sabato, 18 Settembre 2021
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La città antica era bella. Quella odierna…

Quella odierna . . le città antiche avevano un’anima erano progetti d’insieme armoniosi espressione di civiltà; quelle moderne non possiedono un’intima coerenza dovendo obbedire a leggi di puro edonismo personale di Francesco Lamendola 

Le città antiche avevano un’anima.

Per città antiche intendiamo sia quelle mesopotamiche, egiziane, assire, greche e romane, sia quelle medievali e rinascimentali. Tali città possedevano un’anima, non in senso lato e poetico, ma in senso proprio: erano costruite in maniera tale che le parti si compenetrassero a vicenda e che le svariate funzioni cui erano adibite – politiche, amministrative, commerciali, produttive, militari, culturali, sportive e ricreative – non rimanessero, puramente e semplicemente, le une accanto alle altre, ma che si armonizzassero; i materiali con cui erano fatti gli edifici, il progetto d’insieme, le strutture collaterali, perfino le mura, tutto era pensato in funzione di un disegno unico, di un ‘idea la quale esprimeva, a sua volta, la concezione del reale – visibile e invisibile, terreno e divino – propria di quella civiltà, di quella dinastia, di quella casta sacerdotale o feudale.

In altre parole, la città antica non era soltanto un agglomerato, più o meno ordinato, più o meno felicemente risolto, di persone e di funzioni; essa rifletteva, in maniera coesa e consapevole, ciò che non solo i suoi progettisti, i suoi architetti e i suoi signori, ma tutti i suoi abitanti, pensavano e sentivano riguardo al loro essere nel mondo, riguardo al posto che l’uomo occupa nella creazione e al rapporto che lo lega agli dei o a Dio. La città era uno specchio, un riflesso, della città celeste: la proiezione sulla terra di un ordine voluto dall’Alto. Era uno spazio profano che scaturiva da premesse intellettuali e spirituali analoghe a quelle che definiscono lo spazio sacro: anche perché una netta distinzione fra le due dimensioni era inconcepibile per gli uomini di allora. Non erano uomini scissi, divisi; vivevano per la realtà terrena, per la famiglia, per la patria, per il sovrano, ma anche, nel medesimo tempo, per servire e onorare la divinità, per interpretarne i voleri, per celebrarne la gloria e la magnificenza.

La città moderna, invece, non possiede quest’intima coerenza, questa armonia complessiva, perché le parti, in essa, prevalgono sul tutto; la funzione, o le funzioni, appaiono staccate e separate le une dalle altre; gli stessi materiali da costruzioni non rispecchiano né un puro e semplice funzionalismo, né una scelta di semplice convenienza o praticità, ma piuttosto, in parecchi casi, una volontà autonoma del singolo architetto, del singolo proprietario, ciascuno dei quali ha una propria idea di fondo, o magari una manca d’idee, da realizzare; ciascuno dei quali non s’interessa, né si preoccupa affatto, di quanto è già stato realizzato prima di lui, o di quanto esiste tutto intorno, perché ha come unico scopo la definizione di un suo modello spaziale o il soddisfacimento di una determinata necessità: abitativa, produttiva, amministrativa, eccetera. Inoltre, la città moderna è caratterizzata da un rapido avvicendamento edilizio: ogni generazione introduce dei cambiamenti più o meno drastici e radicali; ogni generazione vuol competere con le altre nell’organizzazione dello spazio e nella soluzione dei problemi architettonici e urbanistici.

La città antica, insomma, derivava la sua unità e la sua coerenza dal forte rispetto per la tradizione; rispetto che non era paragonabile a quello dei moderni (quando c’è), ma che traeva le sue origini dalla sfera del soprannaturale: tanto è vero che ogni città possedeva un nome segreto, grazie al quale le divinità la proteggevano, ma che, se veniva conosciuto dai nemici, la esponeva alla conquista e alla distruzione. La città moderna, al contrario, deve la sua fisionomia al fatto di essere continuamente in lotta con se stessa: per crescere, per superarsi, per innalzarsi, per espandersi, per rinnovarsi, per trasformarsi, per compenetrarsi con lo spazio esterno, fino ad abolire quest’ultimo. Grazie alla tecnologia, e specialmente alla tecnologia informatica, la città moderna tende a “virtualizzare” lo spazio; lo spazio, in essa, diventa un elemento quasi teorico, quasi immateriale: quel che conta sono i progetti, i modellini, le idee dei suoi costruttori. A dar loro una realizzazione concreta, penseranno poi dei tecnici di seconda e terza categoria; quanto ai comuni cittadini, a loro non si domanda altro che seguitare ad abitarvi: che capiscano o no, che approvino o no, le scelte spaziali, estetiche e funzionali pensate da un ristretta élite, formata, peraltro, da persone che non hanno progetti comuni, né una visione comune, ma ciascuna delle quali va per conto suo.

Ci piace riportare una pagina dell’urbanista e architetto Ludovico Quaroni, tratta dal suo libro «La Torre di Babele» (Padova, Marsilio Editori, 1967, 1977, pp. 62-5):

«Non credo che io possa essere tacciato di eccessivo ottimismo dicendo che la città antica era bella.

Potremmo anzi dire, con molti autori recenti, che è possibile parlare, per la città antica beninteso, di una opera d’arte collettiva, nel senso che essa presenta tutte le caratteristiche “strutturali” dell’opera d’arte, ed è il risultato della collaborazione, a vari livelli di “conoscenza”, di molte , quasi tutte spesso le persone che la città hanno governato, disegnato, costruito, abitato e criticato in un periodo di tempo assai lungo, per secoli addirittura nella maggior parte dei casi.

C’era intanto, nella città antica, il rispetto delle tre “componenti” virtuviane dell’architettura: la “firmitas”, la “utilitas”, la “venustas”. Detto in altro modo, la progettazione di un edificio come di una città non soltanto teneva conto degli aspetti funzionali, tecnologici ed estetici delle singole parti e dell’insieme, ma componeva tali aspetti in modo da realizzare un immediato, diretto, pregnante rapporto fra loro, sì che uno aiutasse l’altro, derivasse dall’altro, e comunque non fosse possibile separarlo dall’altro se non attraverso la forzatura d’una artificiosa analisi a posteriori. Forma, mezzi e contenuti non erano cose lontane una dall’altra, quasi nemiche; erano, insieme, l’invenzione architettonica e lo “specifico” architettonico.

Seguendo la spinta interna della creazione, l’architetto esprimeva la sua idea, la sua visione del mondo, forzando la realtà urbana che l’aveva preceduto, risolvendo l’insoluto problema che gli urgeva dentro di dare insieme un nuovo spazio per nuovi modi di vita, un nuovo modo di costruire, più adatto a realizzare quegli spazi, una nuova forma espressiva risultante da tutte queste cose insieme ma anche tale da chiarire e sottolineare con nuovi “segni” architettonici e con l’aiuto delle altre arti “figurative”, diventate architettura, quei contenuti più vasti, culturali, politici, intellettuali, umani, che l’avevano mosso in quella direzione.

Il modo di lavorare dell’architetto, il modo di comporre, era un modo globale, e il rapporto fra cultura e architettura pieno, completo; l’idea di organismo era così cosciente in tutti, e nel tempo stesso allo stato istintivo, che ogni trasformazione, ogni aggiunta che veniva fatta era controllata spontaneamente, nel senso che c’era in tutti l’idea, anche formale, della città, e che le operazioni più umili, anche, si giovavano di una tradizione sviluppata tanto lentamente nel tempo da essere pienamente comprese e ripetute “spontaneamente” da ognuno. In questo senso andrebbero intesi i termini di architettura ed urbanistica “spontanee”.Ma c’era anche, nella città antica, a volerci soffermare sul “disegno”, una reale “struttura” architettonica, nel senso già detto.

Gli edifici, le varie parti cioè che la costituivano, non pretendevano soltanto essere ognuna, e per se stessa, una struttura, ma “ciascuna dipendeva dalle altre, e non poteva essere quello che era se non in virtù della sua relazione, e nella sua relazione, colle altre”.

Prendiamo una città del Medio Oriente antico, Babilonia, Ninive, Zenghirli; prendiamo Pechino e la sua città proibita; prendiamo una città greca, Priene, Mileto, Selinunte; una città romana, Roma stessa, o Timgad, o Pompei; una città islamica, Damasco, Baghdad, Esfahan; una città medioevale del Centro Europa, Strasburgo, Vienna, Chartres; una città italiana dello stesso periodo, Firenze, Venezia, Lucca, Cremona; una città barocca, Dresda, Nancy, la Roma di Sisto V: troveremo in tutte certi caratteri, certi tipi di “rapporto” che sono gli stessi, che sono l’essenza del loro “disegno”.

Troveremo innanzitutto una delimitazione dei contorni, dovuta a ragioni di difesa militare e di definizione giuridica nella separazione sociale fra città e campagna: ma questa delimitazione è anche, per il rapporto fra contenuti e forme, il “limite” del disegno, l’inquadratura, la precisa forma dell’insieme, l’inviluppo, la cornice. Troveremo poi la presenza di fatti salienti: i monumenti, le emergenze, i “focus”, quei punti nodali fortemente riconoscibili, che sono insieme la sede delle istituzioni e quindi la rappresentatività per le stesse, cioè per le “strutture” nel senso politico della parola: la chiesa, i palazzi di città, i castelli, le moschee, i “beffroi”, la torre, la residenza; ma anche l’agorà, il foro, la piazza, le terme, il teatro. […] Troviamo infine quello in cui consiste la restante parte della città, e che è costituito dal tessuto, da un continuo dell’edilizia residenziale, opportunamente integrata da alte funzioni correlate (commercio, scuole, artigianato, magazzini, ecc.), le quali ultime acquistano una specificazione importante e quindi una tipologia particolare soltanto in pochi casi (i suk, i bazar).

Si tratta di un sistema edilizio nel quale la ripetizione di un tipo, di poco variato nei secoli, costituisce uno strato steso uniformemente sull’area della città, nel quale non è lecito separare le zone costruite da quelle non costruite, e cioè le strade e i cortili e i giardini dalle case, senza distruggere l’essenza architettonica dell’insieme e delle singole parti.»

Non si vuol dire, comunque, che la città antica fosse sempre e comunque un luogo ideale per viverci, né che quella moderna sia, sempre e comunque, un luogo negativo: non si può generalizzare fino a questo punto ed è necessario esaminare le singole situazioni, caso per caso. Quel che si vuol dire, comunque, è che la città antica possedeva un’anima: un’anima, per un luogo, è l’equivalente di ciò che l’anima è per l’individuo: quello che la definisce, ma anche quello che la rende viva, vitale, e, appunto, “animata”. Animata è una città che vive in funzione di un concetto, e non di un concetto qualunque – anche le tetre città sovietiche erano costruite, o ricostruite, in nome di un concetto, ma di tipo puramente ideologico, nel peggior senso del termine -, bensì di un concetto sostenuto da una tradizione, ampia a sufficienza per abbracciare l’orizzonte di senso di una intera civiltà, e, quindi, per offrire agli abitanti lo spazio idoneo ad esprimersi, a sentirsi parte di una autentica comunità, a stabilire una relazione fruttuosa fra di loro, a gettare un ponte fra il passato, la città dei padri, e il presente, la città dei figli. Era sempre la stessa città, ferma come una torre che non si scuote per il soffiar dei venti. Se una guerra, se un terremoto, se una pestilenza la abbatteva, la svuotava, la annichiliva, la città scompariva per sempre; oppure, un bel giorno, veniva ricostruita con gli stessi criteri, con le stesse intenzioni, con la stessa prospettiva di quella che esisteva prima: veniva colmata una lacuna, veniva riempito un fossato temporale. E la vita ricominciava, sempre sotto la protezione della sfera divina, sempre nell’armonia tra i vivi e i morti.

La città moderna (che ha cacciato i morti all’esterno) è in deficit di anima, e in diversi casi non la possiede affatto, perché non nasce da un rapporto organico con la tradizione, né con la sfera celeste, né tende alla compenetrazione fra il singolo e la comunità, fra le parti e il tutto, fra il passato e il presente. Un uomo che morisse oggi e ritornasse in vita fra quarant’anni, stenterebbe a riconoscere la propria città o non la riconoscerebbe affatto: il legame fra le generazioni si è perduto, ciascuna di esse vuole primeggiare, vuole stupire, vuole far vedere quanto è brava nell’aprire vie nuove; ciascun sindaco, ciascun consiglio comunale, ciascun architetto vogliono far vedere quanto sono originali, creativi, spregiudicati; ciascun cittadino non si sente più legato ad essa che da vincoli puramente utilitaristici, allentatisi i quali, anche la fedeltà finisce, ed egli se ne va, senza rimpianti. La città moderna è popolata da una folla di mercenari di passaggio, di potenziali itineranti, di schiavi pronti alla ribellione e alla diaspora: non la amano più, perché non la sentono loro; proprio ciò che accade nei confronti della famiglia, della nazione, della religione, nelle quali sono nati e sono stati allevati.

La città, per essere una dimora a misura d’uomo, non può essere solo un luogo, o un insieme scoordinato di luoghi, preposti al soddisfacimento di una serie di necessità materiali e organizzative: non l’uomo è fatto per lo spazio in cui vive, ma lo spazio è fatto per l’uomo: purché l’uomo lo ami, lo sappia comprendere e valorizzare, lo sappia riempire di significato. L’uomo moderno, sempre in guerra con gli altri e con l’ambiente, spiana colline, apre trafori, innalza viadotti, abbatte foreste, devia il corso dei fiumi e dei torrenti: la città che risulta da queste incessanti manipolazioni è un luogo inquieto, febbricitante, che ha in sé qualcosa di eternamente provvisorio, quasi di elusivo, come un accampamento militare sempre sul punto di spostarsi altrove. Non ha ancore, non ha radici, non ha la forza della stabilità. E questo perché i suoi progettisti, i suoi costruttori e i suoi abitanti sono, essi medesimi, in deficit di anima. Uomini senz’anima costruiscono città senz’anima, nelle quali lo spirito non trova un angolo per riposare, per ritrovarsi, per ascoltare. Le città moderne son fornite di tutto, anche troppo: quel che manca ad esse è una cosa che non si vede: l’essenziale…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 10 Aprile 2015

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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