domenica, 13 Giugno 2021
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Altro che satellite morto: la Luna è viva

Come mai, se la Luna è quasi priva d’atmosfera, la bandiera americana dell’Apollo 11, il 21 luglio 1969, sventolava visibilmente? Mistero? quante cose non sappiamo su di essa di Francesco Lamendola 

Si sente spesso parlare della Luna, anche da parte di “esperti”, su riviste e in programma scientifici divulgativi, come di un corpo celeste “morto”, “spento, “desolato”, il che non è affatto vero. Tutto sta a vedere cosa si intende per “morto”: se si sceglie la Terra quale metro di paragone, allora non solo tutti gli altri pianeti, satelliti e asteroidi del nostro Sistema Solare, ma anche migliaia e milioni di altri corpi celesti, sparsi dell’immensità dell’Universo, dentro e fuori la nostra Galassia, la Via Lattea, potrebbero essere definiti “morti”, “spenti” e “desolati”. Perché la terra è il “Pianeta Azzurro”, una meraviglia di vitalità, di freschezza, ricco com’è di acqua nei suoi tre stati – liquido, solido e gassoso -, con i suoi mari, i suoi laghi, i suoi fiumi, i suoi ghiacciai, le sue nuvole, le sue perturbazioni atmosferiche, i suoi venti, le sue piogge, le sue grandinate, le sue nevicate; le sue foreste, le sue praterie, le sue tundre, pullulanti di vita, di pesci, di mammiferi, di anfibi, di rettili, di uccelli, di milioni e milioni d’insetti; e poi le sue montagne in lento assestamento, i suoi terremoti, le sue eruzioni vulcaniche, i suoi geyser, le sue maree, tutti segni che la Terra è un corpo vivo, giovane, pulsante, fremente di attività, non solo alla superficie, ma anche al di sotto, là dove si producono scosse e movimenti, dove si accumulano i materiali incandescenti che poi verranno espulsi e che andranno a formare, forse, delle nuove isole, che prima non esistevano, mentre altre verranno sommerse e scompariranno sotto la superficie delle onde.

Paragonato a una simile varietà, a una simile ricchezza, a una simile esuberanza, quale altro corpo celeste potrebbe reggere il confronto con la nostra Terra? Non solo ricco di acqua e di ossigeno, ma anche dotato di una massa ideale, né troppo grande, né troppo piccola, in modo che la pressione atmosferica è perfettamente commisurata per la vita delle creature che la abitano: se fosse molto più grande, la pressione le schiaccerebbe al suolo, se molto più piccola, rischierebbero di fluttuare nell’aria come se non avessero peso. La Luna, al confronto, può anche apparire morta, spenta e desolata: ma questa sarebbe solo la prima impressione, un’impressione decisamente superficiale. In realtà, ad osservarla bene, la superficie lunare presenta tutta una serie di segni che indicano movimento, attività, e quindi cambiamento, al punto che le mappe lunari devono essere aggiornate e modificate, via via che tali mutamenti cadono sotto l’osservazione degli astronomi. A volte si notano dei cambiamenti di luce o di colore in alcuni punti della superficie; a volte paiono comparire delle nebbie, delle nubi, che nascondono la superficie stessa; in certi casi, sembra perfino che degli elementi del paesaggio lunare, come i crateri, scompaiano e ricompaiano, cosa che, ovviamente, lascia estremamente perplessi e sconcertati gli osservatori. Sta di fatto che simili fenomeni sono stati notati da almeno un migliaio d’anni, e non solo da osservatori casuali  occasionali, o da astrofili dilettanti, ma anche da seri professionisti che lavorano in strutture scientificamente sofisticate. Anche se, bisogna subito aggiungere, negli ambienti scientifici se ne parla poco, e quel poco con un certo riserbo, se non con una punta di fastidio, come se gli astronomi professionisti non amassero questo tipo di ricerche, o come se temessero di dare l’impressione di una eccessiva credulità, e di perdere  un poco del loro prestigio, se si abbassassero a indagare tali fenomeni . I quali, in teoria, non dovrebbero esserci, per cui la sola presa d’atto che essi, invece, esistono, li porta su un terreno che essi detestano, quello che si trova alle frontiere della scienza, dove non è possibile, o ancora non è possibile, stabilire con sicurezza la linea di confine tra ciò che è possibile, almeno teoricamente, e quindi verosimile, e ciò che, essendo impossibile, non merita nemmeno, secondo loro, di sprecarvi un attimo del loro prezioso tempo, e un millesimo della loro tanto sudata rispettabilità accademica. Comunque, per indicare i fenomeni in questione, è stata creata la sigla, T.L.P., in inglese: Transient lunar phenomenon, ossia Fenomeni lunari temporanei (o transienti), che non ha fatto altro che raddoppiare il problema, perché gli scienziati di tendenza più scettica non sono propensi ad accogliere nemmeno la possibilità teorica che esistano simili eventi, e, quindi, non gradiscono servirsi della sigla T.L.P:, perché, se lo facessero, anche solo in via d’ipotesi, avrebbero timore di compromettersi e di riconoscere qualcosa nella cui esistenza non credono. 

Il caso forse più noto di questi Fenomeni lunari temporanei è offerto dal cratere Linneo, che ha tutta una storia di controversie scientifiche e intorno al quale si è formato quasi un alone di leggenda, tanto è vero che la corrente più estremista dei “possibilisti” ipotizza l’esistenza di una base aliena, le cui attività sarebbero responsabili degli strani fenomeni osservati. Ma innanzitutto vediamo di che cosa si tratta, affinché il lettore possa cominciare a farsi una sua idea dell’intera faccenda. Le supposizioni e le considerazioni ipotetiche devono venire dopo, non prima, della semplice esposizione dei fatti.

Tutto è iniziato nel 1866, allorché un astronomo e geofisico tedesco, Johann Friedrich Julius Schmidt (1825-1884), osservando, da Atene, la superficie lunare, trovò che il cratere Linneo era sparito, e ne diede comunicazione ufficiale. Linneo è un cratere relativamente piccolo (diametro di 2 chilometri e mezzo) situato nel Mare della Serenità, non lontano da un altro cratere, assai più grande e conosciuto: Bessel, che ha un diametro di quasi 20 km. Linneo era comparso per la prima volta in una carta lunare nel 1838, per opera di altri due astronomi tedeschi, Wilhelm Beer e Johan von Mädler, che lo raffigurarono come ben delineato e piuttosto profondo. 

Ma ecco Schmidt, che era uno scienziato più che rispettabile, affermare che Linneo aveva cambiato aspetto, anzi, era scomparso, e, che, al suo posto, si poteva vedere adesso una macchia di colore biancastro. Ora, il problema è che i crateri lunari, secondo la maggioranza degli scienziati, devono essersi formati da milioni di anni; pertanto, la scomparsa di uno di essi starebbe a indicare che, sulla superficie della Luna, avvengono dei cambiamenti repentini, anche in tempi recenti, il che è in contrasto con la visione di un mondo immobile dalle antiche epoche geologiche. Per la precisione, Schmidt sostenne che Linneo, durante l’illuminazione obliqua, era divenuto completamente invisibile, mentre ad angoli d’illuminazione più alti appariva piuttosto come un punto luminoso. La sua conclusione fu che Linneo non può essere visto come un cratere di tipo normale sotto qualunque illuminazione, perché era avvenuta qualche modifica locale

Ne nacque un mezzo putiferio: una modifica significava cambiamento; e quale cambiamento poteva esservi stato, se la superficie lunare era immobile dalla notte dei tempi? A gettar legna sul fuoco ci si mise anche von Mädler, il quale dichiarò che, nel 1868 (cioè due anni dopo la segnalazione di Schmidt) il cratere Linneo era esattamente tale e quale egli lo aveva osservato e disegnato, con Beer, nel 1838, trent’anni prima. A confermare, però, l’affermazione di Schmidt, che nel 1866 Linneo era divenuto appena una chiazza bianca, intervennero alcuni eminenti astronomi ai quali, dall’osservatorio di Atene, lo stesso Schmidt aveva segnalato l’evento: Secchi, Wolf e Huggins. Da allora, le ipotesi e le discussioni si sono succeduti senza posa: fatto sta che Linneo è “ricomparso”, ammesso che fosse mai sparito, e lo si può osservare con sufficiente chiarezza per affermare che è sempre lo stesso, però, nello stesso tempo, è innegabile che il suo aspetto si presenta, di volta in vola, molto diverso, a seconda dell’angolo di illuminazione in cui lo si osserva.

Tutto chiarito e mistero risolto, dunque? Sì e no. Ma prima di andare oltre, cediamo la parola a un noto divulgatore scientifico, Piero Bianucci, classe 1944,  il quale, in una monografia ormai divenuta un piccolo classico, ricapitolava con chiarezza l’intera questione (da: P. Bianuci, Universo senza confini, Milano, Sugarco Edizioni, 1977, pp. 108-110): 

Tra le molte foto scattate dal “Lunar Orbiter V”  Usa ce n’è una particolarmente curiosa. Riproduce il pendio esterno del cratere Vitellio (46 chilometri di diametro, altezza massima dell’anello montuoso 1.684 metri, collocato nell’angolo meridionale del “Mare Humorum”) e vi si distinguono nettamente due tracce lasciate nella polvere lunare che terminano con due massi rocciosi. La prima traccia è lunga circa trecento metri, e il masso che l‘ha scavata rotolando giù dal pendio del cratere ha una larghezza di 25 metri. L’altra è lunga 400 metri e il masso, arrestatosi in pianura, misura cinque metri ed ha forma tondeggiante. Dunque la Luna non è un mondo completamente immobile, avvengono ancora fenomeni di assestamento e di erosione. Ma esistono anche fenomeni più vistosi? L’impatto con qualche meteorite ha aperto nuovi crateri?

Il caso più discusso è quello di Limneus, un piccolo cratere nel Mare della Serenità, in corrispondenza del passaggio nel Mare delle Piogge. Attualmente si presenta, visto al telescopio, come una macchiolina bianca che risalta bene sul fondo scuro del “mare”, ma nelle carte lunari più antiche è rappresentato come un’apertura di una decina di chilometri con pareti scoscese; per grandezza era ritenuto il terzo di quel “mare”, e risultava visibile persino durante il plenilunio. Schmidt, che lo aveva studiato fin dal 1841, rimase alquanto perplesso quando nell’ottobre 1866 notò che il cratere era praticamente svanito nel nulla. Osservazioni più accurate rivelarono poi tracce modeste di un cratere, ma con diametro e profondità assai minore di quelle attribuite a Limneus nella carta lunare di Beer e Maedler, i due migliori selenografi dell’Ottocento, autori anche di importanti studi su Marte.

Questi cambiamenti rimangono inspiegabili, ma certo l’aspetto del cratere secondo le fotografie scattate dagli astronauti è molto diverso da quello osservato nel secolo scorso. Oggi Limneus è giudicato uno dei crateri di più recente formazione, ha un diametro massimo di 2.450 metri, profondità di 600 metri e un’altezza, rispetto alla superficie esterna, di 125 metri: un oggetto, dunque, al limite del potere risolutivo degli strumenti usati da Beer e Maedler (che avevano a disposizione un rifrattore di appena undici centimetri di apertura).

Un altro caso di neoformazioni lunari è stato registrato il 19 maggio 1877, quando Klein scorpì nel Mare dei Vaporo un nuovo cratere vicino a quello di Hyginus, cratere mai indicato da nessuna carta selenografica, benché di facile osservazione e per di più collocato in una zona molto attentamente studiata perché attraversata da solchi e spaccature superficiali. Nei pressi del misterioso cratere, intanto, era apparsa anche una nuova vallata.

Fenomeni non del tutto chiari sono anche quelli mostrati dal grande “circo” di Platone (95 chilometri di diametro, 2.400 metri di altezza), nel cui interno Pickering ha notato, in certe fasi di illuminazione, 42 piccoli crateri, che in altre fasi si trasformano in altrettante nuvolette bianche, come se emettessero fumi o vapori. Una vera e propria eruzione vulcanica sarebbe stata osservata alcuni anni fa da un astronomo russo nel cratere di Alfonso (situato quasi al centro della facciata [?] visibile, 120 chilometri di diametro, 1.950 metri di altezza).

Che la Luna non sia un mondo fisicamente del tutto spento, è dimostrato anche dai fenomeni sismici registrati con le quattro stazioni di riferimento installate dagli astronauti delle missioni “Apollo”. I terremoti lunari sono abbastanza frequenti, e solo raramente sono causato dall’impatto di qualche meteorite (un simile terremoto artificiale è stato prodotto a scopo di esperimento dall’equipaggio del’”Apollo 17” quando ha lasciato cadere dall’orbita circumluare della sua astronave il “fuoristrada” Challenger, di cui gli astronauti si erano serviti per percorrere 36 chilometri sulla superficie del satellite, la più ampia esplorazione diretta finora realizzata). La maggior parte dei sismi deriva invece da movimenti di assestamento, probabilmente connessi a una residua attività del nucleo lunare. Il punto di origine dei terremoti, dal quale proviene l’80 per cento dell’energia liberata, si troverebbe infatti ad una profondità di ottocento chilometri, al di sotto del Mare Nubium e del Mare Humorum. I sismi terrestri, invece, hanno origine molto più in superficie: sembra che la differenza morfologica posa essere spiegata con la presenza di uno strato sottile di pietre e polveri che avvolge la Luna fino ad una profondità massima di venti chilometri e diffonde notevolmente le onde sismiche.

Come si vede, il problema non è solo il cratere Linneo; sono parecchi gli eventi che rientrano nella categoria dei Fenomeni lunari temporanei. Quale forza ha spostato, per centinaia di metri, i due massi che si sono staccati dalle montagne, sul limite meridionale del Mar degli Umori, per poi rotolare nella sabbia, lasciando una chiarissima traccia sul terreno? Chi volesse un elenco più ricco degli T.L.P., può andare a consultare la bibliografia ad essi dedicata: sarà una lettura interessante, che farà nascere più domande di quante siano le risposte che la scienza accademica è in grado di offrire. Non tutto si può spiegare in termini di inclinazione dei raggi luminosi. E come mai, se la Luna è quasi priva d’atmosfera, la bandiera americana dell’Apollo 11, il 21 luglio 1969, sventolava visibilmente? Mistero; quante cose non sappiamo. La Luna, comunque, è viva più di quel che pare…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 26 Luglio 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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