dagli studiosi non più di 10 mila anni or sono, con lo scioglimento delle masse glaciali, il ritiro dei fronti glaciali in ambiente altoalpino ed il conseguente ritorno del mare ai livelli attuali.

Già nella fase finale del periodo glaciale, identificabile tra il quattordicesimo ed i decimo millennio avanti Cristo, le indagini condotte sui fossili vegetali sedimentati in torbiere, paludi ed alvei fluviali, hanno rivelato l’esistenza di una prima associazione vegetale  in ambiente padano. Tali testimonianze, costitute da macrofossili quali tronchi, foglie, etc. e da microfossili quali pollini e spore, hanno confermato la presenza di una flora planiziale di tipo sub-artico o di tundra, con rada presenza di pino silvestre e betulla.

La lentezza e la difficoltà riscontrate nel processo di formazione di un ecosistema forestale in   ambiente di pianura erano comunque dovute al clima freddo, in quanto direttamente influenzato da un apparato glaciale ancora proteso verso la stessa pianura.

Con il lento regresso dei ghiacci tuttavia il pino silvestre  incrementava la propria presenza sino a formare un consorzio arboreo assimilabile  per densità ad una formazione propriamente forestale. Partecipava alla formazione delle originarie pinete silvestri, come s’è detto, anche la betulla; la presenza di questa specie, anche se subì oscillazioni e incrementi, non superò comunque mai la soglia del venti per cento circa.

Nella fase iniziale del Postglaciale dunque, la temperatura media è ancora caratterizzata da valori bassi e questo determina la presenza nelle foreste rade di pino  di una flora minore composta da salici nani, ericacee, artemisia e da varie graminacee.

La composizione di questa prima foresta padana è comunque destinata ad evolvere per effetto di mutamenti che investono il principale fattore  di caratterizzazione dell’ambiente, cioè il clima. Il clima del Postglaciale subisce  infatti lente ma costanti trasformazioni conosciute anche come oscillazioni climatiche, che ne cambiano i valori e che determinano una successione  di fasi climatiche diverse, ciascuna estesa  per periodo di tempo di qualche millennio o di alcuni  secoli. Si tratta di mutamenti progressivi ma tali  da produrre una evoluzione dell’ambiente soltanto  in tempi assai lunghi e pertanto non immediatamente  percepibili dall’uomo, né valutabili sulla base  di eventi meteorologici ad andamenti  climatici stagionali, come si vorrebbe attualmente.

La più significativa fase climatica, successiva ai periodi di freddo e di caldo  secco del primo Postglaciale è conosciuta  come periodo Atlantico. Nella fase Atlantica (5500-2500 a. C.) la temperatura media subisce un progressivo incremento  sino a raggiungere valori più elevati degli attuali  verso il 4500 a.C., conosciuto come  periodo del cosiddetto “optimum climatico”.  Il clima più mite, accompagnato da una umidità crescente, favorisce l’espansione della quercia e determina nella pianura veneta  una progressiva evoluzione del manto forestale dal pineto silvestre  al querceto di rovere e farnia.  Nella propria affermazione le querce sono comunque accompagnate da numerose altre specie arboree aventi le stesse  od analoghe esigenze ecologiche; tra queste il tiglio, l’olmo, il carpino,  il frassino, che vano a formare con la farnia  ed il rovere una foresta mista di tipo mesofilo.

Si affida alla capacità di elaborazione fantastica di ognuno la ricostruzione immaginaria di ognuno la ricostruzione di questa grande foresta primigenia, composta da secolari esemplari di quercia, che tra l’altro conosce in questa fase storico-naturale la massima espansione a livello di specie.

Successive modificazioni del clima, con temperatura in diminuzione ed alterni periodi secchi, segnano una successiva fase detta periodo Sub-Boreale, che perdura dal 2500 all’800 a. C. e dunque sino alle soglie dell’epoca storica, identificabile con l’Età del ferro. Il querceto conferma il proprio dominio sulla Padania, ma si verificano contestualmente fenomeni di espansione o di arretramento di diverse specie arboree dagli ambienti di pianura. Tali fenomeni che già s’erano riscontrati in talune fasi del primo postglaciale interessano specie ad ecologia assai diversa  a seconda della tendenza climatica. Il leccio e la roverella ad esempio si affermano nella pianura, frammiste al querceto, nei periodi a clima caldo, e secco, mentre il faggio, il castagno e lo stesso pino nero si espandono nella Padania in concomitanza con fasi fresco umide o fredde e secche.

Le testimonianze di tali eventi sono ancora oggi verificabili nel permanere di relitte isole floristiche e di toponimi arborei nella pianura veneta orientale; il leccio, la roverella ed il pino nero autoctoni sono infatti tuttora presenti in limitate superfici boschive, presso la foce del fiume Tagliamento.

Entrando in epoca storica, con il periodo climatico detto Sub-Atlantico, il cui clima corrisponde peraltro all’attuale, si definisce la vegetazione forestale del querceto carpineto, di cui il bosco Olmè  di Cessalto è oggi una delle ultime, modeste testimonianze.

Con l’inizio della fase cosiddetta storica si chiude pertanto il primo periodo di quella che è stata la lunga vicenda dell’esistenza di Olmè e precisamente quello della “storia naturale”, anche e gli antichi popoli abitatori della pianura, ovvero ai Liguri, agli Euganei e ai Celti può essere attribuita una prima opera di erosione delle foreste.

La seconda, che inizia appunto alcuni secoli prima di Cristo, appare specificamente segnata dal rapporto tra il bosco e l’uomo e dalla evoluzione di questo stesso rapporto, dapprima lenta e con modeste conseguenze sulla consistenza del manto forestale, quindi dirompente, al punto da produrre una drastica e definitiva riduzione delle stesse superfici forestali.

Va detto che nel primo periodo, con il dominio della Civiltà venetica e successivamente di Roma, al paesaggio delle “Silvae glandariae” venivano attribuiti precisi significati sacrali legati al culto della natura e dei defunti e che il bosco conservò una presenza preponderante nello stesso paesaggio. Andavano tuttavia allargandosi i pascoli e successivamente le colture e proprio il dissodamento delle terre più fertili della pianura veneta, attuato dai Romani con le centuriazioni,  doveva determinare un notevole ridimensionamento delle superfici boschive.

Resistevano comunque ampie foreste circumplagunari, sui litorali e lungo i maggiori fiumi e queste stesse foreste, quando il dominio romano cominciò a declinare e le scorrerie barbariche determinarono lo spopolamento di vaste aree della stessa pianura, produssero un diffuso fenomeno di lenta riconquista forestale degli spazi anticamente coltivati. Tale fenomeno, interrotta dalla dominazione dei Longobardi (568-776), che non avendo definito una disciplina forestale consentivano il libero taglio dei boschi, doveva riprendere con i Franchi (776-1000), che consideravano invece vitali le riserve forestali di caccia.

Il culmine della nuova espansione delle foreste di pianura si verificò verso l’anno 1000, quando gran parte della Padania appariva ricoperta da paludi, da vegetazione arborea e popolata da grossa selvaggina, assai più che da uomini.»

Poi, come si è detto – e specialmente verso il XIV secolo – ha inizio una inversione di tendenza, che sarebbe proseguita inarrestabilmente e si sarebbe sempre più accentuata con l’avvento della modernità, dell’industrializzazione e dell’urbanesimo diffuso.

Anche per questa ragione, è così suggestivo passeggiare all’ombra di un bosco come quello di Olmè, presso Cessalto.

Usando un po’ di fantasia, come suggerisce Michele Zanetti, vi si può immaginare quale doveva essere il paesaggio di gran parte della Pianura Padana quando la storia era ancora tutta storia della natura e non dell’uomo, della sua invadenza, della sua irresponsabilità ecologica e culturale nei confronti della natura stessa.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 2 Settembre 2015

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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