venerdì, 24 Settembre 2021
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Sapere e ricordare è un atto d’amore verso se stessi

Sapere e ricordare è un atto d’amore verso se stessi: è ciò che ci distingue dalle bestie. I moderni giacobini con il loro fanatismo progressista per mero odio ideologico fanno sparire tutto quel che appartiene alla tradizione di Francesco Lamendola 

Saper ricordare è ciò che distingue gli uomini dalla bestie: quelle ricordano solo per istinto, gli uomini ricordano con tutta la loro affettività (un discorso a parte andrebbe fatto per gli animali domestici e specialmente i cani: vedi l’episodio del cane Argo nell’Odissea, che ha aspettato il ritorno del suo padrone per vent’anni e muore di gioia e di vecchiaia quando, finalmente, lo vede e lo riconosce, sia pure camuffato da mendicante straniero). Ma ricordare non basta: la cosa specificamente umana è il conoscere, il sapere: altrimenti i ricordi saranno solo falsi ricordi; e non c’è niente di più triste di quelle persone, magari anziane, che si sono costruite una vita di menzogne, falsificando i propri ricordi. Le cose specificamente umane, dunque, sono due: sapere, cioè provare il vivo e sincero desiderio di conoscere quello che è e quello che è stato, e ricordare, cioè la consapevolezza che non si può andare avanti, nella vita, bruciandosi i ponti dietro le spalle, ma che si deve custodire la memoria, non solo le proprie memorie, ma le memorie collettive, con tutto l’affetto che si deve ai propri genitori: perché, senza la nostra storia e il nostro passato, noi siamo niente, siamo sabbia al vento, o peggio, siamo bestiame da macello, che bruca l’erba di un giorno e poi scompare, in maniera perfettamente anonima, senza lasciar traccia di sé.

L’altro giorno siamo rimasti enormemente colpiti, sfogliando un libro, dalla “scoperta” che, a pochi passi dalla via udinese in cui siamo nati e cresciuti, esisteva una chiesa settecentesca dedicata a Santa Maria Maddalena, con annesso un ospedale, anzi, una chiesa il cui impianto originario era medievale, ma che nel XVIII secolo era stata praticamente rifatta ed era considerata una delle più belle della città. Chiusa al culto nel 1810 dal turbine delle soppressioni napoleoniche, fu trasformata in magazzino, in palestra, in sede di uffici governativi, prima austriaci, poi italiani, finché, nel 1866, con la “redenzione” del Friuli e il suo ritorno (?) all’Italia, cui non era mai appartenuto, l’Ordine dei Filippini, che vi si era stabilito, venne secolarizzato, i loro beni confiscati, compresi l’organo e le altre opere d’arte, che il governo generosamente donò alla città (Bella legge – commentò monsignor Giuseppe Vale, insigne storico e musicologo – fatta da ladri, fatta per ladri ed eseguita da ladri!), e infine, nel 1921, la chiesa venne demolita per far posto al nuovo Palazzo delle Poste, progettato dall’architetto Gino Tonizzo. Oltre ad essere una chiesa molto bella, era stata anche il principale centro di fervore religioso della città fino alla seconda metà del XIX secolo, cioè dopo l’annessione ad uno Stato massonico e anticlericale: che sia stata proprio questa la ragione della confisca prima, della distruzione poi? Sta di fatto che la vicina casa della Contadinanza, del pari demolita, venne ricostruita sul colle del Castello, mentre della chiesa di santa Maria Maddalena non resta più nulla, tranne una vecchia fotografia in bianco e nero, dalla quale non è facile farsi un’idea di come doveva apparire al momento del suo massimo splendore, dopo le ristrutturazioni del 1709 e del 1855, rispettivamente per opera degli architetti Domenico Rossi e Giuseppe  Zandigiacomo. Può essere, comunque, che, più che i furori massonici e anticlericali del regno dei Savoia e della cultura ufficiale, progressista e futurista, nella brutale e insensata distruzione di uno dei gioielli dell’architettura religiosa di Udine abbia giocato un ruolo decisivo la pura e semplice stupidità umana: lo stesso destino, infatti, avrebbe colpito, negli anni seguenti, e specialmente in quelli del “miracolo economico”, anche alcune perle dell’architettura civile, come il cinema teatro Eden, il più grande e senz’altro il più originale della città, progettato dall’architetto Provino Valle: costruito nel 1922, venne abbattuto nel 1958, quasi con un colpo di mano, grazie a degli amministratori che non si saprebbe se definire più ignoranti o più incoscienti, per fare posto, qualche anno dopo… ai grandi magazzini della UPIM.

Ad ogni modo, quello che ci ha colpito è stato scoprire che di quella antica chiesa noi non avevamo mai sentito parlare; ignoravamo completamente che fosse mai esistita; eppure, prima d’essere abbattuta, si trovava a pochi metri dalla nostra casa, e, inoltre, credevamo di sapere tutto quel che c’è da sapere, ragionevolmente, sulla propria città natale – allorché, beninteso, si nutra per essa un affetto assolutamente speciale, nonostante il trascorrer del tempo e le vicende che allontanano molti di noi dai luoghi della loro infanzia -, avendo letto parecchi libri e girato con tutti i sensi desti per le sue strade, le sue piazze, i suoi giardini e i suoi cortili, osservato, scattato fotografie e domandato a destra e a sinistra per sapere, per capire, per poter ricordare. Eppure, di quella grande e bella chiesa, noi non avevamo mai saputo assolutamente nulla! Neppure i nostri genitori avevano mai potuto vederla; ma i nonni, loro sì. Evidentemente, non era mai capitato di parlarne con essi; e poi, quando mai i bambini hanno un tale genere di curiosità? Per un bambino, anche se innamorato della sua città, le cose sono lì come sono e dove sono, in perfetta naturalezza, da sempre e per sempre, più o meno come le montagne (e nemmeno per esse è vero: si pensi alla enorme frana del Monte Toc del 9 ottobre 1963, la più grande sulle Alpi in epoca storica, che produsse il disastro del Vajont): lui non ha alcun senso della storia, del trascorrere degli anni, del lento mutare delle case, delle strade, solo di poco più lento del mutare dell’aspetto delle persone, che oggi sono ancora giovani e sane, e domani, chi sa come, son diventate vecchie e curve, e poi non le si vede più in giro, e un giorno si sente dire, per caso, che sono morte. Ma un bambino, che a stento ha capito cosa sia la morte degli esseri umani, non viene neanche sfiorato dal dubbio che quelle case, quei palazzi dall’aspetto massiccio, quelle strade, quegli alberi secolari – come il platano sulla piazzetta fra Via Zanon, e via Poscolle, maestoso sulle baracche del mercato – siano lì per sempre. Il bambino non ha alcuna coscienza storica, vive in un presente incantato, fuori dal tempo e anche dallo spazio; nel nostro caso, non sapevamo nemmeno che il volto complessivo della nostra città, fino a pochissimi anni prima di dove potevano arrivare i nostri più remoti ricordi, era stato completamente diverso da quello che noi avevano sempre visto, e creduto eterno: perché molte delle vie centrali erano attraversate dalle ampie rogge, scavalcate da una quantità di ponticelli, le quali alimentavano tutta una serie di attività industriali e artigianali; mentre, proprio negli anni della nostra primissima infanzia, degli amministratori geniali – gli stessi che avevano decretato la morte del cinema Eden, e poi anche quella del cinema Puccini, giustamente deprecata da qualche anima sensibile, come il giornalista e scrittore Renzo Valente – avevano deciso la “copertura” delle rogge, allo scopo di allargare la sede stradale, in omaggio alle esigenze della motorizzazione e per dare un volto più “moderno” a una città che era, secondo loro, un po’  troppo sonnolenta…

Della copertura delle rogge, tuttavia, avevamo sentito parlare, sin da bambini; come pure della soppressione dei due tram elettrici caratteristici, il tram bianco che conduceva a Tricesimo e Tarcento, (nel 1956-59) e il tram verde che portava a San Daniele del Friuli (nel 1955); e così pure la demolizione dei due famosi cinema del centro cittadino; della chiesa di santa Maria Maddalena, invece, niente di niente: come se non fosse mai esistita. Ecco, questo è un pensiero che turba: un importante edificio religioso, il quale contribuisce a dare il suo volto caratteristico ad una città, non solo, che ha animato la sua vita spirituale, può esser distrutto, non dalla violenza della guerra o dal terremoto, ma dalla insensatezza degli amministratori e degli urbanisti “moderni”, ben decisi a spingere avanti più in fretta, sempre più in fretta, la ruota della storia, facendo scomparire, senza che ne resti alcuna traccia o memoria, quel che secoli e secoli di umane vicende hanno prodotto e accumulato, in base alla sciocca e ottusa filosofia che considera bello e pregevole tutto ciò che è nuovo, e brutto e inutile tutto ciò che è vecchio. Ma che cosa vorremmo, dunque: fermare il progresso, arrestare la modernizzazione, e trasformare ogni città, ogni paese, ogni quartiere, in altrettanti musei a cielo aperto? Salvare tutti gli alberi dei giardini pubblici, tutte le vecchie osterie, tutti gli angoli caratteristici, tutte le botteghe a conduzione familiare? Sappiamo bene che non è possibile, e che potentissimi meccanismi economici vanno nella direzione opposta. Per limitarci all’aspetto puramente urbanistico della questione, è ben giusto che i nuovi architetti possano far mostra della loro bravura, e creare delle opere che lascino un nuovo segno sul volto delle città: perché ogni epoca ha il suo sentire, ha la sua sensibilità estetica, ha i suoi valori da annunciare e da affermare: tutto questo è giusto e normale. Ma non è giusto, e neppure normale, che la smania di rinnovamento si trasformi in furia iconoclasta; che per far posto ad un palo della luce, si tagli un gelso o una quercia vecchi di quattro o cinque secoli; e, soprattutto, che si distrugga e si demolisca senza alcun rispetto per la tutela della memoria, cioè senza preoccuparsi di conservare quello che si può e si deve conservare: perché è comprensibile che si demolisca quello che non è salvabile, o che non è degno di essere salvato, ma lo si deve fare in maniera tale che il patrimonio architettonico complessivo non sia inutilmente sfregiato o alterato, e che si salvi la linea di continuità fra il passato e il presente. Infatti una città è organica, cioè un luogo adatto per viverci, quando il passato e il presente si danno la mano lungo le sue strade, sulle facciate dei palazzi, nella prospettiva delle sue piazze; mentre diventa un luogo brutto e invivibile, dominato solo dalle cieche leggi economiche, quando quel legame si spezza, o viene spezzato deliberatamente, e i novatori, moderni giacobini, fanno sparire tutto quel che appartiene alla “tradizione”, così, senz’altre ragioni che il mero odio ideologico e il loro fanatismo progressista.

Nelle città, proprio come nella vita, non si può conservare tutto; e, quand’anche si potesse, non lo si dovrebbe fare, perché alcune cose è giusto che cedano il passo alle nuove, secondo il ritmo di un normale e sano avvicendamento. Ma le radici, quelle no: quelle vanno coltivate e preservate con la massima cura, e non devono essere tagliate, mai, per nessuna ragione al mondo, pena la morte dell’intero organismo. Non è necessario aver studiato chissà quale filosofia per capirlo: basta il comunissimo buon senso; una merce che, però, sta diventando sempre più rara. E chi smarrisce il buon senso, smarrisce anche l’istinto di conservazione: perché è l’istinto di conservazione che dovrebbe suggerirci di conservare con cura e di proteggere le nostre radici vitali, cosa che non stiamo facendo affatto, anzi, stiamo facendo tutto il contrario. E così come, per vivere, abbiamo bisogno di mantener vive e sane le nostre radici, e vigilare sulla loro buona salute, allo stesso modo per la nostra vita spirituale abbiamo assoluto bisogno di far sì che le sue radici rimangano sane e che non prevalgano, contro di esse, le forze malefiche le condurrebbero a morte, e noi con esse. Si può avere l’apparenza di vivi, ma essere morti interiormente: e ciò accade quando si perde il legame con le sorgenti della propria vita interiore, quando si consente che vengano intorbidate e che s’inaridiscano: se si seccano le sorgenti, anche la nostra vita interiore finisce per ammalarsi e morire. Rischiamo, così, di sopravvivere alla nostra stessa morte spirituale: meccanicamente, materialmente, inutilmente, come bruti senz’anima, come zombie che si trascinano sulle strade del mondo, lo sguardo spento, i sogni infranti, la forza interiore appassita e sostituita da un groviglio di rancori, amarezze, ripieghi e cinismo.

E dunque vogliamo dirlo, bello e chiaro, una volta per tutte? Le radici della nostra vita spirituale sono nel Vangelo di Gesù Cristo, così come ci è stato insegnato nell’infanzia, così come ci è stato conservato fedelmente, e tramandato coraggiosamente, una generazione dopo l’altra, per secoli, per due millenni, attraverso mille difficoltà, individuali e collettive: malattie, guerre, eresie, calamità naturali, carestie, terremoti. Ignorare o voler sopprimere quelle radici, è come voler ignorare o sopprimere la nostra stessa vita. E tuttavia, c’è un’altra maniera, ancor più pericolosa, di mettere in pericolo le radici spirituali dalle quali si alimenta la nostra vita: falsificare il Vangelo, snaturarlo, stravolgerlo, cosa che oggi è cronaca di ogni giorno. L’apostasia è partita non dal basso, come ci si sarebbe aspettati, ma dall’alto: dai vertici della Chiesa; e da lì, sfruttando la forza dirompente dell’autorità, si sta propagando a tutti i livelli, fino alla base. Oggi, proteggere le radici della nostra vita spirituale significa, anche, denunciare questa manovra diabolica: l’adulterazione della Chiesa di Cristo ad opera dei suoi stessi pastori. L’ultima “notizia” di questo tipo, giunta pochi minuti fa, è quella di un tal Gregory Greiten, parroco di Milwaukee, negli Stati Uniti, il quale ha ritenuto giusto dichiarare la propria omosessualità in chiesa, davanti all’assemblea dei fedeli, asserendo di non avere alcuna intenzione di lasciare l’abito, perché si può benissimo essere gay e sacerdoti di Cristo. Ecco un esempio di perdita della memoria, in questo caso del Magistero ecclesiastico, e di perdita del buon senso: perché costui avrà forse creduto di rendere un servizio alla verità, mentre lo ha reso solamente al diavolo, dando un inutile scandalo al suo gregge. La Chiesa non ha mai condannato l’inclinazione omosessuale, ma la pratica; al tempo stesso, essa chiede ai sacerdoti il voto di castità e il celibato. Perciò, dichiarandosi gay, egli ha fatto una cosa o inutile, perché le sue inclinazioni riguardano lui solo, o empia, perché ha annunciato che la castità non lo riguarda. Ripetiamo: sapere e ricordare è un atto d’amore per se stessi. Di amore autentico, però; e non di perverso narcisismo…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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