martedì, 22 Giugno 2021

Anche le città hanno un sesso?

Le città come gli umani e come tutti gli animali e le piante superiori possiedono anch’esse un genere sessuale? Come per l’odore corporeo di una donna mai confondibile con quello di un uomo per le città vale un criterio analogo di Francesco Lamendola  

Le città, come gli esseri umani e come tutti gli animali e le piante superiori, possiedono anch’esse un genere sessuale?

Questa domanda può sembrare stravagante, oppure oziosa, solo a quanti non si siano mai posti il quesito circa la natura più intima degli enti che ci circondano, in mezzo ai quali si muove la nostra affrettata e confusa esistenza quotidiana; a quanti, figli ideali di Cartesio, pensano che tutto quanto non è pensiero, non possa essere, per esclusione, che materia, nel senso più inerte e passivo del termine.

Anzitutto, quindi, domandiamoci: le città possiedono un’anima? Se sì, potremo anche chiederci se quell’anima non si incarni in un “corpo” che, per forza di cose, dovrà essere di genere maschile oppure femminile.

A sua volta, dovremmo domandarci che cosa sia una città. Se essa non è altro che un insieme, più o meno ordinato, più o meno caotico, di strisce d’asfalto e di blocchi di cemento; se non è altro che un contenitore per le abitazioni degli uomini e per gli edifici nei quali essi svolgono il proprio lavoro, con tutte le attrezzature ed i servizi a ciò indispensabili, allora possiamo risparmiarci la fatica di ogni ulteriore ragionamento e concludere, sbrigativamente, che no, le città non hanno, né potrebbero avere un’anima: perché la materia è, per definizione, sostanza inorganica.

Se, invece, ammettiamo, almeno come possibilità teorica, che le città siano molto più di questo; che esse vivano di una vita segreta, prodotta dalla interazione delle passioni, dei pensieri, degli stati d’animo di quanti vi abitano, fra di loro e con gli altri viventi – animali e piante – e fra di loro e l’ambiente medesimo, naturale o parzialmente tale (campi, orti, giardini) e artificiale (strade, case, fabbriche, ecc.), allora si schiude la possibilità che esse possiedano un’anima e, per conseguenza, che il corpo fisico di cui si rivestono appartenga al genere maschile oppure a quello femminile.

Anche la posizione topografica, anche il clima, anche le vicende storiche passate concorrono a  formare l’anima di una città; e, naturalmente, prima di ogni altro, lo stile architettonico degli edifici, che è come il motivo di fondo di un brano musicale; ma, ovviamente, è necessario che uno stile vi sia, e non che ve ne siamo cento o mille, tutti discordanti fra loro, tutti casuali ed estemporanei, tutti prodotti da circostanze accidentali o meramente economiche e non da un disegno intelligente e da un gusto estetico consapevole di se stesso.

Questo è un discorso delicato, che può essere facilmente frainteso.

Si potrebbe essere tentati di affermare che possiedono un proprio stile quelle città il cui stile architettonico, i cui colori, i cui ritmi coincidono, o si avvicinano, a quelli di colui che giudica; e che sono prive di stile, e quindi informi e caotiche, quelle che uno stile ce l’hanno, ma differente da ciò che l’osservatore ha in mente quando si parla di “stile”.

Ad esempio, per gli artisti o i poeti neoclassici, l’arte greca, come sosteneva Winckelmann, è la rappresentazione del «bello ideale» o del «bello assoluto»: per essi, dunque, erano belle e vere solamente quelle forme di arte che si avvicinavano o che tendevano al modello greco (così come, si badi, essi lo interpretavano, riassumendolo nella forma: «nobile grandezza e calma semplicità»); senonchè, da Hegel in poi, siamo consapevoli del fatto che la «morte dell’arte bella» non deve essere identificata con la morte dell’arte in quanto tale.

Di fatto, certe periferie urbane raffigurate nei quadri di Mario Sironi, certi paesaggi industriali di Luigi Russolo, certi scorci urbani visti dall’alto di Tullio Crali, certe progettazioni avveniristiche dell’architetto Antonio Sant’Elia, delineano una nuova estetica urbana, quasi senza legami con la tradizione e tutta rivolta al futuro, ma non priva di un suo fascino e di una sua poetica.

Ma come stanno le cose, quando si passa dalla realtà bidimensionale della tela o del foglio di carta, alla realtà tridimensionale della città viva e concreta, con i suoi rumori (in genere stridenti) ed i suoi odori (magari sgradevoli), ben diversa da quella della città rappresentata, e sostanzialmente idealizzata, da qualche audace pittore futurista o da qualche architetto di genio, grandiosamente proiettato verso l’avvenire?

Bisogna avere l’onestà intellettuale di ammettere che, in questo caso, le cose cambiano; e che la cosiddetta civiltà della macchina è, per sua stessa natura, sostanzialmente impoetica ed antiestetica: non perché la sua poetica e la sua estetica siano “impossibili” a priori, ma perché lo divengono “di fatto”, allorché le considerazioni architettoniche, urbanistiche e paesaggistiche passano totalmente in seconda linea rispetto a quelle funzionali, tecniche ed economiche.

E non si venga fuori con la “Casa sulla cascata” di Frank Lloyd Wright: prima di tutto perché quella è una casa immersa in un ambiente naturale integro e suggestivo, e non una intera città, fatta di centinaia e migliaia di casermoni di cemento immersi nello smog, nel traffico caotico e nei cattivi odori; e, in secondo luogo, perché la costruzione dei comuni edifici residenziali, per non parlare delle fabbriche e del tracciato stradale, non è quasi mai affidata ad artisti come Frank Lloyd Wright, ma a mediocri nullità che di tutto si preoccupano, a cominciare dalla propria meschina ambizione professionale, tranne che dell’effetto estetico dell’insieme: come avviene quando un moderno condominio dalle forme nude e squadrate viene tranquillamente progettato e costruito a ridosso di un vecchio, dignitoso edificio con i muri coperti d’edera e un piccolo giardino rigoglioso, ancorché disordinato (contando, in genere, sul fatto che le vecchie case verranno comunque abbattute, presto o tardi, per cedere il passo al nuovo che avanza).

In pratica, città come Vienna o Budapest autorizzavano, fra XIX e XX secolo, soltanto la costruzione di nuovi edifici per la cui spesa fosse prevista una percentuale, in genere del 30%, destinata unicamente agli elementi architettonici di abbellimento, quali stucchi, decorazioni, affreschi, mosaici – almeno nelle zone centrali a carattere residenziale e commerciale. Questo è un esempio, oggi abbandonato, di come una amministrazione cittadina possa farsi carico di preservare la bellezza e l’armonia del proprio patrimonio architettonico, invece di preoccuparsi unicamente del bilancio e dei fattori materiali.

Una città, tuttavia, non è fatta soltanto di superfici e di volumi; è fatta anche, e soprattutto, di esseri viventi: i suoi abitanti, umani e non umani: e si pensi a cosa sarebbe, ad esempio, una città senza uccelli, che riempiano il cielo di voli e di gioiosi richiami; oppure un laghetto, una roggia urbana, senza i bianchi, eleganti cigni o senza anatre; un giardino senza gatti, e via dicendo. Si pensi, anche, a cosa sarebbe una città del tutto priva di verde, sia pubblico che privato: a che cosa sarebbe Londra senza Hyde Park, o Parigi senza il Luxembourg e il Bois de Boulogne, o Roma senza Villa Borghese, o New York senza Central Park.

Una città è fatta, quasi sempre, anche di acque: di fiumi, di canali, di rogge, di vaporetti, di barconi, di ponti: perché l’acqua è vita e, oltre a favorire i commerci, immette nel cuore dell’abitato il soffio vivo della corrente, l’alito possente del mare, il richiamo festoso dei gabbiani, che talvolta si spingono all’interno per decine di chilometri. Le acque pressoché ferme delle lagune conferiscono alle città un’anima malinconica, come fu il caso di Ravenna e come lo è, oggi, quello di Venezia; mentre le acque aperte dell’oceano le portano la vivacità dell’alta e della bassa marea alla foce di un grande fiume.

Naturalmente, la sua atmosfera dipende anche dal clima generale che deriva dall’insieme della sua vita spirituale: ossia dalla somma e dalla interazione della vita spirituale dei suoi singoli abitanti. In questo senso, non è cosa indifferente che una città sia, ad esempio, piena di chiese, nelle quali la gente si reca a pregare e ad elevare i propri pensieri, oppure di macelli comunali, ove, come avviene a Chicago, vengono uccisi ogni giorno migliaia di animali, le cui urla terrorizzate salgono al cielo e le cui carni fatte a pezzi vengono appese a degli uncini, in attesa di essere confezionate sotto forma di bistecche per i supermercati e i ristoranti.

L’anima di una città, comunque, se esiste – e noi crediamo che esista – dipende essenzialmente dalla qualità e dalla intensità della sua vita spirituale.

Esistono città nelle quali la vita spirituale è praticamente scomparsa; città ove le persone si limitano a dormire, a nutrirsi, a recarsi al lavoro: senza amore, senza entusiasmo, senza tenerezza, anzi, con rabbia e con profonda tristezza. Si può dire che l’anima di tali luoghi sia fuggita da tempo, lasciando i muri nudi e la congestione del traffico, delle banche, delle attività commerciali; luoghi dominati dalla fretta, dalla solitudine e dall’egoismo, nei quali un passante può stramazzare a terra, stroncato da un infarto, senza che alcuno si fermi a prestargli soccorsi, mentre una folla indaffarata e distratta si scosta appena dal suo corpo quanto basta per non calpestarlo.

Ma torniamo al tema dell’identità sessuale di una città.

Ha osservato lo scrittore statunitense Paul I. Wellman nel romanzo che ha dedicato all’antica Costantinopoli, «Città femmina» (titolo originale: «The Female», 1953; traduzione italiana di Federico Besio, Milano, Edizioni Accademia, 1976, p. 7):

«Si direbbe che le città, come gli esseri viventi, abbiamo un sesso. Alcune di esse, infatti, coperte di fumo, dense di traffico e tutte dedite ad un’operosità materiale, presentano caratteristiche nettamente maschili; altre, invece, sono inequivocabilmente  femmine, e la loro attività principale sembra consistere  nella ricerca dei piaceri mondani e di ogni spensierata frivolezza.

Ammesso che tutto ciò sia vero, nessuna città , nella storia, fu più femminile di Costantinopoli, opulenta, capricciosa, supremamente  bella; nell’anno 521 dopo Cristo, qualcuno la chiamava ancora Bisanzio, suo antico nome.

Le braccia di tre amanti se la contendevano, il Bosforo, la Propontide  e il Corno d’Oro, ed essa, colma delle ricchezze del mondo, elegante, sensuale, tentatrice, ostentava, con pigro orgoglio, i suoi inestimabili gioielli di architettura. L’agitarsi frenetico del suo milione di abitanti era come il caldo pulsare  della vita in un corpo rigoglioso, e, quasi a meglio definire la sua natura muliebre, contrasti paradossali ed aperti conflitti nascevano continuamente nel suo seno. Ad un tempo dignitosa e frivola, sentimentale  e crudele, civile e selvaggia, ora pregava, modesta e pia come una un0austera matrona; ora si dava, sfrenata, ai piaceri, occhieggiando e ridendo come una cortigiana…»

A quanto pare, per Wellman il sesso di una città dipende essenzialmente dalla prevalenza della dimensione lavorativa o della vocazione edonistica: maschile nel primo caso, femminile nel secondo.

A noi sembra che questa classificazione sia troppo schematica. Non ci sembra che il sesso di una città dipenda solo dall’operosità materiale o dalla propensione ai piaceri: se così fosse, tutte le città del mondo si potrebbero suddividere, per così dire a occhi chiusi, in maschili e laboriose, come Milano o Amburgo, e in femminili o voluttuose, come Las Vegas o Montecarlo. Ma sarebbe troppo semplice e, soprattutto, non sempre vero.

Invece, crediamo che il genere maschile ed il genere femminile dipendano da un insieme di fattori, non sempre evidenti e non sempre esteriori, ma anzi, non di rado, sottili e quasi nascosti; e che solo una conoscenza approfondita dell’anima di una determinata città, solo la capacità di vederne la vita segreta al di là delle apparenze – nei suoi balconi, nei suoi cortili, nei suoi vicoli, nelle sue bottegucce di quartiere – possa consentire  di identificarne il genere sessuale.

È evidente che, per attribuire un genere sessuale a una determinata città, bisogna prima avere chiara quale sia, in se stessa, l’essenza della virilità e della femminilità: le quali, invero, sono il risultato di tutta una serie di elementi, variamente sviluppati ed intrecciati, difficili da definire, anche se riconoscibilissimi all’atto pratico. Quel che vogliamo dire è che un vero uomo riconosce d’istinto il tratto specificamente femminile della donna, anche se, in essa, non tutto è femminile; e lo stesso accade a una vera donna, nei confronti dell’uomo.

Ciò detto, non crediamo esistano dei criteri di ordine astratto per definire la natura sessuale di una città: si tratta di un qualcosa che si percepisce nel profondo, senza che se ne possa dare una spiegazione in termini puramente logico-razionali. La razionalità e la logica possono spiegare alcune cose, ma non tutte: sarebbe ora che cominciassimo a liberarci da molte illusorie certezze del cartesianesimo, per tornare a fidarci del nostro intuito, delle nostre percezioni sottili.

Del nostro olfatto, ad esempio.

Chi non sa che l’odore corporeo di una donna, chiunque ella sia, non potrà mai essere confuso con quello di un uomo? Ebbene, per le città vale un criterio analogo; dobbiamo solo porvi attenzione…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 22/03/2011 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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