domenica, 13 Giugno 2021
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La copertura delle rogge, primo atto della distruzione dei vecchi centri urbani

La copertura delle rogge primo atto della distruzione dei vecchi centri urbani. Non è stato il frutto di fatalità ma il risultato di una azione pensata da una perversa alleanza fra un pugno di architetti e urbanisti ambiziosi di Francesco Lamendola 

Riteniamo che quanto è accaduto al volto delle aree urbane negli ultimi sessant’anni non sia stato il frutto di una fatalità o di una casuale concomitanza di fattori espansivi di diversa natura, ma il risultato di una azione pensata, voluta e perseguita da una perversa alleanza fra un pugno di architetti e di urbanisti ambiziosi e disinvolti, e delle amministrazioni comunali smaniose di farsi belle davanti alle rispettive cittadinanze  con una febbrile “politica del fare”.

L’importante, dopo la fine della seconda guerra mondiale e agli inizi del “boom” economico, specialmente nelle città dell’Italia settentrionale, era abbattere i vecchi quartieri, ricostruirne di nuovi, sostituire con condomini anonimi e grandi magazzini le vecchie osterie, i vecchi caffè,  i vecchi cinema; far sparire le antiche rogge, dove per secoli le donne avevano lavato i panni, per acquisire spazio da edificare o per il traffico automobilistico.

Certo, in molti casi può essersi trattato anche di una serie di circostanze fortuite e di iniziative spontanee; ma in molti altri riteniamo vi siano state una regia e, se così vogliamo chiamarla, una filosofia ben precisa. Solo così si può spiegare la demolizione di chiese e campanili, l’asportazione di fontane pubbliche e di statue (finite magari nel giardino di qualche privato), la cementificazione selvaggia, la sistematica proliferazione di nuovi edifici di culto che possono anche interessare lo studioso di architettura moderna, ma che di sicuro non favoriscono il raccoglimento e la preghiera dei fedeli.

C’era stata la guerra e molti edifici, molti quartieri erano stati distrutti dai sistematici bombardamenti aerei dei generosi “liberatori” anglosassoni. Questo rese necessaria una radicale ricostruzione e fornì il pretesto per sperimentare la nuova filosofia urbanistica, basata sull’assunto che il nuovo è sempre meglio del vecchio; che rifare di sana pianta è sempre meglio che restaurare; e che, insomma, non val la pena di darsi tanto da fare per armonizzare passato e presente, perché il passato merita di essere spazzato via, è il simbolo del male, della miseria, di un tempo che non si desidera ricordare, che si cerca anzi di cancellare dalla memoria collettiva.

È stata una sorta di assalto organizzato, in cui i vecchi edifici sono stati trattati senza misericordia, come quando un esercito vittorioso non intende fare prigionieri tra gli sconfitti; e l’inutile distruzione di edifici che potevano benissimo essere salvati è scaturita da una aberrante ideologia “futurista”, decisa a creare il fatto compiuto prima che la cittadinanza avesse il tempo di rendersi conto di quel che stava accadendo e, anzi, con la precisa volontà di accattivarsela mediante una politica demagogica, basata sull’offerta di nuovi servizi e nuovi consumi di massa.

In tale prospettiva, il passato era il Male e il futuro era il Bene; una minoranza di intellettuali, aggressiva e dinamica, sapeva come realizzare il regno del Bene e intendeva farlo ad ogni costo, a marce forzate, si capisce nell’interesse del “popolo”: era l’ennesima riproposizione del mito illuminista del Progresso, versione secolarizzata delle religioni di salvezza, con le antiche nozioni di Peccato, Redenzione, Inferno e Paradiso.

«Indietro non si torna» sembra essere stata la parola d’ordine di questa nuova classe dirigente che, decisa a consumare il parricidio nei confronti della tradizione, deliberatamente volle tagliare i ponti col passato e creare uno stato di fatto irreversibile: la cittadinanza non doveva poter scegliere fra due opzioni; doveva essere accompagnata, in un modo o nell’altro, in quell’ordine di idee la cui giustezza era data per scontata, e doveva vedere nel passato una pagina da dimenticare, una pagina fatta di sacrifici, di rinunce, di povertà (non importa se dignitosa) che era durata anche troppo.

Un buon esempio della nuova pianificazione del territorio urbano è stata la copertura delle rogge, i corsi d’acqua artificiali che da secoli e secoli attraversavano i centri cittadini e che, in parecchi casi – quello di Milano e dei suoi “navigli” è solo il più noto – davano ai quartieri interessati un singolare aspetto “veneziano”, con i barconi carichi di merci e con lo spettacolo quotidiano delle massaie intente a lavare i panni a cielo aperto, per poi stenderli ad asciugare.

Ma anche quando non erano elementi della viabilità che mettevano in comunicazione la città con altri centri o con il mare – come a Treviso, dove i barconi del Sile risalivano la pianura dal Mare Adriatico e facevano perno su un quartiere extra-urbano, Fiera, per lo smistamento delle merci – si trattava di elementi caratteristici del paesaggio urbano, che, se anche avevano perso l’originaria funzione economia e sociale, rappresentavano tuttavia un fattore di continuità dal punto di vista estetico e affettivo.

Prendiamo il caso di Udine come paradigmatico della trasformazione in senso moderno delle città italiane nel secondo dopoguerra; o per dir meglio, della distruzione pianificata dei vecchi centri urbani, della rimozione della memoria collettiva, dell’ingresso a tappe forzate nei dubbi paradisi del consumismo trionfante.

Qui le rogge erano sei: le più importanti erano la Roggia di Udine e la Roggia di Palma, derivate dal corso del Torre presso Zompitta (attualmente in comune di Reana del Rojale), ad opera dei patriarchi di Aquileia; e la roggia del Ledra, un corso d’acqua naturale, affluente di sinistra del Tagliamento, che nasce presso Gemona, a circa ventisei chilometri da Udine. Lungo le loro sponde, in età pre-moderna, si concentrava gran parte della vita socio-economica, poiché la forza idraulica, prima dell’invenzione della macchina a vapore, era quasi la sola fonte di energia per le attività produttive. La pesca, l’agricoltura (nei borghi sub-urbani), i conciapelli, le tintorie, le cartiere, i magli per i battiferro, le segherie, facevano ricorso all’acqua delle rogge; decine di mulini ne caratterizzavano le sponde, e così pure i lavatoi pubblici.

Al principio degli anni Cinquanta del XX secolo venne decisa la loro copertura, pochi anni dopo la soppressione dei due tram elettrici che effettuavano il servizio extra-urbano: il cosiddetto “tram bianco” che collegava la città con Tarcento (inaugurato il 24 giugno 1915)  e il “tram verde” che arrivavano fino a San Daniele.

Ha scritto lo storico dell’arte Aldo Rizzi (1927-1996), già direttore dei Musei civici del capoluogo friulano, in «Udine. Guida storico-artistica» (Udine, Arti Grafiche Friulane, 1978, p. 62):

 «Fra i vari lavori eseguiti per agevolare la viabilità e il traffico cittadino c’è stato pure quello della copertura di una parte delle limpide e chiacchierine rogge  che da tempo immemorabile rallegrano tante vie udinesi.

Prima a venire coperta nel 1951 fu la roggia di via Gemona. L’anno seguente fu la volta di quella di via del Gelso. Seguì poi negli anni 1955-56 la “morte”  delle rogge di via Grazzano, via Gorghi e via sant’Agostino. Ultima a venire coperta nel 1963 fu la roggia di via Agrigento.  Così è stato cancellato un atro pezzo della veccia Udine  lasciandone la nostalgia solo a coloro che l’hanno conosciuta. Ma prima ancora delle rogge erano scomparsi i piccoli sferraglianti tram elettrici  urbani tanto cari al cuore degli Udinesi che sono molto affezionati alle cose del passato.»

Le rogge di Udine sono sopravvissute solo in brevissimi tratti scoperti: via Zanon; un angolo di Piazza Patriarcato, davanti ai Giardini Ricasoli; via Molin Nascosto; un angolo, estremamente suggestivo, di Via Giovanni da Udine, all’incrocio di via Gemona; un altro angolo presso l’inizio via Pracchiuso e poi, davanti al santuario della Madonna delle Grazie, lungo il margine del Giardin Grande (piazza Primo Maggio); via Ciconi; viale Volontari della Libertà; la zona di Chiavris, specialmente Viale Vat; via Cussignacco.

Delle altre, che percorrevano come un sistema arterioso tutta la città e portavano la loro voce allegra e le loro piccole onde pulite fin sotto i balconi e le finestre delle case, resta qualche traccia nella toponomastica, ad esempio nei nomi di via Gorghi, via della Roggia e via (o vicolo) Molin Nascosto. Un vecchio mulino, come curiosità archeologica, sopravvive in viale Volontari della Libertà e avrebbe bisogno di lavori di manutenzione: la dimenticanza collettiva è tale che non si sa più esattamente quale datazione attribuirgli; un altro esiste, ed è tuttora in funzione, nella frazione di Godia, a nord-est della città: è antichissimo, poiché risale al XV secolo.

Resta, inoltre, qualche documentazione fotografica, come questa che presentiamo: mostra la copertura della roggia di via Grazzano, uno dei borghi più caratteristici della vecchia Udine, con la settecentesca hiesa di San Giorgio sullo sfondo. Alcuni cittadini si fermano a guardare, tenendo a mano la bicicletta: sono assorti, non parlano fra loro. L’alveo della roggia, già svuotato dall’acqua, è percorso fragorosamente da una grande ruspa meccanica: sono le ultime ore di vita di un altro pezzo della vita urbana; poi una copertura di pietra scenderà come una lastra tombale. È il 1954, siamo in pieno “boom” economico e tutti pensano al futuro con una aspettativa, con una carica di impazienza quali mai si erano viste, specie da queste parti, terre di povertà e di emigrazione verso la Svizzera, verso il Nord Europa, verso l’America del Sud.

Coprire le rogge sembra essere stato un atto simbolico, una specie di cerimonia funebre e, nello stesso tempo, un rito di esorcismo; come dire: che i morti scompaiano alla vista e non vengano a turbare l’esistenza dei vivi, tutta proiettata verso il domani.

Ogni volta che gli amministratori di una città prendono la decisione di eliminare una roggia – o un vecchio quartiere, o un cinema storico, o un locale molto caratteristico – è come se tagliassero via una parte delle radici di quel tessuto urbano, di quella storia. Le ragioni dell’economia e del progresso vengono messe avanti per tacitare qualunque perplessità, qualunque obiezione; anche se magari, a ben guardare, molte di quelle distruzioni potevano essere evitate, se solo si fosse voluta adottare una diversa filosofia urbanistica.

È sempre il solito ricatto, il ricatto di un progresso auto-referenziale, dalla verità assiomatica e tautologica: bisogna rimuovere il passato per fare spazio al progresso e, nello stesso tempo, bisogna aprire le porte al progresso, azzerando e cancellando anche il ricordo del passato. A nessuno viene in mente di chiedere cosa sia mai questo progresso, questa entità metafisica che sembra domandare il sacrificio della tradizione, l’assassinio e l’olocausto di tutto quel che c’era prima, visto come ostacolo e fattore d’inciampo; e in pochi si domandano se le sue ragioni siano così cogenti, così ultimative, da non ammettere alternativa all’infuori di un brutale “aut-aut”: o amici o nemici, o noi o loro.

Le nostre città, così, procedono per strappi successivi; strappi del loro volto urbanistico, non meno che del loro tessuto sociale e della loro atmosfera spirituale. Le città, infatti, non solo solamente un aggregato di uomini e cose: hanno un’anima, un’anima che si è formata nel corso delle generazioni e che è fatta, oltre che di razionalità calcolante e strumentale, anche di valori dello spirito, di gioie e dolori, di affetti, di legami, di ricordi.

Una città senz’anima, o una città alla quale venga strappata l’anima, si riduce a un luogo anonimo e spietato, ove ciascuno vive in piena indifferenza rispetto agli altri e dove nessuno crede più a niente, se non al proprio interesse e al proprio vantaggio; in cui dominano la solitudine, l’isolamento, la paura reciproca o, quanto meno, la diffidenza e il sospetto: insomma una “terra desolata”, per dirla con George Eliot, stranita e allucinata.

L’anima delle città si conserva nelle famiglie, nelle case, nelle ma anche nelle strade, nelle piazze, nelle scuole, nei locali pubblici; nelle osterie dove la gente si ritrova e si rilassa dopo una giornata di lavoro, parla con gli amici, gioca a carte; non certo nei moderni bar all’americana, dominati dalla musica a forte volume e dal fracasso dei giochi elettronici, ove ciascuno si isola alla ricerca di una distrazione solitaria e all’inseguimento del miraggio di una vincita di denaro.

L’anima delle città è fatta anche di sensazioni: del chiacchiericcio delle rogge e delle fontane; del venticello tra le fronde degli alberi; delle grida argentine dei bimbi che corrono e saltano nei giardini; del merlo che canta sul ramo o dei colombi che tubano sui tetti; delle voci del mercato, ove la gente esamina le merci, fa acquisti, si scambia saluti e brani di conversazione.

Una città in cui tutti vanno di fretta, in cui non vi sono luoghi e occasioni d’incontro, in cui si odono solo i rumori del traffico, non è un corpo vivo e non possiede un’anima: è solo un cadavere inerte, popolato da spettri – magari elegantemente vestiti – che ancora non sanno d’essere morti…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 17 Agosto 2015

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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