sabato, 18 Settembre 2021
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Un quadro al giorno: « La mosca cieca » di Noè Bordignon (1873)

Un quadro al giorno: «La mosca cieca» di Noè Bordignon 1873. Nato a Salvarosa di Castelfranco Veneto studente all’Accademia di Venezia ebbe per compagni Ciardi e Favretto e fu amico oltre che di Favretto di Luigi Nono e Milesi di Francesco Lamendola  

È accaduto sovente in passato, e probabilmente continuerà ad accadere. Un artista, notissimo ai suoi tempi, precipita nell’oblio subito – o quasi subito – dopo la sua morte, talvolta anche prima; e per decenni o per secoli il suo nome scompare addirittura. Poi, se è fortunato, qualche critico finisce per «riscoprirlo»; mute di zelanti ricercatori si sguinzagliano alla caccia delle sue opere – quelle che sono rimaste; si mobilitano sindaci e amministrazioni comunali; si allestiscono mostre commemorative.

Tutto ciò è purtroppo normale nell’economia di una società che è riuscita a commercializzare perfino i due fenomeni umani chiamati “spirituali” per eccellenza, il religioso e l’artistico. Una società che, avendo delegato le proprie scelte estetiche a una casta permanente di critici «ufficiali», va soggetta all’altalena dei loro capricci  (e dei loro interessi) in tutte le sedi del giudizio. È toccato ai sommi: Bach nella musica, Van Gogh nella pittura, e – nella poesia – perfino Dante. Ed è toccato ai «medi» e ai «piccoli».

Fra questi ultimi ci sembra emblematico il caso di un pittore veneto famoso cent’anni fa, piombato poi nella dimenticanza con la rapidità di una meteora: Noè Bordignon (1841-1920). Nato a Salvarosa di Castelfranco Veneto, studente all’Accademia di Venezia, ebbe per compagni Guglielmo Ciardi e Giacomo Favretto e fu amico, oltre che di Favretto, di Luigi Nono e Alessandro Milesi.

Era un uomo del popolo: figlio di un sarto e di una cucitrice, quarto di una schiera di otto figli, visse in prima persona la dignitosa povertà della gente veneta, dei contadini e degli artigiani che saranno protagonisti di tanti suoi quadri. Vincitore di una borsa di studio a Roma, soggiornò nella capitale dal 1865 al 1868 (quando ancora regnava il papa) e poi, brevemente, a Firenze. Dal 1869 visse fra Venezia, Castelfranco e San Zenone degli Ezzelini (Treviso), nella semplicità dell’ambiente contadino, a lui più congeniale. Ambiente umile, s’è detto, ma non incolto, anzi saturo di gloriose memorie artistiche: basti pensare alla grandiosa pittura rinascimentale di Giorgione, che a Castelfranco appunto ebbe i natali.

Negli ultimi anni la fama del nostro cominciò ad eclissarsi, le sciagure familiari lo colpirono duramente ed egli visse sempre più ritirato, continuando però a lavorare con passione, indifferente ai rumori del mondo esterno. Le fonti lo descrivono concordemente come un uomo straordinariamente buono, legato ai suoi cari, innamorato della pittura (morì lasciando incompiuto un ultimo autoritratto). Negli ultimi mesi, ingessato per una frattura al femore, volle continuare a lavorare stando a letto, e si sottopose a strapazzi che gli furono fatali.

Il soggiorno romano ebbe una rilevanza decisiva nella sua maturazione artistica (similmente al suo coetaneo Guglielmo Ciardi, che nel 1868 fu a Roma, Napoli, Capri), che si andò orientando in senso verista. Un verismo soffuso di poesia pudica e quasi malinconica, com’è tipico della gente della sua terra: un verismo attento al quotidiano e, al tempo stesso, in un certo senso romantico, ma di un romanticismo schietto e disadorno, purgato di ogni posa retorica.

Dobbiamo dire subito che  di questo pittore così schivo e modesto, contro il quale già in vita fu ordita una specie di congiura del silenzio (forse anche perché lui, cattolico fervente, era inviso alla massoneria veneziana), solo poche opere ci sono rimaste. Di molte conosciamo solo l’esistenza, o possediamo delle fotografie d’epoca; probabilmente sono finite in qualche collezione privata d’oltralpe o d’oltre Oceano, magari sotto diversa firma (di Favretto, per esempio). È dunque sulla base di una documentazione carente, forse addirittura inadeguata, che ci accingiamo a “rivisitare” l’opera di Noè Bordignon.

Una delle prime tele di sicura attribuzione è «La mosca cieca», del 1873, oggi conservata nella sede municipale di Castelfranco Veneto (cm. 71 x 95). La scena, colta en plen air, è di ambientazione romanesca, come si deduce dalle cupole sullo sfondo. Sotto un cielo trasparente solcato da nubi leggere come seta,  un gruppo di ragazzi – maschi e femmine – giocano a mosca cieca. Sono popolani a piedi scalzi, sommariamente vestiti, colti ciascuno nel trasporto e nella eccitazione del gioco. Da tutta la scena emana una notevole freschezza compositiva e un vivissimo senso del colore.

Le figure sono plastiche, i panneggi delle gonne e delle camiciole e, più ancora, la naturale eleganza dei corpi, la sobria dignità dei volti hanno ancora un che di neoclassico, ma integralmente purgato di ogni enfasi alla Camuccini o alla Pinelli. Mentre Bartolomeo Pinelli aveva trasformato i popolani della Roma ottocentesca in altrettanti eroi antichi, Bordignon li restituisce alla loro franca dimensione quotidiana, ma finisce per scoprire in essi una sorta di classicità inconsapevole, naturale.

Si osservi soprattutto la fanciulla in primo piano, al centro della composizione: è prodigioso come questa figlia del popolo riesca ad assomigliare a un’antica matrona, senza cessare neppure per un attimo di essere una qualsiasi ragazzetta dei sobborghi di Roma, che gioca coi compagni. Ma anche la bambina sulla sinistra – quella con gli occhi bendati, che allunga il braccio destro per cercar di raggiungere i compagni di gioco – è colta con felice leggerezza di tocco mentre si protende in avanti, spostando il baricentro del corpo e conferendo a tutta la sena – che altrimenti apparirebbe piuttosto statica – movimento e spensieratezza.

Il quadro «La mosca cieca» è stato esposto anche nella mostra di pittura intitolata «Ottocento Veneto. Il trionfo del colore»  organizzata dalla Fondazione Cassamarca  a Treviso, presso la storica Ca’ dei Carraresi, che si è tenuta dal 15 ottobre del 2004 al 27 febbraio del 2005, con un notevole afflusso di pubblico.

Ha scritto lo storico dell’arte Paolo Rizzi nel suo bel saggio «Noè Bordignon pittore veneto (1841-1920)», edito a cura della Provincia di Treviso e del Comune di San Zenone degli Ezzelini, Venezia, 1982, p. 12):

«Bellissima – certo il quadro ad olio più notevole degli anni Settanta – è “La mosca cieca” del municipio di Castelfranco, dettata 1873: una composizione tipicamente classicistica, persino poussiniana, dove però l a luce solare unifica le tinte e le forme del gruppo di ragazzi che giocano, sullo sfondo di un calmo paesaggio romano. Qui Bordignon mostra un’abilità veramente da maestro, soprattutto per la fusione del tono di luce, che anticipa addirittura i più alti risultati di Ciardi. In realtà, esaminando questo e altri quadri più o meno coevi, si scoprono delle diversità, ma soprattutto si rimpiange l’impossibilità di conoscere altre ( chissà quante) opere degli anni Settanta. Non c’è dubbio che già allora, pur al di fuori completamente dal clima del verismo veneto che farà capolino negli anni Ottanta, Bordignon è un pittore di vaglia.»

E tuttavia, una cosa va detta con franchezza: in quest’opera, pur così notevole, manca un elemento che sarà fondamentale per gli esiti successivi della poetica di Noè Bordignon: il legame con la sua terra d’origine. Così come Verga non sarebbe diventato il Verga che tutti conosciamo e amiamo se non fosse ritornato, con la novella «Nedda», all’ambiente rurale e popolare della sua Sicilia, ma avesse indugiato negli esausti meandri del romanzo erotico-sentimentale di estrazione sociale alto-borghese, altrettanto Bordignon non sarebbe diventato il Bordignon che ha prodotto alcune delle opere pittoriche più interessanti del secondo Ottocento, se non fosse tornato a dipingere la campagna, le case e la gente del suo paese natale.

Nella sua fase giovanile, Bordignon coltiva intensamente anche la pittura di genere religioso, a nostro avviso con risultati poco felici. Affresca alcune chiese in provincia di Treviso con scene di carattere epico: la «Visione di Ezechiele»a Pagnano d’Asolo  e il «Giudizio Universale»a San Zenone degli Ezzelini, entrambe non senza enfasi melodrammatica; «La gloria del vescovo San Nicolò a Monfumo» e «Gesù figlio» di Dio a Montaner, quest’ultima dall’ariosa luminosità tiepolesca; «La Speranza e La Fede», ancora  a San Zenone, di gran lunga l’opera meno risolta artisticamente.

A partire dal 1880 egli ritorna decisamente ai temi popolari e contadini, più consoni alla sua sensibilità di uomo e di artista; giovani ragazze, una nonna che estrae la spina dal piede d’uno scalzo monello, scene di mercato e di vita quotidiana nelle calli di Venezia.

Negli ultimi anni si dedica soprattutto al ritratto: di ragazzi, di donne, di curati di campagna, di familiari («Ritratto della figlia Anna»,1916), alternando questo genere con esperimenti simbolisti («Matelda»bozzetto del 1900 circa) e con ritorni al paesaggio rurale, colto sempre amorevolmentee un po’ malinconicamente («Contadina con tacchino»1914 circa).

Il capolavoro di Noè Bordignon è una grande tela (cm. 155 x 215), oggi conservata presso la Banca Popolare di Castelfranco Veneto, databile verso il 1895: «La pappa al fogo»Il quadro viene rifiutato dalla Biennale veneziana, ma all’Esposizione di Parigi fu premiato con la medaglia d’oro (insieme a «Interno della Chiesa dei Frari»), a riprova della sua indiscutibile validità artistica.

Rappresenta un interno rustico, pieno d’ombre di sapore quasi tizianesco, poverissimo: pavimento di terra battuta, una sedia sfondata, una vecchia cassapanca, un focolare su cui bolle una pentola. Lo animano una madre intenta a cucire, e due bambini. 

La donna è seduta con la compostezza e il dignitoso riserbo di una Vergine laica, porta in capo un velo che le nasconde dolcemente i capelli, e tiene gli occhi bassi sul proprio lavoro. È una presenza calda e delicata, un angelo custode della casa, spogliato di ogni orpello retorico. La pennellata è precisa ma senza virtuosismo, troppo sincera per poter introdurre alcun commento in una scena che parla da sola.

La bimba più grande sta seduta accanto alla madre e la guarda; la sua piccola personcina ha una dolcezza rinascimentale,  pur sotto la ruvida casacca a brandelli che indossa; e intanto il fratellino assaggia avidamente la minestra non ancora pronta, tutto chino sul mestolo, e in penombra. Nessuno dei tre parla, eppure c’è un colloquio: parlano per loro i silenzi, l’atteggiamento, la povertà estrema dignitosamente vissuta, l’amore di cui sono soffusi ogni gesto e ogni oggetto.

È senza dubbio uno dei quadri più veri e commoventi del secondo Ottocento veneto, forse italiano. Un quadro così vale da solo la carriera d’un artista, quand’anche (e non è il nostro caso) fosse la sua unica espressione veramente riuscita.

Vi è in esso, naturalmente, anche un vigoroso messaggio sociale: e ciò che lo rende così eloquente da imporsi anche al pubblico più borghese e benpensante – il quale non vorrebbe vedere né sapere l’estrema miseria in cui vive il popolo – è proprio il fatto che non vi è in esso alcuna ideologia precostituita. La protesta sociale emerge con forza irresistibile dal linguaggio stesso delle cose, senza che l’autore lo abbia coscientemente voluto; e ci parla ancor oggi, a quasi un secolo di distanza, con tutta la sua carica eversiva intatta.

Pure, il quadro di Bordignon veicola anche un altro messaggio, a noi figli dell’opulenta modernità e dello spreco sistematico: il valore della povertà religiosamente accettata e dignitosamente vissuta, la priorità dell’essere sull’avere, l’importanza della serenità intima che viene solo da una matura, generosa consapevolezza di un ordine spirituale più alto, ove trovano armoniosa  ricomposizione tutte le apparenti aporie della vita.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 21/01/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 20 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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