martedì, 21 Settembre 2021
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Galilei non cercava il progresso della scienza, ma la glorificazione di se stesso

Galilei non cercava il progresso della scienza ma la glorificazione di se stesso. Quale dovrebbe essere il giusto atteggiamento di uno scienziato nei confronti della scienza: spassionato e altruista o interessato di Francesco Lamendola  

Quale dovrebbe essere il giusto atteggiamento di uno scienziato nei confronti della scienza: spassionato e altruista, o interessato al conseguimento di vantaggi personali, primo fra tutti la gloria legata alle proprie scoperte?

Diciamo subito che la scienza moderna, proprio per il suo carattere sempre più complesso e per la sua natura sempre più interdisciplinare, riduce in maniera progressiva e inesorabile lo spazio per le scoperte effettuate dal singolo ricercatore, a vantaggio del lavoro di équipe e, quindi, di un successo che deve necessariamente essere distribuito fra più persone.

Galileo Galilei, che – con molta esagerazione – viene considerato addirittura il fondatore della scienza moderna, visse questa contraddizione in maniera  tale da renderla paradigmatica: assetato di gloria per se stesso fino al punto di ignorare, nei suoi scritti, il nome delle persone cui pure andava debitore delle proprie scoperte, come l’ottico inventore del cannocchiale, o quello degli altri scienziati che conducevano ricerche simili alle sue, come Keplero, egli si pose come il solo e infallibile annunciatore di una nuova verità cosmologica (e perfino teologica, quanto al modo di leggere le Sacre Scritture laddove esse parlano della natura), il solo garante, cui bisognava credere sulla parola, di un vero e proprio cambio di paradigma scientifico: da quello tolemaico a quello copernicano, da quello finalista a quello meccanicista, preludio ad altre e ancor più sconvolgenti novità, come l’ipotesi della infinità dei mondi.

Prove della sua teoria, veramente, non ne aveva; o meglio, ne aveva una sola: il flusso e riflusso delle maree, che egli attribuiva al moto di rotazione terrestre. Invano Keplero aveva spiegato che le maree sono un effetto dell’attrazione gravitazionale della Luna sul nostro pianeta: Galilei non voleva nemmeno sentirne parlare, per lui qualunque influsso lunare sapeva di magia e di superstizione, era un residuo del Medioevo. E poi, dal momento che non si prendeva neppure il disturbo di citare Keplero nei suoi scritti e nelle sue lezioni – a dispetto del fatto che fosse in corrispondenza scientifica con lui -, come avrebbe potuto utilizzare una sua teoria per sostenere l’assunto principale della propria, ossia il movimento della Terra e degli altri pianeti intorno al Sole?

Senza prove con cui sostenere il proprio assunto; senza seguito fra gli altri scienziati, sia chierici che laici, sia cattolici che protestanti; senza amici fra gli studiosi suoi pari, perché la sua vanità non gli permetteva di avere che ammiratori devoti e studenti che pendevano dalle sue labbra; senza alcun tatto né rispetto per le autorità ecclesiastiche, che pure erano state così prodighe di lusinghieri riconoscimenti nei suoi confronti; per il solo merito di avere imposto se stesso come il più grande scienziato vivente – e questo dopo la pubblicazione del «Sidereus nuncius», un trattato sulle comete nel quale sosteneva, erroneamente, che queste sono delle illusioni ottiche, contro un astronomo gesuita, Orazio Grassi, reo di avere ragione quanto al fatto che si tratta di corpi solidi – Galilei, oltre a fare la caricatura dei suoi antagonisti, e forse dello stesso papa Urbano VIII, nel suo «Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo»; oltre a disattendere l’impegno preso nel 1616, di non divulgare più il sistema copernicano, pretendeva di imporre la sua verità pur non essendo in grado di provarla e dimostrarla. Bisognava credergli sulla parola, perché lui era Galileo Galilei, il massimo scienziato del XVII secolo, un uomo infallibile che non sbaglia mai, che non può sbagliare, perché egli stesso ha fissato, in maniera ineccepibile, la maniera di stabilire che cosa sono la verità e l’errore in ambito scientifico (anche se poi, paradossalmente, si contraddice in pieno, introducendo una eccezione alla regola che scardina tutto: perché pretende per sé il privilegio, negato a chiunque altro, di essere creduto anche in assenza di prove definitive e convincenti della propria teoria).

Scrive, dunque, Arno Penzias, premio Nobel per la fisica (in: R. Chiaberge, «La variabile Dio», Milano, Longanesi, 2008, pp. 127-132):

«… So che la maggior parte degli scienziati non è d’accordo, ma io ho meno problemi con il processo a Galilei di quanti ne abbiano altri. Come scienziato, penso che i contributi più importanti di Galileo siano venuti dopo il processo, non prima. Gran parte del suo lavoro precedente era stato assolutamente straordinario e aveva dato un impulso duraturo alla scienza moderna. Allo stesso tempo, l’uomo era anche straordinariamente abile nel maneggiare i media della sua epoca, e perfino quelli dei secoli successivi. è molto difficile dir male di una figura mediatica. […]

In una lettera al suo protettore [il granduca di Toscana], scrisse che Dio aveva nascosto le stelle medicee, i satelliti di Giove, allo sguardo degli uomini fino all’avvento del regno del principe: glieli aveva riservati in modo che potessero prendere il nome della famiglia. […]

Galileo e Keplero erano in corrispondenza tra loro ma Galileo non menziona mai il lavoro di Keplero nei suoi scritti. Poiché le ricerche di Keplero avevano fornito prove decisive per un sistema solare eliocentrico, mi sembra che Galileo fosse più interessato a promuovere se stesso che a perorare la causa di un universo copernicano. La Chiesa cattolica non aveva problemi con l’universo eliocentrico, ma non poteva cambiare la teologia più di una volta. Galileo fu avvertito: non divulgherai queste tesi, a meno che tu non abbia una teoria irrefutabile. Galileo giurava di avere una simile teoria, ed era quella, sbagliata, delle maree. [Keplero, osserva Chiaberge, aveva già dimostrato che le maree sono lunari, ma Galileo aveva la testa dura]. […]

Nel processo[…] anche se il libro che aveva scritto era molto insultante verso il papa, fu essenzialmente inchiodato per violazione di contratto. Fu solo nell’Ottocento che finalmente gli astronomi videro, per la prima volta, una parallasse [lo spostamento apparente in cielo di un oggetto visto da due punti diversi dell’orbita terrestre: n. d. A.] e sembra perfettamente ragionevole ammettere la possibilità di una Terra stazionaria, fino a che qualcuno non veda una parallasse. Qualsiasi esperimento uno avesse fatto ai tempi di Galileo non avrebbe potuto escludere un universo geocentrico. Molti anni più tardi l’universo di Newton, basato sul suo sistema di gravitazione universale, portò la luce del giorno. Newton riuscì a spiegare la mancanza di parallasse con un’ingegnosa misurazione della lucentezza della stella più vicina rispetto al Sole. Da questo valore fu in grado di calcolare la distanza e riuscì a ricavarne la parallasse causata dal moto della Terra intorno al sole, un valore troppo piccolo per essere misurato con le migliori osservazioni possibili a quel tempo. Ci vollero secoli per compiere finalmente questa misurazione. Ecco il punto. Non cambiare teologia prima di allora fu un atto di prudenza da parte degli astronomi gesuiti e della gerarchia cattolica all’epoca di Galileo. […]

[Galileo fu condannato per non aver obbedito alla proibizione, fattagli nel 1616, di non scrivere né insegnare nulla che riguardasse un universo eliocentrico].Almeno non in pubblico e in lingua volgare […] Nessuno gli proibiva di contribuire alla conoscenza scientifica scrivendo in latino. Ma era troppo individualista ed egocentrico per collaborare coi suoi colleghi. Comunque Galileo, con questi suoi difetti, assomiglia tanto a certi scienziati di oggi che dovremmo capirlo e perdonarlo.»

Lasciamo ad Arno Penzias la responsabilità di quest’ultima considerazione – a noi pare semmai un buon motivo per censurare gli scienziati di oggi, individualisti  ed egocentrici, non per “perdonare” Galilei -, dandogli atto, comunque, di una notevole serenità di giudizio sul caso Galilei, a proposito del quale si mostra assai più moderato e aperto del suo interlocutore-antagonista George Coyne, che, pur essendo gesuita e astronomo della Specola vaticana, si ostina a presentare la versione classica dei laicisti, ossia quella di un Galilei ingiustamente  e irragionevolmente perseguitato dalla Chiesa cattolica proprio in quanto scienziato, per puro e semplice spirito di conservazione e per gretta chiusura.

Perdonare o no gli sbagli di uno scienziato, del resto, non è cosa che attenga al buon cuore o all’onesta intenzione di un giudice individuale, altrimenti cadremmo nella totale anarchia epistemologica; è cosa, invece, che rientra in un quadro di riferimento condiviso dalla filosofia della scienza. E Galilei che, dopo aver fondato il metodo scientifico sperimentale, pretende poi di essere creduto senza prove, sulla base di una intuizione, non a proposito di un dettaglio, ma su di una questione semplicemente enorme, come una rivoluzione cosmologica, è molto simile ad un uomo che pretenda di venire assolto dalla giuria sulla parola, soltanto perché è uno studioso, magari assai conosciuto, mentre qualsiasi altro cittadino dovrebbe fornirsi di buoni avvocati e portare delle prove convincenti a proprio discarico; o, peggio, come un legislatore che pretenda di far approvare delle leggi le quali, per il momento, nessuno comprende e della cui utilità ciascuno dubita, salvo il dettaglio irrilevante che, da quelle, egli si ripromette fama e gloria imperiture.

La verità è che Galilei fu, in tutto e per tutto, nell’ambito della scienza, l’equivalente di ciò che era Giovan Battista Marino nel campo della poesia: un perfetto, spregiudicato, amorale, promotore di se stesso, un manager della propria genialità e un attento regista della propria fama, alla quale teneva più di qualunque altra cosa al mondo. Certo non fu un martire del libero pensiero, e neppure della scienza: perché la grande maggioranza degli astronomi del suo tempo, e non solo i religiosi, ma anche i laici, non condividevano le sue teorie – che erano, poi, propriamente parlando, quelle di Copernico e non le sue – o, quanto meno, non condividevano la sicumera e l’arroganza con cui egli pretendeva di sostenerle e di vederle universalmente accettate e riconosciute, tanto più che, come si  è visto, non era affatto in grado di dimostrarle. E senza dimenticare che non pensò neppure per un attimo di assumere su di sé le conseguenze del proprio atteggiamento, davanti ai giudici dell’Inquisizione che lo interrogavano e gli chiedevano di abiurare: neppure con una resistenza puramente simbolica. E sì che egli non conobbe, non diciamo la tortura, ma neppure il minimo inconveniente fisico; non fu mai in prigione: durante il processo fu ospite dell’ambasciatore fiorentino e, dopo la condanna, ebbe il permesso di soggiornare in una comoda villa di campagna, con tanto di servitù. Se proprio vogliono un martire della loro causa, i liberi pensatori dovrebbero andare a cercarselo da qualche altra parte. E lo stesso dovrebbero fare anche quegli storici della scienza che amano dipingere la Chiesa cattolica sempre e solo come un ostacolo implacabile e inescusabile del progresso scientifico: mentono spudoratamente, sapendo di mentire, perché Galilei ebbe onori e sostegno dalla Chiesa, e perfino dal papa, e perché la Chiesa, allora, diede alla scienza decine e decine di scienziati di primissimo piano: dalla matematica all’astronomia, dalla linguistica all’archeologia, non c’era ambito nel quale non si trovasse seriamente impegnato qualche ecclesiastico, specialmente fra i gesuiti.

Galilei non fu certo l’unico scienziato il quale – ieri come oggi – abbia perseguito la ricerca della propria gloria personale: essere ambiziosi non è, di per sé, una cosa biasimevole; l’importante, per uno studioso, è che la smania di celebrità, di riconoscimenti ed onori non prenda il sopravvento su tutto il resto e non metta in ombra, né danneggi, il progresso della conoscenza umana. Per come ha agito; per come si è comportato verso i suoi colleghi; per come si è appropriato di tutti i meriti e per come ha sfidato la Chiesa, incautamente, ma assai maldestramente; infine, per come ha cercato di prevaricare nello stesso ambiente dei matematici e degli astronomi, si sarebbe portati a pensare che la cosa che più premeva a Galilei non era che il modello copernicano dell’universo incontrasse la generale approvazione, ma che lui fosse il primo ad intestarsene il merito, come se fosse cosa sua, che non doveva spartire con alcuno. E per come ha cercato di imporlo, senza tuttavia produrre prove adeguate, ma ostinandosi a tacciare d’incomprensione, ottusità e arretratezza i suoi oppositori o quanti erano semplicemente perplessi (si pensi a come ridicolizza il personaggio di Simplicio, il sostenitore del modello cosmologico aristotelico-tolemaico, nel «Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo»), si direbbe che egli non si sia affatto preoccupato del danno che poteva causare alla scienza, suscitando una reazione che avrebbe potuto essere evitata, se solo avesse avuto la saggezza e la modestia di procedere con un minimo di prudenza, di tatto e di umano rispetto…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 1° Ottobre 2015

Del 15 Settembre 2020

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