domenica, 28 Febbraio 2021
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I fronti di guerra della Turchia nel novembre-dicembre 1914

I fronti di guerra della Turchia nel novembre-dicembre 1914. L’impero ottomano nella 1^ guerra mondiale. La situazione in anatolia centrale. La tragedia della 3^ armata turca Sarikamis. La situazione in Egitto e Suez di Francesco Lamendola 

I FRONTI DI GUERRA DELLA TURCHIA

nel novembre-dicembre 1914

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SOMMARIO

1.     L’IMPERO OTTOMANO NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

2.     LA SITUAZIONE IN ANATOLIA ORIENTALE

3.     LA TRAGEDIA DELLA TERZA ARMATA TURCA A SARIKAMIS

4.     LA SITUAZIONE IN EGITTO E IL PROBLEMA DELLA DIFESA DI SUEZ

5.     OPERAZIONI NEL GOLFO PERSICO

BIBLIOGRAFIA

1.      L’IMPERO OTTOMANO NELLA GUERRA MONDIALE.

Quando l’Impero Ottomano entrò in guerra, nel novembre del 1914, la radunata delle truppe alle frontiere era stata ultimata e le varie unità furono in grado di mettersi subito in campagna. Infatti, fin dal 3 agosto il governo turco aveva dichiarato la neutralità armata e incominciato la mobilitazione. D0’altra parte, il pessimo stato delle vie di comunicazione rendeva estremamente lente le operazioni di concentramento e di trasporto delle truppe.

L’esercito schierato inizialmente dalla Turchia comprendeva 38 divisioni (ciascuna di 11-12.000 uomini) ripartite in 4 armate e alcuni distaccamenti autonomi, per un totale di circa 500.000 uomini. Il soldato turco era eccellente sotto ogni punto di vista, ma l’armamento e l’equipaggiamento erano del tutto inadeguati a una guerra moderna. Benché la missione militare tedesca del gen. Liman von Sanders avesse lavorato alacremente alla sua riorganizzazione, nel novembre 1914 non si poteva ancora dire che esso costituisse un efficiente strumento di guerra né che fosse in grado di affrontare con qualche probabilità di successo i moderni eserciti europei messi in campo dall’Intesa. Il suo unico vantaggio era costituito dal fatto che questi ultimi, impegnati in maniera decisiva sui fronti occidentale e orientale del continente europeo, avevano colà concentrato il più e il meglio delle loro forze e non disponevano, per il momento, di mezzi sufficienti per intraprendere una campagna a fondo nel Medio Oriente.

La situazione strategica generale dell’Impero Ottomano era assai delicata: non esistevano collegamenti diretti con le Potenze Centrali (la Bulgaria si sarebbe unita ad essi solo un anno dopo) mentre, al contrario, l’Impero era circondato da territori ostili che erano in grado di minacciare rapidamente le sue aree vitali. A nord-est era da attendersi la minaccia più formidabile, quella dell’esercito russo che, dal Caucaso, poteva fare irruzione nei vilayet orientali dell’Anatolia. L’Armenia non aveva un’importanza economica determinante per lo sforzo bellico della Turchia, data la natura impervia del terreno, la mancanza di buone strade e di ferrovie e, infine, la grande distanza dai centri nevralgici del Paese: la regione agricola e mineraria dell’Anatolia occidentale, Costantinopoli e gli Stretti (Bosforo, Mar di Marmara e Dardanelli). A dispetto di ciò, la paura dei Russi era radicata profondamente nell’opinione pubblica e anche negli ambienti governativi. Il sultano Maometto V, che poteva anche essere un inetto, ma non uno stupido, aveva ribattuto ai suoi ministri filo-tedeschi: “Voi pretendete che la Russia sia debole, il che può anche essere. Ma se anche fosse morta, il solo peso del suo cadavere basterebbe a schiacciarci”. Pertanto lo Stato Maggiore ottomano decise di destinare il nerbo principale del proprio esercito a difesa della frontiera nord-orientale, profittando anche della circostanza che la quasi totalità delle armate zariste erano in quel momento impegnate in una lotta senza respiro sui campi della Prussia Orientale, della Polonia e della Galizia.

A sud-ovest dell’Impero Ottomano vi era l’Egitto, nominalmente sottoposto all’autorità del sultano turco ma, di fatto, occupato dagli Inglesi che, dopo aver messo il canale di Suez in stato di difesa da possibili attacchi, prevedibilmente avrebbero lanciato – presto o tardi – un’operazione tendente alla conquista della Palestina. Una offensiva britannica in quel settore, e sia pure a raggio limitato – almeno all’inizio – era poi da attendersi, con quasi assoluta certezza, contro il settore meridionale della Mesopotamia, grazie al dominio incontrastato del Golfo Persico e al possesso di ottime basi navali nelle isole Bahrein e nel Kuwait. Gli interessi petroliferi britannici in questo settore erano troppo vitali e troppo vulnerabili perché a Londra si fosse disposti a lasciare Bassora e la foce dello Shat-al-Arab (confluenza del Tigri con l’Eufrate) nelle mani dei Turchi.

Infine era da ritenersi possibile, se non addirittura probabile, un tentativo di sbarco anglo-francese sulle estese e pressoché indifese coste mediterranee dell’Impero Ottomano: dalla Penisola di Gallipoli (porta occidentale degli Stretti e, quindi, chiave strategica di Costantinopoli), a Smirne, al Golfo di Iskenderun (Alessandretta), a Tripoli di Siria e a Beirut, esistevano parecchi luoghi che si prestavano ottimamente, dal punto di vista strategica, a uno sbarco in forze alleato. La direzione d’attacco più sensibile per i Turchi sarebbe stata, naturalmente, la Penisola di Gallipoli che, attraverso i Dardanelli e il Mar di Marmara, dava accesso alla capitale dell’Impero e all’unico rifugio sicuro della flotta turco-tedesca (cfr. il nostro articolo La guerra navale nel Mediterraneo e nel Mar Nero nel 1914,in cui sono ampiamente descritte le vicende dell’amm. Souchon e dei due modernissimi incrociatori Goeben Breslau, ceduti formalmente dal governo di  Berlino a quello di Costantinopoli in vista di una alleanza militare fra i due Paesi). D’altra parte, uno sbarco anglo-francese ad Alessandretta avrebbe potuto contare su un importante fattore di facilitazione: la presenza nella regione di una numerosa comunità armena perseguitata dalla politica nazionalista dei Giovani Turchi e, pertanto, potenzialmente favorevole alla causa dell’Intesa.

Per tutte queste considerazioni sarebbe stato opportuno che lo Stato maggiore ottomano si fosse attenuto a un atteggiamento iniziale sostanzialmente difensivo, cercando di coprire le estese frontiere e, magari, effettuando qualche limitata puntata offensiva a carattere di disturbo, per esempio contro Aden, la nevralgica base inglese situata allo sbocco del Bab-el-Mandeb (tra il mar Rosso e il Golfo di Aden), partendo dalle basi dello Yemen, sentinella turca all’estremità sud-occidentale della Penisola Arabica. È vero che le guerre – ammonisce Karl von Clausewitz – non si vincono mettendosi sulla difensiva, a meno che non si disponga di una tale riserva di risorse finanziarie e materie prime da poter attendere tranquillamente il collasso morale e materiale del nemico (e non era questo il caso della Turchia nel 1914); ma è altrettanto vero che la decisione del triumvirato dei Giovani Turchi (Enver, Talaat e Gemal pascià) di rompere gli indugi ed entrare in guerra contro la Russia era stata dettata da motivi squisitamente politici e non strategici, quindi una condotta di attesa e di logoramento avrebbe avuto il vantaggio di preservare il più a lungo possibile l’integrità dell’Impero, attendendo nel frattempo i possibili effetti della jiad proclamata dal sultano contro gli “infedeli” e, soprattutto, la vittoria delle Potenze Centrali in Europa, da cui sarebbe dipeso tutto il resto.

Ciò che indusse i capi militari della Turchia a modificare radicalmente i loro piani iniziali e ad adottare una strategia decisamente offensiva furono essenzialmente due fattori: le pressioni politiche della Germania e dell’Austria-Ungheria, i due partners europei che desideravano alleggerire la pressione dell’Intesa, distogliendo dai teatri di guerra europei quante più forze alleate possibile; e la ghiotta occasione di minacciare le comunicazioni britanniche nel Mar Rosso nei due punti vitali del Canale di Suez e del Bab-el-Mandeb. Il Mar Rosso rivestiva infatti una importanza fondamentale per l’Impero Britannico, essendo la principale via di traffico fra l’India e l’Europa e dovendosi effettuare i trasporti di truppe dai Dominions dell’Australia e della Nuova Zelanda verso il fronte occidentale. Molti esponenti militari del partito dei Giovani Turchi, del resto, erano perfettamente favorevoli a tale imprudente impostazione offensiva della guerra. Enver pascià, in modo particolare, inseguiva il sogno di costruire un Impero panturco che andasse dal mar Egeo al Caspio, al Lago d’Aral e oltre, fino ad abbracciare tutte le popolazioni di lingua turca dell’Asia Centrale, compreso il Sinkiang oTurkestan Cinese.

Ha scritto in proposito lo storico americano William Yale (in Il Vicino Oriente, tr. it. Milano, Feltrinelli, 1962, p. 250-51):

“Le campagne militari nel Vicino Oriente sono di interesse particolare per ragioni politiche non meno che militari: quando, alla fine dell’ottobre 1914, la Turchia entrò in guerra, i russi non erano preparati a sferrare un’offensiva invernale su vasta scala  contro i vilayet orientali turchi. Una forza di copertura di soli 100.000 uomini era stata tenuta sul fronte turco a protezione di una frontiera di circa 500 miglia di sviluppo. La situazione sui fronti russi in Europa si era temporaneamente stabilizzata dopo la vittoriosa controffensiva russa al nord, lungo il confine della Prussia dell’est, e nella Polonia orientale e Galizia; in queste condizioni, l’interesse russo si accentrò sulle campagne europee mentre i tedeschi, bloccati tanto sul fronte orientale che su quello occidentale, premevano sui turchi per una vigorosa campagna contro la Russia. Ciò si adattava benissimo alle idee e alle intenzioni di Enver Pascià, ministro della guerra; un successo anche minimo in tale operazione avrebbe messo l’Anatolia al sicuro dall’invasione e avrebbe protetto la Mesopotamia settentrionale dagli attacchi, fornendo così la sicurezza alle forze turche che vi operavano contro l’invasione anglo-indiana: il massimo successo della campagna del Caucaso avrebbe invece contribuito alla conquista di alcuni degli obiettivi ideali dei panturaniani e dei panislamisti, senza parlare del vantaggio materiale che ne sarebbe derivato di ottenere il controllo sulle ricche proprietà petrolifere – pozzi, oleodotti e raffinerie –

nell’area di Baku-Batum.”

In tale ottica di strategia aggressiva furono concepite ed attuate le offensive contro i Russi nella regione caucasica e contro i Britannici sul canale di Suez; al tempo stesso, però, importanti forze vennero mantenute nella zona di Costantinopoli e degli Stretti, l’area strategicamente vitale dell’Impero Ottomano, ove al pericolo di sbarchi alleati si aggiungeva l’incertezza circa le intenzioni della Bulgaria e della Grecia.

Da tali esigenze contrastanti, offensive e difensive, risultò una dispersine delle forze contraria a una sana impostazione strategica e una sostanziale debolezza dello schieramento turco che, cercando di essere forte dappertutto, si riduceva a un velo sottile di forze disperse e malamente collegate tra loro.

2.      LA SITUAZIONE IN ANATOLIA ORIENTALE.

Le campagne russo-turche dal 1914 al 1917, benché vadano generalmente sotto il nome di campagne del Caucaso, in realtà si svolsero nel settore dell’Armenia fra Erzincan e Kars, a distanze considerevoli dalla grande catena montuosa che separa l’Europa dall’Asia. Si tratta di un territorio aspro e selvaggio, attraversato da imponenti giogaie di monti che sfiorano i 4.000 metri d’altitudine, ove le condizioni del clima invernale sono durissime e le risorse agricole assai misere, ciò che poneva gravi problemi per il vettovagliamento delle truppe. La regione era poverissima di vie di comunicazione: dalla parte russa la ferrovia arrivava solo fino a Sarikamis, a 24 km. dalla frontiera; dalla parte turca la ferrovia faceva capo appena ad Ankara: fra questa città e il teatro di operazioni vi era una distanza di circa 960 km., attraversati soltanto da piste e alcune strade assai malagevoli. In tali difficilissime condizioni ambientali si fronteggiarono due eserciti di provato valore, composti da soldati del tutto comparabili per sobrietà, tenacia e coraggio.

Per la campagna contro la Russia, la Turchia aveva mobilitato .a Terza Armata che, nei mesi di settembre e di ottobre, si era concentrata in Anatolia orientale, nella regione di Erzerum. I trasporti via terra erano così lenti e difficoltosi che una parte delle truppe, dopo l’inizio dell’offensiva, venne portata sul teatro di operazioni via mare, lungo la costa del Mar Nero, su convogli scortati da navi da guerra e perfino a bordo di queste ultime; i porti di sbarco erano tuttavia ancora lontani dal fronte, venendo utilizzati per lo più quelli di Samsun e Trebisonda. La Terza Armata era costituita da 3 Corpi, il IX, il X e l’XI, per un totale di 140 battaglioni, 128 squadroni e 250 cannoni: in complesso circa 150.000 uomini. L’equipaggiamento non era buono e le truppe addirittura malnutrite, talché sarebbe stato consigliabile assumere un’attitudine difensiva, limitandosi a coprire gli approcci della grande città-fortezza di Erzerum e, magari esercitando una limitata offensiva lungo la costa, ove il terreno era meno accidentato, al fine di togliere ai Russi la fortezza e il porto di Batum. Invece i piani di guerra turchi erano improntati a una immediata offensiva generale della Terza Armata verso l’interno, ove più ostili erano le condizioni climatiche e ambientali, con l’obiettivo di avvolgere la piazza di Kars e di sboccare poi in Transcaucasia verso Tiflis e Bakù. Pesarono, più che considerazioni di ordine strettamente militare, le speranze di Enver pascià di attizzare il fuoco della rivolta nei territori russi dell’Asia Centrale abitati da popolazione di stirpe turca. Da tempo soffiava il vento del panturchismo e del panturanismo, specialmente dopo la presa del potere da parte dei Giovani Turchi e la rapidissima deriva del loro movimento in senso ultranazionalista e imperialista.

Ha scritto in proposito lo studioso Francesco Sìdari, autore di una fondamentale monografia (I popoli turchi dell’Asia Centrale, 1864-1924; Padova, CEDAM, p. 98) sull’intreccio di motivazioni politiche, religiose, etniche e culturali che videro nascere il moderno sogno panturaniano – un sogno, si badi, che ancor oggi continua a covare sotto la cenere:

“Il miraggio di un potente impero costituito da circa 70 milioni di Turchi non poteva non fare presa sull’animo fiero e sulla natura battagliera dei Turchi ottomani. Nessuno scriveva più di panislamismo; il mondo turco si avviava ad un’altra reazione che lo avrebbe portato a ripudiare il califfato islamico e a ispirarsi al suo passato. Le imprese degli Unni e dei Mongoli facevano fremere d’orgoglio i nazionalisti turchi, e su questo motivo e anche sulla creazione di un potente Stato che dovesse estendersi dall’Europa al Pacifico, basato non sulla religione o sulla dinastia ma sul popolo turco, Zïya Gökalp intessé i suoi scritti e la sua propaganda. La fantasia non aveva ormai  limiti; il mondo doveva essere guidato dalle due potenze più forti: Turchia e Germania. Fu anche esaminata la possibilità  di inserire in questo vasto impero l”Irak e la Persia settentrionale.

“Gökalp, infatti – tra gli altri il più moderato e prudente – prevedeva che la costituzione di un grande Stato turco potesse avvenire solo attraverso tre stadi successivi: dapprima bisognava che i Turchi ottomani consolidassero il loro potere e turchizzassero le minoranze; successivamente dovevano essere assorbiti nello Stato turco i parenti più vicini, i Turchi azerbaigiani, compresi quelli viventi nel territorio persiano; infine si sarebbe proceduto all’unione di tutti i popoli turchi dell’Asia. Nel quadro dei futuri progetti doveva porsi la politica ottomana verso gli Armeni, i quali avrebbero sbarrato ai futuri conquistatori turchi la strada di accesso all’Asia Centrale.”

Da parte russa la strategia iniziale per la campagna fu caratterizzata da un contegno contraddittorio, risultante della confusione provocata dalla partenza di 2 dei 3 corpi d’armata della Transcaucasia verso il fronte austro-tedesco. Ai Russi non rimase dunque che un solo Corpo d’Armata, il I del Caucaso, rinforzato alla fine di novembre da un altro, il II Corpo del Turkestan, di nuova costituzione. Vi erano in complesso 100 battaglioni, 117 squadroni e 256 cannoni. Questa improvvisa diminuzione nella disponibilità delle forze nel settore caucasico avrebbe dovuto suggerire ai comandi russi di mantenere un atteggiamento strettamente difensivo; invece venne decisa un’offensiva immediata volta a prevenire l’attacco avversario.

Com’è noto il primo atto il guerra fra le due nazioni avvenne il 29 ottobre 1914 con il bombardamento dei porti russi del Mar Nero da parte della flotta turco-tedesca dell’amm. Souchon (vedi il nostro articolo La guerra navale nel Mediterraneo e nel Mar Nero nel 1914). La Russia rispose dichiarando ufficialmente guerra alla Turchia pochi giorni dopo, il 4 novembre. Assai meno noto, ma alquanto interessante, è il fatto che l’armata russa del Caucaso aveva già attraversato la frontiera il 2 novembre: dopo l’attacco navale turco-tedesco, quindi, ma prima che fra i due Paesi esistesse un formale stato di guerra, anzi mentre la Turchia era ancora teoricamente neutrale.

Poiché il II Corpo d’Armata del Turkestan era ancora in via di formazione a Tiflis, capitale della Georgia, l’offensiva venne intrapresa dal solo I Corpo caucasico del gen. Berkhmann, protetto sul fianco destro dal Distaccamento di Olti (gen. Istomin), per una forza totale di circa 100.000 fucili.. Il 6 novembre, a Kepri Kei, i Russi respinsero le avanguardie della Terza Armata turca. Il comandante di questa, Hassan-Izzet pascià, incominciò il 7 novembre una vasta contromanovra a doppio avvolgimento, dopo aver trattenuto frontalmente l’avanzata avversaria; e, per il giorno 13, il I Corpo del Caucaso era in piena ritirata, avendo perduto il 40% dei suoi effettivi. Mentre il IX e l’XI Corpo turchi riportavano questo successo, il X Corpo si era rivolto contro il Distaccamento di Olti e lo aveva, a sua volta, battuto.

L’incauta strategia offensiva dei Russi, che li aveva spinti ad attaccare con forze insufficienti, sottovalutando la forza dell’avversario e le grandi difficoltà logistiche e ambientali, era stata  la causa diretta di questo insuccesso iniziale che, per un momento, sembrò compromettere le posizioni russe nell’intera regione del Caucaso, gettando il panico anche in centri lontani dal fronte, come Tiflis. Da parte turca, questa vittoria fu salutata come la premessa di un più vasto disegno strategico, mirante a creare le condizioni per la nascita di un vasto impero che riunisse tutti i territori abitati da popolazioni turche, tartare, turcomanne e turaniane. Enver pascià, in particolare, era dominato – sempre secondo lo storico William Yale – “dalla fantastica idea di invadere l’India dopo avere sconfitto i Russi”. Pertanto gli parve che Hassan-Izzet pascià conducesse le operazioni militari con eccessiva prudenza, e decise di sostituirlo nel comando della Terza Armata. Partito da Costantinopoli il 6 dicembre in compagnia del generale tedesco von Schellendorf, il giorno 19 raggiunse il Quartier generale della Terza Armata e vi si insediò.

Benché i suoi consiglieri tedeschi tentassero saggiamente di dissuaderlo, Enver pascià decise di imbastire una offensiva generale dagli obiettivi alquanto ambiziosi, senza tener conto dello stato insoddisfacente dell’equipaggiamento delle truppe, né dei rigori dell’inverno e della scarsità delle strade. Il suo piano era quello di impegnare frontalmente l’avversario con l’XI Corpo rinforzato da 2 divisioni tratte dalla Mesopotamia (in tutto circa 21.000 uomini) e di avvolgerlo con ampia manovra sull’ala destra con il IX e il X Corpo, rinforzati dalla Prima Divisione (complessivamente 50.000 uomini). Nello stesso tempo la Terza Divisione, trasportata da Costantinopoli, avrebbe preso l’offensiva dalla costa del mar Nero in direzione generale della ferrovia Sarikamis-Tiflis. Si trattava di una operazione che, riuscendo, avrebbe consentito d’intrappolare e spazzar via l’armata russa del Caucaso; ma che presentava anche difficoltà logistiche enormi, dovendo l’azione avvolgente dei due corpi d’armata svilupparsi attraverso un’impervia catena di montagne, che la neve alta rendeva quasi impraticabili.

3.      LA TRAGEDIA DELLA TERZA ARMATA TURCA A SARIKAMIS.

Dopo l’insuccesso di Kepri Kei, i Russi si erano attestati a difesa una sessantina di chilometri all’interno della frontiera turca, abbandonando ogni ulteriore velleità offensiva. L’attacco della Terza Armata turca si pronunciò ottenendo dei buoni successi nei giorni intorno al natale; il IX e il X Corpo, con la Prima Divisione, nonostante le avverse condizioni ambientali superarono le montagne, sboccando sul tergo dello schieramento avversario. Il 25 dicembre il IX Corpo penetrò fino al Passo di Bardus, a 5 km. dalla città di Sarikamis, ove non esisteva alcun presidio. La situazione dei Russi si era fatta così grave, in quegli ultimi giorni di dicembre, che il comandante dell’armata del Caucaso, gen. Mislaevskij, sopraffatto dalla tensione nervosa diede l’ordine della ritirata generale e si dimise dal comando. Anche il Berkhmann era intenzionato ad effettuare un immediato ripiegamento; ma, dato lo stato delle strade e l’ampio avvolgimento eseguito dal nemico, è assai probabile che esso si sarebbe trasformato in un completo disastro. A risollevare  le sorti dei Russi si fece avanti, quasi miracolosamente, il capo di Stato maggiore dell’armata del Caucaso, gen. Nikolaj Nikolaevic Yudenic, il quale prese le redini della situazione ed emanò l’ordine di resistenza a oltranza, sul posto.

Il IX Corpo turco che, il 25 novembre , avrebbe potuto impadronirsi facilmente di Sarikamis sferrando un deciso attacco, indugiò davanti all’inattesa resistenza di alcuni plotoni di fanteria appoggiati da soli 4 pezzi, che transitavano casualmente nella la stazione ferroviaria. Quell’attimo di esitazione fu fatale ai Turchi perché, a partire dal 26, i Turchi distaccarono varie unità per rinforzare le deboli difese di Sarikamis, riuscendo a respingere con successo tutti i ritorni offensivi del IX Corpo. Per alcuni giorni la lotta, estremamente accanita, oscillò incerta. Fallito un assalto del IX Corpo il 27 dicembre, esso dopo un giorno di pausa, rinforzato dal X, rinnovò in forze il tentativo e, la sera del 29, i Turchi riuscirono a penetrare fin dentro la città, per venirne ricacciati poche ore dopo in seguito a combattimenti all’arma bianca che si svolsero strada per strada e casa per casa. Per due giorni ancora, fino all’ultimo dell’anno, Enver pascià volle compiere un estremo, disperato sforzo per sloggiare i Russi da Sarikamis, senza riuscirvi; nelle stesse ore anche gli attacchi frontali dell’XI Corpo sui Monti Saganlug venivano vanificati dall’accanitssima resistenza avversaria.

La situazione era ormai matura per un’ampia controffensiva dei Russi e infatti il gen. Yudenic, apprezzati gli ultimi sviluppi delle operazioni, diresse forti colonne sulle linee di comunicazione dei due Corpi avversari, il IX e il X, che combattevano intorno a Sarikamis. Dopo un nuovo, vano attacco turco il 1° gennaio 1915, vedendo arrestati i progressi dell’XI Corpo  mentre il IX e il X, che avrebbero dovuto far crollare lo schieramento russo mediante avvolgimento, erano a loro volta sul punto di venire circondati, Enver pascià si vide costretto a dare l’ordine di ritirata generale alla sua Terza Armata.

Premuti dai Russi e vigorosamente attaccati sulle ali, costretti a compiere marce estenuanti nella neve alta, insufficientemente riparati contro il freddo intenso e perfino a corto di viveri, i Turchi videro allora tramutarsi la loro ritirata in una rotta catastrofica. Il IX Corpo d’Armata cessò semplicemente di esistere: il suo comandante, Ishkan pascià, venne fatto prigioniero insieme ai comandi di 3 divisioni(Diciassettesima, Ventottesima e Ventinovesima); eguale sorte toccò all’intero Stato Maggiore della Terza Divisione. Fu una disfatta senza precedenti: molti soldati turchi vennero fatti prigionieri, moltissimi altri morirono di fame o congelati. La Terza Armata era stata praticamente annientata: verso la fine di gennaio essa non contava più che 12.000 uomini circa. Enver pascià, che portava la principale responsabilità di un tale disastro, lasciò quel che restava della Terza armata al colonnello di Stato Maggiore Hafis Hakki bey e rientrò direttamente a Costantinopoli. La sua reputazione  militare in Turchia fu in parte salvata dai rigori della censura, che tentò in ogni modo d’impedire che l’opinione pubblica venisse a conoscenza delle reali dimensioni della tragedia di Sarikamis; ma, ovviamente, non poté impedire che qualcosa trapelasse, avvilendo amaramente gli animi.

Fu questa, da parte di Enver, la prima dimostrazione della grave incompetenza non solo politica, ma altresì militare, che contraddistingueva la cricca al potere nell’Impero Ottomano: una realtà incontestabile  di cui non mancarono, anche in seguito, altre gravi prove. Commentando il disastro di Sarikamis, il generale tedesco Liman von Sanders – che stimava, forse prudentemente, in 90.000 il numero iniziale degli effettivi della Terza Armata – scrisse testualmente: “gli storici futuri cercheranno invano una qualsiasi giustificazione di questa offensiva”; ed è una condanna senza appello all’avventurismo militare dei Giovani Turchi.

Né miglior esito aveva avuto l’offensiva della Terza Divisione turca che, partendo dalle sponde del mar Nero, aveva attraversato la frontiera, giungendo il 30 dicembre ad occupare Ardahan, sull’ala destra dello schieramento avversario. Una energica controffensiva dei Russi l’aveva ricacciata ai primi di gennaio, sicché anche in questo settore del fronte la minaccia d’invasione turca era stata allontanata e le forze attaccanti respinte e gravemente disorganizzate. Bisogna però riconoscere, a onore della verità storica, che il soldato turco non ebbe alcuna colpa di queste disfatte: male equipaggiato, aveva lottato valorosamente in condizioni quasi impossibili; egli fu la vittima inconsapevole del dilettantismo e dell’irresponsabilità dei suoi capi che lo avevano mandato follemente allo sbaraglio.

4.      LA SITUAZIONE IN EGITTO E IL PROBLEMA DELLA DIFESA DI SUEZ.

Benché gli Inglesi vi esercitassero un dominio effettivo sin dal 1882, l’Egitto rimaneva nominalmente uno Stato vassallo dell’Impero Ottomano, con un khedivé teoricamente sottoposto al sultano di Costantinopoli. Il 12 agosto 1914 il governo britannico annunziò che l’Egitto si trovava in stato di guerra e di conseguenza, allorché – il 5 novembre – la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Turchia, il paese venne a trovarsi in una situazione giuridica paradossale, di belligeranza contro il proprio sovrano nominale. In quel momento il khedivé Abbas Hilmi, accesamente antibritannico, si trovava a Costantinopoli; e, da lì, lanciò un appello all’Egitto e al Sudan perché insorgessero contro gli occupanti inglesi, prendendo così apertamente posizione a favore di Maometto V e liberando le autorità britanniche del Cairo dall’incresciosa situazione di dover coabitare con un Khedivé larvatamente fautore dei Turchi. Essi, infatti, senza indugio proclamarono khedivé lo zio di Hilmi, Hussein Kemal; allo steso tempo dichiararono decaduto ogni diritto (del resto, puramente formale) del governo di Costantinopoli sull’Egitto e, al suo posto, proclamarono il proprio protettorato. Un’altra misura formale presa dal governo di Londra ai danni dell’Impero Ottomano fu l’annessione,  dichiarata il 5 novembre 1914, dell’isola di Cipro, altro teorico possedimento del sultano ove, in realtà, si erano saldamente installati fin dal 1878 (mentre l’Austria occupava la Bosnia-Erzegovina).  Hussein Kemal rinunciò al vecchio titolo di khedivé, che implicava una dipendenza sia pur formale da Costantinopoli, per assumere quello di sultano dell’Egitto, mentre il console generale lord Kitchener veniva sostituito da un alto commissario britannico, nella persona di sir Henry Mc Mahon.

La situazione politica del Paese era tesa per l’agitazione latente dei nazionalisti egiziani e lo divenne ancor più quando Maometto V proclamò la “guerra santa” (jiad) contro gli “infedeli”, ossia gli imperialisti inglesi, francesi e russi; e incitò tutti i musulmani, dal Marocco fino all’India, ad insorgere contro di essi.  Pare che specialmente i capi politici e militari della Germania avessero  fondato grandi speranze sull’arma della “guerra santa”, i cui effetti fuori dell’Impero Ottomano (ove si ridussero ad alcune manifestazioni di piazza e ad una recrudescenza delle persecuzioni contro gli Armeni, preludio al vero e proprio genocidio del 1915-16) furono, in realtà, limitatissimi. L’inefficacia della “guerra santa”, però, si sarebbe rivelata solo col tempo; per il momento la situazione politico-militare dei Britannici in Egitto si presentava non scevra di pericoli nonostante la presenza di un esercito di ben 100.000 uomini, in maggioranza australiani (e perciò del tutto insensibili al richiamo della propaganda islamica).

Nelle prime settimane di guerra, quando ancora non si era profilata una minaccia diretta contro l’Egitto, tali truppe furono impiegate dagli Inglesi per una dimostrazione di forza nelle strette vie del Cairo, ove gli Australiani, con tutta l’artiglieria da campagna, sfilarono il 17 dicembre 1914. La data era stata scelta sia perché coincideva con la proclamazione del protettorato, sia per prevenire possibili agitazioni provocate dalla sostituzione del khedivé e dall’annuncio della “guerra santa”. Si deve ritenere che tale manifestazione non sia rimasta senza risultato perché, effettivamente, i nazionalisti egiziani se ne rimasero tranquilli, sia allora che in seguito; né questi loro atteggiamento può spiegarsi solo con il timore che un eventuale ritorno sotto il vassallaggio turco facesse passare in seconda linea il diffuso risentimento anti-britannico. Oltre ad esibire la propria forza militare, Mc Mahon prese importanti misure precauzionali, come quella di trasferire l’egiziano nel Sudan e mantenere in Egitto soltanto truppe britanniche; neanche quelle indiane vi furono mantenute, perché anch’esse . in teoria – erano suscettibili di venir conquistate dalla propaganda pan-islamica.

Da parte turca il problema egiziano si presentava sotto un duplice aspetto, politico e militare. Da una parte lanciare un attacco, anche con forze e obiettivi limitati, contro il Canale di Suez avrebbe offerto vantaggi considerevoli, fra i quali quello di tenere vincolate in Egitto importanti forze britanniche che, altrimenti, avrebbero potuto essere dirette contro la Mesopotamia, oppure eseguire uno sbarco in qualche punto strategicamente sensibile della costa ottomana, dai Dardanelli fino ad Alessandretta e oltre. Dall’altra parte un’avanzata turca dalla Palestina verso l’Egitto, anche senza ottenere successi rapidi e decisivi, non avrebbe mancato però di ripercuotersi sulla situazione politica di quel Paese, suscitando forse una rivolta generale contro gli Inglesi. I Tedeschi, da parte loro, nutrivano grandi speranze su un attacco contro il Canale di Suez in cui vedevano, a ragione, il nodo più sensibile del sistema di comunicazioni marittime britanniche, l’unico che le Potenze Centrali o i loro alleato fossero in grado di minacciare da vicino, anche con un modestissimo impiego di forze. Seppure tali speranze erano, in gran parte, esagerate e poco realistiche, non vi è dubbio che una interruzione, anche temporanea, del transito attraverso il canale avrebbe costituito un duro colpo per le necessità economiche e militari della Gran Bretagna oltre che per il suo prestigio; e, come primo effetto, essa avrebbe comportato un notevole ritardo nell’afflusso di truppe, materiali e provvigioni dall’India e dall’Australia, con pesanti conseguenze sia per la situazione dei rifornimenti in Gran Bretagna, sia per quella strettamente militare sul fronte occidentale.

Alla luce di tali considerazioni, stupisce il fatto che tali ampie possibilità furono, in pratica, quasi sprecate dai Tedeschi i quali, pur premendo insistentemente sullo Stato Maggiore turco perché venisse lanciata una offensiva contro il Canale di Suez, non contribuirono affatto a tale impresa, e ciò anche se sapevano quanto fosse impegnata la Terza Armata sul fronte del Caucaso e quanto gli Austriaci fossero bisognosi di un diversivo che alleviasse urgentemente la stretta operata su di loro dai Russi in Galizia.

In compenso, agenti tedeschi svolsero un ruolo determinante nell’indurre i Senussi della Cirenaica a prendere le armi contro i Britannici e, in collaborazione con agenti turchi, li sobillarono ad attaccare l’Egitto. Tuttavia i risultati, almeno all’inizio, furono assai modesti, anche perché il governo di Vienna, timoroso di offrire all’Italia (cui apparteneva la Cirenaica) un valido pretesto per dichiarare guerra all’Austria-Ungheria, desideravano evitare ogni possibile incidente in Libia e perciò temevano che i Senussi, una volta scatenati contro gli Inglesi, avrebbero poi esteso le loro azioni di guerriglia anche contro gli Italiani.

Il 1°novembre 1914 Enver pascià affidò al suo collega, Gemal pascià, il comando della Quarta Armata turca dislocata in Siria e Palestina alla quale incombeva il compito di un eventuale attacco contro il Canale di Suez. Gemal pascià, con l’assistenza del colonnello tedesco von Kress, si accinse ad organizzare le sue forze in vista di una tale campagna, tenendo un occhio sempre rivolto all’atteggiamento delle popolazioni arabe esistenti nell’Impero Ottomano e le cui simpatie, fin dall’inizio delle ostilità, chiaramente non erano dirette verso i loro dominatori turchi. È il caso di sottolineare le particolari circostanze nelle quali avvenne la designazione del nuovo comandante della Quarta Armata: essa venne fatta da un ministro della Guerra – Enver pascià – che si era autonominato  tale quello stesso anno e si ricadde sul ministro della Marina – Gemal pascià -, che, si sarebbe portati a credere, non doveva essere troppo competente in questioni riguardanti l’esercito. Ma è indubbio che dietro tale nomina si celavano complessi giochi politici: fu, quello, il primo passo verso una spartizione del potere in Turchia a livello personale (un po’ come nel secondo triumvirato della tarda Repubblica romana), con cui uno dei tre membri della cricca al potere, che non godeva della completa fiducia degli altri due – Enver e Talaat – rinunciava a porre una sua eventuale candidatura al potere nei palazzi di Costantinopoli, ottenendo in cambio poteri quasi illimitati di proconsole in Siria e Palestina e su una delle grandi unità dell’esercito di stanza nel Medio Oriente.

La preparazione dell’offensiva della Quarta Armata procedette a rilento e, per il resto del 1914, le uniche operazioni degne di nota che si svolsero in quel settore furono quelle navali. L’ammiraglio inglese Peirse giunse a Suez il 1° dicembre con la nave da battaglia Swiftsure e raccolse nel Canale varie unità della marina per la difesa in vista di un attacco turco. Per il resto, il dicembre del 1914 fu caratterizzato soltanto dalle ripetute incursioni di due navi da guerra alleate, il Doris e l’incrociatore protetto Askold della Marina russa, che era arrivato in Egitto da Vladivostok, nell’Estremo Oriente (sia la flotta russa del Baltico, sia quella del Mar Nero erano impossibilitate a guadagnare il mare aperto). Sia il Doris che l’Askold eseguirono frequenti incursioni lungo la costa della Siria e fin dentro il Golfo di Iskenderun (Alessandretta), che era una delle direzioni d’attacco più sensibili nel “dominio personale” di Gemal pascià e dell’intero Impero Ottomano. Le operazioni di queste due navi furono grandemente facilitate dalla vicinanza di eccellenti basi strategiche, quali Alessandria d’Egitto e Famagosta sull’isola di Cipro, quest’ultima dominante il litorale turco da Alessandretta a Tripoli di Siria a Beirut; e, inoltre, dal fatto che in tutto il Mediterraneo orientale non vi era più traccia della Marina turca. Essa si era infatti rifugiata nel Mar di Marmara, di dove compiva frequenti crociere contro obiettivi russi nel Mar Nero, ma non poteva tornare nelle acque dell’Egeo e del Mediterraneo, essendole preclusa dal blocco di una squadra anglo-francese l’uscita dallo Stretto dei Dardanelli.

5.      OPERAZIONI NEL GOLFO PERSICO.

Nell’area del Golfo Persico la strategia britannica fu improntata da esigenze e obiettivi di natura prevalentemente economica e anche politica, più che da vere e proprie necessità strategiche. Il fattore determinante per tutta l’impostazione della campagna era costituito dalla vicinanza della frontiera turca ai campi petroliferi della Persia sud-occidentale sfruttati dalla Gran Bretagna e dalla necessità, per quest’ultima, di proteggere il grande oleodotto che allacciava Ahwaz con Abadan. Il petrolio della Persia meridionale, regione sulla quale gli Inglesi esercitavano un controllo de facto, anche di tipo militare, era d’importanza vitale per la Marina britannica; al tempo stesso l’Ammiragliato di Londra vedeva con allarme la circostanza che, pur essendo l’Oceano Indiano un “lago britannico” (un po’ come il Pacifico era stato un “lago spagnolo” tre secoli prima),proprio l’area economicamente più importante di esso, il Golfo Persico, fosse esposta a un colpo di mano dei Turchi relativamente facile. Oltre a queste considerazioni, i capi politici e militari della Gran Bretagna ritenevano che un successo contro i Turchi in quel settore, dopo che questi ultimi avevano preso l’iniziativa contro l’Egitto e Maometto V, da Costantinopoli, aveva lanciato il proclama della “guerra santa” di tutti i musulmani contro l’Impero britannico, avrebbe avuto un effetto deterrente nei confronti di possibili fermenti tra i sudditi dell’India. Per tutte queste ragioni gli Inglesi progettavano un’offensiva che, ricacciando i Turchi dallo Shatt-el-Arab e staccandoli da Abadan e dall’oleodotto per Ahwaz, garantisse la sicurezza verso i campi petroliferi persiani  e li estromettesse definitivamente dall’area del Golfo Persico. Il problema, quindi, era all’inizio essenzialmente navale; una campagna a fondo, via terra, nella Mesopotamia meridionale non rientrava – per il momento – nei piani britannici.

Le relazioni diplomatiche fra l’Intesa e l’Impero Ottomano non erano ancora state rotte ufficialmente e già dall’India, il 1° ottobre, era partita una prima brigata della Sesta Divisione indiana, la quale – scortata da alcune navi da guerra e da imbarcazioni armate – stabilì una base nell’isola di Bahrein, nell’arcipelago omonimo. Dal momento del loro arrivo, il 23 ottobre, le forze anglo-indiane fecero rapidamente i preparativi per una operazione contro i Turchi e nemmeno una settimana dopo, il 30 ottobre (subito dopo l’attacco navale turco-tedesco alle basi russe nel Mar Nero), fu loro ordinato di aprire le ostilità. Ancora una volta sarà opportuno soffermarci a sottolineare le date: l’attacco navale dell’amm. Souchon era avvenuto il giorno prima, ma la formale dichiarazione di guerra del governo di Londra a quello di Costantinopoli non sarebbe stata  comunicata che il 5 novembre. Così come l’esercito russo del Caucaso aveva passato la frontiera turca il 2 novembre, due giorni prima che il governo di Pietroburgo dichiarasse guerra all’Impero Ottomano, risulta del pari che gli Inglesi, alla data del 30 ottobre, si consideravano già in stato di belligeranza contro i Turchi, anche se attesero fino al 3 novembre per iniziare il primo aperto atto di ostilità: il bombardamento contro i forti turchi dei Dardanelli.

La prima azione bellica nel Golfo Persico fu il bombardamento del forte di Fao, postoo sulla punta avanzata di una penisoletta paludosa che si allunga fra lo Shatt-el-Arab ed il Mar a quant ‘Abd Allah, ed era perciò la chiave strategica della foce dello Shatt-el-Arab e della raffineria di Abadan (luogo che sarà poi al centro di una delle più sanguinose battaglie del conflitto iraniano-iracheno, combattuto dal1980 al 1988). Le truppe anglo-indiane presero terra il 6 novembre, giusto l’indomani della dichiarazione di guerra britannica, e intrapresero una rapida avanzata lungo il fiume. Specialmente nella sua prima fase, questa campagna presenta marcati caratteri di guerra anfibia ed è paragonabile a quella che si svolgeva, quasi contemporaneamente, nella colonia tedesca del Camerun, con le forze navali e terrestri anglo-francesi che tentavano di penetrare nella foce del fiume Wouri, chiave strategica di accesso all’hinterland (vedi il nostro articolo Le colonie africane della Germania nella prima guerra mondiale). Il primo obiettivo della Brigata indiana era Abadan, sede di una importante raffineria  e capolinea della conduttura proveniente da Ahwaz. La distanza ra la foce dello Shatt-el-Arab è di 60 km.; ma i Turchi, colti di sorpresa, non erano in grado di opporre una seria resistenza e già il 10 novembre le truppe anglo-indiane si stabilirono ad Abadan, sostenute sul fiume da due sloop, l’Odin e l’Espiegle e dalla nave da guerra Oceann che poi, in dicembre, fu destinata a prender parte all’azione contro i Dardanelli ove avrebbe incontrato un tragico destino. La posizione dei difensori, a questo punto, si era fatta assai critica: il grosso della Sesta Divisione era arrivato sul posto e, per quanto i Turchi concentrassero in tutta fetta forze considerevoli, con le quali intendevano contrattaccare dalla base di Bassora (Basra), il maggiore centro della Mesopotamia meridionale, essi a metà novembre vennero prevenuti e subirono un grave scacco, che li costrinse a effettuare un ulteriore ripiegamento.

Il gen. sir A. Barret, comandante la Sesta Divisione indiana, poté così avanzare fino a Bassora e occuparla, il 22 novembre; indi riprese l’avanzata a monte del fiume, giungendo infine ad occupare Al Qurna, là dove il Tigri e l’Eufrate si uniscono a formare lo Shatt-el-Arab. Qui egli si fermò con le sue truppe, avendo per il momento raggiunto gli obiettivi stabiliti; e benché i Turchi avessero inviato consistenti rinforzi in Mesopotamia, costituendo un fronte difensivo abbastanza efficace, non fecero tuttavia alcun tentativo di respingere l’avversario a valle del fiume, limitandosi a sorvegliarne le mosse.

Così, entro la metà di dicembre del 1914, il fronte della Mesopotamia meridionale si era stabilizzato in una zona paludosa e malsana ove le difficoltà del terreno e del clima rendevano le operazioni particolarmente difficili. La breve campagna anglo-indiana del novembre-dicembre 1914 fu un piccolo capolavoro di rapidità e di efficienza: essa permise di mettere al riparo l’oleodotto persiano e consentì alle navi britanniche di risalire indisturbate lo Shatt-el-Arab sino alla raffineria di Abadan. Né si manifestarono i temuti contraccolpi politici nell’Impero delle Indie alla proclamazione della jiad; le truppe indiane si condussero valorosamente contro i Turchi, riflesso di un atteggiamento generale non ostile ai Britannici da parte della grande maggioranza della popolazione indiana, anche di quella di religione islamica.

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Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 22/08/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 26 Novembre 2017

Del 15 Ottobre 2020

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