lunedì, 14 Giugno 2021
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Quattro passi fuori dal tempo

Italia paese delle meraviglie? Come scorre la vita nelle città e come si vive in quegli scatoloni di cemento armato che sembrano immensi sarcofaghi; ah il profumo del fieno… quali parole riuscirebbero a descriverlo? di Francesco Lamendola  

L’Italia, Paese incredibile; autentico Paese delle meraviglie, che solo l’abitudine e l’ottundimento consumistico ci porta a guardare con occhio distratto e quasi annoiato: mentre da ogni angolo, da ogni borgo, da ogni sasso, si vorrebbe dire, emergono bellezze inaudite, pagine di storia gloriosa, una fusione unica al mondo di natura e arte.

Mi trovo a riflettere su queste ovvie verità ogni volta che torno a passare per T…, un paese di cinquecento anime ai piedi delle Prealpi Bellunesi, in una valle ventosa scavata da un torrente, che, d’inverno, riceve il sole unicamente al mattino, ma è abbastanza per farlo spiccare come una gemma preziosa incastonata nel verde dei boschi .

Le case sono di pietra a vista, con i ballatoi di legno e i vasi di gerani alle finestre; si innalzano con i tetti spioventi e si addossano le une alle altre, inseguendosi intorno alla piazza e giù per le stradine in pendenza, formando vicoli sempre più stretti, eppure armoniosi, che talvolta si aprono inaspettatamente su delle piazzette incantate, che sembrano fuori del tempo.

Al centro di una di queste piazzette c’è una fontana che pare uscita da una novella di Andersen: con una armonia di forme, con un senso delle proporzioni da fare invidia a certe piazze rinascimentali tanto più grandi e famose, che attirano turisti da ogni parte del mondo; mentre qui visitatori non se ne vedono, solo la gente del posto, semplice e seria come quella d’un tempo.

Colpiscono le donne anziane, che escono senza abiti pesanti in pieno inverno, con il vento gelido che scende giù dal passo e prende la valle d’infilata; portano appena uno scialle di lana gettato sopra le spalle e vanno a fare la spesa con il portafogli in mano, così, in tenuta da casa, passando dalla cucina riscaldata alla rigida temperatura esterna: eppure basta guardarle per capire che influenze ne hanno prese poche in vita loro e, quanto a salute, farebbero crepare d’invidia le delicate signore e signorine di città, che in dicembre e in gennaio non escono se non hanno gli stivali e la pelliccia, senza dimenticare i guanti, la sciarpa e il cappello.

Lo so: il rischio è quello di cadere nel folclore a buon mercato, di voler imporre a questa gente la maschera dell’umanità primitiva ma felice, perché sana e immune dalle tentazioni del lusso e dello spreco; insomma, come nel miro del “buon selvaggio” di Rousseau. La verità è che dev’essere duro vivere quassù, specie d’inverno; perché, anche se il paese non è affatto isolato e le strade sono sempre transitabili, sta di fatto che le distrazioni sono ridotte veramente al minimo e i sacrifici non devono essere pochi. Ci sono appena due locali pubblici, uno dei quali funziona anche da rivendita di giornali, e una botteguccia di alimentari, casalinghi e merceria; e c’è perfino un minuscolo ufficio postale; ma niente farmacia, niente scuole elementari, niente banche; per andare al supermercato bisogna uscire fuori dal paese per parecchi chilometri, e così per trovare un negozio di scarpe o di vestiti, un ristorante o una trattoria, un fiorista, una carrozzeria, una piscina, non parliamo poi di un vero impianto sportivo, di un cinema o d’un teatro.

Anche la mancanza di luce per molte ore al giorno e per parecchi mesi all’anno, non è una cosa da prendere alle leggera; farebbe scappare un cittadino dopo un paio di settimane: bisogna abituarcisi e non è cosa da tutti, anzi diciamo che bisogna esserci nati. Il traffico è scarso: il passo stradale, aperto dagli Austro-Ungarici durante l’invasione del 1917, scavando lungo i ripidi tornanti una serie di spettacolari gallerie a cremagliera, è rimasto chiuso per lavori durante un tempo interminabile, e anche adesso che l’hanno riaperto le vetture in transito sono pochissime e, comunque, non si fermano. Anche se il posto è bellissimo, non attira i turisti ed è frequentato solo da pochi intenditori dei dintorni, amanti dei boschi, delle montagne, dei funghi, delle castagne e dei ciclamini.

Perciò, in paese, vi è un certo senso di soffocamento, dovuto al fatto di vedere sempre e solo le stesse facce; cosa che un tempo era pressoché normale in tutti i piccoli centri, compresi quelli della pianura, ma che adesso è diventata penosa, specialmente per i giovani, che non hanno un locale per trovarsi e che si sentono tagliati fuori. Se i genitori non li accompagnano in automobile, devono accontentarsi delle poche corse della corriera di linea per uscire dal paese e praticare dello sport, andare a vedere un film, fare un acquisto.

Pertanto non idealizzo la vita che si fa quassù e mi chiedo se sarei capace di venirci a vivere, pur con tutto l’amore per la natura e i luoghi ameni e raccolti, dove si fa ancora una vita a misura d’uomo. Però non posso non invidiare quelli che ci sono nati e che ci stanno bene, perché lo amano, lo capiscono e se ne sentono capiti. Immagino la gioia di un bambino che, d’inverno, vede le impronte del capriolo, del cervo o della volpe fin presso il cancello del cortile; del bambino che gioca a scivolare con la slitta lungo il ripido pendio delle colline; e mi par quasi di vederlo, anche perché me ne ha parlato una cara amica che qui è nata e vissuta e mi ha descritto la sua infanzia felice, a contatto con i colori, i profumi e i sapori della natura.

Venire quassù è sempre una emozione; anche a me, che non ci sono nato, pare quasi che ricordi qualche cosa, qualche brandello dell’infanzia, qualche luogo dello spirito semi-addormentato, ma pronto a risvegliarsi non appena lo sguardo cade su queste case di pietra cariche di anni; su questi tetti di ardesia; su questa chiesa settecentesca al centro della piazza, dalle pareti color rosso mattone; su questi fienili che sporgono dal corpo centrale degli edifici, sostenuti da rustiche impalcature di legno che permettono di guadagnare spazio al primo piano.

Ogni portone, ogni cortile, ogni finestrella, ogni trave, sembrano avere una storia antica da raccontare, parlano un linguaggio che non tutti comprendono, certo non quelli che passano di fretta e pensano solo al vestito firmato e alla posta elettronica; che si rivela solo a chi sa ascoltare, sa vedere, sa aspettare che si riveli il mistero delle piccole cose – che poi sono piccole solo in apparenza, perché in realtà sono grandi, vere, essenziali.

Venire qui è come fare quattro passi fuori del tempo: nessuno che ti suona il clacson se non ti sbrighi ad attraversare la strada, nessuno che s’impazientisce perché deve fare la fila davanti a uno sportello; qui ciascuno conta per quello che è, per quello che sa e per quello che vale. Non che le differenze sociali non esistano, però non sono esasperate come in città: le case attestano un livello di vita modesto, ma dignitoso e, suppergiù, uguale per tutti; e così le persone che si vedono in giro: i loro vestiti, il loro modo di fare non tradiscono quegli scarti di ricchezza che sono così stridenti e così tristemente tipici della società moderna.

Ho sempre osservato che anche la mia amica veste in maniera sobria, ma con molto buon gusto; non è un tipo che passi le ore a prepararsi davanti allo specchio, eppure fa sempre la sua figura, perché possiede l’eleganza innata, quella dell’anima, che non si può acquistare nel negozio, per quanto si possa avere il portafogli bello gonfio. Ed è una persona che riflette prima di parlare, come è tipico dei montanari: mi ricorda quelli del mio Friuli; ritrovo nel suo sorriso bonario, dove pare indugi appena una lieve ironia, lo stesso che ho visto, da bambino, in tante donne della Carnia, prima del terremoto che ha cambiato ogni cosa, e che porto sempre nel cuore come una dolce nostalgia. Donne che procedevano con il fazzoletto in testa, le calze nere e una enorme gerla di fieno sulle spalle, da lasciare a bocca aperta per la loro forza e agilità.

Questa è la gente che mi piace, questi sono i luoghi che amo: gente di poche parole, ma sensibile; e luoghi che hanno ancora un’anima, che la conservano nonostante tutto, anche quando il mondo intero, intorno ad essi, sembra ormai sul punto di smarrirla. Un luogo ha un’anima quando rimane fedele alle proprie radici, pur attraverso il cambiamento: ma bisogna che il cambiamento sia graduale, che sia intelligente e che non nasca dal capriccio di qualche architetto o di qualche ambizioso urbanista, né dall’esclusivo interesse di qualche banca o di qualche società autostradale, ma che sorga dai bisogni veri e dal lavoro onesto delle persone che ci vivono.

Anche qui si vedono girare per la strada degli immigrati; abitano le case più vecchie e malandate, ed è meglio che qualcuno le abbia prese in affitto, impedendo che vadano in rovina. Sono pochi, del resto: fabbriche, qui vicino, non ce ne sono: questa è una immigrazione ragionevole, contenuta, che non altera gli equilibri sociali e non crea disagio, anche se ci vorrà chissà quanto tempo perché dia luogo a una vera assimilazione. Però è una cosa accettabile, che si mantiene entro dimensioni modeste; non è tale da snaturare la fisionomia del paese, come accade in tante altre realtà, o da creare situazioni d’intolleranza e di conflitto.

Del resto la gente, quassù, è figlia o nipote di emigranti e perciò ricorda la povertà di tre o quattro generazioni fa, quando le case non avevano i servizi igienici né l’acqua corrente, né la luce elettrica; quando, per bere, bisognava scendere in strada e attingere alla fontana, che serviva per gli uomini e anche per le bestie; quando le strade erano tutte in terra battuta e, per andare a scuola, bisognava fare molti chilometri a piedi, col caldo e il freddo, con il sole e la pioggia.

C’è anche una strada del vecchio centro storico che porta il nome di “Via Belgio”: un ricordo degli emigranti, dei minatori che andavano a buscarsi la pagnotta facendo il mestiere più duro del mondo e poi tornavano in paese con la silicosi, ma anche con quei quattro soldi per metter su casa e preparare un futuro migliore per i loro figli. E viene in mente la tragedia di Marcinelle, quando l’Italia era uscita sconfitta e disastrata dalla seconda guerra mondiale e non c’era altro modo di procurarsi il pane che andare lassù, nel Belgio, a tuffarsi sotto terra e scavare carbone, riempiendosi i polmoni della sua polvere micidiale e contraendo una tosse cronica sempre più forte, dalla quale non esisteva guarigione possibile…

Allontano questi pensieri mentre mi aggiro per i vicoli, ammiro i balconi fioriti, annuso il profumo dei ciocchi ammassati nelle legnaie; nonostante la passata povertà, nonostante il suo isolamento, non è un paese malinconico, possiede anzi una sua gaiezza, una sua segreta voglia di vivere che traspare appena da qualche sguardo, da qualche gesto, da qualche parola. Perché questa é gente taciturna e  poco espansiva, completamente diversa da quella, chiacchierona e un po’ pettegola, che vive nei paesi di pianura; questa é gente abituata a misurare i silenzi, al grande silenzio dell’inverno, al silenzio delle albe e dei tramonti, quando il cielo si tinge di rosa e di violetto e par di essere alla fine del mondo, nell’ultimo avamposto prima del grande nulla.

Chi ama veramente la natura, sa che essa è grande e maestosa e che davanti a lei bisogna imparare a farsi piccoli, ad accogliere i suoi ritmi, ad accettare i suoi silenzi oltre che a riconoscere le sue voci: quella dei fringuelli e dei pettirossi, quella del vento che stormisce nel bosco di faggi, quella della neve che si scioglie a primavera e corre via in tanti rivoletti argentini. Chi la ama, ama anche un paese come questo, così piccolo nell’abbraccio dei monti circostanti; così delicato, come un fiore in cima allo stelo; così messo a dura prova dal vento che lo attraversa e dall’ombra che scende precoce ogni giorno, inghiottendolo silenziosamente, mentre giù, a valle, appena un chilometro più in basso, splende ancora la luce chiara del pomeriggio e par di essere avanti d’una stagione intera: come se fosse primavera, quando qui è ancora inverno; come se fosse estate, quando qui è soltanto  primavera.

Ma come si può non voler bene ad un posto così ordinario da essere straordinario; così dignitoso da essere se stesso, e non uno dei tanti coriandoli impazziti di quella cosa chiamata “globalizzazione”, ove si mangiano ovunque gli hamburger di McDonald’s e si mastica ovunque chewing-gum; ove tutti vanno a vedere l’ultimo film di Hollywood e i ragazzi e le ragazze cercano disperatamente di assomigliare all’ultimo divo o all’ultima diva del cinema; e ove tutti prendono d’assalto i centri commerciali alla domenica, passandoci dentro magari l’intera giornata, perché negli altri giorni non trovano il tempo di fare la spesa?

Come si può non amare un paesetto accucciato ai piedi delle montagne, come T…; dove il tempo improvvisamente procede con un ritmo più lento e dove non sono le mode, ma la natura a dettare i ritmi delle ore e delle stagioni?

Cara amica, non sai quanto sei fortunata a vivere quassù; anzi, so che lo sai, ma qualche volta anche tu – ed è comprensibile -, ti fai prendere dalla stanchezza e dal senso di soffocamento. Ebbene, in quei momenti dovresti pensare, anche solo per un attimo, a come scorre la vita nelle città della pianura; a come si vive in quegli scatoloni di cemento armato che sembrano immensi sarcofaghi; e dove i bambini, per vedere una pecora o una mucca che dà il latte, devono andare al cinema o su Internet; e il raffreddore da fieno non ce l’hanno di sicuro, perché il fieno non l’hanno mai visto e non sanno nemmeno che odore abbia.

Ah, il profumo del fieno… quali parole riuscirebbero a descriverlo?

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 18/06/2013 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 02 Gennaio 2018

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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