domenica, 13 Giugno 2021
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Un quadro al giorno: «Gli eroi di Culqualber», di A. Beltrame (1941)

Un quadro al giorno: «Gli eroi di Culqualber», di Achille Beltrame del 1941. La cosa più stupefacente è che Beltrame (Arzignano Vicenza 1871-1945) fu in grado di illustrare eventi che si verificavano in ogni parte del mondo di Francesco Lamendola  

Achille Beltrame e Walter Molino non saranno stati degli artisti eccelsi nel senso tradizionale della parola, ma sono stati certamente due pittori e illustratori che hanno avuto il merito di portare nelle case di tutti gli Italiani – case isolate, spesso, di contadini, o comunque di povera gente – gli eventi del mondo nazionale e internazionale, spalancando i loro orizzonti culturali e costituendo uno specchio fedele  del costume e della società, dagli ultimi anni del XIX secolo fino alla seconda metà del XX, quando la diffusione della fotografia ha fatto scomparire l’arte del disegnatore dalla grande stampa nazionale.

Achille Beltrame era nato ad Arzignano, in provincia di Vicenza, nel 1871 e si è spento a Milano nel 1945. Formatosi all’Accademia di Belle Arti e dopo essere stato discepolo del celebre pittore romantico Francesco Hayez, si era orientato sempre più verso il disegno e la grafica; e nel 1898, a ventotto anni, era stato chiamato dal direttore Luigi Albertini ad illustrare la copertina e l’ultima pagina del supplemento settimanale del «Corriere della Sera», «La Domenica del Corriere», ruolo che ricoprirà ininterrottamente per oltre un quarantennio, finché – nel 1941 – comincerà a subentrargli il suo allievo Walter Molino.

Per oltre quattro decenni, Beltrame è stato il testimonio dei grandi avvenimenti della politica e della società – la guerra, lo sport, l’avventura: dalla Parigi-Pechino del 1907 alle imprese degli Alpini nel 1915-18 -, divenendo popolarissimo non solo per la sua bravura, ma anche per l’umanità che traspare dal suo modo di illustrare i fatti di cronaca. Due generazioni di Italiani si sono entusiasmate, hanno gioito, esultato, pianto su quei disegni a colori; si sono riconosciute in quelle speranze, in quei sacrifici, in quelle soddisfazioni. Quando, ad esempio, Beltrame ha illustrato l’ingresso dell’esercito italiano ad Addis Abeba e la nascita dell’Impero, nel 1936, milioni di Italiani si sono entusiasmati e si sono riconosciuti in quel momento di trionfo nazionale.

Si può dire, pertanto, che le tavole a colori di Beltrame hanno contribuito, più dei ponderosi volumi di tanti intellettuali, alla formazione di una coscienza nazionale, in un’epoca in cui pochi Italiani leggevano libri, ma in molte famiglie, anche di condizione modesta (e non solo della borghesia benestante), entrava una copia de «La Domenica del Corriere», ove sia gli adulti che i ragazzi trovavano qualcosa che li interessava e li coinvolgeva; mentre per i bambini era stato appositamente creato, nel 1908, «Il Corriere dei Piccoli», il primo giornalino italiano a fumetti.

La cosa più stupefacente è che Beltrame, dopo il trasferimento a Milano, non si mosse più dal capoluogo lombardo: eppure fu in grado di illustrare eventi che si verificavano in ogni parte del mondo, supplendo con una notevole inventiva e con una scrupolosa informazione giornalistica, alla mancanza di esperienza diretta dei luoghi e delle situazioni. Di lui si potrebbe dire, pertanto, che – come il veronese (e quasi suo conterraneo) Emilio Salgari, che scrisse un centinaio di romanzi esotici e d’avventura, senza muoversi mai dall’Italia, e quasi mai da Torino – ha fatto sognare gli Italiani, stando seduto alla scrivania di casa.

Come abbiamo detto, a partire dal 1941 il suo posto venne preso gradualmente da Walter Molino (1915-1997), di Reggio nell’Emilia, che iniziò ad illustrare le copertine de «La Domenica del Corriere» venticinquenne, e che già era divenuto assai noto come disegnatore satirico e come illustratore sulla stampa popolare e per la gioventù («Virtus», «Capitan L’Audace» e «Kit Carson») fin dagli anni Trenta. Lo stesso Mussolini lo aveva notato, quindicenne, per i suoi schizzi sul giornale «Libro e moschetto», tanto che era stato chiamato a collaborare con le sue vignette a «Il Popolo d’Italia», il quotidiano del Partito Nazionale Fascista.

Molino avrà poi, dopo la seconda guerra mondiale, qualche difficoltà per la sua convinta adesione al fascismo (mentre quella di Beltrame era stata assai tiepida), tanto da venire epurato. Il che non gli impedirà, in seguito, di riprendere la sua prestigiosa carriera di disegnatore, continuando ad illustrare, per trent’anni, le copertine de «La Domenica del Corriere» e divenendo ancor più conosciuto, dal 1946, con le copertine del settimanale «Grand Hotel».

La tavola di cui vogliamo occuparci ora è quella che ha illustrato, il 14 settembre 1941, un episodio della disperata battaglia per il ridotto di Gondar, nell’ultimo lembo dell’Impero italiano in Africa Orientale non ancora occupato dai Britannici e dai loro alleati: Sudafricani, Francesi Liberi, Belgi del Congo, ribelli etiopici entrati al servizio degli Inglesi, talvolta dopo aver tradito il tricolore, come ras Aialeu Burrù (che, pur catturato in battaglia, venne risparmiato per ordine espresso del generale Nasi).

È stato per merito di quella copertina che il grosso pubblico, in Italia, è divenuto consapevole di quegli avvenimenti, in cui si decideva la sopravvivenza o meno dell’Impero – conquistato, fra tante speranze, appena cinque anni prima – e nasceva, così, la «leggenda di Gondar», di cui la battaglia alla Sella di Culqualber è stata, insieme ai combattimenti di Uolchefit, l’episodio più significativo sul piano militare e anche su quello politico e morale.

In effetti, dopo che gli studi del geniale Franco Bandini hanno definitivamente chiarito la somma di madornali errori, ingenuità e scarsa convinzione, che portarono il duca Amedeo d’Aosta alla resa dell’Amba Alagi (dopo soli cinque giorni di battaglia vera, e con l’onore delle armi accordato molto più per ragioni politiche che militari), si può dire che molto più della «leggenda» dell’Amba Alagi, quella di Gondar, e particolarmente di Culqualber, avrebbe meritato un posto imperituro nella coscienza collettiva del popolo italiano.

Se ciò non avvenne, i motivi hanno avuto a che fare, quasi certamente, più con la mitizzazione della figura del duca d’Aosta, che con la verità storica. Al tempo stesso, se gli eroi di Culqualber non sono stati ignorati e se il loro sacrificio è divenuto parte della consapevolezza collettiva (e sia pure per una breve stagione: perché, a partire dal 1943, alla cultura ufficiale è sembrato inopportuno celebrare i caduti di una «guerra sbagliata»), ciò lo si deve in larghissima misura a quella copertina dell’amatissima e popolarissima «Domenica del Corriere».

Lo stile verista e al tempo stesso popolare, nel senso migliore del termine, conferisce alla lotta cruenta fra i soldati italiani in divisa coloniale e quelli britannici, culminante nel corpo a corpo con la baionetta, una dimensione epica, che riecheggia le celebri copertine della prima guerra mondiale e particolarmente quelle dedicate alla guerra sulle Alpi, somiglianza accentuata dalla natura aspra e rocciosa del campo di battaglia etiopico.

Non accade spesso che un artista, servendosi di uno strumento di diffusione «umile» come la cosiddetta stampa popolare, riesca a creare in larga misura (mentre, in minor misura, vi contribuiscono alcune canzonette, esse pure «popolari») un vero e proprio «epos» nazionale. Achile Beltrame e Walter Molino lo hanno fatto, immortalando – talvolta con un’enfasi che oggi ci sembra ingenua, ma che allora non appariva tale, essendo diverse la mentalità e la sensibilità del corpo sociale – pagine importanti della nostra storia che, poi, un giudizio ideologico alquanto drastico e frettoloso ha relegato nel sottoscala.

Un po’ tutti i caduti italiani della seconda guerra mondiale sono stati in qualche modo dimenticati, e specialmente quelli in terra d’Africa: su di essi continua a pesare l’ombra di una doppia condanna morale: quella del colonialismo e quella del fascismo.

Tuttavia, anche fra di essi vi sono delle differenze: e, se per un certo tempo gli Italiani hanno conosciuto le gesta degli eroici difensori dell’oasi di Giarabub, nel deserto della Cirenaica, grazie a una canzone popolare intitolata «La sagra di Giarabub», al film di Goffredo Alessandrini e, infine, alle memorie del comandante Salvatore Castagna, i non meno eroici difensori del passo di Culqualber, in Etiopia, non sono mai entrati nell’immaginario collettivo del nostro popolo in misura proporzionata ai loro meriti (nonostante che il 21 novembre, anniversario della fine della battaglia, sia tuttora ricordato dai carabinieri come la data più importante del calendario d’arma).

È per rimediare a questa dimenticanza che vogliamo dedicare il presente articolo alla memoria dei fatti di Culqualber, ove, sessantotto anni fa, veniva ammainata l’ultima bandiera tricolore sulle ambe insanguinate dell’Etiopia e svanito il sogno breve e contrastato dell’Impero coloniale italiano in Africa Orientale.

Il nome di «Culqualber» significa, in lingua amhara, «passo delle euforbie», ed è una sella fra le montagne della regione del lago Tana, situata in una posizione strategica importantissima per l’accesso da sud a Gondar, ove si era concentrata l’ultima difesa del generale Nasi, dopo la resa del duca d’Aosta sull’Amba Alagi il 19 maggio e dopo quella del generale Gazzera nella regione del Galla e Sidama, il 4 luglio del 1941.

La sella era attraversata da una strada rotabile dominata da aspre formazioni rocciose che gli Italiani, nel corso dei mesi primaverili ed estivi – durante la parziale sospensione delle operazioni per le piogge torrenziali, da aprile a settembre – avevano sistemato a difesa, con feritoie aperte nella viva roccia, nidi di mitragliatrici e batterie di artiglieria leggera. L’aviazione, purtroppo, si riduceva a pochissimi apparecchi, per cui il nemico aveva il dominio incontrastato dei cieli; anche le munizioni e i viveri scarseggiavano, benché alcuni voli segreti dalla Libia avessero portato il denaro necessario per l’acquisto di derrate alimentari.

Molto incerto l’atteggiamento delle popolazioni locali; alcune formazioni di ascari erano state arruolate, ma non si sapeva fino a che punto il loro morale fosse saldo, anche per la difficoltà di assicurare loro la paga. Sul fronte opposto, alcune bande di irregolari etiopici combattevano al fianco degli Inglesi ed anche per proprio conto, sovente dando prova di efferata ferocia contro i prigionieri e contro i civili inermi (come si era già visto nei primi mesi del 1941, durante l’avanzata britannica su Addis Abeba, e specialmente con l’eccidio dei prigionieri italiani a Dire Daua, accompagnato da torture).

La battaglia di Culqualber infuriò dal 6 agosto al 21 novembre 1941, quando gli ultimi difensori vennero sopraffatti dopo una eroica resistenza, grazie ad una vecchia pista sulla montagna – tracciata secoli prima dai Portoghesi e ora velocemente riattata dai genieri britannici – che la colonna autotrasportata inglese poté sfruttare per cadere sul tergo del campo trincerato. La difesa consisteva di due battaglioni di carabinieri del Primo Gruppo Mobilitato, ed una compagnia di zaptié; inoltre un battaglione di «camicie nere», per un totale di poco più di 2.000 uomini.

Nel corso della battaglia caddero anche molti ufficiali: il colonnello Augusto Ugolini fu salvato a stento dall’intervento di un ufficiale inglese, che gli fece scudo col proprio corpo, mentre un Sudanese stava per trafiggerlo con la sua lancia; il maggiore Alfredo Serranti morì, trafitto da un colpo di baionetta al ventre; il seniore Alberto Cassoli delle «camicie nere» fu ucciso da una pallottola in fronte.

I Britannici, nel corso della battaglia finale, disponevano non solo di una schiacciante superiorità di mezzi – aerei, carri armati, artiglieria pesante, munizioni -, ma anche una superiorità numerica di circa 10 a 1, avendo schierato complessivamente non meno di 22.500 uomini.

Scrive Angelo Del Boca nella sua monumentale opera «Gli Italiani in Africa Orientale», sempre utile, anche se eccessivamente critica nei confronti del nostro colonialismo e animata da un aperto pregiudizio ideologico di stampo marxista (Bari, Laterza, 1982; Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1992; vol. III, «La caduta dell’Impero», 521-26):

«Il primo attacco alla cintura difensiva di Gondar viene sferrato da sud, alla fine di luglio, tre settimane dopo la caduta di Debrà Tabòr. A tenere le posizioni di sella Culqualber e di sella Fercaber, estremamente importanti perché sbarrano l’accesso alla piana di Gondar e all’aeroporto di Azozò, è il colonnello Augusto Ugolini, un vecchio coloniale che ha partecipato ala conquista dell’impero e ha tenuto per anni il comando civile e militare del Beghemeder. Per difendere il caposaldo, che ha uno sviluppo di 14 chilometri, Ugolini ha meno di 3 mila uomini tra camicie neri, carabinieri e coloniali, e 8 pezzi da 77/28 e 70/15. Per di più egli deve fronteggiare, oltre agli avversari che premono dal sud, grosse formazioni di partigiani etiopici che agiscono alle sue spalle e che insidiano  le sue linee di comunicazione con Gondar. Per circa tre mesi, da agosto a ottobre, Ugolini cerca di allentare la morsa usando la stessa tattica di Gonella, quella cioè di uscire dal ridotto  e, con azioni di sorpresa, piombare sull’avversario ignaro.  Si hanno così le puntate offensive dell’8, 14 e 24 agosto. Il 4 settembre Ugolini va a snidare gli etiopici sul monte Denghel  e il 18 ottobre, dopo una marcia notturna di oltre venti chilometri,  irrompe nel campo anglo-abissino di Lambà-Mariàm  e vi semina la morte, guadagnandosi anche una citazione nel bollettino di guerra n. 505.

In un rapporto del 5 ottobre al Comando supremo, Nasi definisce il caposaldo di Culqualber “ormai inviolabile, dato soprattutto lo spirito che si è creato tra i difensori”. In effetti, nonostante i continui bombardamenti aerei e terrestri, le difficoltà di ottenere  rifornimenti da Gondar, la carenza di acqua, l’impossibilità di sostituire le calzature ormai logore, gli uomini di Ugolini sono molto più simili a quelli di Gonella che non a quelli di Angelini [che si erano arresi dal nemico dopo aver opposto una scarsissima resistenza]. Interpretando gli umori e i sentimenti dei suoi compagni, il capitano Calabrese compone una cantata, che ben rende l’atmosfera del ridotto:

“Contro l’Inglese, contro l’Etiopia tutta,

Italia mia, da sol combatterò per te;

mangerò l’angèra e la bargutta,

+soffrirò, lotterò, morirò per te.

Pur se la vittoria è una chimera,

io non mi arrenderò:

alzo la mia bandiera

e per l’onore sol combatterò.”

Con i primi di novembre, cessate le piogge, la pressione contro il caposaldo di Culqualber si fa però più intensa. Se prima Ugolini doveva affrontare soltanto i 4 mila irregolari del degiac Cassa Mescescià Teodròs e le formazioni etiopiche (ex bande uollo del maggiore Farello, ex 79° battaglione coloniale e bande scioane) al comando del maggiore Douglas Roiar, ora deve fronteggiare, da nord, la 25abrigata africana del generale James e, da sud, la Sothforce del colonnello Collins:in complesso non meno di 18 mila uomini, dotate di carri armati, autoblinde e 22 pezzi di artiglieria. L’attacco da nord, che nessuno si attendeva, a cominciare da nasi, pone Ugolini nella difficile situazione di dover aprire, con le poche forze di cui dispone, un secondo fronte. “Facendo la critica a me stesso  – riconosce Nasi – voglio dire che il mio errore capitale fu di non aver previsto che la orrenda pista Amba Ghiorghis- Ambaciarà, di cui pure conoscevo l’esistenza, potesse essere riattata e sfruttata per l’arroccamento delle forze tra i due fronti di attacco e non aver manovrato con le forze dei capisaldi di Celgà e di Ulag, sul fronte dei quali, dopo il 21 novembre, doveva essere chiaro che non esisteva più alcuna seria minaccia all’infuori di bande ribelli.”

A differenza di altri generali, Nasi è capace di oneste e severe autocritiche, ma indubbiamente il suo errore è molto grave e gli viene rimproverato anche dagli inglesi: “Il generale nasi non seppe del riattamento di questa strada se non quando intravvide passarvi in direzione sud gli automezzi della 25abrigata; ed era troppo tardi per intervenire in aiuto del presidio, isolato e impegnato nella nuova battaglia”. Ma vediamo questa accorta operazione inglese sin dal suo inizio. All’alba del 13 novembre, dopo alcuni giorni di intensi  bombardamenti aerei e terrestri, le formazioni del colonnello Collins e del maggiore Douglas Roiar attaccano le posizioni italiane di Culqualber, accanendosi soprattutto contro il “Costone dei roccioni”, ma dopo undici ore di combattimento e dopo aver perso 156 uomini sono costretti a ritirarsi. Visto l’insuccesso ed avendo nel frattempo appresa l’esistenza di una vecchia pista portoghese  che, attraverso l’impervio Dancar, va a sfociare ad Ambaciarà, proprio alle spalle dei difensori di Culqualber, il generale Fowkes la fa riattare dal genio contando di avviare per questa scorciatoia l’intera 25abrigata di James. “Il 19 novembre – scrive il relatore britannico – si poté dire che la strada esisteva: così ripida, in certi tratti,  che si fece ricordo ai trattori per trainare gli automezzi  nei punti più difficili, ma era al riparo dall’osservazione, tranne per un breve spazio.”

Se Nasi potesse ancora disporre dell’aviazione, la manovra certo non gli sfuggirebbe, ma il 24 ottobre è caduto in combattimento il CR 42 del tenente Malavolti e l’ultimo caccia, quello pilotato da Mottet, è in riparazione, e non potrà riprendere a volare che il 22 novembre. Così, mentre Nasi si aspetta che Fowkes lanci la 25a brigata contro gli avamposti di Ualag e di Tucul Dinghià, l’unità motorizzata si avvia invece lungo ‘antica pista portoghese per assestare il colpo mortale al ridotto di Culqualber. “Il colonnello Ugolini – ricorda Nasi – segnalava il giorno 18 lo sbocco in piano, proveniente da Ambaciarà, di più di 100 autocarri. Il fuoco di artiglieria del caposaldo di Ualag-Ambezzò aveva perduto di intensità;: solo pochi colpi per darla ad intendere.  Tutto diveniva abbastanza chiaro, ma troppo tardi: le forze regolari britanniche venivano trasferite, almeno in parte, dal fronte nord al fronte sud.”

Il giorno 20, mentre le forze anglo-etiopiche finiscono di ammassarsi contro le posizioni italiane, 57 “gloster” e “Hurricane”si avvicendano sul caposaldo inondandolo di bombe, mentre le artiglierie indiane, della Costa d’Oro e del Nyassa, aprono il fuoco dalle sponde del lago tana, dal vecchio castello portoghese di Guzarà, dal massiccio del Denghel e dal bivio di Ambaciarà. “Su tutte le posizioni – scrive Panetta – si presentiva la fine ormai prossima. Non c’era più niente da mangiare, non c’erano quassi più munizioni, i superstiti difensori erano ridotti allo stremo. L’ospedaletto da campo rigurgitava di feriti e di febbricitanti, le medicine erano ridotte a qualche flacone di alcool e di tintura di jodio; nel campo “mogli al seguito” c’era una fame nera e una vera epidemia d terrore>: molte donne e bambini erano morti sotto i bombardamenti”.

L’attacco generale viene scatenati da Fowkes tra le 3 e le 4 del 21 novembre. Assaliti da nord dagli africani della 25abrigata , da est dagli irregolari etiopici del maggiore Douglas Roiar e dal degiac Cassa Mescescià Teodròs, e da sud dalla Southforce del colonnello Collins, gli uomini di Ugolini riescono a tenere le loro posizioni, spesso anche contrattaccando all’arma bianca, fino a mezzogiorno, ora in cui Nasi autorizza il comandante del ridotto a chiedere la resa. Ma Ugolini non cede, e soltanto alle 15,30, dopo che sono caduti tutti i comandanti di battaglione, i maggiori Garbieri, Serranti, Cassoli, e le perdite sfiorano i mille uomini, dà ordine di cessare il fuoco. “La stessa leggendaria resistenza di Toselli all’Amba Alagii non può reggere il paragone – scrive con enfasi Di Lauro. – La difesa di Galliano a Macallé impallidisce di fronte ala sovrumana grandezza militare dei soldati di Culqualber”. Da parte loro, dopo aver riconosciuto che “la seconda battaglia di Culqualber fu tra le più dure della campagna”, gli inglesi così commentano la fine del combattimento: “Finalmente la via era libera  per le artiglierie più pesanti. Non restava che l’ultima azione per forzare le porte di Gondar”.»

A Gondar, infatti, i cari armati britannici riuscirono a penetrare, combattendo, il 27 novembre, costringendo il generale Nasi a chiedere la resa quello stesso pomeriggio; resa che fu accordata con l’onore delle armi, per i valorosi difensori di quell’ultimo ridotto dell’Africa Orientale Italiana, . Poco dopo, i giorno 30, gli ultimi reparti del ridotto deponevano a loro volta le armi.

La guerra, nel Corno d’Africa, era terminata: cominciava la prigionia per i soldati e per gli ufficiali, e la difficile odissea del rimpatrio per i civili (che, nella sola Addis Abeba, erano ben 50.000).

L’opinione pubblica italiana visse con dolore quegli avvenimenti. Tornò a sperare nella primavera-estate del 1942, quando l’armata italo-tedesca di Erwin Rommel si spinse fino ad El Alamein, a soli 90 km. da Alessandria;  perdette poi ogni speranza nel maggio del 1943, con la resa del generale Messe in Tunisia.

L’esperienza del colonialismo italiano, iniziata il 10 marzo 1882 con l’acquisto del porto di Assab, sul Mar Rosso, era definitivamente conclusa (a parte la «coda» della amministrazione fiduciaria della ex Somalia italiana, fino al 1960).

A ricordarla, restano – nell’immaginario collettivo – le belle tavole a colori de «La Domenica del Corriere» di Achille Beltrame e di Walter Molino.

Ma Beltrame non fece in tempo a vedere l’epilogo di quel conflitto mondiale, che segnò la fine delle ambizioni imperiali dell’Italia e la perdita di tutte le sue colonie. Si era spento a Milano, nel febbraio del 1945, prima del crollo della Repubblica Sociale e dell’ultimo, sanguinoso atto della guerra civile. Aveva lavorato ad illustrare le tavole per il settimanale milanese fino quasi all’ultimo giorno di vita, con fede e passione insuperabili (si dice che non si fosse mai concesso delle vare ferie in quarant’anni di lavoro).

La società del dopoguerra avrebbe dimenticato in fretta quelle ambizioni di grande potenza della politica italiana; ma non le celebri copertine del «Corriere della Sera», compagne affettuose di più generazioni di Italiani.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 25/05/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 18 Dicembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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