martedì, 15 Giugno 2021
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Chiesa e neochiesa: c’è un prima e un dopo

L’esempio della Parrocchia di Santa Maria Immacolata a Longarone c’è un prima e un dopo. Il 9 ottobre 1963 questo ridente paese in provincia di Belluno con le sue 2.000 anime venne spazzato via da una gigantesca ondata di acqua di Francesco Lamendola 

Siete mai stati a Longarone? Se amate le montagne, se amate il Cadore e le Dolomiti, probabilmente ci siete passati, venendo dalla pianura e risalendo l’alta valle del Piave. Sicuramente il suo nome vi dice qualcosa, specialmente se non siete proprio giovincelli: perché il 9 ottobre 1963 questo ridente paese in provincia di Belluno venne investito in pieno e travolto dalla gigantesca ondata di acqua e fango precipitata giù dalla Diga del Vajont, e provocata, a sua volta, da una frana verificatasi, in seguito alle piogge autunnali, sulle pendici del Monte Toc, in territorio friulano. L’ondata si portò via, insieme alle macerie delle case, e a centinaia di capi di bestiame, poco meno di duemila morti: 1917, per la precisione, compresi quelli delle frazioni e dei paesi vicini (i numeri, che strane coincidenze: 1917 è anche la data di una disastrosa battaglia della Prima guerra mondiale che proprio qui, a Longarone, vide la resa di quasi 10.000 soldati della Quarta armata italiana, in ritirata dal Cadore dopo lo sfondamento di Caporetto, davanti a un pugno striminzito di soldato tedeschi, comandanti da un certo tenente Erwin Rommel).

Dunque, poniamo che non ci siate mai stati: all’ingresso del paese, lasciate la statale per svoltare a sinistra, parcheggiate, andate a comprarvi un buon gelato, perché questo paese è famoso per i suoi gelati. È una bella mattina d’estate, ammirate il panorama tutto intorno – di fronte, sull’altra sponda del Piave, la terribile Diga del Vajont è ancora lì, intatta, quasi beffarda: nemmeno un mattone è saltato via quando l’onda di piena la scavalcò, tanto era ben costruita), girellate per la piazza della chiesa e curiosate fra i negozi, in mezzo a edifici dallo stile assai moderno. Logico: sono stati costruiti tutti quanti dopo il 1963. Il paese che vedete ora, non è quello di prima: è un’altra cosa; e la stessa chiesa parrocchiale, benché ricostruita sul luogo dell’antica, è tutta un’altra cosa: è un tipico edificio religioso post-conciliare, cioè ultramoderno; guarda caso, erano gli anni del Concilio e della riforma liturgica voluta dall’arcivescovo massone Annibale Bugnini. Dedicata a Santa Maria Immacolata e progettata dall’architetto Giovanni Michelucci, è stata iniziata nel 1975 e consacrata nel 1983: la rampa che conduce all’anfiteatro superiore fa pensare più ad un passante autostradale o al parcheggio sopraelevato di un centro commerciale, che ad un luogo di culto e di spiritualità. E così gli altri palazzi, nessuno escluso: sono tutti molto “puliti” e funzionali, comodi gli spazi per i parcheggi, e il turista distratto non ci fa caso più di tanto, pensa fra sé: Guarda un po’, questo paese è proprio carino, pare una piccola città trapiantata in mezzo alle montagne, comoda ed efficiente come tutte le cittadine di pianura. Ma se non avete troppa fretta, vi consigliamo di proseguire la vostra passeggiata verso la parte alta del centro storico. A un tratto, l’atmosfera cambia: ma se siete distratti, sì e no ci farete caso, come sì e no ci fanno caso i turisti estivi, sia italiani che stranieri, i quali passano di qui e si fermano, forse, per bere una birra o sorbire un gelato, e rinfrescarsi dalla corsa in automobile. Le case, in via Roma, non sono moderne, come quelle che avete incontrato sino ad ora: sono vecchiotte, nel tipico stile “borghese” degli anni Quaranta e Cinquanta; e non mancano i palazzi storici, a cominciare da quello, bello e imponente, che ospita il municipio. Ma anche quello si presenta in maniera a dir poco strana: la metà di sinistra è modernissima (e alquanto brutta), la metà di destra, che si chiama Palazzo Mazzolà, è stata edificata nella prima metà del 1700. Un accostamento così stridente fa pensare a quasi a una vena di pazzia. Eppure, una ragione c’è. Se proseguite su per la via, che si stretta e incurvata, tutto conferma la nuova sensazione: i muri vecchi, i vicoli stretti, le cornici delle finestre, le vetrine di vecchi negozi che non esistono più. È come aver varcato una linea invisibile ed essere tornati indietro nel tempo.

L’impressione diventa certezza sul lato opposto della strada, voltando le spalle al municipio. Ora c’è un vasto slargo, anonimo, incongruo, quasi assurdo, metà parcheggio e metà piazza, che chiaramente non c’entra nulla con il resto del paese; poi, quasi come se un mago capriccioso si fosse divertito a ritagliarsela nel vuoto, la prima di una serie di case nello stile del primo Novecento, un edifico a tre piani (compreso il pianoterra), più il solaio, col portoncino centrale e i balconi sovrastanti, i fiori al davanzale e le tende alle finestre: pare uscito da un libro di lettura delle elementari di una volta, la facciata un po’ scrostata, mancano solo i prodotti di merceria o i quaderni e le matite corate in vetrina, s’intuisce che quella una volta era la vetrina di un negozio a conduzione familiare, probabilmente i bambini sostavano a mangiarsi con gli occhi i dolciumi esposti, o le confezioni per fabbricare le bolle di sapone, o le bambole, o le macchinette, o i soldatini di piombo (quelli di plastica stavano appena arrivando). Subito più avanti c’è una vetrina più grande, che arriva fino a terra, ma con la serranda abbassata da chissà quanti anni, forse era una tipografia, o un panificio, o un giornalaio, chi lo sa, l’insegna che sovrasta l’ingresso è ormai illeggibile; quel che è certo, siamo passati in un altro mondo, in un altro universo, lontano anni luce da quello del paese moderno che abbiamo appena attraversato, risalendo dalla chiesa. Ecco: è possibile fissare esattamente la linea di demarcazione: su un lato della strada, le due metà schizofreniche del palazzo municipale; sul lato opposto, la linea immaginaria che separa l’inutile piazzale dalla palazzina a tre piani, col portoncino in legno e i vasi di gerani alle finestre. Se stavate camminando di fretta, un po’ distratti, la cosa vi è sfuggita. E allora fermatevi, tirate un bel respiro e poi tornate sui vostri passi: ne vale la pena. Così  come un geologo un poco esperto, osservando gli strati rocciosi di una faglia, sulle pendici d’un monte, può stabilire il punto esatto che separa due ere distinte dell’antichissima storia della Terra; o come un botanico, osservando la successione della fascia di faggi con quella degli abeti, mentre sta percorrendo una strada di montagna, può cogliere visivamente il punto in cui le condizioni climatiche, dovute all’altitudine, impongono alla foresta di cambiare il suo rivestimento, allo stesso modo voi, se avete un minimo di senso dell’osservazione e di pazienza, potete individuare il punto esatto in cui si è fermata l’onda di piena del fiume Piave, in quella terribile notte del 9 ottobre 1963 – erano le dieci e trentanove minuti, e molti erano già andati a letto, altri erano al bar e  seguivano alla televisione una partita di pallone.

Un metro più in qua, il paese che avete davanti è quello nuovo, costruito dopo il 1963, con criteri moderni, funzionali, alquanto anonimi; un metro più in là, e siete ancora con un piede nel paese vecchio, nel paese di prima, com’era quando ancora la tragedia del Vajont non lo aveva spazzato, insieme agli abitanti. Andando avanti nello spazio, siete ritornati indietro nel tempo. Ebbene: una cosa del tutto analoga è possibile osservarla se prendete in mano un libro di religione cattolica degli anni Sessanta del secolo scorso, esattamente lo stesso periodo della tragedia di Longarone; o se leggete il testo di un qualsiasi documento del Magistero ecclesiastico; o se guardate un filmato, o una galleria fotografica, relativi alla vita di una qualsiasi parrocchia italiana d’allora: la visita pastorale del vescovo, per esempio, o i bambini che posano nei loro abiti da cerimonia per la prima Comunione, o per la Cresima; oppure la processione per il santo patrono, o quella per il Venerdì Santo, o quella per il Corpus Domini; o se ascoltate la registrazione di una omelia domenicale, o di una lezione di catechismo, o d’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica; o se sfogliate un trattato di teologia, o se ascoltate un canto per la santa Messa, o se guardate, in un documento d’epoca, come si poneva, nelle occasioni pubbliche, il santo Padre, per esempio Pio XII, e poi come si ponevano un Giovanni Paolo II e un Francesco. Ne trarrete un’impressione nettissima, che non si lascia spiegare con il semplice fatto dell’aggiornamento pastorale, o con il normale trascorrere del tempo, che muta gli stili e le abitudini di tutte le cose di questo mondo: anche perché la Chiesa cattolica, per quasi duemila anni, non si è mai posta come una realtà di questo mondo, ma come una realtà che guida le anime verso l’altro mondo. E l’impressione, fortissima, addirittura sconvolgente, è che ci siano stati davvero un prima e un dopo: che qualcosa, a un certo punto, abbia ceduto; che un diga sia stata scavalcata, che un’onda di piena sia passata con tutta la sua furia selvaggia, e che, alla fine, nulla sia rimasto com’era prima, tutto sia cambiato, e i giovani, forse, neppure lo saprebbero, se non avessero la possibilità di confrontare i documenti e se non avessero la viva testimonianza dei loro nonni, in certi casi, dei loro genitori.

Ecco: così come potete vedere, camminando lungo il centro storco di Longarone, o meglio, così come potete intuire il punto esatto fino a cui si sono spinte le acque limacciose, furibonde del Piave, risalendo lungo la via centrale; e così come, con l’aiuto di un geologo, potete riconoscere, su uno strato roccioso, il confine tra l’Era Secondaria e la Terziaria, e immaginare le estinzioni di massa del Cretaceo, a cominciare da quella dei dinosauri, attestate dalla brusca scomparsa dei fossili di numerose specie animali e vegetali, le quali hanno fatto luogo ad un’altra flora e ad un’altra fauna, completamente diverse, quelle del Paleogene: allo stesso modo potete capire se la Chiesa di cui si sta parlando è quella di prima del Concilio Vaticano II, svoltosi dal 1962 al 1965, o quella posteriore al Concilio. Perché fra le due c’è un abisso. Gli storici, i teologi e gli stessi pontefici, da allora, discutono, più o meno ragionevolmente, più o meno sensatamente, attorno alla vexata quaestio della “continuità” o della “discontinuità” ermeneutica rispetto all’evento del Concilio; possono dire tutto quel che gli pare, resta un fatto: chi ha visto com’era la Chiesa prima, e sia pure da bambino, e la confronta con ciò che essa è ora, non in tutte le sue strutture e i suoi esponenti, ma in moltissimi, non ha, viceversa, il benché minimo dubbio: sono due chiese diverse. Sì, lo sappiamo, questo è un boccone troppo duro da mandar giù, e tuttavia bisogna guardare in faccia la realtà, anche se è sgradevole. Certo, ci si può sempre aggrappare sugli specchi e tenere in equilibrio, su questo punto cruciale, arzigogolando, per esempio, sul rinnovamento della Chiesa nella continuità; si può cercar di barcamenarsi, come hanno fatto un po’ tutti i papi del post-concilio, Benedetto XVI compreso; però, in quanto a franchezza, ci sembra più rispettabile la posizione di un Alberto Melloni, che, se non altro, non si nasconde dietro a un dito, e dice chiaro e tondo che la chiesa post 1965 non è più quella di prima. Solo che per lui è una benedizione; per noi, è stata una catastrofe. Lui, e quelli come lui, temono una “impossibile, lacerante rivincita” di quanti non hanno accettato le riforme del Concilio; noi, al contrario, pensiamo che la Chiesa, per tornare ad essere se stessa, deve sbarazzarsi di ciò che le è profondamente estraneo e che le è stato imposto, in pratica con un colpo di mano, e poi con una serie di abili, progressive, metodiche forzature liturgiche, pastorali e dottrinali, fino alla situazione attuale, che è quella di uno snaturamento così profondo, così radicale, da somigliare alquanto ad un’apostasia generalizzata.

Dire che il Concilio non segna una tappa nella storia della Chiesa, ma segna la fine della Chiesa com’essa era da secoli e secoli, e la nascita di un’altra cosa, di un’altra chiesa, e, secondo noi, di un’altra religione, è una cosa molto grave. Ne siamo consapevoli. Pure, la gravità della cosa ricade su chi l’ha provocata, non su quanti ne prendono atto, loro malgrado. Non intendiamo, in questa sede, riaprire l’infinita discussione sulla validità, sulla necessità, sulla utilità, o meno, del Concilio stesso: ne abbiamo già parlato molte volte, e, adesso, non è su questo punto che vorremmo riflettere. Si potrebbe discutere all’infinito se il Concilio fosse realmente necessario, se si sia svolto in maniera regolare, se abbia recato del bene alla vita della Chiesa; del pari all’infinito si potrebbe discutere se l’indirizzo che la Chiesa ha effettivamente preso, dopo il 1965, corrisponda a ciò che il Concilio intendeva per “rinnovamento”, o se non sia andato oltre, e di molto, sino a sovvertirne le intenzioni originarie. La sola cosa che ci sentiamo di ricordare qui è che nessun concilio ecumenico, nella storia della Chiesa, è stato convocato senza una grave ed urgente ragione, o di ordine teologico e dogmatico, o di ordine disciplinare: nessuno, tranne il Vaticano II. E già questo solo fatto fa sorgere interrogativi gravi, inquietanti. Non per nulla Pio XII, pur sollecitato da più parti in tal senso, si rifiutò di convocarlo: temeva, e con ragione, che il partito massonico interno alla Chiesa, già molto forte, approfittasse della splendida occasione per sferrare il colpo finale. Ciò su cui vorremmo riflettere, e invitare alla riflessione tutte le persone di mente libera e aperta, è se chi ha creato una nuova chiesa, avesse il diritto di fare una cosa del genere; se tale nuova chiesa sia ancora la vera ed unica Chiesa cattolica, la Sposa di Cristo; e, se no, se non ci troviamo qui in presenza di una manovra terribile, diabolica, da parte di forze oscure e di poteri inconfessabili, per sopprimere quel raggio di luce che ha rischiarato l’umanità per duemila anni, e ha conferito speranza alla vita di generazioni e generazioni di esseri umani in tutto il mondo. Se quel raggio di luce si dovesse spegnere, l’umanità ricadrebbe nelle peggiori tenebre: quelle di satana. La condizione di chi ha conosciuto la Verità di Cristo e poi l’ha respinta è ben peggiore di chi non l’ha mai conosciuta: essa equivale a una seconda Crocifissione, una seconda Passione del Signore. Se la manovra delle forze oscure riesce, è come se Gesù fosse morto invano sulla croce. Lungi da noi una tale maledizione! Preghiamo allora fervidamente con le parole del Padre NostroLiberaci dal male, Signore; così sia.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 06 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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