giovedì, 17 Giugno 2021
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Il trittico di San Martino a Navolé, preziosa opera di Cima da Conegliano

Il trittico di San Martino a Navolé preziosa opera di Cima da Conegliano. Dobbiamo evitare i veleni e nutrire la nostra anima solo di cose buone moralmente sane che indirizzano i nostri sentimenti e i nostri pensieri verso Dio di Francesco Lamendola  

Incredibile, meraviglioso paese, l’Italia, dove ad ogni passo, ad ogni paese, per quanto piccolo e dimenticato dalla grande storia, ci si può imbattere in una autentica perla della natura, o in un edificio venerando, o un complesso archeologico, o in un singolo, scintillante capolavoro delle arti figurative: un’architettura, una pittura, una scultura!

Percorrendo la verde campagna lungo le sponde di un tranquillo fiume di pianura, il Monticano, affluente della Livenza, fra vigneti esuberanti e rinomati e campi di grano, ci si imbatte, lasciando le strade principali e più frequentate, in un paesino di poche centinaia d’anime, frazione del comune di Gorgo al Monticano: Navolè. Il nome fa subito pensare alle navi, cosa che potrebbe sembrare strana, e invece non lo è: perché lungo il fiume Monticano (che non è proprio un fiume da nulla: è lungo 50 km. buoni, è ampio e navigabile, ed ha una portata media di 30 metri cubi al secondo), anticamente, era percorso da grandi barconi che lo risalivano per caricare il legname dei vastissimi boschi circostanti (oggi in gran parte scomparsi, con poche eccezioni, come il bosco Olmé: cfr. il nostro articolo: «Attraverso le vicende del Bosco Olmé di Cessalto rivive la storia degli antichi boschi planiziali», pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 15/12/2008 e poi ripubblicato su «Il Corriere delle Regioni» il 02/09/2015), e poi ridiscendere la corrente fino alla Livenza e, di lì, al Mare Adriatico, presso Caorle. Sembra un luogo incantato, dove il tempo si sia miracolosamente fermato e che la “fiumana del progresso” di verghiana memoria abbia inspiegabilmente risparmiato, fermandosi ai suoi margini. Le case basse, sparse su un’ampia superficie, hanno ancora i caratteri delle antiche dimore rurali dell’area padano-veneta; o, almeno, questa è la prima impressione che il viaggiatore ricava, anche se poi, naturalmente, anche qui compaiono tracce della modernità, a cominciare dalle fattorie in abbandono e dai villini in stile funzionale, posteriori agli anni del boom economico e pensati in ragione di esso, non certo della tradizione. Nondimeno, e pur con le inevitabili concessioni alla modernità, il paesino, nel complesso, conserva il fascino delle cose d’altri tempi: la vasta campagna tutto intorno, il senso di un raccoglimento quasi pensoso, dai tempi lunghi, dai ritmi lenti, senza fretta (vi erano, un tempo, numerose osterie, dove la gente si trovava per bere un bicchiere in compagnia e per parlare un po’ di tutto; hanno chiuso i battenti, una dopo l’altra, mano a mano che prendeva piede il “benessere” edonistico e individualista).

La sorpresa più grande, però, la si ha quando si giunge davanti alla chiesa parrocchiale, in stile moderno, ma vagamente medievaleggiante, romanico-gotico, costruita nel 1928, in soli cinque mesi, su progetto dell’ingegnere Pietro dall’Ongaro, e consacrata dal vescovo della diocesi di Vittorio Veneto, Eugenio Beccegato, l’anno dopo. Non è un capolavoro, ma possiede una sua dignitosa, raccolta semplicità e coerenza stilistica: ispira un senso di pace e si adatta perfettamente alle linee dolci e sfumate della campagna circostante. È solo l’ultima veste materiale indossata dalle fede dei parrocchiani di questo luogo: sappiamo che già nel 1350 esisteva una chiesetta romanica, accanto ad un piccolo cimitero, esattamente come oggi; e che ai primi del 1500, se non già nel 1400, la chiesa locale, prima dipendente dall’antica pieve di San Giovanni, situata nella non lontana Motta di Livenza, costituiva una parrocchia a sé stante.

Ebbene: dopo aver varcato il portale d’ingresso, si resta subito colpiti dal trittico d’altare che domina ogni cosa intorno: un trittico dalle meravigliose linee e dai luminosi colori del miglior Rinascimento, del grande pittore Giovanni Battista Cima da Conegliano, allievo ed erede del Giambellino  (1459/1460-1517/1518), del quale abbiamo già avuto modo di occuparci (cfr. il nostro articolo: «Un quadro al giorno: Madonna in trono col Bambino fra angeli e santi di G. B. Cima da Conegliano (1492)», pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 18/08/2008 e ripubblicato su «Il Corriere delle Regioni» il 05/10/2015). La critica non è sempre stata unanime nella sua attribuzione; per qualche tempo, è parsa prevalere l’ipotesi che il trittico sia stato dipinto da un allievo, o da alcuni allievi, del maestro; oggi, però, l’attribuzione al maestro stesso ha trovato un riconoscimento pressoché totale.

Una sola cosa dispiace, anche se è stata pressoché inevitabile: che l’opera collocata nella chiesa parrocchiale di Navolè sia, attualmente, una copia, peraltro fatta benissimo; mentre l’originale è stato trasferito presso il Museo d’Arte Sacra «Albino Luciani», situato nel Seminario diocesano di Vittorio Veneto. Gli abitanti del paese hanno sofferto di questa decisione della curia episcopale; purtroppo, il dilagare dei furti su commissione di opere d’arte, unita alla difficoltà di assicurare una adeguata protezione o una costante vigilanza, hanno reso obbligata una simile scelta. Il visitatore che non sia un esperto di tecniche pittoriche tuttavia, non si accorge della sostituzione e può ugualmente godere della luminosa bellezza di questo capolavoro nascosto, formato da tre dipinti a olio su tavola: i due laterali raffiguranti San Giovanni Battista (a sinistra) e San Pietro, con la Bibbia e le Chiavi (a destra), e quello centrale (di cm. 180×90), raffigurante San Martino a cavallo, che indossa una splendida armatura rinascimentale, nell’atto di offrire al mendicante una parte del suo mantello, sullo sfondo di un paesaggio roccioso di sapore quasi leonardesco e di un cielo d’un azzurro intensissimo, solcato da soffici, eleganti nuvolette.

Così viene descritta quest’opera nel libro «Cima da Conegliano» (a cura di M. Bottacin e altri, Liceo Linguistico Immacolata di Conegliano, 2000, pp. 145-146):

«Donata alla chiesa parrocchiale di Navolè verso la fine del ‘500, l’opera risale approssimativamente al 1510.

Purtroppo non si hanno notizie certe a proposito della committenza. Botteon presta fede ad una tradizione locale seconda la quale fu donata da una nobile famiglia veneta; l’altra tradizione è che sia stata commissionata dai camaldolesi, i quali esercitavano la loro giurisdizione sulla parrocchia dal XV secolo. Si presume inoltre che in origine la pala fosse un pentattico  con due ulteriori pannelli, oggi perduti,  che dovevano rappresentare altri due santi a mezza figura,  collocati al di sopra dei due in piedi.  Il trittico, per motivi di sicurezza e di conservazione,  dal 1995 non si trova più a Navolè, dove è stato sostituito da una copia, bensì a Vittorio Veneto presso il Museo Diocesano.  Motivo iniziale dello spostamento dell’opera è stato un convegno su Cima, tenutosi proprio nel 1995. Successivamente la pala ha subito l’ennesimo restauro ad opera della restauratrice Renza Garra di Conegliano.

Nel pannello centrale viene rappresentato San Martino a cavallo nell’atto di tagliare il proprio mantello con la spada per donarlo ad un mendicante.  La scena si svolge in primo piano: San Martino indossa un’armatura e un lungo mantello rosso, mentre il medicante, pressoché nudo, è avvolto dall’estremità inferiore del mantello del santo, che funge da collegamento tra i due.  Nella scena si inserisce anche la figura del cavallo, che presenta rilievi anatomici appena accennati: utilizzando questo espediente, Cima fornisce staticità all’episodio.

L’impostazione è piramidale: in alto è posta infatti  la testa del santo mentre più in basso e allineate  si notano quella del cavallo a sinistra e quella del mendicante a destra. Tale impostazione rispecchia l’idealizzazione tipica del clima rinascimentale; con questa scelta Cima voleva sottolineare la virtù di San Martino, ponendolo al vertice superiore della piramide.  La testa di San Martino coincide con il punto di fuga.

A destra del pannello principale è raffigurato San Pietro, vestito di una tunica blu e di un mantello rosso. Egli tiene nella mano destra la chiave del Paradiso e nella sinistra il Vangelo. A sinistra invece, è rappresentato San Giovanni Battista, vestito con una tunica marrone e un mantello vere.  Egli tiene nella mano sinistra un ramoscello di ulivo.

I quattro personaggi esprimono una dolcezza nei lineamenti e una solenne dignità nelle loro pose che si rispecchia nel paesaggio idillico e nostalgicamente rappresentato. L’ambientazione è comune per i tre pannelli: lo sfondo è il tipico paesaggio collinare veneto spesso ripreso dal Cima nelle sue opere. In particolare, dietro i piedi di San Giovanni scorre lento un fiume presente anche nel pannello centrale dove, alle spalle di San martino, spicca un arido e spoglio rilievo roccioso; il paesaggio è lo stesso anche nel pannello di San Pietro manca però il fiume. Alle spalle delle tre scene si staglia un cielo azzurro solcato da qualche lieve nuvola.

La prospettiva è cromatica in tutte le scene, la luce proviene da destra, i colori sono accesi e brillanti.  È riscontrabile un ampio uso del chiaroscuro soprattutto nei panneggi.

Al di sopra delle scene sono presenti due iscrizioni in latino: INTER NATOS IN MULIERUM NON SURREXIT MAIOR IOANNE BATTISTA [Tra gli uomini nessun si levò più in alto di Giovanni Battista (Matteo, 11, 11)] e TU ES PETRUS ET SUPER HANC PETRAM AEDIFICABO ECCLESIAM MEAM [Tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa (Matteo, 16, 18)] sopra il pannello raffigurante San Pietro.»

Un nostro carissimo amico, nativo di Navolè, figlio di una sana famiglia contadina dei tempi andati, – tutti grandi lavoratori e persone di profonda fede religiosa – ci confidava che, secondo lui, la mitezza degli abitanti e l’affabilità dei rapporti sociali dei suoi ex parrocchiani, che ricorda con affetto e nostalgia anche dopo aver lasciato, da molti anni, il paesello, per esercitare la professione d’insegnante di liceo, forse hanno a che fare anche con questo dipinto; oltre che, naturalmente, con l’educazione morale ricevuta fin da bambini, quando il diabolico consumismo non era ancora arrivato a stravolgere la vita delle persone e delle comunità e quando l’onestà, il lavoro, la solidarietà, lo spirito di sacrificio, il senso della famiglia, erano ancora dei valori profondamente sentiti e radicati.

In che modo? Semplice: perché il gesto di San Martino, raffigurato nel bellissimo e gioioso trittico del Cima, è un gesto di generosità, di carità cristiana, di altruismo e di sensibilità verso la sofferenza altrui: un gesto che allarga il cuore, quello di chi offre al povero non il superfluo, ma persino ciò che gli sarebbe necessario. Quel mantello, tagliato più volte per offrire riparo dal freddo ai mendicanti incontrati per via; quella leggenda, riferita al santo, e legata a un fatto meteorologico ben preciso – la mitezza e il tepore dei primissimi giorni di novembre, quasi un’oasi estiva nella crudezza dei primi geli autunnali -, quell’invito alla fratellanza, alla comprensione, alla mansuetudine, fatto non di parole, ma di gesti, resi perenni dalla mano di un geniale artista e rivolti alla comunità raccolta in preghiera intorno alla Messa domenicale, probabilmente ha contribuito a sciogliere la durezza dei cuori e ad avvicinare le anime a Dio.

Questa, infatti, è sempre stata la migliore pedagogia dell’arte sacra, poesia compresa (e si pensi solo al «Cantico delle creature» di san Francesco, o alla «Dìvina Commedia», o ai «Promessi Sposi»): un invito all’anima affinché si rivolga a Dio, affinché esca dalla gabbia di ferro del proprio io, del proprio egoismo, e affinché si apra ai sentimenti del bene, dell’amore, del perdono, riconoscendo la fratellanza umana che deriva dalla comune figliolanza da Dio. Pensiamo all’effetto che un’opera, come quella del Cima da Conegliano nella chiesa di Navolè, può avere esercitato sulla mente e sul cuore di un bambino, il quale fin da piccolo, nel corso delle funzioni domenicali, l’abbia avuta costantemente sotto gli occhi: quel gesto del santo che taglia il mantello e che lo offre al mendicante, e che abbia continuato a vederselo davanti nel corso degli anni, crescendo e facendosi uomo, sempre lì, come un invito permanente, dolcissimo, irresistibile: chi può dire che non abbia esercitato un influsso sulla vita di quel bambino, di quelle persone?

Di questo abbiamo bisogno: di buoni esempi, di inviti al bene. Per questo abbiamo bisogno di buona arte, di buona musica, di buona letteratura: che sono anche arte buona, musica buona e letteratura buona, per questo dobbiamo difenderci dagli attacchi satanici che ci vengono portati, subdolamente, da una cattiva arte, da una musica crudele, da una letteratura moralmente degenerata. Dobbiamo evitare o respingere i veleni e nutrire la nostra anima solo di cose buone, moralmente sane, che indirizzano i nostri sentimenti e i nostri pensieri verso Dio…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 16 Novembre 2015

Del 15 Settembre 2020

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