venerdì, 18 Giugno 2021
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Cosa ci dicono i cimiteri della Grande guerra sul nostro essere di oggi

Memoria dimenticata? Cosa ci dicono i cimiteri della Grande guerra sul nostro essere di oggi. Il rispetto di un popolo verso se stesso parte da qui: dalla propria memoria non sarebbe ora d’incominciare a far qualcosa sul serio di Francesco Lamendola  

Se, partendo dalla piazza del piolo paese di Quero (dal dicembre 2013, comune di Quero-Vas), in provincia di Belluno, sulla destra del medio corso del Piave, ci si dirige verso la vetta del vicino Col Maor, affacciato maestosamente sulla valle del fiume sottostante, si giunge al Mausoleo tedesco – simile a un maniero feudale tutto raccolto in se stesso, e vagamente minaccioso – che ospita le salme di quasi 3.500 caduti della Prima guerra mondiale. In verità, soltanto 230 appartengono a soldati germanici, che qui hanno lasciato la vita fra il novembre del 1917, dopo lo sfondamento di Caporetto, e l’ottobre del 1918, vale a dire proprio nell’ultimo anno della guerra; tutte le altre sono di soldati austro-ungarici, e, almeno quelle identificate, di soldati austriaci di nazionalità tedesca.

Non si sa bene perché, nel 1936, il governo nazista volle innalzare questo mausoleo, accollandosi la tumulazione definitiva di tanti soldati che erano cittadini di un’altra nazione (l’Anschluss era di là da venire, anche se ormai abbastanza vicino), né come mai non siano stati identificati i tanti soldati ungheresi, slavi, musulmani bosniaci, che combatterono in questo settore, indossando l’uniforme grigio-azzurra dell’Imperial-regio esercito e sacrificandosi in difesa della Duplice monarchia danubiana. Tanto più che a breve distanza da qui, a Feltre, fu costruito negli stessi anni un altro piccolo cimitero tedesco, quello di San Paolo, che accoglie le salme di 270 Alpenkorps. (un ossario austro-ungarico, sempre a Feltre, è stato realizzato fra il 1979 e il 1982, accanto a quello italiano, e ospita 3.550 caduti, 2.000 dei quali ignoti). Comunque, il luogo è quanto mai suggestivo e l’effetto decisamente imponente. Non si può dire che sia una costruzione serena; ha, anzi, qualche cosa di tetro, di opprimente, di militaresco, che stona davanti alla maestà della morte; però il paesaggio è incantevole, così sospeso fra le montagne e il cielo immenso, limpidissimo; in primavera c’è un forte profumo di fieno, di erba bagnata, di boschi: un profumo di natura e di pace. All’interno, poi, oltre il portone sempre aperto, regna un ordine perfetto: viene istintivo camminare in punta di piedi e parlare a bassa voce, anche se in giro non c’è quasi mai nessuno (noi, almeno, non abbiamo incontrato mai nessuno); e, anche se non si può dire che i simboli religiosi abbondino, nondimeno si respira un senso di raccoglimento e di sacralità.

Scendendo da Quero verso la pianura, lungo la strada statale Feltrina, si scorge, a un certo punto, sulla destra, oltre la stretta di Fener (l’ultimo restringimento prima che il grande fiume sbocchi definitivamente oltre le montagne) il sacrario francese di Pederobba, l’unico sacrario francese in Italia della Prima guerra mondiale. È stato innalzato ai piedi del Monte Tomba, ove combatterono i soldati francesi mandati in aiuto del nostro esercito dopo Caporetto, e raccoglie i resti di circa 1.000 caduti. L’architetto francese, che lo eresse negli stessi anni in cui l’architetto tedesco costruiva il mausoleo di Quero, lo ha concepito come una immane muraglia di pietra, sulle cui pareti sono collocati i loculi; e lo ha reso ancora più imponente innalzando due gigantesche statue femminili, la Madre Francia e la Madre Italia, che reggono in grembo i morti. In effetti, i soldati francesi non hanno lasciato un ricordo di particolare umanità o simpatia fra le popolazioni. Lo scrittore-soldato Paolo Caccia Dominioni, che li vide scendere baldanzosi dalle tradotte ferroviarie, annotò seccamente nel suo «Diario di guerra 1915-1918»: «Gran boria e aria di sicurezza», senza aggiungere altro. Ma si dice che a Possagno, per esempio, quei soldati si siano abbandonati ad atti di vandalismo nella Gipsoteca di Antonio Canova, staccando la testa del calco in gesso di Paolina Bonaparte, con la scusa che era la loro imperatrice, e abbiano perfino giocato a palla con essa. Sia come sia, non sono in molti a sapere – anche da noi, in Italia – che, proprio negli stessi mesi, veniva realizzato a Bligny, in Francia, un cimitero di guerra per i caduti italiani sul fronte occidentale, destinato a raccogliere ben 4.400 salme: quattro volte e mezzo i caduti della “sorella latina” sul nostro fronte. E quelli, sì, sono davvero dei morti dimenticati.

Scendendo ancora più in basso, verso la pianura, si incontrano, oltre al piccolissimo cimitero austro-ungarico di Follina (le cui salme furono quasi tutte traslate in altri luoghi, e che ora ne ospita solo un’ottantina, e che è stato ristrutturato a cura del comune), i due grandi cimiteri italiani di guerra di Nervesa della Battaglia, che accoglie i resti di quasi 10.000 soldati, più di 3.000 dei quali non identificati, e di Fagarè della Battaglia (frazione di San Biagio di Callalta), con oltre 5.000. Oltre a questi, vi sono due cimiteri di guerra britannici: uno a Giavera del Montello e l’altro a Tezze di Piave, sempre in provincia di Treviso (da non confonde con Tezze sul Brenta, in provincia di Vicenza). Il primo ospita le salme di poco più di 400 caduti inglesi, il secondo circa 350; quelli caddero nella battaglia del Solstizio del giugno 1918, questi nella battaglia finale sul Piave, che noi Italiani abbiamo deciso di chiamare (contro ogni evidenza e per meri fini propagandistici) battaglia di Vittorio Veneto, a fine ottobre del 1918. Questi ultimi sono molto belli e ben tenuti, e fanno subito venire in mente i versi elogiativi rivolti da Ugo Foscolo, nel carme «Dei sepolcri», all’usanza inglese di curare i cimiteri come se fossero dei giardini. È pur vero che sono anche molto piccoli e che è più facile ottenere la semplicità architettonica e una buona manutenzione ordinaria in un cimitero che ospita poche centinaia di salme, che in uno destinato ad accoglierne parecchie migliaia. Passare dall’uno all’altro di questi sacrari e cimiteri, fermo restando il medesimo rispetto dovuto ai morti, è come passare attraverso una galleria architettonica in cui si rispecchia il carattere dei diversi popoli; una galleria che ha molte cose da dirci anche riguardo al presente.

Ha scritto il giornalista e saggista Alessandro Marzo Magno nella sua monografia «Piave. Cronache di un fiume sacro» (Milano, Il Saggiatore, 2010, pp.180-181):

«Ora, per chi proviene dalla tetra e inquietante grandiosità del sacrario tedesco [di Quero], dal simbolismo del monumento francese [a Pederobba]  o dalla tronfia retorica mussoliniana – che vedremo – non potrebbe incontrare contrasto più profondo: niente nei cimiteri britannici (che sono uguali in tutto il mondo) ispira sentimenti doversi da pace e tranquillità. Non c’è nulla di macabro, non c’è retorica, non c’è ostentazione; le lapidi – rigorosamente tutte uguali – sono bianche a simboleggiare il candore delle scogliere di Dover e riportano il simbolo del reggimento, il nome del defunto, un simbolo religioso (o anche no: gli atei sono rispettati) e una frase dettata dai familiari. In un registro conservato in una nicchia, sono specificate le cause della morte (“ucciso in azione”, “morto per malattia”). Alcune lapidi riportano soltanto “un soldato britannico, conosciuto da dio”. Il prato – all’inglese naturalmente – che ricopre l’area del cimitero è semplicemente perfetto, i fiori sono curati, le piante potate, niente è fuori posto. Nel cimitero di Tezze ci sono persino due panchine dalle quali si possono ammirare il rigoroso allineamento delle lapidi, il verde dell’erba , le macchie colorate dei fiori.

Mirco Zago, di Selva del Montello, da oltre vent’anni è il custode dei cimitero di Giavera. È lui a spiegare i criteri ferrei ai quali deve attenersi; le piante devono alternarsi in larghezza ogni quattro tombe, in lunghezza ogni tre, ovvero nella quarta fila si riprendono le piante della prima, e così via. E sia in un senso sia nell’altro devono essere riproposti gli stessi fiori,  in modo da mantenere la simmetria. Le piante devono avere un andamento a S: più alte negli spazi tra le lapidi e basse sotto alle steli in modo che le iscrizioni rimangano sempre perfettamente leggibili; davanti ci dev’essere uno spazio senza erba largo dai quarantacinque ai cinquantacinque centimetri, dove collocare le piante; dietro lo spazio libero deve andare dai dodici ai quindici centimetri. Le piante vengono cambiate ogni tre anni. Il prato viene rasato ogni cinque giorni, come esigono le regole canoniche (Zago è molto infastidito da una particolare erba infestante che non riesce a estirpare).

Su tutto questo vigila una commissione con sede a Roma che ha competenza sui cimiteri in Italia (un tempo “imperiali”, oggi del Commonwealth, ma qui sono rimaste le lapidi “Imperial British Cemetery”) e ancora più sopra c’è la sede centrale di Londra. Tutti i guardiani dei cimiteri di guerra britannici (specialmente della Seconda guerra mondiale), tra cui quello enorme di Montecassino), con sede in Italia si ritrovano ogni anno a Roma. Se si devono fare potature profonde, o sradicare degli alberi (per esempio perché due affiancati non sono cresciti in maniera simmetrica) viene l’ispettore da Roma che fotografa la pianta e manda le immagini a Londra dove si decide come agire. Le piante verdi davanti alle steli  (tenute rigorosamente bianchissime) sono scelte dal custode, salvo le rose che sono decise dalla Commissione. Regole ferree, tanto “british” da essere quasi folli, hanno però un risultato ineguagliabile: questi cimiteri sono bellissimi, risultano dei luoghi piacevoli dove la morte assume un aspetto decisamente meno truce.

E non è cosa da poco.

Gli italiani, si diceva. I sacrari italiani sono stati eretti negli anni trenta da un regime fascista che intendeva celebrare se stesso e quella Vittoria di cui si riteneva figlio. Ce n’è uno a pochi chilometri da quello britannico, a Nervesa della Battaglia: un grande edificio squadrato sul fianco del Montello che domina la pianura sottostante, ovvero i luoghi dove si è combattuto.

Il confronto è impietoso: erba alta, alberi cresciuti tanto da nascondere la vista dei campi di battaglia e, soprattutto, orari impossibili. Il cimitero tedesco è  aperto 365 giorni all’anno dalle 8 alle 19; quello britannico è aperto 365 giorni all’anno, 24 ore su 24; quello francese non ha nemmeno un cancello; i sacrari italiani invece dipendono dal Ministero della Difesa e hanno orari “ministeriali”: 9-12 e 14-18 e restano chiusi il lunedì, la domenica e i festivi. Per la verità i giorni di chiusura dovevano essere meno, perché sulle targhette di metallo è inciso “chiuso lunedì” e poi qualcuno ha aggiunto a pennarello”domenica e festivi”. Frutto dei tagli governativi? Resta il fatto che i monumenti italiani restano chiusi nei giorni in cui potrebbe essere maggiore l’afflusso di visitatori. Tanto per sviluppare l’amor di patria.

Il sacrario di Nervesa della Battaglia è un grande parallelepipedo di quattro piani in pietra chiara,. I soldati sono sepolti in loculi disposti lungo alcuni corridoi che vanno dal centro verso la parete esterna del sacrario. Peccati che l’accesso ad alcuni di questi corridoi sia chiuso da transenne che non si capisce cosa debbano proteggere e da chi…»

Non tutto è condivisibile in questa pagina di prosa. Il giudizio sull’architettura “tronfia e mussoliniana” dei cimiteri di guerra italiani è, a dir poco, banale, oltre che fazioso; quello sulla tetraggine del cimitero tedesco di Quero è molto soggettivo e opinabile – a noi, sinceramente, che lo abbiamo visitato tante volte, e in diverse stagioni e ore del giorno, non ha mai fatto l’effetto di cui parla l’Autore, anche perché è posto in una posizione veramente superba, ariosa e quasi aerea, se ci si perdona il bisticcio lessicale. Invece il sacrario francese, a nostro parere, è il più brutto, quello sì tronfio di retorica; e aperto tutto l’anno e a tutte le ore per il semplice fatto che non è propriamente un cimitero, ossia un luogo chiuso o, comunque, ben delimitato rispetto all’area circostante, ma un immenso monumento di pietra a cielo aperto, dominante la strada Feltrina e concepito per produrre la massima impressione sul viaggiatore e celebrare la grandeur de la France, più che per commemorare i caduti e concedere alle loro salme un degno riposo. Pienamente condivisibile il giudizio sui due cimiteri di guerra britannici, quello di Tezze (frazione di Vazzola) e quello di Giavera del Montello, specialmente il secondo: è un piccolo gioiello, ed è straordinariamente rasserenante; non si può dire altro. Il sacrario italiano di Nervesa della Battaglia, però, non è affatto così mal messo come lo descrive l’Autore; oltre ad essere costruito in posizione stupenda, emana effettivamente un’aura di sacralità e di poesia. Comunque, non è sul giudizio riguardo ai singoli cimiteri di guerra che vogliamo soffermare l’attenzione, ma sul confronto complessivo fra i cimiteri stranieri della Grande guerra e gli italiani, e specialmente sugli orari e sulle condizioni generali che favoriscono, o meno, la visita e la fruizione appropriata delle memorie che essi custodiscono. E qui bisogna riconoscere che il giudizio dell’Autore è senz’altro condivisibile. Basterebbe il fatto della chiusura domenicale dei nostri cimiteri, oltre che il lunedì e i festivi, e il ridotto orario giornaliero di visita, con tanto di chiusura nella pausa pranzo (ma per chi, poi, visto che i custodi non si vedono in giro?) per far cadere le braccia anche al visitatore più ben disposto. Il rispetto di un popolo verso se stesso parte da qui: dalla propria memoria. Non sarebbe ora d’incominciare a far qualcosa sul serio?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 06 Febbraio 2016

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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