domenica, 13 Giugno 2021
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Sacrifici umani dei maya: ma, e il buon selvaggio?

Sacrifici umani dei maya: ma il buon selvaggio? Quando è uscito nel 2006 il film di Mel Gibson Apocalypto con scene di sacrifici umani un fremito di orrore è corso lungo la schiena di tutti gli intellettuali politically correct di Francesco Lamendola

Immaginiamo la scena. Un bambino è collocato su un altare di pietra, nudo; dei sacerdoti gli tengono ferme le braccia e le gambe; uno di essi gli apre il cuore con un tagliente coltello di ossidiana e ne estrae rapidamente il cuore. Scena due: adesso nel terrazzo in cima al tempio c’è un adulto, il corpo dipinto di azzurro; però non lo uccidono subito, lo preciptano più per i ripidi gradini, affinché si sfracelli sopra un cumulo di pietre aguzze; poi lo vanno a recuperare e gli estraggono il cuore. Ma non è ancora finita: un sacerdote gli strappa via la pelle, con un coltello, e poi la indossa, ancora sgocciolante di sangue, come un orrendo vestito, per proseguire la cerimonia. Scena terza. C’è una fanciulla, una vergine, legata a un palo; un gruppo di sacerdoti la trafigge con delle piccole frecce, le quali recano un piccolo fuoco acceso sulla punta: più che per le ferite, la morte sopraggiunge per le ustioni, al termine di sofferenze strazianti, disumane; intanto, per tutto il tempo del rito, danzatori si muovono davanti alla vittima, ballando e salmodiando. Scena quattro: il sacrificio è compiuto, ma per essere perfetto manca ancora una cosa: che i partecipanti si nutrano delle carni della vittima; e il festino cannibalesco ha inizio: ai sacerdoti più anziani, toccano le parti migliori, a cominciare dalla testa, così come, da noi, al buongustaio si riservano le parti migliori del maiale, o del vitello, o del pollo, o del coniglio.

Che dire di simili scene? Sono state partorite dalla fantasia sadica e malata di un regista come Dario Argento, o dalle criminali intenzioni di una setta satanica? Oppure sono state immaginate, nelle sue sinistre fantasie, da un poeta drammatico come Dante Alighieri, per descrivere le scene che hanno luogo nei gironi infernali, con i diavoli e le anime dannate quali protagonisti? E infatti chi, se non un demone, potrebbe compiere azioni tanto mostruose: uccidere un uomo, estrargli il cuore, scuoiarlo come se fosse un cervo, e indossare la sua pelle come un vestito, poi divorare le sue carni? Si può immaginare qualcosa di più orrendo, di più maligno? No, probabilmente no: qui abbiamo toccato il fondo delle umane possibilità di abiezione. Quasi impossibile scendere ancora più in basso; si può solo risalire, anche se di poco. La fantasia umana, per quanto si sprofondi negli abissi della malvagità più folle, più aberrante, non riesce ad andare oltre, a immaginare qualche cosa di ancor peggiore: è giunta ad una estrema frontiera. Eppure, queste sono le scene reali che hanno avuto luogo, decine di migliaia di volte, presso i popoli dell’America centrale, specialmente gli aztechi, ma anche i maya; popoli, per altri aspetti, relativamente civilizzati, e sulla distruzione dei cui stati ed imperi le anime belle occidentali hanno versato fiumi di lacrime, come se i bianchi avessero distrutto un secondo Eden, una sorta di meraviglioso Paradiso terrestre. Né ancora oggi, a distanza di cinque secoli, gli studiosi e il pubblico occidentali sono riusciti a liberarsi del tutto da un pesantissimo senso di colpa per ciò che i loro antenati, i famigerati conquistadores, hanno fatto ai danni di quei popoli tutti bontà, sanità e innocenza.

È vero che i conquistadores avevano riferito di aver visto coi loro occhi quei riti e anzi, in alcuni casi, di aver visto morire in quel nodo i loro compagni, caduti nelle mani dei guerrieri nemici; ma come credere a simili canaglie? Come prestar fede a simili avanzi di galera, anche se si trattava di persone colte e distinte, come nel caso del conquistatore del Messico, Hernán Cortes? Più tardi sono arrivati gli storici e gli etnologi della fase acuta dell’auto-disprezzo occidentale, specie nel XX secolo: e non hanno affatto negato che avvenissero i sacrifici umani, nelle forme che abbiamo descritto, senza nulla aggiungere di fantastico, però hanno sostenuto che si trattava di aspetti marginali di quelle civiltà, e che, in ogni caso, nefandezze non certo minori, semmai peggiori, erano proprie della civiltà europea, e dunque gli spagnoli avevano poco da scandalizzarsi e inorridire: pensassero invece a fare mea culpa per tutte le barbarie e le atrocità commesse nel loro impero coloniale. È evidente, infatti, dicevano quegli studiosi, e lo hanno ripetuto tre o quattro generazioni di insegnati, i quali lo hanno trasmesso ai loro studenti, che gli spagnoli descrivevano a tinte forti i sacrifici umani di quei popoli per fornire a se stessi una giustificazione morale per le loro conquiste: sommando, così alle loro altre colpe, anche quella di una sfacciata ipocrisia. E pazienza se è poi risultato che, presso gli aztechi, i sacrifici umani non erano niente affatto marginali, ma erano anzi l’asse portante di quella civiltà e della sua religione; e che gli aztechi erano perennemente in guerra contro i popoli vicini al preciso scopo di procurarsi sempre nuove vittime da sacrificare alla divinità solare, bisognosa di ricevere l’offerta di sangue umano per alimentare continuamente la luce e il calore da diffondere agli abitanti della terra. Ed è poi risultato che anche i “miti” maya, quei maya che erano sempre stati rappresentati come assai più tranquilli e pacifici dei bellicosi aztechi, avevano lo stesso costume e che, per essi, era quasi altrettanto importante: anche perché, essendo distribuiti in città stato e non sudditi di un potente impero, invece di procurarsi vittime umane da scarificare per mezzo della guerra, se le procuravano semplicemente rapendo, vendendo e comprando i malcapitati, e facendo fiorire anche un lucroso commercio di bambini e di fanciulle, i quali erano particolarmente graditi per la loro purezza ed innocenza, che li rendevano vittime particolarmente gradite agli dei.

Ha scritto J. Eric S. Thompson (1898-1975), uno dei maggiori archeologi ed etnologi delle civiltà mesoamericane precolombiane, nel suo classico studio La civiltà maya (titolo originale: The Rise and Fall of Mayan Civilization The University of Oklahoma Press, 1954, 1966; traduzione di Ugo Tolomei, Torino, Einaudi, 1970, pp. 263-66):

La credenza che  gli dei che mandavano le piogge volessero dei sacrifici di fanciulli era molto diffusa: simili sacrifici erano consueti nel Messico e in diverse parti dell’America meridionale. (…) I bambini che venivano sacrificati per lo più erano orfani, parenti lontani adottati da un capofamiglia, o erano stati rapiti o comperati in un’altra città(…). La preferenza per i bambini come vittime agli dei era dovuta all’idea che la vittima doveva essere ‘zuhuy’ – come dicono i Maya d’oggi – cioè incontaminata, vergine; e così del resto tutto ciò che interveniva nel rito sacrificale: anche l’acqua, anche la foresta. L’acqua era zuhuy quando usciva da depressioni della roccia o veniva estratta da una pianta: nei due casi non ‘aveva contaminata il contatto col suolo. D’altra pare il sole e certi altri dei avevano bisogno di vittime adulte, la carne dei bambini non avrebbe dato loro un’energia sufficiente.

La tecnica normale in un sacrificio era quella di estrarre il cuore dal petto della vittima, ma in certe cerimonie la persona da sacrificare veniva legata ad un palo o ad un’intelaiatura di legno e crivellata di frecce dai membri della congregazione, che le danzavano intorno. All’inizio della cerimonia ballava anche la vittima; poi mentre gli altri continuavano a ballare lui veniva legato al palo, e gli applicavano un tondino bianco sul cuore per indicare il bersaglio. Un’attiva partecipazione della vittima ai riti preparatori del suo supplizio era normale nel Messico; e sembra che la forma di sacrificio mediante le frecce fosse originaria del Messico dove era specialmente connessa col culto di Toci, la dea madre della fecondità.

In determinate occasioni il corpo della vittima veniva fatto rotolar giù per la gradinata della piramide fino al fondo, dove veniva scorticato. Poi il gran prete si vestiva della pelle per compiere una danza rituale. Anche questa usanza era corrente nel Messico dove era connessa col culto del dio Xipe Totec, e precisamente con certe cerimonie promosse dagli ordini militari dei Giaguari e delle Aquile, e nelle feste di certe del suolo e delle messi tra le quali una che abbiamo appena nominata, Toci.

In certe altre occasioni la vittima veniva lanciata dall’alto su una pila di sassi, poi le veniva tolto il cuore. Anche questa era una forma di sacrificio connessa al culto di Toci; ma nello Yucatan venne adottata in cerimonie in onore di Itzamna.

Di sacrifici in cui la vittima veniva legata ad un palo, dopo di che le veniva estratto il cuore, abbiamo notizia dallo Yucatan, dal Petén e dalla valle del’Usumacinta. Morirono così due martiri cristiani, i domenicani Cristobál de Prada e Jacinto de Vargas caduti in mano agli Itzá di Tayasal nel marzo 1696. Li legarono mani e piedi a due “croci di sant’Andrea”, e tolsero loro il cuore. La testa di un francescano anche lui ucciso dagli Utzá venne esposta su un palo. L’inchiesta su un caso di ricaduta nelle pratiche pagane portò in luce un sacrificio particolarmente crudele:  una fanciulla legata al palo e poi battuta a morte con un ramo spinoso. Si trattava di un ramo di ceiba, albero particolarmente sacro per i Maya; sappiamo che gli alberi situati ai quattro angoli dell’universo erano delle ceibas.

Gli adulti destinati al sacrificio venivano custoditi in gabbie di legno. Presso i Lacandón si usava tenere il prigioniero in gabbia la notte; le guardie dormivano sulla gabbia della botola per misura di cautela. Di giorno invece la futura vittima poteva passeggiare per la città, ma sempre sotto sorveglianza.

I cadaveri delle vittime erano divisi tra i personaggi importanti che avevano partecipato al rito; testa, mani e piedi erano per il gran sacerdote e gli altri alti prelati. Almeno secondo i Messicani, la vittima rappresentava il dio a cui era stata sacrificata. Perciò mangiandone la carne si assimilavano alcune qualità proprie del dio.

La somiglianza notevole che corre fra queste forme meno diffuse di sacrificio umano descritte da osservatori spagnoli nel secolo XVI e le pratiche correnti nel Messico centrale, dà da credere che almeno gran parte di tali usi presso i Maya fossero un portato dell’influenza messicana. (…)

Il sacrificio umano è una cosa orrenda, ma ciò non toglie che sia logico una volta accettata la premessa che gli dei hanno bisogno di sangue umano per riceverne la forza necessaria allo svolgimento dei loro compiti – col corollario che i fedeli hanno il dovere di provvedervi. E almeno in qualche caso la ferocia del rito sacrificale è un po’ mitigata dal fatto che alla vittima viene somministrata  una bevanda stupefacente prima del sacrificio: misura forse intesa a risparmiarle delle sofferenze – ma non è improbabile che lo scopo  fosse di evitare una resistenza inopportuna  per il decoro del rito. Questo però va detto in difesa dei Maya: tutti, a cominciare dalla vittima, credevano che questa venisse immolata per il vantaggio di tutti. È improbabile che vi fosse una simile unanimità quando nei nostri paesi venivano bruciate delle streghe – vittime dell’isterismo collettivo, non di una creduta necessità comune.

Quando è uscito, nel 2006, il film di Mel Gibson, Apocalypto, ambientato nella società maya e nel quale si descrive anche la pratica dei sacrifici umani, un fremito di orrore e indignazione è corso lungo la schiena di tutti gli intellettuali politically correct, debitamente progressisti, anticolonialisti, antifascisti, antirazzisti, eccetera, eccetera: come si permetteva, il regista americano, di entrare coi piedi nel servizio di porcellana del buonismo indigenista, insozzando la gemma più preziosa della loro ideologia: il sacro mito del “buon selvaggio”? Su quel mito, generazioni di occidentali hanno coltivato, con pari zelo e tenacia, il senso della colpa e dell’auto-disprezzo e l’ammirazione sconfinata, acritica e idealistica di tutto ciò che è non-occidentale, e preferibilmente di tutto ciò che è esotico, primitivo, “indigeno”, appunto. È una sindrome tipica della decadente civiltà occidentale: conta nomi illustri, fra i quali Robert Louis Stevenson, Paul Gauguin e parecchi altri. Prima di loro, a restare folgorati dalla bontà, innocenza e spontanea felicità degli indigeni erano stati i preti cattolici, e specialmente i gesuiti: non per nulla un vescovo cattolico, Bartolomé de las Casas, ancora nel XVI secolo aveva gettato le basi del mito stesso, idealizzando i costumi dei popoli nativi dell’America precolombiana, tanto quanto aveva demonizzato il comportamento degli europei, ossia dei conquistadores suoi compatrioti, ma anche dei colonizzatori venuti dopo di essi. In pratica, accanto alla “leggenda bianca” del buon selvaggio si face strada, per un processo necessario e speculare, la “leggenda nera” del cattivo europeo, cattivo anche perché cristiano e quindi fanatico e intollerante, e possibilmente cattolico (perché una variante della leggenda nera attribuisce ogni nefandezza ai colonizzatori cattolici e nello stesso tempo assolve, quanto meno per mancanza di prove, quelli di fede protestante). I gesuiti, incubata la sindrome del buon selvaggio, l’hanno conservata in quiescenza per circa tre secoli, e adesso si sono abbandonati alle sue funeste conseguenze: tutto ciò che viene dai non cristiani è buono, tutto ciò che viene dai cristiani è cattivo; gli abitanti del Sud del mondo sono tutti buoni, giusti, puri, indegnamente maltrattati e perciò meritevoli di riscatto, ossia di accoglienza, ospitalità, agevolazioni, affinché possano lasciare i loro Paesi poveri e trasferirsi nel Nord della Terra, specialmente in Europa, dove c’è il benessere; se siamo dei veri cristiani, anche per riscattare le colpe e le brutture del passato, non possiamo sottrarci al dovere di accogliere questa umanità che, sotto il profilo morale, è tanto migliore di noi.

Ma torniamo ai sacrifici umani dei maya. Si sarà notato con quanto disagio e imbarazzo, a denti stretti, l’Autore riconosce che si trattava di pratiche assolutamente comuni e che riguardavano anche la compravendita di schiavi bambini, destinati a essere uccisi. Però, si affretta ad aprire un fuoco di sbarramento per minimizzare il più possibile la cosa; disgraziatamente, tutte le sue granate sono a salve, e non producono affatto l’effetto che lui sperava. Prima granata: La credenza che  gli dei che mandavano le piogge volessero dei sacrifici di fanciulli era molto diffusa, dal Messico all’America Meridionale: dunque, non era una specificità dei maya. Come dire: mal comune, mezzo gaudio. Seconda: La preferenza per i bambini come vittime agli dei era dovuta all’idea che la vittima doveva essere (…) incontaminata, vergine; come l’acqua di risorgiva o quella prelevata direttamene dalle piante. Insomma, lo scopo è la purezza; e la domanda sottintesa è che chi cerca la purezza, in fondo, non è forse un puro? Terza, riguardo al cannibalismo: la vittima rappresentava il dio a cui era stata sacrificata. Perciò mangiandone la carne si assimilavano alcune qualità proprie del dio. Questa è una spiegazione “classica”, valida per quasi tutti i sacrifici umani di cui l’etnologia sia venuta a conoscenza. Quarta: La somiglianza notevole (…) dà da credere che almeno gran parte di tali usi presso i Maya fossero un portato dell’influenza messicana. Dunque, la ”colpa” è degli aztechi; i maya si son limitati a subire il loro influsso culturale e a imitare le loro credenze e le loro cerimonie. Quinta (e qui ci si sposta gradualmente dal piano antropologico a quello morale): Il sacrificio umano è una cosa orrenda, ma ciò non toglie che sia logico una volta accettata la premessa che gli dei hanno bisogno di sangue umano. Come dire: la colpa è delle premesse; dopo di che, i maya non hanno fatto altro che passare alle logiche conseguenze. Sesta: la ricerca delle attenuanti generiche: E almeno in qualche caso la ferocia del rito sacrificale è un po’ mitigata dal fatto che alla vittima viene somministrata  una bevanda stupefacente prima del sacrificio, anche se poi lo stesso Thompson ammette che, tutto sommato, tali bevande erano somministrate alle vittime assai più per preservare il decoro del rito, evitando sgradevoli scenate, che al desiderio di attenuare le loro sofferenze. Settima (ormai siamo in piena aula di tribunale, e l’Autore ha indossato, in tutto e per tutto, il mantello dell’avvocato difensore): Questo però va detto in difesa dei Maya: tutti, a cominciare dalla vittima, credevano che questa venisse immolata per il vantaggio di tutti. Pare che si tratti di una considerazione decisiva: non gli viene in mente che la stessa cosa si potrebbe dire di quasi tutti i peggiori crimini dell’umanità, sempre, o quasi sempre, perpetrati con la motivazione che ciò era necessario per il bene o per la salvezza collettivi. Ma no: ecco che, subito dopo, il dubbio lo sfiora; ed ecco che si affretta a precisare, con l’ottava ed ultima granata, ma anch’essa a salve, ahimè, come le precedenti: È improbabile che vi fosse una simile unanimità quando nei nostri paesi venivano bruciate delle streghe – vittime dell’isterismo collettivo, non di una creduta necessità comune. Ma chi lo dice che è improbabile? Coloro che bruciavano le streghe pensavano realmente di difendere la società da un grave pericolo. Semmai, il fatto che non vi fosse unanimità rispetto alla severità della pena, dimostra solo una cosa, che è esattamente l’opposto di quel che Thompson cerca di sostenere: e cioè che in Europa esistevano sentimenti di pietà, di compassione e di umana benevolenza, alimentati proprio dalla religione (ossia il cristianesimo), che rendevano impopolari, almeno presso una parte della popolazione, i roghi delle streghe; mentre il fatto che, presso i popoli americani, non vi fosse, a quel che ci è dato sapere, alcun dissenso, e neppure alcun disgusto (come quello che il pagano Seneca provava per i feroci spettacoli del circo), riguardo ai sacrifici umani, compresi quelli di fanciulle e di bambini, mostra che presso quelle popolazioni, e proprio a cause delle loro credenze religiose, ogni sentimento di umanità e di compassione era stato spento, in una forma così totale, da non trovare riscontro in nessun altro caso a noi noto, passato e presente, della storia umana. Dove vogliamo andare a parare con simili discorsi? Forse a giustificare le atrocità commesse dai conquistadores o a demonizzare le civiltà dell’America precolombiana nel loro insieme, suggerendo che la civiltà europea, essendo moralmente superiore, aveva il diritto di schiacciare le civiltà indigene? Niente affatto. Ci bastava aver affacciato alla mente del lettore questo semplice dubbio: ma quanti disastri ha fatto, e seguita a fare tuttora, il mito del “buon selvaggio”…

Già pubblicato sito dell’Accademia Nuova Italia il 25 Luglio 2018

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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