domenica, 13 Giugno 2021
HomeCULTURAUna pagina al giorno: A Salettuol, durante la battaglia del Piave, di...

Una pagina al giorno: A Salettuol, durante la battaglia del Piave, di Mario Puccini

C’è un nome dimenticato una ingiustizia da sanare nel panorama della letteratura italiana del 900: qualcuno si ricorda ancora di Mario Puccini? la rievocazione di un episodio direttamente vissuto della Battaglia del Piave di Francesco Lamendola  

C’è un nome dimenticato, una ingiustizia da sanare, nel panorama della letteratura italiana del Novecento che ha innalzato alla gloria degli altari scrittori banali e furbetti, come Alberto Moravia, e obliato in fretta scrittori di razza.

Qualcuno si ricorda ancora di Mario Puccini, nato a Senigallia, in provincia di Ancona, nel 1887, e morto a Roma nel 1957? Eppure Vasco Pratolini ebbe a dire che egli «è stato uno dei maestri ai quali la letteratura italiana deve rendere giustizia».

Nella vasta e importante produzione narrativa di Puccini (cui bisogna aggiungere le traduzioni e gli studi sulla letteratura spagnola) spicca, per quantità e qualità, un gruppo di opere incentrate sulla drammatica esperienza della guerra, da lui vissuta come combattente, nel 1915-18: «Dal Carso al Piave» (1918), «Davanti a Trieste» (1918), «Come ho visto il Friuli» (1919), tutti del genere diaristico; e il romanzo «Cola» (1927; ripubblicato col titolo «Il soldato Cola», nel 1937): salutato, quest’ultimo, da uno scrittore europeo della statura di Thomas Mann, come una delle cose migliori del Verismo italiano.

A questa fase della produzione del Nostro appartiene pure la rievocazione di un episodio, anch’esso direttamente vissuto, della Battaglia del Piave, combattuta dal 15 al 23 giugno del 1918 (e perciò nota agli storici anche come «la battaglia del Solstizio»), che abbiamo deciso di presentare al pubblico in questa sede.

L’episodio è quello della lotta difensiva sostenuta dalla terza compagnia del 225° Reggimento di fanteria nelle trincee di Salettuol, un minuscolo villaggio sulla sponda destra del medio corso del Piave, il fiume che aveva fatto da diga all’irruzione austro-tedesca dopo Caporetto (cfr. il nostro saggio: «La prima battaglia del Piave, 10 novembre – 25 dicembre 1917», pubblicato, in tre parti, sulla rivista «La Voce del Piave», Alano di Piave, numeri 191, 192, 193 del 2008, e consultabile anche sul sito di Arianna Editrice).

Salettuol è un gruppetto di case, allora completamente distrutte dal tiro delle artiglierie, posto sulla strada che collega Maserada, sulla riva destra, con Cimadolmo, sulla riva sinistra, all’altezza della più vasta delle «grave» del medio Piave: isole ricoperte di vegetazione arbustiva, e oggi coltivate a vigneto, che si allungano in mezzo al letto ghiaioso del fiume: trampolini ideali per il transito del fiume, allora in piena, che gli Austriaci tentarono di sfruttare per portarsi velocemente sulla riva destra, in direzione della non lontana Treviso (che, soggetta anche ai bombardamenti aerei, era stata evacuata dall’intera popolazione civile).

La battaglia di Salettuol non è stata che un minuscolo episodio del gigantesco scontro, ingaggiato dall’Altipiano di Asiago al Monte Grappa e al Montello, lungo tutto il corso del Piave, fino al mare: scontro che, per qualche momento, sembrò mettere in serio pericolo lo schieramento italiano, tanto che una parte del Montello venne perduta nel corso di violentissimi attacchi e contrattacchi; ma che si risolse, entro la sera del 23 giugno, con la ritirata degli Austro-Ungarici sulle posizioni di partenza e con il completo insuccesso dell’ultimo sforzo militare compiuto dalla Duplice Monarchia danubiana per addivenire a una conclusione vittoriosa del conflitto.

Dal libro di Mario Puccini «Questi Italiani», Torino, Società Editrice Internazionale (citato in: «Uomini. Testimonianze di epica. Epica moderna», a cura di Francesco Flaiani, Messina-Firenze, Casa Editrice G. D’Anna, 1971, 1989, pp. 153-157:

«Il villaggio si chiamava Salettuol e si affacciava proprio sul Piave. Ma, con quegli alberi che gli erano cresciuti davanti in bella e spessa fila, neanche si vedevano tra loro le case di Salettuol e le acque del fiume Quante fossero le case di Salettuolm nessuno di noi aveva pensato di contarle; ed erano per giunta assai piccole e tanto tanto povere. Ma tutti avevano sentito che si doveva difendere in quel punto qualcosa di più che una sponda di fiume. Pare una sciocchezza a dirlo oggi: eppure quel reparto della Brigata Veneto che s’insediò nelle trincee addossate a Salettuol, fin dalla prima ora si riconobbe tanto più profondamente impegnato degli altri reparti in linea sul fiume: la partita era ormai seria e decisiva per tutti, ma la terza compagnia del 255, sebbene non avesse avuto degli ordini particolari e diversi,  provassero un poco gli Austriaci ad attaccarla!

Purtroppo fecero presto quelle piccole, povere case di Salettuol a sfasciarsi: l’artiglieria nemica vedeva appena qualche comignolo, qualche finestra; ma ci si accanì dal primo giorno: dopo due settimane, non avevamo più un villaggio dietro le spalle, avevamo un muchi di macerie. E tuttavia la baldanza dei nostri ragazzi non aveva ceduto; i primi giorni essi avevano camminato per quelle stanze, per quei corridoi: e l’odore dell’uomo era ancora così presente nell’aria di quelle case che di sera pareva di sentire dei passi, perfino di udire delle voci, là dentro.

Avevano lasciato quasi tutta la loro roba, gli abitanti: e tanto era stato rispettato; c’erano dei materassi che facevano gola: da quanto tempo si dormiva sulla nuda terra! C’erano dei focolari: da quanto tempo non si gustava una polenta, scodellata da un caldaio, bella, gialla fumante! Giorno per giorno, tutto crollava e si perdeva: era passato l’inverno, stava per andarsene la primavera: qualche cavolo aveva finito di maturare negli orti, l’insalata era cresciuta, si era affoltita in grossi cespugli; dove c’era un poco di siepe, si era visto il verde del biancospino lentamente incipriarsi: da una mattina all’altra, si sentiva l’umore della nuova stagione venare sempre più quell’aria, a riscaldarla, addolcirla.

Noialtri della terza compagnia avvertiamo di notte qualche rumore: ma sentiamo subito, ufficiali e soldati, da che prodotto:; se fosse un’imboscata, se si trattasse di una barca che si avvicinasse per qualche colpo di mano, automaticamente saremmo tutti su; anche gli addormentati.

Ed infatti. Era la notte del quindici; e non fu un telegramma del fante: l’annuncio dell’offensiva austriaca stavolta viene dall’alto, il primo a parlarne è stato il capitano. All’erta: sarà un’offensiva, non un colpo di mano; verranno in molti, tutto il fronte del Piave sarà attaccato dal Montello al mare. Rigoroso esame della linea; ma il fante di Salettuol guarda il colonnello e lo stato maggiore del reggimento con meraviglia, anzi con ironia: questa visita era proprio necessaria? D’accordo; le case di Salettuol non ci sono più, anche i topo delle cantine, se c’erano, seppelliti là sotto; ma ci sono ancora questi orticelli, queste siepi che dividono una casa dall’altra: su una corda è ancora lì quando i borghesi sono partiti una mutandina rappezzata di bimbo messa ad asciugare; Salettuol non c’è più, ma è come se ci fosse.

Minutamente il colonnello volle tutto guardare, misurare, controllare: le posizioni delle mitragliatrici, i compartimenti stagni dei reticolati, i camminamenti. Tutto in regola, e parve contento. Ma…. E il coraggio degli uomini? Non ci aveva pensato: o forse… i fanti guardano ai loro colonnelli e generali come i preti di campagna ai loro vescovi e cardinali; loro, i preti, sanno dire la Messa, ma le parole, le preghiere vengono poi dall’alto; i preti di campagna non saprebbero cosa fare e cosa dire dai pulpiti se i vescovi ed i cardinali non si facessero mai vivi con loro. Ma c’è momento e momento: quando un parrocchiano adesso s’ammala e dopo un’ora è sulla soglia della morte, starebbe fresco il povero prete di campagna se dovesse buttare una chiamata ai suoi superiori: o si mettesse a scartabellare i libri latini al lume della sua lucerna. Afferra il tabarro, corre dal moribondo: e la sua testa fa tutto da sola: preso il coraggio a quattro mani, subito si mette a tu per tu, direttamente, col Signore: e il Signore fa di sì, ben fato, bravo.

Altrettanto o press’a poco succede al fante di Salettuol quella mattina che diciamo: dopo un’ora di bombardamento, se i fanti di Salettuol, capitano e tenenti compresi, avessero dovuto domandare qualche lume al colonnello o al generale, rotti i telefoni, infernalmente bollente il terreno retrostante, aspetta, cavallo, che l’erba cresca.

Zitti e mosca, ufficiali e soldati; e nessuno si ricordò in quel momento degli ordini del colonnello. Bastò guardarsi: le volontà subito si appuntarono, si tesero: se fosse esistita una bilancia capace di misurarle, quelle volontà, non ci sarebbe stato bisogno di aggiungere qui e là di colmare: erano tutte dello stesso grado e dello stesso peso. Voi sapete il resto; e, se non sapete, faccio presto a dirvelo: gli attacchi furono duri e furono molti, ma la sera del quindici a Salettuol non si era perduto un solo posto avanzato; gli Austriaci ci scornavano su, ma senza frutto.. passati invece sulla destra, filtrati sulla sinistra: dove c’erano quei certi campi aperti ed il reticolato non copriva un villaggio, ma si insinuava appena tra i solchi. Picchiavano come mazze le granate sui ruderi di Salettuol; e gli orti, anche gli orticelli non si capiva più cosa fossero diventati. Ma spunta l’alba, ma scorre tutta la giornata del 16, ma casca giù la notte (una notte che pareva di toccar le stelle con la mano, erano fuoco vivo, erano tante) e a Salettuol tutti fermi come fossero statue. E sì che quella cordicella con le mutandine era sparita; chi si era potuto voltare e l’aveva cercata aveva dovuto dirsi che non pareva, ma la battaglia doveva ormai infuriare proprio sul serio. Andò così; e non ci fu bisogno, non diciamo di abbandonare le trincee, ma nemmeno di spostarsi qualche poco sulla sinistra o sulla destra; le compagnie che prima avevano arretrato su quei campi spogli, s’erano quasi subito rimesse e avevano ributtato da sole il nemico nel Piave.

Non si riposò, per questo, nei giorni che seguirono; quando un fiume straripa grosso, lascia qua e là, quando si ritira, per lo meno qualche pozzanghere; e bisogna rasciugarle, levarle di mezzo anche loro. C’era però nell’aria la sera del quinto giorno non si capiva che, ma, pur tanto stanchi e assonnati, che strana voglia di cantare la sera del quinto giorno!

Cantare, cantare; anche a Nord, anche a Sud, tutto era andato come doveva andare: il Montello era stato perduto, ma era stato anche ripreso; il Piave era stato superato dal nemico, ma poi il nemico ci aveva ripensato ed era tornato un’altra volta di là, e anche piuttosto in fretta c’era tornato. Non c’era più il biancospino sulle siepi, non c’erano più nemmeno le siepi; le mutandine di quel bimbo chissà mai dov’erano finite: a guardare Salettuol, quello che era stato Salettuol, il cuore si stringeva, erano mucchi e mucchi di sassi, ormai, soltanto mucchi e mucchi di sassi; ma cantare, cantare: la battaglia era finita, il nemico non l’aveva spuntata, il Piave era ancora lì, a un tiro di sputo.

E stasera, ma che bello, che strano: stasera se ne sente anche la voce: l’aria è piena del coro dei grilli e pure si avverte benissimo lo sciacquio dell’acqua contro la riva: anche il Piave vuole cantare, stasera.»

Ci sarebbero molte cose da dire sulla sobria efficacia di questa pagina di prosa, così come sulla sua vigorosa compattezza e sulla virile ripugnanza dell’Autore a dire una sola parola che possa suonare come esaltazione di sé: al punto che non sembra quasi di leggere il racconto di un combattente, ma di un osservatore distaccato e oggettivo, se non addirittura di uno scrittore che si è servito delle testimonianze di «quelli che c’erano».

Lo scopo di Puccini, infatti, è quello di esaltare i sentimenti collettivi dei suoi commilitoni, che sentono, pensano e agiscono come un solo uomo, come un unico fascio di volontà, accomunate dalla ferma determinazione a resistere senza cedere nemmeno un pollice di terreno, a costo di qualsiasi sacrificio; ma, al tempo stesso, con la commovente naturalezza di chi non pensa di fare null’altro che il proprio dovere.

Quella similitudine fra i colonnelli e i generali da una parte, e i vescovi e i cardinali dall’altra, mentre i fanti, simili ai poveri preti di campagna, sanno bene cosa devono fare quando la situazione lo richiede, non sottintende alcuna acredine: Puccini non è Emilio Lussu, e siamo in un clima completamente diverso da quello di «Un anno sull’altipiano».

Anche l’immagine delle povere case contadine che paiono ancora abitate dai loro inquilini, costretti a fuggire dalla violenza della guerra; e di quei muri e quei corridoi che paiono ancora risuonare dei passi e delle voci del tempo di pace, è delicata e affettuosa e serve a sottolineare la determinazione dei soldati di resistere ad ogni costo, perché quelle misere case, quei mobili e quei materassi, ricordano a ciascuno le case e gli arredi del proprio paese, e parlano un linguaggio più eloquente di quello di qualsiasi arringa o discorso patriottico degli ufficiali.

E quella corda, con le mutandine di un bimbo appese ad asciugare e dimenticate lì al momento della fuga dei civili: quelle mutandine che nessun soldato osa toccare, perché gli ricordano la sua vita di prima, la sua famiglia, i suoi bambini; e che solo il furioso bombardamento nemico riesce, alla fine, a far scomparire: quella corda è uno squarcio di autentica poesia, più efficace di qualunque descrizione di battaglia o di azione spettacolare.

Abbiamo detto che Mario Puccini non è Emilio Lussu, e che nella sua prova non palpitano i fremiti di ribellione sociale che attraversano «Un anno sull’altipiano»; questo, però, non significa che lo scrittore marchigiano non abbia piena coscienza del dramma dei contadini soldati, gettati in una guerra di cui arrivano a comprendere il significato solo quando si trasforma da offensiva in difensiva, e si trovano a dover proteggere quelle case e quei campi lungo il Piave, che potrebbero essere quelli di qualunque altra parte d’Italia.

Puccini, anzi, ha sempre più approfondito questo aspetto della sua indagine, specialmente nel romanzo «Il soldato Cola»; e, del resto, sia le sue ascendenze verghiane, sia il suo interesse per i romanzieri russi e spagnoli, con la loro dimensione psicologica inserita in un preciso contesto sociale, lo spingevano a ciò.

Per questo motivo le pagine pucciniane dedicate alla vittoriosa resistenza sul Piave dell’esercito italiano – un esercito contadino, guidato da ufficiali borghesi e da generali di estrazione aristocratica – hanno quel caratteristico accento di verità, anche quando si muovono nel clima di un’autentica epica moderna, per la loro assoluta mancanza di retorica, che si riverbera anche nello stile disadorno ed essenziale, estraneo ad ogni suggestione estetizzante, pur in pieno clima dannunziano e decadentista.

Sì, quella del Piave è una pagina epica della moderna storia italiana; ma Puccini ne ha fatto, in primo luogo, l’epica degli umili, dei semplici, dei contadini poveri e analfabeti, ma pazienti e coraggiosi davanti al pericolo: nel solco della migliore tradizione verista, quella dei Malavoglia, quella dei «vinti».

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 27/07/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 30 Dicembre 2017

Del 15 Settembre 2020

Most Popular

Recent Comments