lunedì, 27 Settembre 2021
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Quando il dio cemento e la dea automobile imposero la copertura delle rogge urbane

Anima nelle città? Quando il dio cemento e la dea automobile imposero la copertura delle rogge urbane. Una città non è solamente un insieme di case, strade, commerci e servizi: una città è anche un luogo dell’anima di Francesco Lamendola  

Una città non è solamente un insieme di case, strade, commerci e servizi: una città è anche un luogo dell’anima; non possiede solo un paesaggio esteriore, ma anche uno interiore – e, contrariamente a quel che generalmente si pensa, quello deriva da questo e non viceversa.

Se, dunque, le città hanno un’anima, allora diventa un dovere quello di preservarla, ossia di regolare la loro crescita secondo linee di espansione e di rinnovamento che non ne stravolgano l’essenza, che ne rispettino l’intima natura. Le accresciute esigenze del traffico e l’aumento della popolazione, e quindi delle attività economiche, non possono giustificare delle politiche urbanistiche che appiattiscano e uniformino tutto, che sopprimano gli elementi caratteristici soltanto per creare qualche parcheggio in più o per addensare banali edifici moderni, senza riguardo per il contesto storico e culturale.

La città non è soltanto il luogo fisico in cui viviamo, ma anche un luogo affettivo dove si svolge la nostra crescita interiore e al quale siamo legati da cento e cento ricordi, da innumerevoli esperienze e stati d’animo. Non possiamo, pertanto, limitarci ad abitarla come dei soggetti anonimi e indifferenti, ma dovremmo viverla in modo maturo e consapevole, vale a dire coscienti di quanto essa sia importante per noi e noi per essa.

Uno degli elementi specifici di molte città del Nord Italia sono, o piuttosto bisognerebbe dire erano, le rogge. Lungo le loro sponde si concentrava gran parte della vita economica, dato che la forza idraulica, prima dell’invenzione della macchina a vapore, era praticamente l’unica fonte di energia a disposizione delle attività produttive. La pesca, l’agricoltura (nei borghi suburbani), i conciapelli, le tintorie, i laboratori della carta, i battiferro con i loro magli, le segherie, per non parlare di attività necessarie alla conduzione domestica, come la lavatura di panni e lenzuola: tutto si accentrava presso le rogge.

Dal punto di vista paesaggistico, le rogge, derivate dai fiumi della Pianura padano-veneta, costituivano un elemento estremamente caratteristico, con i ponticelli che le scavalcavano per consentire l’accesso alle abitazioni, con i lavatoi dove si sistemavano le donne e con i numerosi mulini che ne sfruttavano l’energia mediante dislivelli anche assai modesti. I cigni sono venuti molto più tardi, come elemento estraneo (non fanno parte della fauna locale) di tipo puramente decorativo, quando già la funzione economica e sociale delle rogge era venuta meno e non restava che quella paesaggistica e ricreativa, di solito in prossimità di giardini o comunque di spazi di verde pubblico.

Poi, finita la seconda guerra mondiale e messosi in moto il meccanismo del «boom economico», con la grande fuga dalle campagne e dalle montagne e con l’inurbamento selvaggio e l’esplosione del triangolo industriale, le rogge sono divenute improvvisamente un elemento scomodo e inutile. Con la fame di aree edificabili e con la smania di facilitare il massimo scorrimento del traffico automobilistico, urbanisti e amministratori comunali hanno decretato che si trattava di un residuo del passato ormai anacronistico e di un lusso estetico che non ci si poteva più permettere. Così sono state coperte, un tratto dopo l’altro, una via dopo l’altra: e, con esse, se ne è andata anche l’anima di molte nostre città.

Rimangono alcuni angoli caratteristici, come i Buranelli o come il Ponte Dante a Treviso, «dove Sile e Cagnan s’accompagna»; poca cosa, in confronto alla ricchezza e alla varietà che queste antiche e gloriose strade azzurre costituivano per il tessuto urbanistico e socio-economico fino a circa mezzo secolo fa.

Un caso piuttosto emblematico è quello offerto dalla vicende delle rogge di Udine; ricoperte, appunto, per la maggior parte, negli anni Cinquanta del secolo scorso, dopo una lunga e gloriosa storia, come se fossero divenute improvvisamente un qualcosa da nascondere, un parente povero che non si deve far vedere a nessuno.

Udine, nel Medioevo, aveva due rogge: la roggia di Palma e la roggia di Udine, che i patriarchi di Aquileia avevano derivato dal torrente Torre a Zompitta, località di Reana del Roiale; la seconda fluiva vicino al lago che si trovava ai piedi del lato est del Colle (che la leggenda voleva infestato da un drago), ma senza entrarvi; lago che poi venne interamente prosciugato in un modo che parve prodigioso e di cui è rimasta un’eco nella quinta novella della giornata decima del «Decameron» di Giovanni Boccaccio.

Come si è detto, le rogge alimentavano, fra l’altro, le tintorie. Nel tratto in corrispondenza con Via Giovanni da Udine ve n’erano ben cinque, una delle quali è sopravvissuta fino ai nostri giorni: la Tintoria Lestuzzi. Ed è uno degli angoli più simpatici e più romantici della vecchia Udine, con le antiche case che si affacciano direttamente sull’acqua.

C’erano anche decine e decine di mulini, che vennero chiusi l’uno dopo l’altro e che, insieme ai numerosi orti e giardini della parte orientale della città (quella che, per l’abbondanza di chiese, conventi e istituti religiosi, è stata definita la «città religiosa», contrapposta alla «città mercantile» sul versante opposto del Castello), e ai numerosissimi cortili interni preceduti da un androne, le conferiva un aspetto quasi rurale.

Udine, infatti, pur crescendo a ritmo vertiginoso fra XIII e XV secolo (tanto da abbattere e ampliare cinque volte la propria cerchia muraria), conservava al proprio interno ampie superfici verdi, compresi campi coltivati, al punto che tratti di campagna separavano i borghi periferici dal centro di Mercato Vecchio e Mercato Nuovo. Evidentemente il “buio” e “barbarico” Medioevo, fondato sul valore della stabilità, aveva un più sviluppato senso dell’urbanesimo a misura d’uomo, che non la modernità, fondata sull’ideologia del progresso, visto che solo ora i nostri urbanisti stanno recuperando l’idea che una città deve possedere numerosi “polmoni” verdi e non deve ridursi ad un agglomerato caotico di abitazioni e attività commerciali.

Le rogge più belle e più caratteristiche erano quella di Borgo Gemona e quella di Borgo Grazzano; entrambe vennero coperte negli anni Cinquanta per ampliare la sede stradale; operazione che, nella prima di queste vie, si accompagnò all’abbattimento dei vecchi edifici sul lato prospiciente all’acqua, in luogo dei quali vennero eretti alcuni condomini d’abitazione dallo stile assolutamente anonimo.

Anche nella zona di Chiavris e di Viale Vat il paesaggio era caratterizzato dalla roggia, tanto è vero che, fino ai primi del Novecento, l’estrema periferia nord-orientale della città, con le sue acque ed i suoi verdi prati, costituiva la meta privilegiata delle passeggiate e delle gite fuori porta della cittadinanza. Solo più tardi questa funzione si è spostata al capo opposto dell’area urbana, in direzione sud-ovest, verso i prati di Santa Caterina, presso il torrente Cormor, ove sorge tuttora una suggestiva chiesetta del XIV secolo.

Un altro tratto molto caratteristico delle rogge di Udine era quello di Via dei Gorghi (il toponimo è altamente significativo), che, anche grazie alle piante di un vivaio e di alcuni giardini privati, portava una nota gentile nel cuore del tessuto urbano, a mezza strada fra la Cattedrale e Borgo Aquileia; anch’esso è stato ricoperto in maniera drastica, facendo scomparire uno degli angoli più graziosi del centro storico.

Per farsi un’idea di come doveva presentarsi Udine prima di questa vasta operazione di copertura delle rogge, e quanto “veneziane” dovessero apparire le sue strade fiancheggiate da antiche case popolari intervallate da palazzi seicenteschi dalla nobile facciata, bisogna percorrere la roggia, tuttora superstite, di Via Zanon, con i suoi ponticelli e il suo mercato, che corre all’ombra dei suoi alberi (ma non più, purtroppo, dell’immenso e secolare gelso che spargeva intorno i suoi palchi smisurati, quasi a voler abbracciare le bancarelle).

Ha osservato Antonio de Cillia nel suo intervento «Le rogge nella storia di Udine» (nel volume «Udine 1.000 anni. Itinerari per leggere la città», Italia Nostra, Sezione di Udine, Gruppo Scuola, Atti del Corso, marzo-maggio 1983, pp. 70-71):

«Indubbiamente le rogge avevano impresso a Udine una sua caratteristica gentile e discreta.

Nel secondo dopoguerra queste caratteristiche sono apparse sorpassate e non in linea con lo spirito dei tempi: allora c’era la febbre del cemento e la grande passione per l’automobile.

E il dio traffico se l’è presa, a Udine, soprattutto con le rogge, imponendone la scomparsa sotto terra, come fossero immonde cloache.

Ormai solo gli ultraquarantenni possono ricordare la roggia alberata che in piazzale Cella conduceva ala chiesetta della Pietà, o l’aspetto singolare di via Gemona e di via Grazzano, metà strada e metà roggia, coi ponticelli che davano accesso alle case prospicienti.

Oppure via Gorghi, dove i fiori e le piante del vivaio Gasparini si specchiavano nell’acqua.

Nostalgie crepuscolari?  Forse sì, ma a cosa sono servite queste operazioni? A recuperare qualche decina di posti macchina.

Ci restano via Zanon e via Molin nascosto, ci resta un buon tratto della roggia orientale da via Piave in su, con quella deliziosa stradina dietro il Tribunale.

Ci restano le antiche passeggiate suburbane verso Vat e Planis, anche se, restringendosi per fare posto all’asfalto, hanno perso una fila di alberi.

Occorre salvaguardare quanto è rimasto, con rispetto e con amore, per riguardo alla nostra storia e per mantenere alla città un minimo di personalità nell’anonimato urbanistico imperante…»

L’acqua è un elemento vivo, e le rogge che scorrono in mezzo alle case portano una nota di vita e di gaiezza.

Anche se le attività economiche che a queste ultime facevano capo sono venute meno con il progresso (una parola sempre difficile da pronunciare, quando si parla di orizzonti esistenziali che si impoveriscono, invece di arricchirsi), questo non significa che si possa gettar via, come cosa inutile, un elemento del paesaggio così caratteristico e così carico di storia.

Certo, le esigenze di una città che ha superato i centomila abitanti non sono le stesse di una che, ancora ai primi del Novecento, non superava i ventimila; ma è pur vero che, nel caso di Udine come in quello di Treviso, Padova e tante altre, l’aumento della popolazione si è concentrato in aree periferiche al di fuori delle mura urbane e che nei centri storici, sempre più poveri di vita sociale (come ben si vede nelle ore serali e notturne), da qualche decennio è in atto, semmai, un fenomeno di decrescita demografica.

Non bisognerebbe prendere troppo per buone, pertanto, le facili argomentazioni di chi vorrebbe fare piazza pulita del passato in nome delle esigenze di crescita materiale. Tale crescita è finita da tempo; ormai chi se lo può permettere si compra la casa fuori città e a noi non resta che ripensare il modello urbanistico centrato sulla fabbrica e sull’automobile e tenere in maggior conto il progressivo invecchiamento della popolazione dei centri storici, favorendo il piccolo commercio e i servizi di immediata necessità familiare, piuttosto che la ulteriore concentrazione delle banche, dei negozi di lusso e dei grandi parcheggi che richiamano ancora più traffico invece di smaltirlo, nel tempo stesso che erodono implacabilmente le ultime aree verdi ancora disponibili.

Un tempo la città era il cuore dell’industria e delle grandi attività produttive, ma ora non più. È tempo che le nostre città ritornino ad essere dei luoghi conviviali, accoglienti e ospitali, in primo luogo per coloro che vi abitano e, in secondo luogo, per quanti le frequentano per motivi di lavoro, di studio o di turismo.

Ma, perché questo accada, il primo passo da fare nella direzione giusta è aiutare le nostre città a ritrovare la propria anima, dopo l’ubriacatura efficientistica e produttivistica dei passati decenni. E, affinché possano ritrovare la propria anima, dobbiamo aiutarle a ritrovare il proprio volto caratteristico, la propria peculiarità, la propria dimensione specifica: che, come dicemmo, è prima di tutto un luogo dell’anima e poi, anche, un luogo fisico e materiale.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 17 Agosto 2015

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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