sabato, 18 Settembre 2021
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Sgorlon, per la cultura progressista non esisteva

Carlo Sgorlon, per la cultura progressista “non esisteva”. Nato a Cassacco il 26 luglio 1930 è morto a Udine il 25 dicembre 2009, il Friuli è stato ingrato nei suoi confronti: la cultura ufficiale non gli ha fatto alcun credito di Francesco Lamendola  

Carlo Sgorlon: chi era costui? Tale domanda potrebbe essere rivolta ai soliti signori della cultura dominante e politically correct, debitamente progressista e di sinistra, cioè di ascendenza marxista o catto-comunista; e poco importa se, oggi, essere “di sinistra” significa essere dalle parte delle multinazionali, delle grandi banche, a cominciare dalla Banca Centrale Europea, e di miliardari come George Soros, nonché dalla parte degli invertiti danarosi che, non paghi di potersi “sposare” con un altro uomo, vanno all’estero ad acquistare un bebè prenotando l’utero di qualche donna povera o, comunque, bisognosa. La cultura dominante, Carlo Sgorlon ha fatto finta di non conoscerlo, di non vederlo, di non sentirlo; addirittura ha fatto finta che non esistesse. Era invisibile, innominabile, illeggibile; era un interlocutore non grato, uno scrittore irricevibile. E non perché fosse un “reazionario” dichiarato; non era nemmeno dichiaratamente cattolico; però aveva una colpa imperdonabile, irredimibile: non credeva nella mitologia del progresso e proclamava a gran voce che l’uomo moderno, per scongiurare la catastrofe da lui stesso evocata, deve tornare alla tradizione e deve tornare alla natura.

Questa invisibilità lo ha accompagnato lungo tutta la sua carriera, non solo a livello nazionale – dopotutto, il Friuli è una terra marginale rispetto ai grandi centri della cultura italiana -, ma anche nella sua terra d’origine; e ciò nonostante che quella terra, di scrittori e intellettuali di statura universale, a dire la verità, non è che ne abbia prodotti molti. I friulani hanno altre qualità, altri meriti: sono grandi lavoratori, sono pazienti, tenaci, incrollabili; hanno un forte senso del dovere, un forte senso della giustizia, una spiccata attitudine alla disciplina, alla fedeltà; ma non sono particolarmente predisposto alla genialità. Nessun friulano di statura eccezionale si è mai distinto nell’ambito del pensiero, dell’arte, degli studi storici o scientifici; al massimo troviamo autori di medio livello, molti dei quali sono emersi dopo aver lasciato la loro patria. La capacità di vedere, in un colpo solo, parecchi lati di una questione; di istituire velocemente confronti, relazioni, parallelismi tra fatti diversi e pensieri diversi; di guardar le cose dall’alto, in un unico colpo d’occhio, andando dritto al nocciolo di una questione, ma sapendone cogliere, al tempo stesso, tutte le possibili varianti e sfumature: tutto questo non fa parte del bagaglio mentale del friulano. Il friulano è un uomo di buon senso: il che è una virtù quando si tratta di giudicare le cose e le situazioni ordinarie, un difetto quando ci si trova di fronte a circostanze eccezionali, le quali richiederebbero un approccio diverso, una risposta creativa e non convenzionale, qualcosa di meglio della mera ostinazione. Ebbene, Sgorlon ha vinto un sacco di premi letterari alquanto prestigiosi e, quel che più conta, ha venduto migliaia e migliaia di copie dei suoi numerosi romanzi; è stato, probabilmente, lo scrittore friulano più letto e più amato al di fuori del Friuli. Logico sarebbe stato, pertanto, che la sua terra, se non altro per una forma di gratitudine, avesse riconosciuto i suoi meriti e gli avesse tributato un caloroso abbraccio.

Niente di tutto questo è avvenuto, invece. Anche in Friuli, come altrove, come dappertutto, la cultura era, ed è, in mano ai progressisti: ex marxisti niente affatto pentiti e catto-comunisti; oppure, catto-comunisti che sono semplicemente transfughi del marxismo. Non pochi indossano la tonaca da sacerdote e seguitano a pensare esattamente come prima (prima del 1989, del crollo del Muro di Berlino); a vedere il mondo come lo vedevano allora, a giudicare uomini e classi come li giudicavamo allora: con la sola differenza che adesso non citano più Karl Marx, ma Gesù Cristo, o, meglio ancora, papa Francesco. Lo ha detto papa Francescocome dice sempre papa Francesco, sono diventate le loro parole d’ordine, i loro scongiuri, le loro giaculatorie, i loro passe-partout. Grazie ai quali entrano dappertutto, giudicano tutti, pontificano su tutto, sparano sentenze su tutto e su tutti. E si sentono moralmente migliori, ieri come comunisti, oggi come cattolici progressisti. Migliori degli altri, migliori di tutti; ma, quel che più conta, migliori degli odiosi cattolici conservatori, quelli ancora legati alla vecchia Chiesa, quella di prima del Concilio. Perché il Concilio, per loro, è tutto: è una rinascita e una nuova Pentecoste, è un nuovo Vangelo, una nuova Rivelazione e una nuova Tradizione: il Concilio è tutto, e ciò che viene prima del Concilio è niente. San Tommaso d’Aquino, sant’Agostino, san Paolo sono ferri vecchi; i loro idoli sono Teilhard de Chardin, Karl Rahner e Walter Kasper. E Bergoglio, soprattutto Bergoglio. Giurerebbero su di lui come un tempo si giurava su Dio e sulla Madonna. Sono papolatri, nel senso letterale del termine: il papa è. Per antonomasia, questo papa, beninteso, non certo il suo predecessore, non certo san Pio X che scomunicò i modernisti, non certo Pio IX che promulgo il Sillabo, quelli no, quelli a stento li riconoscono come papi.

Ma torniamo a Sgorlon, nato a Cassacco, un paese di neanche 3.000 abitanti, con un castello altomedievale, posto qualche chilometro a Nord del capoluogo, il 26 luglio 1930 e morto a Udine il 25 dicembre 2009. La sua terra, il Friuli, è stata ingrata e meschina nei suoi confronti: la cultura ufficiale non gli ha fatto alcun credito, non gli ha riconosciuto alcun merito. Si è voltata dall’altra parte finché è vissuto, ha ignorato le alte tirature dei suoi libri; in fondo, è un’idea tipicamente marxista che, se nella società capitalista tutto è merce, allora un libro che si vende bene lo deve alla potenza dei mezzi del suo venditore, cioè della casa editrice, non ai meriti intrinseci di  chi lo ha scritto; anzi, è noto che un libro che ha molti lettori lo deve al fatto che la maggioranza del pubblico è suggestionata da un’ideologia oscurantista e conservatrice. I soli libri buoni sono quelli che non legge quasi nessuno; in compenso, li apprezzano moltissimo i “compagni” critici e i “compagni” intellettuali; loro sì che capiscono quanto essi valgono, e tengono in somma stima i loro autori. Nel caso di Sgorlon, come in tutti gli ambienti provinciali, senza dubbio il cattivo trattamento da lui ricevuto è dipeso anche da un fattore ancora più meschino, ancora più terra terra dell’ostracismo ideologico: la gelosia professionale, pura e semplice. Gli altri intellettuali e scrittori friulani erano gelosi del suo successo. Potevano essere larghi di lodi per uno scrittore che fosse “compagno”, come loro, per esempio il servita David Maria Turoldo, tipico esempio di sacerdote catto-progressista; ma non potevano perdonare a un ex professore di scuola media che si era fatto tutto da sé, a uno di loro che veniva da un paesetto qualsiasi, come Cassacco, di averli superati e oscurati con la sua fama nazionale e internazionale. Erano verdi di rabbia e di gelosia, puramente e semplicemente. E Sgorlon, che era un introverso, un timido, una persona sensibile, ne soffriva. Non come ne soffrono i vanitosi, i megalomani narcisisti, i quali vorrebbero essere sempre al centro della scena e avere per sé soli la luce dei riflettori, e ritengono che sia rubato a loro ogni sguardo, ogni applauso che viene rivolta a qualcun altro; ma come chi ha un forte senso della giustizia, e, pur non considerandosi un grande scrittore (e lui, certamente, non lo era), si considerava però, e giustamente, uno dei migliori che la sua terra avesse mai prodotto; uno di cui la sua città, Udine, avrebbe dovuto andare fiera.

E invece no. Pasolini sì; Turoldo sì; Mauro Corona, sì; ma Sgorlon, no. E lui ne soffriva come un marito non amato dalla moglie, alla quale ha dato tutto, alla quale vorrebbe dare tutto se stesso. Perché al Friuli, alle sue colline, ai suoi paesi, ai suoi campi, alle sue leggende, alle sue tradizioni, alle sue atmosfere, al suo passato senza tempo (come lo è il passato di ogni civiltà contadina e pre-moderna) egli ha dedicato tutta la sua opera; non c’è stato un libro, dei suoi quasi quaranta romanzi, che non abbia dato voce a questi aspetti, a queste anime del vecchio mondo friulano; ai vecchi mestieri, al calderas che aggiustava le pentole, alla sedonera ambulante, che vendeva sedie e oggetti di legno. E aveva anche il coraggio di parlare degli argomento scomodi, delle pagine che il nuovo Friuli voleva dimenticare, e che i giovani non conoscevano nemmeno: i Cosacchi nel 1944-45, le foibe sul confine orientale… Figuriamoci: gettare ombre sulla gloriosa Resistenza, fucina della nuova Italia democratica e repubblicana! Insinuare che, forse, non tutti i partigiani erano stati dei santi e degli eroi, e magari non tutti quelli dell’altra parte erano stati dei delinquenti matricolati… E poi quell’interesse insopprimibile per le tradizioni, per la spiritualità, per i segreti della magia, dell’alchimia, per il sapere che non è il sapere scientifico degli illuministi; e il suo desiderio della vita buona, pulita, l’aspirazione verso Dio. E quella bonomia, quella mitezza, quella rassegnazione, ma, al tempo stesso, quella determinazione dei suoi personaggi: niente a che fare con la scissione dell’io, con il flusso di coscienza, con l’uno, nessuno e centomila pirandelliano, col complesso di Edipo freudiano e con lo strutturalismo, l’esistenzialismo, il neorealismo. Ecco: forse la cultura dominante poteva anche perdonargli di non essere di sinistra, ma non poté perdonargli, mai, di non essere “moderno”, di non amare la modernità. No, questo è stato il suo peccato imperdonabile; questa la ragione del fingere di non vederlo, del fare come se lui non ci fosse. Bisogna fargliela pagare; bisognava vendicarsi del ribelle.

Le donne, per esempio: le donne di Sgorlon sono belle, forti, serene, coraggiose; sono donne positive, che mandano avanti il mondo con la loro forza tranquilla; sono la sorgente di vita alla quale dissetarsi e la speranza dalla quale ripartire dopo ogni disastro, esse possiedono il segreto dell’inestinguibile energia per far rinascere il mondo dopo ogni cataclisma. E ciò perché sono più vicine alla natura, sono più in armonia con i livelli profondi dell’esistenza. Niente a che vedere con le femministe intellettuali e nevrasteniche, piene di rancore contro il maschio padrone, lesbiche non dichiarate che sublimano la loro omosessualità o la loro frigidità dietro gli slogan della liberazione di genere. Oh, quanto sono lontane dai personaggi femminili di Sgorlon, le eroine della mitologia femminista! Cosa c’è di più lontano della signora Bonino o della signora Boldrini da un personaggio come la protagonista de La fontana di Lorena? Le donne di Sgorlon sanno amare l’uomo, non hanno alcun  conto aperto nei suoi confronti; e tuttavia possono farne a meno, perché sono autonome, solide, volitive; e, comunque, la cosa più importante, per loro, non è il maschio, in quanto marito o amante, ma la maternità, e quindi la famiglia, di cui esse sono i numi tutelari. Non c’è niente di più lontano dall’ideale femminista di una donna dotata di queste caratteristiche: e basterebbe già questo perché Sgorlon si attirasse tutto il livore e tutto il disprezzo della cultura politically correct, femmine inacidite e maschietti servili in testa.

La sua amarezza di scrittore non amato, non riconosciuto dai suoi concittadini, Sgorlon l’ha affidata all’autobiografia La penna d’oro. Raffaele Vacca ha così descritto il suo stato d’animo (in La penna d’oro, su Presenza cristiana, Andria, Barletta, rivista dei Padri dehoniani, marzo-aprile 2018):

Nell’autobiografia, oltre ai principali avvenimenti della sua vita ed alle sue opere, che sono una quarantina, per lo più romanzi, ricorda anche la cultura che dominava nelle scuole da lui frequentate, la situazione generale del mondo, dell’arte e della letteratura, l’avversione subita dalla cultura progressista, che lo considerava un nemico, e l’avversione dei suoi stessi concittadini del Friuli, che lo consideravano come un estraneo.

Quando giunse a Pisa [cioè alla Normale superiore, dove si laureò con una tesi su Kafka] si avvide che “il comunismo prevaleva in ogni ambiente intellettuale, contrastato soltanto da pochi “liberali” e pochi cattolici piuttosto rinunciatari, con l‘aria di essere battuti in partenza. Marx, Lenin e Stalin erano i numi tutelari della politica, e gli scrittori comunisti, Lukacs, Brecht, Sartre erano i grandi modelli dei più”. Lo colpi vedere che molti professori universitari,  che solo pochi anni prima erano stati seguaci delle dottrine di Giovanni Gentile e sostenitori del regime fascista, ora erano diventati marxisti intransigenti. […]

Carlo Sgorlon, sapendo che alla Normale sarebbe stato sottoposto ad impietosi sarcasmi, non rivelò a nessuno il suo desiderio di diventare narratore. E trascorse tutto il periodo degli studi universitari nascondendosi,”se non dietro le idee dei più, almeno nei comportamenti diffusi”. Quando, negli anni seguenti, i suoi romanzi incontravano il favore dei lettori e ricevevano vari premi nazionali (tra i quali lo Strega, il Campiello, il Supercampiello), la dominante cultura progressista non fu per nulla tollerane nei suoi confronti, perché non si era rifugiato sotto le sue ali. Fece gran silenzio intorno a lui o, nei casi peggiori lo interpretò alla rovescia. Lo considerò come un nemico. In certi manuali o repertori compilati da autori progressisti, il suo nome ed i suoi romanzi furono del tutto ignorati.

Ciò lo amareggiò, ma non lo distolse dal suo cammino.  Ancor più lo amareggiò il non essere riconosciuto per quello che sentiva d’essere nel suo Friuli, anzi ogni cosa che faceva o lo riguardava veniva “irrisa e deformata” suscitando “ironie, sarcasmi e satire”. Quantunque il suo interesse ed il suo amore per questo fossero profondi e autentici, e la sua appartenenza a questa regione indubitabile, fu quasi sempre escluso da ogni iniziatica culturale. Raramente gli furono rivolti inviti. Era come sen lui non esistesse. Questo, come egli stesso scrive, avveniva non solo perché dava fastidio a molti intellettuali friulani, ma anche perché i suoi conterranei speso “sono infastiditi da chiunque emerga sopra di loro anche di un pollice”.

Ed ecco come un grande critico letterario, Carlo Bo, ha riassunto le caratteristiche essenziali della narrativa di Carlo Sgorlon, nella presentazione del romanzo Il patriarcato della luna (Milano, Mondadori, 1991):

Chi racconta sembra sfruttare al massimo un regime di corrispondenze e di rimandi, per cui un fatto o una semplice parola finiscono per inserirsi in un mosaico vivo, in continua trasformazione. Si ha l’impressione che, guardando il mondo dal suo eterno patriarcato, abbia inteso dimostrarci che le nostre giornate sono fatte di mille frantumi, dove gli uomini, salvo pochi vocati, vanno senza una guida, senza più nessuna memoria di un codice. Una lunga favola, dunque, che potrebbe perpetuarsi, ripetersi nella luce incerta e ingannatrice delle apparenze. Una sola verità anima il racconto, il pericolo della distruzione assoluta e, per contro, il bisogno di accettare la prova della coscienza o almeno dell’intelligenza e prima ancora, pur restando nel “Patriarcato della luna”, non accontentarsi delle favole minori o minime di tutti i giorni per cui l’uomo è un abito, un nome o soltanto l’eco di una condizione disumanizzata.

No: il Friuli non è stato grato a Carlo Sgorlon, e allora bisogna ammettere che il Friuli, Carlo Sgorlon, non se l’è meritato. E Udine, la sua città, che non ha mai ricevuto, da un suo figlio, un tributo d’amore come quello contenuto nel romanzo La contrada, non è stata alla sua altezza. Ha preferito anch’essa imboccare altre strade, le più facili e banali: quelle del progresso materiale, del consumismo, dello stile di vita americano. Non ha saputo vedere che Sgorlon, con le sue eroine rasserenanti e materne, i suoi eroi pacati, ma tenaci e coraggiosi, i suoi paesaggi da fiaba, le sue atmosfere senza tempo, dietro le apparenze di una letteratura quasi d’evasione, aveva saputo andare dritto al cuore del problema: ritrovare l’anima perduta delle cose, della terra, della gente, o, altrimenti, rassegnarsi a scomparire…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 06 Aprile 2018

Del 15 Settembre 2020

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