domenica, 13 Giugno 2021
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Sapere di volere ma non avere cosa volere, il dramma esistenziale di Carlo Michelstaedter

Sapere di volere, ma non avere cosa “volere”, il dramma esistenziale di Carlo Michelstaedter. Uno dei libri «anomali», che più hanno influenzato e testimoniato la crisi della coscienza europea nella cosiddetta “belle époque” di Francesco Lamendola  

«So che voglio e non ho cosa io voglia»: con queste parole si apre La persuasione e la rettorica (1910)uno dei libri «anomali» che più hanno influenzato – o che meglio hanno testimoniato – la crisi della coscienza europea nella cosiddetta belle époque.

Il suo autore era un giovane di appena ventitré anni, Carlo Michelastaedter, nato a Gorizia nel 1887 da una famiglia benestante di ebrei italiani. Suo padre dirigeva l’ufficio delle Assicurazioni Generali di Trieste, e suo nonno era il famoso studioso di linguistica Graziadio Isaia Ascoli. Terminati gli studi liceali, si era iscritto alla facoltà di Matematica dell’Università di Vienna; ma poi aveva deciso di trasferirsi a Firenze, frequentando i corsi della Facoltà di Lettere e progettando di dedicarsi alla pittura a tempo pieno. Intanto aveva maturato un profondo interesse sia per la poesia che per lo studio della filosofia greca, segnalandosi come una delle menti più brillanti e una futura promessa nel panorama culturale dell’epoca.

Come poeta (le Poesie apparvero, postume, solo nel 1948), si colloca su una linea originale, distante sia dal crepuscolarismo, sia dalla poesia “impegnata” de La Voce, con la quale, pure, presenta delle analogie quanto ai temi, ma non quanto ai moduli espressivi. Come saggista, compose – oltre a vari frammenti e aforismi, e ad un Epistolario – il Dialogo della salute e alcuni altri dialoghi, pubblicati dall’editore Adelphi di Milano nel 1988, a cura di Sergio Campailla.

Prossimo ormai alla discussione della tesi di laurea, intitolata La persuasione e la rettorica, nel 1909 era tornato nella sua Gorizia per terminarne tranquillamente la stesura. E lì, il 16 ottobre 1910, subito dopo aver completato le Appendici critiche, improvvisamente s’era tolto la vita con un colpo di pistola. Non era stato un gesto inconsulto o dettato da circostanze emotive e contingenti, bensì lucidamente deliberato in perfetta coerenza con le idee del giovane, secondo il quale solo nel suicidio l’uomo può affermare la propria libertà. E così Michelstaedter si era congedato dal mondo, nel pieno della giovinezza e del vigore intellettuale, simile a un eroe tragico dostoevskjano: come il rivoluzionario ateo Kirillov de I demoni.

Dopo la pubblicazione, postuma, de La persuasione e la rettorica, nel 1912, bisognerà aspettare addirittura fino al 1958 per  vedere la raccolta completa  delle sue Opere.

Carlo Michelstaedter ha trattato i grandi temi tipici dell’«epoca della crisi» (l’epoca di Proust, Thomas Mann, Kafka, Musil, Joyce, Svevo e Pirandello): il disgregamento dei valori, il dramma dell’individuo lacerato fra libertà e caso, il bisogno di affermare l’autenticità della vita.

Ma  un tema, su tutti gli altri, domina e getta una luce inquietante anche sulla sua fine prematura: un dualismo esasperato tra vita e morte, nel quale è proprio la seconda che – paradossalmente – finisce per acquistare una valenza positiva. Infatti, è solo attraverso di essa – meglio, solo attraverso la libera scelta di essa -, che l’uomo può affermare la propria autonomia e la propria vittoria sugli impulsi e le illusioni che tendono a dominare la sua vita.

Come filosofo – pur se, a nostro parere, egli è stato alquanto sopravvalutato, anche a causa del tragico riverbero che sul suo itinerario speculativo getta la scelta drastica del suicidio come suprema forma di autoaffermazione – Michelstaedter possiede indubbie doti di vigore, lucidità e coerenza, che ne fanno un caso a sé nel panorama un po’ sonnacchioso della filosofia italiana dell’epoca, dominato dall’idealismo e dai poco originali seguaci di Croce e di Gentile.

Un efficace ritratto d’insieme del suo pensiero è contenuto nella Enciclopedia Garzanti di Filosofia, edizione 2005, vol. 1, p. 718, che qui riportiamo:

…Nata in sede storiografica come articolazione di un serrato confronto critico fra l’autentica sapienza originaria dei pensatori presocratici e la successiva «degenerazione mondana» della filosofia a partire da Platone, l’opera di Michelstaedter amplia questo confronto fino a farne il nucleo di una critica radiale che investe tutto il pensiero e tutta la cultura eredi del sapere post-socratico. Rifacendosi all’antica distinzione di Parmenide fra il mondo dell’alétheia e il mondo della dóxa, Michelstaedter le reinterpreta opponendo la via vera di ciò che egli chiama “persuasione” al mondo falso della “rettorica”. L’universo della “rettorica” è quello (definito per la prima volta in tutta la sua portata da Aristotele)dove dominano tutte le istituzioni (economia, diritto, stato, cultura, ecc.), con le quali l’uomo si è illuso di mascherare il violento impulso all’autoconservazione  che lo porta a considerare i suoi simili come meri strumenti del proprio egoismo. Opponendosi a ciò che egli definisce la «comunella dei malvagi», e alla loro lingua menzognera, la filosofia di Michelstaedter delinea nella sua parte positiva l’ideale – un ideale dai connotati fortemente schopenhaueriani – di un’individualità non più falsa e dimidiata, bensì integra e pura. La via della “persuasione” è la vita di quelle personalità etiche che, sotto l’urgenza del dolore, si mostrano in grado di trascendere l’irretimento nella sfera egoistica dei propri bisogni umani per affermare una superiore realtà spirituale: la realtà del “beneficio”, vale a dire di un dono di sé capace di rilevare la presenza, nell’umano, di una superiore trascendenza.

E lo storico della filosofia Gabriele Giannantoni (in La ricerca filosofica: storia e testi, Loescher editore, Torino, 1985, vol. 3, p. 537):

Uomo di grandi doti intellettuali e morali, Michelastedter ha posto al centro della sua riflessione il senso di insoddisfazione e di deficienza che è intrinseco alla finitezza e alla temporalità dell’esistenza umana e quindi il bisogno di una soddisfazione, di una «risposta assoluta», di una proiezione verso il futuro: l’uomo, «si gira per la via dei singoli bisogni e sfugge sempre a se stesso. Egli non può possedere se stesso, aver la ragione di sé, quando è necessitato ad attribuire valore alla propria persona determinata nelle cose, e alle cose delle quali abbisogna per continuare. Che da queste è via via distratto nel tempo. Il suo avvenire alla vita mortale, il suo nascere, è nella altrui volontà». Perciò il rifiuto assoluto, la negazione totale è l’inizio di quel possesso di sé in cui consiste la “persuasione”, impersonata da Socrate, mentre la “retorica”, impersonata da Platone, è quella finzione che vuole vestire d’assoluto le escogitazioni dell’intelletto e dare un valore alle cose determinate.

Tutto il percorso filosofico di Michelstaedter, dunque, si svolge nel riverbero accecante di una serie di polarità tra loro irriducibili: quella fra verità e opinione, innanzitutto; poi, quella fra autenticità e finzione; e, ancora, fra caso e libertà, fra individuo e società, fra ricerca di senso e aristocratico disprezzo per ogni “retorica”.

Dicevamo che la sua statura di pensatore è stata, forse,  sopravvalutata, perché a Michelstaedter manca una vera originalità di prospettiva. La quasi totalità della sua concezione è una sofferta rivisitazione dei temi più urgentemente dibattuti dalla cultura europea del suo tempo: dal bisogno di una vita autentica (tanto caro al suo quasi coetaneo Heidegger); al moralismo intransigente e risentito, che fa pensare ai profeti dell’Antico Testamento; alla rivolta dell’individuo contro la massa (che parte da Kierkegaard e culmina, con diversa prospettiva, in Max Stirner); al senso di frammentazione e disgregazione dell’io (Unamuno, Pirandello).

Da Schopenhauer, in particolare – e da Leopardi – gli viene la convinzione dell’esistenza come male, e della cieca volontà di vivere come radice di quel male; e da Nietzsche (la cui fortuna era letteralmente esplosa, postuma, in quegli anni) l’attrazione irresistibile verso la volontà di potenza,  come suprema autoaffermazione e, al tempo stesso, come possibilità di trascendimento ontologico dell’uomo. Disgusto per la volontà di vivere, esaltazione acritica della volontà in quanto tale: un cocktail micidiale, perché ne risulta che l’unico esercizio auspicabile della volontà non può essere che la suprema negazione di se stessa.

Come il giovane Alfonso Nitti, protagonista di Una vita di Italo Svevo (che era apparsa nel 1892), l’«eroe» schopenhaueriano-nietzschiano di Michelstaedeter – che, alla fine, egli volle interpretare in prima persona – vede nel suicidio un gesto di suprema affermazione; realizzata, paradossalmente, proprio nell’atto di negare quel bene che tutti inseguono, falsamente e inautenticamente, illudendosi di affermarlo…

Ma, bisogna pur rilevarlo, nemmeno questo elemento si può dire veramente originale: lo aveva già teorizzato, in qualche modo, il filosofo del pessimismo cosmico, quell’Eduard von Hartmann che – nella sua monumentale opera Filosofia dell’inconscio, del 1869 – aveva coniugato la volontà di Schopenhauer con l’inconscio della filosofia della natura di Schelling (e anche con lo spirito assoluto di Hegel), per sostenere la liberazione dal «male di esistere» potrà aver luogo solo mediante una sorta di «suicidio cosmico», ossia una radicale soppressione di ogni illusione da parte del principio inconscio, che è lo stesso spirito divino.

E poi, ultimo ma non meno importante, l’elemento della specificità friulana e giuliana, venuta a contatto con il centro culturale più vivo dell’Italia dell’epoca, Firenze. Un itinerario, materiale spirituale, comune ad altri giovani di quella generazione: Scipio Slataper, i due fratelli Stuparich; ma reso ancor più complesso (come per Svevo e, poi, per Saba) dalle radici familiari ebraiche, sicché Michelstaedter si può ben definire l’uomo del confine per eccellenza. In bilico fra culture diverse, che s’incontrano e s’incrociano ma che non riescono ad assimilarsi, a donarsi reciproco equilibrio: quella ebraica; quella friulana (dell’altro Friuli, il Friuli orientale, austriaco da ben quattro secoli); quella tedesca; quella italiana; e quella slovena appena lì, sullo sfondo, anticamera del grande mare slavo (Dostojevskij, specialmente: vi è qualcosa della hybris intellettuale e della radicale, inumana coerenza  di Ivan Karamazov, in lui).

Sicché i problemi, le denunce e le ribellioni di Michelstaedter non si discostano quasi per nulla, sostanzialmente, da quelli dibattuti da innumerevoli suoi coetanei, specialmente nell’ambito mitteleuropeo: il più sensibile – per una serie di ragioni storiche che sono state altrove ampiamente analizzate – ai turbamenti e alle inquietudini di un io diviso, lacerato, divenuto estraneo a se stesso e proteso nella vana ricerca di nuove certezze su cui appoggiarsi. Sono molto simili, ad esempio, a quelli del suo coetaneo e connazionale Georg Trakl, anch’egli destinato a morire, giovanissimo, suicida, e del quale ci siamo recentemente occupati (cfr. F. Lamendola, All’ombra del frassino autunnale sospirano, con quella di Georg Trakl, le anime degli uccisi, consultabile sul sito di Arianna Editrice).

Se l’originalità del pensiero di Michelstaedeter, dunque, va decisamente ridimensionata, appare più consono restituirgli quella funzione di coscienza critica del proprio tempo, di demistificatore della fondamentale inautenticità della coscienza moderna, e di testimone di una crisi cui sarebbe toccato in sorte ad altri di indicare, se mai, le possibili vie di superamento. Certo non è corretto farne una specie di maestro, e sia pure un maestro del nulla (con tanto di casa-museo ove il pubblico può ammirare la pistola con cui si tolse la vita): perché nessuno, all’età di ventitré anni, può essere diventato già un maestro.

Difficile, del resto – per non dire impossibile – profetizzare quali vie avrebbe preso la ricerca di questo eccezionale enfant prodige della terra friulana, di questo esule da se stesso in un mondo fattosi a lui irriconoscibile, se avesse avuto il tempo di sviluppare i suoi pensieri, di verificare le sue ipotesi. Se ne è andato in maniera enigmatica, eppure chiarissima, lasciando a noi l’ingrato compito di rovistare tra le ceneri ancora calde di un itinerario intellettuale che non ha avuto la possibilità di mettersi da se stesso alla prova: orologio dalle lancette rimaste ferme, per sempre, ad indicare un’ora dello spirito che è stata anche la nostra, e in parte lo è tuttora, ma che viene inesorabilmente sopravanzata dallo scorrere del tempo reale

Osserva Mario Bernardi Guardi nel suo penetrante saggio dedicato a Carlo Michelstaedter, nel suo volume Austria Infelix. Itinerari nella coscienza mitteleuropea (Marino Solfanelli editore, Chieti, 1990, pp. 29-31):

Chi invoca la morte, non è lei che desidera, ma il sonno e l’oblio: ha  la paura non il coraggio della morte.  E allora? Allora bisogna abituarsi alla sofferenza, negarsi all’autocommiserazione, non più sperare né disperare, non esultare e non lamentarsi, non aspettare il futuro ma far «consistere il cuore nell’«ultimo presente».

Allora, se si sceglie la morte, è necessario puntarle bene gli occhi in faccia sopportando, senza abbassarli verso terra, l’oscurità e scendendo «nell’abisso della propria insufficienza»: occorre, insomma, «venire ai ferri corti con la propria vita.

Se, invece, si sceglie di vivere, bisogna essere liberi da ogni turbamento, avere un «infinito debito» verso l’esistenza, far «fluire attraverso di noi» il nostro bisogno e la nostra fame, e  consistere con una fermezza tale che rende fermi gli altri che vorrebbero trascinarci via. Ecco la lezione formulata come una serie di massime o come i moniti di un oracolo: «Niente da aspettare /niente da temere / niente chiedere – e tutto dare / non andare / ma permanere. – Non c’è premio – non c’è posa / La vita è tutta una dura cosa».

Questa è la soluzione per il persuaso, l’uomo in buona salute: «Egli guarda in faccia la morte e dà vita ai cadaveri che lo attorniano». E la sua fermezza è una via vertiginosa agli altri che sono nella corrente, e l’oscurità per lui si fende in una scia luminosa. Questo è il lampo che rompe la nebbia. E la morte come la vita di fronte a lui è senz’armi che non chiede la vita e non teme la morte, più e meno, prima e dopo, non puoi parlare di lui che nel punto della salute consistendo ha vissuto la bella morte».

È la lancinante vertigine di chi scrive: «Ognuno è il primo e l’ultimo», riprendendo il testo dell’Apocalisse di Giovanni (Cristo al Veggente di Patmos: ‘Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il principio e la Fine’); ognuno, dunque, abbia il coraggio della sua croce, imiti al massimo Cristo che, Dio e uomo, volle la propria morte, persuasi di dover essere uno con essa, sublimando, nel ricongiungimento a Dio, la fragilità della carne.

Sono proposizioni terribili quelle che leggiamo, quelle che invitano il persuaso a fare di se stesso fiamma, a consistere nell’ultimo presente. Terribili non tanto perché insegnano il suicidio, quanto perché, con Eraclito, ripetono che «l’uomo nella notte è luce a se stesso».

Accade a chi, scegliendo di vivere persuaso, dunque non adattandosi, elegge a proprio emblema, come fosse un paradossale Cristo ritrovatola misura tragica della responsabilità che vede e fa vedere: «E s’egli è solo, il mondo gli deve essere un uomo che dice sempre noa ogni suo atto, ad ogni sua parola, finché egli non abbia da sé riempito il deserto e illuminata l’oscurità. E se gli uomini non vogliono intenderlo egli non deve dire: ‘Sono ciechi – io ho già dato tutto -, niente ho dato finché non ho dato la vicinanza delle cose lontane così che anche i ciechi le vedano. Egli deve sentire in sé l’insufficienza e rispettare in loro quello ch’essi stessi in sé non rispettano; perché dal suo amore attratti essi prendano la persona ch’egli ama in loro: allora i ciechi vedranno».

Ecco allora che il persuaso, l’illuminato è lui che varca la morte, prendendosene addosso tutta la tragedia – e la morte in assoluto è l’amore in assoluto: corrisponde al sacrificio di Cristo -: così facendo, per dirla con Gorgia, non soltanto «avrà in sé la vita»,m ma, con San Luca, «potrà comunicarla»: la vita, la persuasione. Ed anche la morte, purissima fiamma, generata dalla fiamma raccolta in sé tesa fino allo spasimo: «L’uomo non chiede la morte – ma muore– e in ciò egli vive, poiché non chiede di essere ma è».

Così parla Carlo Michelastaedter. Sono trascorsi dieci anni dalla morte di Federico Nietzsche che Apollo e Dioniso, insieme danzanti, insieme vaticinanti, hanno premiato col dono della follia, grande avventuriera nello spazio sconfinato e nel tempo che non conosce usura. Il giovane Carlo, che ha frequentato gli stessi paesaggi di Federico – la Grecia dei sapienti, prima che Socrate e i fuori-casta  l’aggredissero con la loro dialettica esangue e petulante – non aspetta che gli dei vengano a onorarlo con altre folgori. E brusco si congeda. C’è un gran frastuono intorno. Vi si confonde, attonito, il colpo di pistola.

Vittima di un gigantesco, inconcepibile fraintendimento del cristianesimo, Michelstaedter si sente un novello Cristo che insegna agli uomini la via della liberazione dalle illusioni, mediante la suprema rinuncia di se stesso. E lo fa mediante l’esaltazione della bella morte, miraggio che trascinerà, di lì a quattro anni, milioni di giovani d’Europa – austriaci, francesi, tedeschi, russi – sui campi di battaglia della prima guerra mondiale: il grande suicidio collettivo di un intero continente e, ultima analisi, di una intera civiltà.

In effetti, nonostante le apparenze bibliche e neotestamentarie di questo sacrificio di sé per amore degli uomini (apparenze che ha in comune con lo Zarathustra nietzschiano), l’essenza del messaggio di Michelastaedter è radicalmente atea. Se l’uomo, per poter scegliere di essere invece che di esistere, è obbligato a scegliere la morte, allora bisogna che l’uomo si faccia Dio: il Dio di se stesso.

Solo un dio può comunicare la vita agli uomini, rinunciando alla propria. Ma un tale dio saprà anche risorgere, vincendo la morte.

Di per sé, invece – ossia, prescindendo dalla fede in Dio -, un uomo non può fare altro che morire alla vita.

E tutto quello che è in grado di donare ai suoi simili, non saranno che la commozione per un inutile coraggio, e il turbamento per un esempio sbagliato.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 11/07/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 24 Marzo 2018

Del 15 Settembre 2020

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