venerdì, 18 Giugno 2021
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Il nuovo Vangelo dello scientismo proclama che sarà l’«ingegnere» a redimere l’umanità

La nostra società attuale, dominata dal culto della tecnoscienza, ha elaborato la figura pragmatica e carismatica dell’«ingegnere» di Francesco Lamendola  

Ogni società elabora, sulla base della propria cultura e del proprio orizzonte spirituale, la figura carismatica per eccellenza; ogni religione individua in un particolare tipo umano il prototipo del Messia e Salvatore.

La nostra società attuale, dominata dal culto della tecnoscienza, ha elaborato la figura carismatica dell’«ingegnere», del tecnico perfettamente competente e capace di prestazioni altamente efficaci, proprio perché libere da ogni vincolo e condizionamento che non siano quelli, pragmatici, della massima resa con il minimo dispendio di energia.

In questo senso, la figura-simbolo dell’«ingegnere» è quella che si contrappone e, in un certo senso, tende a sostituire la figura del «politico», che, al confronto di quella, risulta obsoleta, inefficiente, dominata da interessi e preoccupazioni non tecnici e, quindi, imponderabili e dispendiosi; una figura dilettantesca, presuntuosa, inadeguata e inaffidabile.

Quanto andrebbero meglio le cose, si sente dire spesso, se sparissero i politici di professione; anzi, se sparissero tutte le ideologie, e il governo della società fosse riservato a dei tecnici di professione – economisti, esperti della produzione, della finanza e dell’informatica, ingegneri, programmatori aziendali, studiosi delle comunicazioni!

In una società che ha fatto della produzione e dell’efficienza le proprie tavole della Legge, l’esito del confronto fra il tecnico e il politico appare scontato in partenza: tanto è concreto il primo, esperto di cose pratiche, quantificabili e misurabili, tanto appare approssimativo, confusionario, indulgente ad ogni sorta di sprechi, il secondo.

Bernard Crick, un filosofo della politica che meriterebbe di essere maggiormente conosciuto, specialmente fuori dai Paesi di lingua e cultura anglosassone ove ha lavorato e insegnato – Canada, Stati Uniti e Gran Bretagna – sosteneva, in controtendenza a tutto ciò, che la politica dovrebbe essere valutata e apprezzata per se stessa, e non perché si sforza di apparire o di assomigliare a qualche cosa d’altro, di più rispettabile e specialistico.

Fra tali possibili «qualche cosa d’altro» egli individuava l’ideologia, la democrazia, il nazionalismo, la tecnologia e certi pretesi amici della politica stessa; e, in anni nei quali era di gran moda parlar male della politica in modo generico e demagogico, non si peritava di cantare le lodi della politica, pur consapevole dei suoi limiti e delle sue debolezze. Della politica nel senso alto, naturalmente: nel senso della «Repubblica» di Platone, ad esempio, e della miglior tradizione speculativa della nostra civiltà millenaria.

La critica alla tecnologia, intesa come sistema di valori e di pratiche suscettibili di sostituirsi alla politica e di guidare l’umanità verso «le magnifiche sorti e progressive», ci sembra – insieme alla critica delle pretese totalizzanti della stessa democrazia (oggi più che mai all’ordine del giorno, visti gli sviluppi del pensiero neo-conservatore statunitense) -, la parte più originale e più attuale del suo discorso, che ormai vanta circa mezzo secolo di età.

Nel suo saggio «Difesa della politica» (titolo originale: «In Defence of Politics», London., Penguin Books, 1962, 1964, traduzione italiana di Alberto Evangelisti, Bologna, Società Editrice Il Mulino, 1969, pp. 107-29, passim), egli così si esprime:

«Il desiderio di sicurezza ad ogni costo costituisce un grande pericolo per la politica.(…)

La “scienza”, la “tecnologia”, la “amministrazione”, per coloro che sono impegnati in queste attività, non sono necessariamente avverse alla politica. Ma per altri esse appaiono come simboli correlati, configuranti uno stile  di pensiero che, nella loro immaginazione, potrebbe salvare l’umanità dalla mancanza di certezza e dall’eccesso dei compromessi della politica. (…)

Lo sviluppo della tecnologia industriale ha portato a un rafforzamento dello stato, necessario a una società urbana e centralizzata, e ad un rafforzamento delle richieste nei confronti dello stato al fine di una più equa ripartizione dei frutti della tecnologia. Ma ha anche creato un nuovo modo di pensare: la “tecnologia” come dottrina. Una volta che si siano capite le tecniche del potere e della produzione, , diviene possibile “manipolare” razionalmente tutta la società. In realtà potere e produzione sono la stessa cosa. “Uno stato mantiene il suo potere – scriveva Marx – finché la sua produzione si espande”.. Lo stato moderno è semplicemente il comitato di governo della borghesia: tutto il potere è economia, e economia significa produzione.  La classe che è in grado di espandere la produzione guadagna potere, mentre la classe che agisce da freno alla produzione ha perso la base del proprio potere  ed è destinata a soccombere. (…) Il vero concetto di “tecnologia” è che tutta la società è una fabbrica di cui lo stato è il direttore. (…)

Tutte le civiltà (e le dottrine politiche di cui sono l’espressione ) creano un’immagine del tipo di cittadino di cui hanno maggiormente bisogno e per il quale hanno grande stima. Il mondo della polis greca aveva l’eroe, l’uomo di “arete”, l’attivo “facitore di fatti e parlatore di parole”; i primi cristiani avevano l’umile e sofferente uomo dell’altro mondo, il santo.  La cristianità medievale aveva il cavaliere e il sacerdote, idealmente fusi nel crociato o nel membro di un ordine cavalleresco. L’inglese del nostro tempo è combattuto fra il gentleman e l’uomo d’affari. I nazisti avevano il superuomo ariano mentre i comunisti hanno l’uomo del partito e, come sottocategoria, l’operaio stakanovista. Per coloro che credono che tutte le civiltà industriali si stiano avviando sul cammino comune della “tecnologia”, il cittadino ideale è l’ingegnere. L’ingegnere deve essere l’eroe dei nostri tempi. Egli ci salverà dai dilemmi della politica e dall’assillo della fame se sarà lasciato libero di fare il proprio lavoro”, libero, a seconda delle circostanze, dalle intrusioni dei politici, degli uomini d’affari, dei burocrati, dei generali e dei preti. L’ingegnere è ciò che ogni ragazzo vorrebbe essere,  è ciò che la società si sforzerà di produrre attraverso la scuola e l’università, e sarò educato, deliberatamente o per caso, in una specie di aristocratico isolamento da ogni altro tipo di educazione per cui nutrirà grande disprezzo. L’ingegnere tenterà di ridurre ogni tipo di educazione alla tecnica e all’addestramento, e il suo obiettivo sarà quello di produrre ingegneri sociali capaci di trasformare la società qualcosa di radicalmente nuovo e più efficiente. L’ingegnere non ha alcun interesse per la volgare politica; egli pensa di termini di invenzione e costruzione, non di mantenimento e direzione. Ma sarà naturalmente attratto da quelle dottrine che disprezzano la politica e da quei regimi che hanno realizzato grandi progressi tecnologici e che hanno ideologie che pretendono di essere scientifiche e di dare un giudizio su ogni aspetto della vita umana. (…)

Le ideologie totalitarie sono in gran parte una perversione della scienza. Esse potevano sorgere soltanto in un’era scientifica, non perché prima mancassero le tecniche del potere, ma perché il concetto di rifacimento totale della società deriva dall’idea di legge scientifica (applicata per capire la società) e di metodo scientifico (applicato per cambiare la società). L’ideologia nasce quando la scienza viene considerata come l’unico tipo di conoscenza umana ed è quindi applicata male per governare nel nome di una teoria della società che pretende di essere completamente generale. “Un’ideologia – ha scritto Hannah Arendt – è diversa da una semplice opinione in quanto ha la pretesa di possedere sia la chiave della storia che la soluzione di tutti i problemi dell’universo”. Le ideologie sono quindi essenzialmente pseudoscientifiche; esse pretendono di fare per la storia e la società ciò che i fisici fanno per la comprensione della natura e gli ingegneri per la produttività. In effetti l’ideologia opera una completa fusione tra comprensione e azione: una ideologia è sempre un piano di azione. L’ideologo è lo studioso-scienziato divenuto ingegnere-amministratore. Egli è orgoglioso del fatto che la sua teoria non è fondata su considerazioni di carattere morale, ma su un fattore obiettivo. (…)

La tecnologia è effettivamente il concetto fondamentale su cui si basa il grande tentativo di Marx di elaborare u socialismo scientifico capace di ridare unità al sapere, e di integrare pienamente pensiero e azione. In un senso astratto ma reale, il marxismo sorse dal crollo della religione prima, e poi della ragione, come unica fonte di autorità. Il mondo rivelato da Cartesio e da Hume, un mondo in cui soltanto le verità matematiche sembrano essere oggettive e in cui tutte le verità morali sembrano soggettive o relative, poteva apparire insopportabile non soltanto ai filosofi, ma anche a cloro che si dedicavano agli affari pratici. Molti sono afflitti da una sorta di terrore, da una nevrotica incapacità di affrontare la realtà, quando arrivano a rendersi conto che ciò che ci rivelano i sensi non coincide con la religione rivelata, o con la “ragione”, o persino con l’ordine matematico del mondo naturale. Si è colti da una specie di panico di fronte al dualismo rappresentato dall’uomo con le sue passioni da una parte e da un mondo così remoto dall’altra.  Kant poteva parlare della sua eterna meraviglia di fronte a due cose: “i cieli stellati sopra di noi e la legge morale dentro di noi”, ma per molti questa meraviglia diviene terrore di fronte all’abisso incolmabile esistente fra le due cose. Allora sono disposti ad ascoltare qualsiasi predicatore di un’unica verità, piuttosto che vedere ij questa separazione iniziale di un mondo della scienza da un mondo della società, di un “io” da un “ciò”, dell’osservatore dall’oggetto, semplicemente una separazione ai fini limitati della scienza; una separazione dal flusso totale dell’esperienza umana che può essere divisa o distinta in vari modi che non sono incompatibili fra loro, ma che semplicemente esistono, per un obiettivo immediato, a diversi livelli di astrazione. La scienza e la politica – e, in effetti, anche l’arte, la storia e la filosofia sono modi diversi di guardare una realtà comune per fini diversi: esse si contraddicono e vengono a conflitto soltanto quando i fini vengono confusi, oppure quando ad esse non vengono posti i dovuti limiti. (…)

La “tecnologia” marxista è soltanto un caso esplicito di una pretesa più spesso implicita. La “tecnologia” può dare un contenuto alle teorie degli antiteorici. Essa fornisce le grandi ipotesi di ciò che deve essere tenuto per certo da quegli “uomini puramente pratici” che sono disposti a tenere per certe moltissime cose. Essi danno per scontato che tutti i problemi sono problemi tecnici e che ogni progresso nella conoscenza scientifica in qualche modo determina unicamente un nuovo e appropriato campo di applicazione.(…)

La “tecnologia” confonde quindi il problema dell’applicazione delle risorse con quello della loro destinazione. L’applicazione può essere una questione di tecnica, ma può essere messa in atto soltanto dopo  che sono state prese decisioni autoirevoli sia riguardo la destinazione del prodotto sia riguardo le risorse che debbono essere impegnate. Sarebbe errato non rendersi conto che queste decisioni sono essenzialmente decisioni politiche. Si può pensare che in alcune società libere queste decisioni siano prese in effetti dal “mercato”, e che l’economia sia una scienza che ci insegna  ciò che non dobbiamo fare. Tuttavia è una scienza soltanto nel senso molto semplice ma importante che può calcolare il prezzo di qualsiasi domanda sociale in termini di alternative a cui bisogna rinunciare. Ma essa non può decidere sulla legittimità delle varie domande; anche di quelle che possono essere “economicamente limitative” oppure “assurdità economiche”. Lo studio dell’economia ci fornisce dati importanti su qualsiasi decisione politica relativa alla destinazione delle risorse, ci può persino fornire dati necessari per prendere una decisione razionale; ma non può predeterminare alcuna decisione. Non tutte le risorse sono economiche, non tutte le alternative sono valutabili in termini di prezzo; la libertà, ad esempio, può essere considerata senza prezzo; il desiderio di conoscenza – che può avere conseguenze imprevedibili – può essere pure considerato senza prezzo.

Coloro che vivono nelle società non libere, dove sono stati proibiti o aboliti i mezzi istituzionali necessari per prendere decisioni politiche possono pensare che l’ideologia – ad esempio il marxismo – sia sufficiente a determinare queste destinazioni, sicché tutto si riduce semplicemente a un problema di applicazione. Ma questa concezione, per quanto diffusissima, è semplicemente un errore. Essa non descrive ciò che in effetti avviene. In realtà in queste società di fronte a una serie di scelte e alternative estremamente complesse riguardo alla destinazione delle risorse, non si fa altro che prendere delle decisioni politiche pur nell’assenza di quelle istituzioni e procedure che registrano fedelmente le effettive domande sociali: un luogo dove la gente possa parlare senza temere per i propri interessi o quelli del proprio gruppo.

Così, per coloro che nelle società politiche applicano il modo di pensare del tecnologo alle questioni di governo, in effetti considerano ovvia l’esistenza di quegli strumenti politici in virtù dei quali alcune cose emergono come problemi, mentre altre vengono trascurate come fatti irrilevanti. La politica definisce ciò che gli abitanti di uno stato considerano i problemi che dovrebbero essere risolti. Può darsi che non tutti siano solubili, ma è un peccato che tanti fra gli esperti e i tecnocrati chiamati a dare un contributo alla soluzione di questi problemi pensino di sapere meglio di ogni altro quale dovrebbe essere l’ordine prioritario da dare ad essi, e abbiamo l’impressione che la politica, invece di spianare la via alle varie soluzioni, costituisca soltanto un impedimento all’uso delle loro tecniche. I problemi che si possono risolvere soltanto politicamente sono così numerosi che l’uomo politico ha un diritto speciale di essere difeso contro l’orgoglio dell’ingegnere o l’arroganza del tecnocrate. Lasciamo che il calzolaio faccia il proprio lavoro; abbiamo un bisogno disperato di bune scarpe.»

Il discorso di Bernard Crick sul bisogno della politica e sui pericoli e sull’arroganza della tecnica eretta a suo sostituto è, ai nostri giorni, di una pregnanza straordinaria.

Non passa giorno, si può dire, senza che sentiamo ripetere – e non solo da tecnocrati, ma anche da molti politici – che è giunto il tempo di razionalizzare il governo della società, di togliere di mezzo tutti gli impedimenti alla buona ed efficiente amministrazione, tutti gli ostacoli alla produzione e all’espansione dell’economia; e più ne sentiremmo, se la crisi finanziaria ora in corso non avesse rivelato la fondamentale debolezza degli stessi tecnocrati.

L’idea che la salvezza possa giungere solo dai tecnici – sia essa di tipo politico, sociale, economico, e perfino razziale – è ormai largamente diffusa; e, davanti alle tortuosità e alle inefficienze della politica, sempre più spesso si assiste a una invasione di campo da parte dei «tecnici», o ad una conversione degli amministratori e degli stessi politici al nuovo Vangelo dell’efficientismo tecnocratico; basti l’esempio, per citarne uno solo, della nuova figura del sindaco-sceriffo, che si presenta come colui che è capace di garantire l’ordine pubblico ai propri esasperati concittadini, là dove le istituzioni statali a ciò preposte si dimostrano incapaci o viziate da intollerabili processi distorsivi).

Si tratta, come giustamente fa notare Crick, di un’idea tipica della cultura scientista, poiché nasce da una applicazione indiscriminata del modello conoscitivo, proprio della scienza, a tutti gli ambiti della realtà, primo fra tutti la politica, intesa come ordinata convivenza sociale; e ciò sulla base, appunto, della ideologia.

A torto si dice e si ripete che le ideologie sono ormai giunte al capolinea della storia; che esse sopravvivono quasi solo come cimeli del passato, come curiosità archeologiche da mostrare nei musei del mondo di ieri. Al contrario, dietro il loro apparente tramonto si cela il sorgere di una super-ideologia che si alimenta di tutti i cascami, di tutti i detriti, di tutti i rifiuti delle ideologie «classiche» (prima fra tutte, il marxismo, il cui cadavere avvelenato appesta l’aria della odierna cultura politica): quella tecnocratica.

Ma c’è di più.

L’apparato tecnoscientifico, come abbiamo appena sostenuto nell’articolo «I paradigmi della scienza sono incommensurabili, poiché si basano su differenti visioni del mondo» (sempre consultabile sul sito di Arianna Editrice, in data 15/02/09), non solo esorbita dalla struttura classica dell’ideologia, di cui – peraltro – nega di essere espressione; ma tende addirittura a trasformarsi nella forma suprema dell’ideologia, ossia in una vera religione (laica, in questo caso), con tutti i suoi miti e con tutti i suoi riti.

Sarebbe abbastanza divertente, se non fosse – al tempo stesso – profondamente malinconico,  osservare quanti neofiti della nuova religione tecnoscientifica salgono alle tribune e tuonano e strepitano in veste di paladini di una nuova era della libertà, affrancata – finalmente – da tutti i lacci e da tutte le storture della società e della cultura pre-scientifica.

A sentir loro, tutto quello che bisognerebbe fare, che i cittadini dovrebbero fare, è di dare sempre maggiori poteri decisionali alla nuova casta sacerdotale dei tecnocrati, i quali risolveranno tutti i problemi dell’umanità, del progresso, dell’ambiente, e consentiranno a ciascuno di ottimizzare le proprie capacità e di godere i frutti del proprio lavoro.

Essi sono in grado di dare una risposta ad ogni esigenza, di risolvere ogni difficoltà: dalla lotta alla fame nel mondo a quella contro il terrorismo, dalle crisi di sovraproduzione all’inquinamento ambientale, dai problemi dell’ordine pubblico alla gestione dei flussi migratori dai paesi del Sud a quelli del Nord della Terra. Ad ogni quesito e difficoltà essi hanno da offrire una risposta, purché li si lasci liberi di agire e si abbattano gli ostacoli che impediscono loro di ottimizzare l’azione «scientificamente» pianificata.

Proprio in questa pretesa di onniscienza e di onnipotenza risiede il carattere estremamente ideologico di questa non-ideogia, che è una super-ideologia, anzi, una nuova religione di salvezza; a dispetto del fatto che essa lasci irrisolte due obiezioni fondamentali: con quale criterio i tecnocrati stabiliranno una scala di valori in base ai quali operare delle scelte; e cosa mai resterà della politica, intesa come libera attività della polis, ossia come luogo di confronto fra idee diverse  e fra diversi soggetti.

Tuttavia, di tali obiezioni, essi non si curano. Se pure si degnano di prenderle in considerazione, tendono a denigrarle e a liquidarle sbrigativamente come tipico esempio di «chiacchiere»: puro spreco di risorse (di tempo, in questo caso), a scapito dell’efficienza.

Sarà – dunque – l’Ingegnere, il nuovo Redentore dell’umanità per il terzo millennio?

Già pubblicato su Arianna Editrice il 17/02/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 12 Agosto 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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