domenica, 19 Settembre 2021
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Quaroni, Zecchi e la Chiesa di Gibellina: un “giudizio di Dio” contro il nichilismo

Quaroni, Zecchi e la Chiesa di Gibellina: un giudizio di Dio contro il nichilismo. Nell’agosto del 1994 la chiesa venne giù e forse c’è qualcosa di simbolico una sorta di ammonimento silenzioso ma eloquente in un simile evento di Francesco Lamendola  

Nel 1972, in Sicilia, sul luogo ove sorgeva la preesistente chiesa parrocchiale di Gibellina, abbattuta dal terremoto del Belice, venne realizzato un nuovo edificio sacro, la Chiesa Madre, ispirato ai canoni dell’arte ultra-moderna e caratterizzato da una gigantesca sfera liscia di cemento.

Il progetto era stato commissionato all’architetto, urbanista e docente universitario Ludovico Quaroni, per l’appunto un tipico esponente dell’arte moderna – qualunque cosa possa significare l’ espressione arte moderna; l’opera era stata concepita come una bandiera della rinascita, morale e materiale, di quelle popolazioni dopo il disastroso evento sismico che aveva colpito la valle del fiume Belice nel 1968 – e invece la vergogna della permanenza delle famiglie disastrate nelle baracche di lamiera si sarebbe protratta per molti anni ancora, decenni addirittura – ed era costata al pubblico erario la non modica cifra di cinque miliardi di lire.

Nell’agosto del 1994, di punto in bianco, senza che si fosse verificata alcuna scossa sismica, né alcuna frana, né che fosse caduta una anomala quantità di pioggia, o si fosse levata una bufera, così, d’improvviso, come una gomma di bicicletta improvvisamente sgonfiata, la chiesa è venuta giù. Per fortuna, l’edificio non era stato ancora aperto al culto – per fortuna quanto all’avere evitato un tragico bilancio di vittime, non certo quanto all’efficienza del progetto e della sua realizzazione, o quanto alle spese, visto che erano passati appena ventidue anni, cioè meno di una generazione, da quando la chiesa era stata ultimata e consegnata dalla ditta costruttrice!

C’è qualcosa di simbolico, una sorta di ammonimento silenzioso, ma eloquente, in un simile evento: un tempo, diciamo fino a quando la fede religiosa era qualcosa di intimamente sentito dal corpo sociale e i fatti della vita individuale e collettiva non erano visti come frutto del caso o della esclusiva volontà umana, ma anche e soprattutto come parte di un disegno più alto, gli uomini non avrebbero esitato a “leggerlo” in maniera inequivocabile: ossia come la prova che quella chiesa, in quel luogo, con quelle caratteristiche, non era gradita all’Onnipotente, e che anzi la sua ideazione e la sua messa in opera, con quell’aspetto profano, avveniristico, ma brutto, sgradevole, tutt’altro che mistico, tutt’altro che spirituale, tutt’altro che favorevole al raccoglimento e alla preghiera, bensì inteso a celebrare la supposta bravura dell’architetto che l’aveva disegnata, quasi cercando un successo di scandalo, era stata rifiutata da Dio. Gli uomini, non soltanto nel “superstizioso” Medioevo, quando si costruivano immense e meravigliose cattedrali senza che gli architetti sentissero il bisogno di firmarsi, di gloriarsi, di cercare la notorietà e l’applauso, come fanno le odierne archistar, ma fino a pochissime generazioni or sono, avrebbero perlomeno sospettato che quell’evento così fulmineo, così inspiegabile, così grave, pur nello scampato pericolo dei fedeli, non fosse suscettibile di una spiegazione puramente ed esclusivamente razionale ed umana, ma rimandasse alla dimensione del soprannaturale.

Si faccia bene attenzione, prima di sorridere di queste nostre affermazioni: non stiamo dicendo che Dio interviene con azioni soprannaturali, terribili e spettacolari, ogni qualvolta Gli dispiace qualcosa del comportamento umano: se così fosse, dai tempi del Diluvio Universale e della pioggia di fuoco che distrusse Sodoma e Gomorra (qualsiasi riferimento alla attualità di questi giorni di ottobre del 2015 ed al clamoroso outing di monsignor Charamsa, fatto davanti alla stampa, proprio alla vigilia del Sinodo sulla Famiglia, si capisce, è puramente casuale), dell’umanità sarebbe rimasto ben poco, che Dio non avesse già distrutto, affogato, bruciato e seppellito.

Non è a questo genere di intervento divino che pensiamo, quando notiamo la stranezza di eventi come quello che ha abbattuto la famosa, o famigerata, chiesa, realizzata da Ludovico Quaroni a Gibellina: è chiaro che, in senso strettamente contingente, si è trattato di incidente, di un cedimento strutturale, di un evento, insomma, razionalmente spiegabile, anche se raro e piuttosto sorprendente Pensiamo, semmai, a qualcosa di meno invasivo, e soprattutto di meno antropomorfico: Dio non si mette a litigare con gli uomini, perché le passioni umane più basse, a cominciare dal disappunto e dal corruccio, non fanno parte della Sua natura luminosa e perfetta. Un cedimento strutturale, certo; un errore nei calcoli di progettazione, come no; un utilizzo di materiali scadenti: anche questo è possibile. Non sta a noi fare l’inventario puntuale delle possibilità; ne lasciamo il discutibile piacere ad un esperto di costruzioni o a un perito legale. L’edilizia è una cosa, e così pure la geologia, nel caso il terreno abbia avuto la sua parte nel crollo subitaneo dell’edificio; ma il soprannaturale è tutta un’altra cosa.

Il soprannaturale, quando opera nella dimensione del contingente, non lo fa alla maniera in cui lo farebbe un Deus ex machina: niente di grandioso, niente di sbalorditivo, niente che costringa gli uomini a credere. Dio è sempre presente nella dimensione umana, tuttavia Gli piace seminare indizi, quasi degli indovinelli: non schiacciare gli uomini sotto delle prove incontrovertibili. Davanti alle prove, la fede non sarebbe più fede e  non vi sarebbe alcun bisogno del libero arbitrio: per scegliere il Bene e rifuggire il Male, basterebbe prostrarsi davanti ai segni massicci, inequivocabili, della Volontà divina. Gli uomini, però, in tal caso, non sarebbero più persone libere di fare le loro scelte: sarebbero solamente dei burattini. E Dio, senza dubbio, aveva qualcosa di meglio da fare, che creare un mondo di burattini, per poi essere amato, lodato e adorato da dei poveri burattini, semiparalizzati dalla paura di meritarsi i Suoi castighi.

Il filosofo Stefano Zecchi ha visto nel crollo della Chiesa di Gibellina un vero e proprio giudizio di Dio: la prova che la Provvidenza, manzonianamente, la c’è, come dice Renzo Tramaglino. Secondo lui – giudizio che ci trova pienamente d’accordo – la Chiesa dovrebbe essere molto più attenta e sensibile alla custodia e alla trasmissione del suo patrimonio spirituale anche negli aspetti esteriori del culto, della liturgia e dell’architettura sacra: la smania di andare verso il mondo, come oggi usa dire, anzi, per essere precisi, la smania di andare verso questo mondo, cioè verso il mondo moderno (che non è un mondo qualsiasi, ma un mondo senza Dio, e che non ha più Dio perché lo ha rifiutato, scacciato, interdetto) sta sopraffacendo, con conseguenze pericolosissime, il dovere sacrosanto di conservare inalterato, nella sostanza, il messaggio evangelico. Ora, la natura del recipiente non è mai indifferente, quando vi si versa un liquido prezioso: nessun enologo metterebbe un vino d’annata in una bottiglia qualsiasi, della quale non ha verificato la pulizia, e che, per una ragione o per l’altra, vi è motivo di considerare inadatta alla delicata funzione che dovrebbe svolgere.

Ha osservato Stefano Zecchi a questo proposito (in: S. Zecchi, «Il brutto e il bello», Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1995, pp. 19-21):

«Se io fossi il papa mi preoccuperei per la mancanza oggi, di una grande arte, capace di ricordare il sentimento della bellezza, attraverso il quale è sempre stato rigenerato il patrimonio simbolico della civiltà occidentale. Dalle parole del pontefice  [Giovanni Paolo II] si levano le più autorevoli accuse contro gli effetti prodotti dal capitalismo: non soltanto profondi squilibri,  enormi disuguaglianze e ingiustizie sociali, ma anche edonismo materialista, con la sua visione egoistica della vita, con la sua ideologia del successo, della competizione, dell’arrivismo, che hanno asservito la morale al denaro.

Oggi la sua figura viene giustamente celebrata come una presenza decisiva nella crisi della società moderna. La fine delle utopie socialiste e la bancarotta dell’iniziativa anticapitalista, da un lato, hanno lasciato all’attuale ordine occidentale  un margine di manovra molto ampio, essendosi sgombrato il campo dai vecchi conflitti tra sovietici e americani, e dall’altro hanno implicitamente legittimato l’Occidente capitalista-materialista come unico depositario di autentici (o comunque credibili) valori politici e morali, esemplari per tutti i popoli del mondo. Contro quest’idea di normalizzazione della civiltà occidentale, sta tuonando la parola del papa che ci ammonisce a non credere che questo sia il migliore dei mondi possibili.

La dottrina sociale cristiana è il risultato di un’elaborazione teorica  e spirituale che è potuta divenire patrimonio degli uomini, amata e compresa fino dalla più umile persona, soprattutto grazie alla mediazione della grande arte e dei grandi artisti che hanno comunicato in ogni tempo i simboli, le visioni, le immagini di una verità, di un significato possibile da assegnare al mondo, alla vita e alla morte.

L’estate scorsa, senza neppure un soffio di vento, è crollata la chiesa di Gibellina, progettata dall’architetto Ludovico Quaroni. La cosa che più ha fatto discutere sono stati i cinque miliardi, costo dell’edificio, andati in fumo. Tanto moralismo in quest’Italia degli sprechi mi stupisce: in fondo, cinque miliardi sono il prezzo di una coscia di Baggio (il giocatore di calcio). Sarebbe stato più utile, piuttosto, aprire un dibattuto sulle qualità estetiche della chiesa di Gibellina.  Era orribile: non esibiva un’idea capace di evocare lo spirito religioso, non esprimeva alcun sentimento d’infinito, di eterno che deve avere un luogo sacro: soltanto un parallelepipedo di cemento con finestre simili a quelle di un carcere. Il suo crollo è una prova dell’esistenza di Dio:  il Padre Eterno non poteva ammettere di essere venerato in una simile bruttura, né poteva accettare che i suoi fedeli cercassero la sua parola in un luogo tanto squallido.

La chiesa di Gibellina, provvidenzialmente distrutta senza uccidere nessuno, era soltanto un esempio della totale assenza, nell’artista di questa fine millennio, di un’idea sacra dell’arte. Perché il pontefice nei suoi ripetuti e solenni atti d’accusa contro la modernità  non si è mai preoccupato di denunciare anche l’arte del Novecento, che è nichilista, decadente, teorizzatrice della disgregazione dei linguaggi, del non-senso, dell’impossibilità della comunicazione del vero?  Proprio quest’arte (e la teoria estetica che se ne deduce) ha invaso il nostro secolo con l’immagine dell’uomo consumista, edonista, egoista. L’artista di oggi è convinto che la sua funzione essenziale sia testimoniare il nulla della verità e dell’esistenza, la negazione della creatività dell’uomo e dell’amore, dimenticando che ha un senso soltanto l’arte capace di proporre e di rischiare sul valore dell’idea di verità, di giustizia, di bellezza.»

Ci sentiamo di concordare pienamente con l’analisi e con il giudizio di Stefano Zecchi: è inconcepibile che la Chiesa cattolica avalli o autorizzi la costruzione di edifici “sacri” che di sacro non hanno nulla, dal momento che non esprimono affatto «un’idea capace di evocare lo spirito religioso», né «alcun sentimento d’infinito, di eterno che deve avere un luogo sacro». Pregare e adorare Dio in un luogo brutto, orrendo, simile a un carcere, eretto in nome della vanità di un artista che non possiede alcuna sensibilità per l’arte sacra, è cosa impossibile; ma, se pure lo fosse, sarebbe quasi blasfema: forse per questo è crollata la chiesa di Gibellina. Per lanciare un monito, per scuotere le coscienze, e per evitare una profanazione.

Non dobbiamo dimenticare che Dio non è soltanto Amore, Giustizia, Verità: è anche Bellezza. Dio non è un esteta alla D’Annunzio o alla Oscar Wilde; ma certo non è nemmeno indifferente al senso e al valore del Bello. Il mondo, come insegna San Francesco nel «Cantico delle creature», è un luogo straordinariamente bello: perché è impossibile che l’Amore, la Giustizia e la Verità si esprimano indipendentemente dalla Bellezza, o senza di essa, o contro di essa. Certo, stiamo parlando di una bellezza spirituale: di una bellezza secondo l’anima e non secondo la carne. Senza alcun dubbio. Non ne consegue, però – come vorrebbero alcuni – che Dio goda della bruttezza, o che sia lecito cercarlo nella bruttezza. La bruttezza è degradazione dell’anima, profanazione e pervertimento di un bisogno che è innato nell’uomo, e che appartiene alla sua parte più vera e profonda: chi non sente l’istintiva attrazione verso la bellezza non è umano, è mostruoso. La cosiddetta arte moderna, è, molto spesso, mostruosa: volutamente brutta, volutamente degradante, per celebrare i baccanali delle zone più torbide e oscure dell’anima umana; i suoi bassifondi. E questo, alla lettera, è diabolico. L’esaltazione del brutto per il gusto del brutto, dell’orrido per il gusto dell’orrido, è l’espressione del culto di Satana. Molta parte del mondo moderno, della sedicente arte moderna, del sedicente pensiero moderno, non vengono certo da Dio, ma da Satana…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 6 Ottobre 2015

Del 15 Settembre 2020

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