lunedì, 20 Settembre 2021
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I piani per il fronte occidentale e per l’invasione del Belgio nel 1914

Nel 1914 la Germania possedeva, indiscutibilmente, il migliore esercito del mondo: il piano tedesco e francese. Le armate tedesche si schierarono alla frontiera occidentale, fra il Reno a nord di Colonia e la frontiera svizzera di Francesco Lamendola 

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SOMMARIO

1.     IL  PIANO TEDESCO

2.     IL PIANO FRANCESE

3.     LO  SCHIERAMENTO DEGLI ESERCITI

4.     EFFICIENZA DELLE FORZE CONTRAPPOSTE

5.     L’INVASIONE DEL BELGIO

6.     DA LIEGI A NAMUR

1.      IL PIANO  TEDESCO.

Cardine del piano operativo tedesco nella prima guerra mondiale era il piano elaborato elaborato dal generale von Schlieffen nel 1906, il quale derivava a sua volta dal dogma imperante nella dottrina militare tedesca (e austriaca): la manovra a doppio avvolgimento.

La prima difficoltà che gli Imperi Centrali avrebbero dovuto affrontare in una guerra contro la Francia e la Russia derivava dal loro minore potenziale demografico e, quindi, dall’inferiorità numerica dei loro eserciti. La Germania aveva infatti una popolazione di 66 milioni e 1/2di abitanti, l’Austria-Ungheria di 51; dall’altra parte stavano i 171 milioni della Russia e i39 della Francia, cui bisognava aggiungere 4milioni e1/2 della Serbia e 516.000 del Montenegro. Molto ottimisticamente, inoltre, il piano tedesco partiva dal presupposto che le forze armate del Belgio non avrebbero opposto resistenza all’invasione di quel Paese e che la Gran Bretagna sarebbe rimasta neutrale.

Ha scritto in proposito il kronprinz Guglielmo:

“Il complesso delle forze di pace, per un caso di guerra quale si è avverato, dava approssimativamente 900.000 uomini che tenevamo noi e 500.000 tra Austriaci ed Ungheresi, in tutto dunque 1.400.000 uomini per gli Imperi Centrali. Dall’altra parte la Russia sola portava all’Intesa più di due milioni di combattenti – in più la Francia ed il Belgio. Così  fin dall’inizio della guerra la proporzione contro il nemico era dunque di 1 a 2. Era veramente troppo poco, anche tenendo conto – e con ogni diritto – della qualità molto superiore dei soldati tedeschi.”

In realtà, allo scoppio della guerra la Germania poté mobilitare 2.200.000 uomini e l’Austria-Ungheria 1.400.000; dall’altra parte la Francia ne mobilitò 1.800.000, la Russia circa 3 milioni, la Serbia oltre 500.000, il che diede un totale di 3.600.000 degli Imperi Centrali contro 5.400.000 dell’Intesa; senza contare gli eserciti del Montenegro, del Belgio e della Gran Bretagna, con una proporzione di 2 a 3 a sfavore dei primi.

Per compensare tale svantaggiosa situazione iniziale, gli Austro-Tedeschi non potevano contare ,oltre che sulla “qualità molto superiore dei loro combattenti” (il che era vero soprattutto nella misura in cui venivano impiegati con maggiore abilità dai propri comandi) sulla celerità di mosse, sulla possibilità di operare “per linee interne” contro due blocchi distinti degli avversari (la Russia ad est, la Francia ad ovest) e soprattutto sul fattore, noto a priori, della lentezza della mobilitazione russa. Proprio quest’ultimo elemento, di cui il grande Moltke avrebbe voluto profittare per infliggere un colpo decisivo all’est come prima mossa, secondo lo Schlieffen poteva essere sfruttato con maggiore utilità trascurando, da principio, la Russia, e volgendosi all’ovest per eliminare definitivamente la Francia dalla coalizione nemica. Sei settimane era il tempo calcolato da Schlieffen per annientare l’esercito francese, durante le quali si pensava che la Russia non sarebbe stata in grado di sferrare una offensiva generale, di modo che si sarebbero potute lasciare a protezione del confine orientale solo un minimo di forze. Subito dopo aver distrutto l’esercito francese, le armate tedesche sarebbero state trasportate ad est con la massima celerità per infliggere alla Russia il colpo decisivo. Questo ragionamento era sorretto da due considerazioni, l’una ovvia, l’altra solo congetturale: che l’avversario immediatamente pericoloso fosse la Francia, ma che (a differenza della Russia) la si potesse piegare in un tempo relativamente breve; e che l’esercito austro-ungherese, in un primo tempo, sarebbe stato in grado di svolgere una funzione primaria sul fronte orientale, accollandosi il maggior peso della lotta contro la Russia.

Schlieffen era un fautore entusiasta della manovra a doppio avvolgimento, tipo Canne; tuttavia, sul fronte occidentale il problema era che l’esercito tedesco non avrebbe avuto la forza numerica sufficiente, e sarebbe stato possibile l’avvolgimento di una sola delle ali dell’esercito avversario. Del resto, le poderose fortificazioni erette dalla Francia sulla frontiera tedesca dopo la guerra del1870-71 rendevano impensabile un attacco frontale mirante allo sfondamento; senza contare che non vi sarebbe stato neanche lo spazio sufficiente per schierare un esercito così numeroso. Lapiù ovvia direttrice d’attacco per un avvolgimento dell’esercito francese era, invece, quella passante per il Belgio, stato neutrale la cui integrità era stata garantita fin dal 1839 dalle potenze europee; anche l’angolo sud-orientale dei Paesi bassi si sarebbe trovato sulla direttrice di avanzata dell’ala destra tedesca; tuttavia, piuttosto che provocare gli Olandesi alla resistenza e fornire alla Gran Bretagna un pretesto per l’intervento, Schlieffen era dispostissimo a rinunciare alla realizzazione di questa parte del suo piano. Strano a dirsi, pare non gli sia venuto in mente che anche solo l’invasione del Belgio e del Lussemburgo avrebbe potuto costituire motivo sufficiente per un intervento britannico; che non abbia considerato, a parte ogni considerazione etica e puramente diplomatica, che la presenza dell’esercito tedesco sulle coste del Belgio, a pochi chilometri dalle coste inglesi e dall’estuario del Tamigi, non avrebbe spinto Londra ad intervenire. Per meglio dire, Schlieffen aveva considerato una tale eventualità; ma, con la tipica mentalità “tecnica” e “continentale”, propria dello Stato Maggiore tedesco, si era limitato a considerare che le poche divisioni inglesi che fossero sbarcate in Europa, nei primi giorni di guerra, sarebbero state spazzate via né più né meno che l’esercito francese. Non aveva pensato che, se la vittoria fosse sfuggita nelle prime settimane di guerra, la flotta britannica – imponendo il blocco al commercio da e per gli Imperi Centrali – ne avrebbe decretato la lenta paralisi e la sconfitta finale; ciò, del resto, non rientrava nella sua sfera di competenze.

L’irruzione attraverso il Belgio e il Lussemburgo avrebbe dovuto essere compiuta dalla parte numericamente più forte dell’esercito tedesco; la manovra circolare avrebbe dovuto essere tanto ampia da sfiorare la Manica e penetrare in Francia attraverso le Fiandre, all’altezza di Lilla; in tal modo anche le forze inglesi eventualmente sbarcate, sarebbero state spazzate via oppure aggirate. La gigantesca manovra avvolgente si sarebbe conclusa con la minaccia su Parigi da ovest e da sud-ovest, ciò che avrebbe indotto sicuramente le armate francesi schierate al confine tedesco , fra la Svizzera e il Lussemburgo, ad accorrere in soccorso della capitale. Staccati così dalle loro poderose fortificazioni di frontiera, accerchiati e impossibilitati a manovrare, i Francesi sarebbero stati annientati in una gigantesca battaglia di Canne.

Il piano di von Schlieffen, che stabiliva con estrema precisione la tabella di marcia di ogni singola unità, presentava un solo, ma grave rischio strategico: quello di lasciare esposte le province tedesche del Reno a un attacco iniziale da parte dei Francesi (e le province orientali a un attacco dei Russi, ritenuto peraltro improbabile).Si trattava, tuttavia, di un rischio calcolato: Schlieffen aveva assegnato all’ala sinistra dell’esercito tedesco un compito che non era soltanto di contenimento quanto, piuttosto, di esca: doveva, cioè, indurre l’avversario ad inoltrarsi verso est, allontanandosi dalle proprie fortezze e facilitando, in tal modo l’avanzata dell’ala destra attraverso il Belgio. Così, per un momento, Schlieffen era stato sedotto dalla possibilità di imbastire una vera manovra a doppio avvolgimento, contrattaccando i Francesi in Lorena e chiudendo loro l’ultima via di scampo verso sud. Tale eventuale manovra, però, era stata lasciata allo stato di possibilità puramente teorica; tanto è vero che all’ala sinistra erano state assegnate forze talmente deboli da rendere, di fatto, irrealizzabile una simile variante del piano fondamentale.

Quanto alla possibilità che l’esercito belga opponesse resistenza all’invasione, essa non era stata neppur presa in considerazione. Astutamente, anzi, lo Schlieffen non avrebbe neppur voluto che fosse l’esercito a compiere la prima mossa, convinto com’era che sarebbero stati i Francesi, appena venuti a conoscenza del formidabile schieramento avversario sull’ala destra, ad invadere il Belgio per primi, onde attestarsi dietro la posizione difensiva naturale offerta dalla Mosa. A quel punto i Tedeschi avrebbero potuto varcare, a loro volta, la frontiera belga, senza incorrere nella riprovazione dell’opinione pubblica mondiale, e si sarebbero rapidamente impadroniti delle grandi fortezze belghe di Liegi e di Namur, chiavi del sistema strategico fluviale Mosa-Sambre-Oise. Se necessario, per ridurle all’impotenza l’artiglieria pesante tedesca avrebbe impiegato mezzi talmente poderosi, da poter annientare in pochi giorni la capacità di resistenza di quei forti.

La parte più rivoluzionaria del Piano Schlieffen concerneva la struttura dell’esercito destinato a schiacciare la Francia in sole sei settimane. Fino a quel momento, in quasi tutti gli eserciti non si era mai attribuito molto valore alle truppe della riserva, che venivano di solito impiegate in compiti di occupazione e sorveglianza. Schlieffen ritenne invece che le divisioni di riserva avrebbero potuto essere portate in prima linea a fianco di quelle attive, e ciò fin dall’inizio della campagna. In tal modo sarebbe stata possibile la manovra di avvolgimento attraverso il Belgio, che allungava i 250 km. della frontiera franco-tedesca a quasi 500 km., in pratica raddoppiando l’estensione del fronte occidentale.

Schlieffen morì nel 1913; il suo piano venne mantenuto dall’Alto Comando tedesco ma, in pratica, il nuovo capo di Stato Maggiore dell’esercito ,il nipote del grande Moltke, vi apportò delle modifiche sostanziali, tali da alterarne completamente la concezione originaria. Helmuth von Moltke, infatti, era ossessionato dal timore di un’invasione francese attraverso il Reno e, al tempo stesso, allettato dalla possibilità di realizzare la tanto desiderata manovra a doppio avvolgimento, unendo alla prevista irruzione attraverso il Belgio uno sfondamento in Lorena. Per conseguenza, egli aveva gradualmente rafforzato l’ala sinistra del proprio schieramento, indebolendo inevitabilmente l’ala destra marciante; sicché l’una era ormai anche troppo forte per i compiti difensivi affidatile da Schlieffen, l’altra non abbastanza forte da possedere senz’altro quella schiacciante superiorità numerica, da provocare quel rapido tracollo della resistenza francese su cui si basava tutto il piano.Anche il centro dello schieramento tedesco era stato eccessivamente rinforzato rispetto ai piani originari, e sempre a scapito dell’ala destra. Meglio sarebbe stato mantenere delle forze minime di copertura sulla linea fortificata Thionville-Metz e rinunciare, in quel settore, ad ogni velleità offensiva. Infattti, abbandonando le loro fortificazioni di frontiera per marciare verso sud-ovest, i Tedeschi avrebbero commesso lo stesso errore che attribuivano ai Francesi e alla loro “offensiva sentimentale” in Lorena (provincia parzialmente annessa, insieme all’Alsazia, dopo la vittoriosa guerra del 1870).

Moltke junior, che non possedeva il coraggio concettuale di Schlieffen ed era ossessionato dalla preoccupazione di avere un esercito forte in ogni punto del suo schieramento (ciò che costituisce un grave allontanamento da una sana concezione strategica, specialmente offensiva) era altresì timoroso della minaccia cui si sarebbero trovate esposte le province orientali del Reich nelle 6 settimane della campagna d’Occidente. Tale timore  era in parte attenuato dalla convinzione della lentezza della mobilitazione russa e dalla fiducia negli ambiziosi piani offensivi del Capo di Stato Maggiore austriaco, Conrad von Hötzendorf. Pertanto egli si assunse il rischio strategico di lasciare esposta la Prussia Orientale, almeno in un primo momento, rinunziando all’idea di rafforzare l’Ottava Armata di von Prittwiz,colà dislocata.

2.      IL PIANO FRANCESE.

Fin verso la fine del XIX secolo i piani di campagna elaborati dallo Stato Maggiore francese erano stati improntati a un atteggiamento inizialmente difensivo, tenendo conto dell’inferiorità di potenziale demografico rispetto alla Germania, mentre una grande offensiva era prevista in una seconda fase delle operazioni. Le formidabili fortificazioni di frontiera, appoggiate alle piazzeforti di Verdu, Toul, Épinal e Belfort, davano all’Alto Comando francese la convinzione di poter fronteggiare qualsiasi offensiva nemica.

Poi, però, il mai sopito spirito di revanche si era diffuso dagli ambienti politici a quelli militari più elevati, portando a elaborare una nuova dottrina militare che sottovalutava il valore dei mezzi bellici materiali e ad attribuire un’importanza esagerata all’energia dell’azione di comando e allo spirito combattivo delle truppe. Influenzati dalle teorie dell’offensiva à outrance del colonnello de Grandmaison, il quale a sua volta si era ispirato al pensiero del generale Foch, fraintendendolo o, quantomeno, assimilandolo in maniera incompleta, lo Stato maggiore francese si era convinto che il fante, il poilou, potesse aver ragione di un nemico meglio armato e anche più numeroso soltanto in virtù del suo maggiore élan, slancio guerresco. Pu essendo considerati tra i migliori del mondo, gli strateghi francesi  giunsero non solo a considerare l’offensiva come la soluzione di qualunque problema strategico, ma giunsero a consacrare dei dogmi che la tragica esperienza bellica avrebbe ben presto dimostrato infondati. In base ad essi, si sosteneva che il nemico doveva essere “attaccato ovunque”; che l’artiglieria pesante era inutile, perché ostacolava la rapidità dell’offensiva; che le uniformi di colore mimetico erano impensabili, perché le pantalon rouge c’est la France. Al tempo stesso, l’esercito francese aveva chiamato sotto le armi quasi tutti i cittadini maschili abili al servizio militare, riuscendo a compensare la sua scarsa popolazione con un esercito sovradimensionato rispetto alle risorse demografiche. Era inoltre previsto, in caso di conflitto, l’immediato trasporto di un’armata coloniale dalle colonie dell’Africa del Nord (Marocco, Algeria, Tunisia), almeno in caso di dichiarazione di neutralità da parte dell’Italia: perché, diversamente, la flotta italiana avrebbe potuto attaccare i convogli marittimi fra i porti d’imbarco (Bona, Philippéville, Algeri) e quello d’arrivo (Tolone).  Da tutto ciò risultava che la Francia, pur avendo una popolazione di poco superiore a quella dell’Italia (39.600.000 abitanti contro 35 milioni), nel 1914 possedeva un esercito, in tempo di pace, più che doppio di quella: oltre 600.000 uomini contro 250.000.

Per ottenere questi risultati, la Francia aveva compiuto uno sforzo ciclopico che si può spiegare solo tenendo conto del fortissimo desiderio di lavare l’onta di Sédan e di recuperare le due province,  perdute nel 1871, dell’Alasazia e della Lorena. La Nouvelle école d’ispirazione grandmaisoniana ebbe un’influenza diretta nell’adozione, nel 1913, di un nuovo piano strategico in caso di guerra con la Germania, denominato “piano XVII”. Non si trattava di un piano in cui i movimenti delle singole unità fossero studiati con meticolosa precisione, come nel Piano Schliefen; in esso erano accuratamente studiate le zone di radunata delle grandi unità alla frontiera, ma non la fase operativa vera e propria della campagna. Quest’ultima, comunque, avrebbe dovuto consistere in una duplice offensiva a nord e a sud della linea fortificata tedesca Thionville-Metz, accompagnata da un’offensiva “sentimentale” all’estremità meridionale del fronte, in Alsazia, con l’obiettivo strategico di appoggiare l’ala destra francese sulla posizione difensiva naturale del Reno.

Più oltre, il Piano XVII non andava. I vertici militari francesi ponevano come obiettivo finale la conquista di Berlino, ma non si preoccupavano molto dei particolari dell’avanzata: Berlino, pertanto, appariva come una meta ideale, non come una meta strategica. Ha scritto giustamente Richard W. Watt che

“in un certo senso il Piano XVII non poteva dirsi un piano. Si trattava semplicemente  di una dichiarazione d’intenti, con ampie possibilità d’azione. In un solo punto i suoi esecutori non avevano dubbi: sempre e in tutte le occasioni la tattica da seguire doveva essere l’attacco. Di fronte a un’incertezza sulla posizione del nemico, sulle sue intenzioni o sulla sua forza, l’immediata reazione era: attaccare! Che il nemico avesse più armi, oli battesse per abilità strategica, attaccare!  Che li cogliesse di fianco o alle spalle, attaccare!”

Per mettere in esecuzione simili concetti i fautori della Nouvelkle échole avevano posto al comando supremo dell’esercito un generale del genio assai poco conosciuto in patria,Joseph Joffre, nel1912. Questi non aveva mai comandato una grande unità in tutta la sua carriera; non spiccava né per doti intellettuali, né per abilità strategica. La sua nomina, però,era stata caldeggiata da uno dei più celebrati capi militari, il generale Galliéni, che ne aveva apprezzato le doti organizzative al tempo dei lavori di fortificazione da lui eseguiti nella rada di Doiego Suàrez, nell’isola del Madagascar. Il merito principale di Joffre, agli occhi di Gallieni, era il fatto di essere un convinto sostenitore dell’offensive à outrance e della bontà del Piano XVII: A differenza dei capi dell’esercito tedesco, egli non credeva alla possibilità di impiegare in prima linea le divisioni di riserva né riteneva che l’avversario sarebbe stato in grado di farlo, almeno nei primissimi giorni della campagna. Fu così che, allo scoppio della guerra, un milione di riservisti francesi rimasero momentaneamente inattivi nei centri di reclutamentoo francesi, senza armi né equipaggiamento.

Negliultimi tempi prima del luglio 1914 era cominciate bensì a circolare dellevoci sulpiano tedesco di avvolgimento dell’ala sinistra francese atraverso il Belgio;ma,poiché l’avversario,per effettuarlo,  avrebbe dovuto schierare fin da subito in prima linea anche le truppe di riserva, cosa ritenuta impossibile, Joffre e i suoi collaboraori si limitarono ad ignoare tali informazioni. Del resto si pensava che, se i Tedeschi fossero stati così imprudenti da invadere in forze il Belgio, necessariamente avrebbero dovuto indebolire il loro centro e l’ala sinistra: ciò che avrebbe facilitato alle armate francesi un rapido sfondamento attraverso la Lorena. Al massimo, lo Stato Maggiore era disposto a considerare la possibilità che l’avversario sferrasse un attacco attraverso la foresta delle Ardenne (come avverrà nella fase finale della seconda guerra mondiale),passando per il Lussemburgo e per l’angolo sud-orientale del Belgio, a est della Mosa. Se ciò si fosse verificato, la Quarta Armata francese di riserva sarebbe entrata in linea fra la Terza e la Quinta Armata, e quest’ultima si sarebbe spostata verso est fino ad Hirson. Dopo di che, un vigoroso contrattacco francese attraverso le Ardenne, in direzione nord, avrebbe urtato il fianco dell’ala destra tedesca avanzante. Contemporaneamente, lo sfondamento in Lorena e sui Vosgi avrebbe costretto l’avversario a sgomberare il Belgio in tutta fretta, per trasferire divisioni dall’ala destra alla sinistra del proprio schieramento, ove le province renane si sarebbero trovate sotto la minaccia di un’invasione. La sconfitta tedesca, in base a questi ottimistici calcoli dello Stato Maggiore francese, appariva comunque sicura.

In ogni caso, i comandi delle singole armate francesi avevano ordini tassativi di non violare per primi la neutralità del Belgio; ciò che scalzava alla base uno dei postulati fondamentali del Piano Schlieffen.

Vi era, infine, una circostanza notevole che giocava a favore dei Francesi: il fattore tempo. Anche ammettendo che la Gran Bretagna fosse rimasta neutrale, grandi speranze riposavano sull’efficacia irresistibile del cosiddetto rullo compressore russo. L’esercito dello zar era, effettivamente, un meccanismo lento e disorganizzato, ma gli accordi stretti dal Comando francese nel 1912 col generale Zilinskij imponevano ai Russi di attaccare la Prussia Orientale al 15° giorno dalla mobilitazione; inolte i Francesi credevano di essere riusciti a convincere il loro alleato orientale a trascurare l’Austria-Orientale, rivolgendo subito tutto il suo peso contro la Germania. Si sbagliavano e di molto, perché il Comando Supremo russo, la Stawka, aveva schierato ben quattro armate, le migliori, contro l’Austria-Ungheria per infliggerle un colpo decisivo fin dalle prime settimane di guerra, e solo due armate contro la Prussia Orientale. Però i Russi erano convinti di poter scatenare le due offensive contemporaneamente, rispettando così anche gli obblighi della convenzione militare con la Francia: il loro piano strategico, così, era in effetti il risultato di un pericoloso compromesso e imponeva all’esercito zarista un compito superiore alle sue possibilità.

Ad ogni modo, benché certi che i Russi avrebbero rispettato gli impegni ed avrebbero attaccato la Germania quindi giorni dopo l’inizio della mobilitazione, i Francesi non avevano per nulla attenuato il loro entusiasmo  e la loro fiducia nella bontà di una offensiva immediata. Anziché attendere che i Russi potessero invadere in forze la Prussia Orientale,  Joffre restava più che mai convinto che l’esercito francese avrebbe dovuto assumere un deciso atteggiamento offensivo fin dai primissimi giorni di guerra. Nessuna astratta considerazione strategica doveva affievolire l’élan dei soldati francesi; l’attacco verso la linea del Reno, per minacciare Magonza, Wiesbaden e Coblenza, doveva essere effettuato subito e comunque, senza troppo preoccuparsi di quel che facesse l’alleato russo sui confini orientali della Germania.

3.      LO SCHIERAMENTO DEGLI ESERCITI.

Le armate tedesche si schierarono alla frontiera occidentale, fra il Reno a nord di Colonia e la frontiera svizzera, in ordine numerico crescente da nord a sud. La Prima Armata, al comando del gen. von Kluck, si radunava nella regione di Düsseldorf, di fronte al cosiddetto “corridoio di Maastricht”, l’angolo sud-orientale dei Paesi Bassi che essa avrebbe dovuto aggirare (secondo il piano originario di Schlieffen, invadere), oltrepassando la frontiera belga nei pressi di Aquisgrana. Era formata da sei Corpi d’Armata: il II, il III, il IV, il IX, l’XI e il IV Corpo di riserva. A sud-est di Aquisgrana si radunava la Seconda Armata, comandata dal gen. von Bülow, che doveva attraversare la frontiera tra Épinal e Malmédy. La costituivano il Corpo d’Armata della Guardia, il Corpo della Guardia di riserva, il VII e il X Corpo ed il VII e X Corpo di riserva. Queste due armate, costituenti il nerbo dell’ala destra marciante e chiave di volta del piano strategico tedesco, schieravano in totale 15 divisioni attive e 9 divisioni di riserva, per un complesso di 24 divisioni di fanteria. Più a sud, fra St. Vithe Wittlich, si radunava la Terza Armata del gen. Von Hausen, che completava l’ala destra; era costituita da soli quattro Corpi d’Armata: il XII e il XIX e il XIX e XII della riserva.

La Quarta Armata, schierata a cavallo dell’angolo Mosella-Saar, da Treviri all’altezza del confine meridionale del Lussemburgo, era comandata dal duca Alberto di Württemberg; ne facevano parte l’VIII e il XVIII Corpo  e l’VIII e il XVIII Corpo della riserva.La Quinta Armata, che andava radunandosi fra Saarbrücken e Diedenhofen (Thionville), che con la Quarta formava il centro dello schieramento tedesco, era posta al comando dello stesso principe ereditario di Germania, Guglielmo di Hohenzollern. Era costituita dai Corpi V, VI,XIII e XVI e dai Corpi di riserva V e VI. La Terza, Quarta e Quinta Armata schieravano complessivamente 18 divisioni attive e 11 di riserva, quindi 29 divisioni in totale. Piùa sud, alle frontiere dell’Alsazia e della Lorena, erano attestate le due armate dell’ala sinistra, la Sesta e la Settima. La Sesta Armata, al comando del principe Rupprecht di Baviera, era formata dai Corpi bavaresi I, II e III, dal XXI Corpo tedesco e dal I Corpo di riserva bavarese; inoltre dalla Divisione di cavalleria bavarese.  La Settima Armata del gen. von Heeringen, attestata fra il Monte Donon e la frontiera svizzera, comprendeva il XIV e il XV Corpo d’Armata e il XIV Corpo di riserva. La Sesta e la Settima Armata, insieme, schieravano 12 divisioni attive e 5 di riserva: troppe, secondo il piano originario di von Schlieffen, per svolgere compiti strettamente difensivi, e ciò a discapito dell’ala destra.

Vi erano poi 2 Corpi di cavalleria a disposizione dell’ala destra marciante. Il I, agli ordini del gen. von Richtofen, era formato dalla Quinta Divisione di cavalleria e dalla Divisione di cavalleria della Guardia. IlII, comandato dal gen. von der Marwitz, comprendeva la Seconda, la Quarta e la Nona Divisione di cavalleria.

La forza numerica delle armate tedesche era la seguente: Prima Armata, 320.000 uomini; Seconda Armata, 260.000; Terza Armata, 180.000; Quarta Armata, 200.000; Quinta Armata, 200.000; Sesta Armata, 220.000; Settima Armata, 125.000. Dunque l’ala destra (Prima, Seconda e Terza Armata) schierava 760.000 uomini; il centro (Quarta e Quinta Armata) 400.000 uomini; l’ala sinistra (Sesta e Settima Armata) 345.000. Apparentemente l’ala destra tedesca costituiva pur sempre un complesso di forze formidabile, ma si era ormai ben lontani dal geniale “azzardo” di Schlieffen, che assegnava all’ala destra 70 divisioni contro le 9 divisioni destinate all’ala sinistra.

Il Comando Supremo tedesco era a Coblenza, troppo lontano dal teatro delle operazioni; e, benché il mezzo di comunicazione radio fosse ancora incerto e difficile, esso se ne serviva largamente per comunicare con i propri comandi d’armata; ne risultava una notevole confusione, causa, a sua volta, di inefficienza nell’azione di comando. In pratica, succedeva che l’iniziativa finisse per ritornare ai singoli comandi d’armata, a discapito della necessaria unitarietà strategica delle operazioni e del coordinamento fra i diversi comandi locali. Sarebbe stato opportuno, quindi, creare dei comandi unificati per i singoli gruppi di esercito, al fine di realizzare il necessario coordinamento; ma tutto quel che si fece fu di porre la Settima Armata di von Heeringen alle dipendenze di Rupprecht di Baviera, comandante della Sesta, in modo da unificare la direzione dell’ala sinistra. Invece per l’ala destra, molto più importante sia numericamente che strategicamente, l’unico provvedimento preso dal Comando Supremo fu quello di porre il gen. von Kluck alle dipendenze temporanee di von Bülow,col solo risultato di creare degli attriti fra i due comandanti dal temperamento assai diverso. Quanto alla Terza Armata di von hausen, essa rimase sempre del tutto indipendente.

Un’altra causa di difficoltà per l’azione di comando di Moltke , che già per suo conto difettava della necessaria forza di carattere per imporsi ai suoi comandanti in subordine, eralapresenza, alcomando di due armate, dei principi ereditari tedesco e bavarese. Infatti il Comando Supremo fu sempre restio a comunicare loro degli ordini in forma perentoria, amnche se la loro azione effettiva era in disaccordo con i piani stabiliti e con lediretive emanate da Coblenza. Infine l’ingombrante presenza, presso lo Stato maggiore stesso, del kaiser Guglielmo II e della corte, non contribuiva certo all’efficienza direttiva di questo supremo organo di comando.

Le armate francesi erano schierate tra Belfort e Signy l’Abbaye, in odine progressivo dalla Prima alla Quinta. Infatti, subito dopo l’invasione tedesca del Belgio, fu adottata l’ipotesi II del Piano XVII e la Quarta Armata, che inizialmente era stata tenuta di riserva, si inserì fra la Terza e la Quinta, con conseguente spostamento di quest’ultima verso la Mosa.

La Prima Armata del gen. Dubail, che faceva fronte alla settima tedesca fra Lunéville e Belfort, era formata dai Corpi d’Armata VII, XIV, XXI, XXIII e VIII, dall’Ottava Divisione di cavalleria e da alcune divisioni di riserva. La Seconda Armata del gen. De Castelnau era contrapposta alla sesta tedesca fra Lunéville e Pont à Mousson; la costituivano il XVI, XV, XX e IX Corpo, 3 divisioni di riserva e 2 divisioni di cavalleria. La prima e la seconda Armata schieravano un complesso di 456.000 combattenti. La Terza Armata del gen. Ruffey, nel settore Verdun-Longwy, fronteggiava la Quinta Armata tedesca; era costituita da 3 soli Corpi, il IV, il V e il VI, da 3 divisioni di riserva e dalla settima Divisione di cavalleria,per un totale di 168.000 uomini. La Quarta Armata era comandata dal gen. De Langle de Cary; dopo che si fu portata in linea al fianco delle altre, essa venne ad attestarsi approssimativamente sulla linea Stenay-Sédan, al confine belga, nella regione delle Ardenne. Era su 4 Corpi: il II, il XII, il XVII e il Corpo coloniale: in tutto, 193.000 uomini. Infine vi era la quinta Armata del gen. Lanrezac, nel settore Donchery-Meziére-Signy l’Abbaye, tra i fiumi Aisne e Mosa, con il I, il III e il X Corpo cui poi si aggiunsero il XVIII., la Divisione marocchina e 2 divisioni di cavalleria, per una forza complessiva di 254.000 uomini.

Un altro Corpo d’Armata, l’XI, era a disposizione del Comando Supremo quale riserva generale; un altro, il XIX, era tuttora in fase di trasferimento dal Nord Africa. Si era imbarcato in ritardo a causa del bombardamento dei porti di Bona e Philippéville da parte della Divisione navale tedesca del Mediterraneo, formata dall’incrociatore da battaglia Goeben e dall’incrociatore leggero Breslau, comandata dall’amm. Souchon (vedi il nostro articolo: Le operazioni navali nel 1914 nel Mediterraneo e nel Mar Nero).

Il Gran Quartier Generale francese venne posto a Vitry-le-François, sulla Marna. A differenza di Moltke, che rimase sempre a notevole distanza dal fronte e non riuscì a mantenere efficienti e regolari collegamenti  con i propri comandanti d’armata, Joffre si recava spesso personalmente a vistare  i suoi, né cessò mai di tenere saldamente in pugno il complesso organismo dell’esercito in campagna.  Inoltre, nei suoi rapporti con i comandanti delle armate non vi erano difficoltà di protocollo, come avveniva invece in campo avversario per la presenza di due principi ereditari. Se il comandante della seconda Armata. De Castelnau, era malvisto in patria  dai partiti della sinistra per il suo ostentato e zelante cattolicesimo, egli era stato Capo di Stato maggiore dell’esercito e la sua nomina era stata voluta dallo stesso Joffre, che lo stimava e che anzi aveva posto quella nomina  quale conditio per assumere la responsabilità del Comando Supremo. Nella condotta delle operazioni da parte dell’esercito francese si sentì sempre, dietro ogni singola azione, l’esistenza di una volontà di ferro. Una volontà che fu all’origine dei terribili rovesci subiti nella battaglia delle frontiere, ma che anche, in gran parte, l’artefice della insperata vittoria nella battaglia della Marna, che costituì la salvezza per la Francia.

4.      EFFICIENZA DELLE FORZE CONTRAPPOSTE.

Nel 1914 la Germania possedeva, indiscutibilmente, il migliore esercito del mondo, sia per l’efficienza delle truppe in fatto  di addestramento e dotazioni tecniche, sia per il grado di preparazione professionale del corpo degli ufficiali. Il morale delle truppe era elevatissimo, la fiducia nella superiorità dei propri mezzi e dei propri comandi, incrollabile; indiscussa la certezza in una rapida vittoria.

Ciascun corpo d’armata era strutturato su 2 divisioni di fanteria, ciascuna delle quali comprendeva complessivamente 17.500 uomini, 4.000 cavalli, 72 cannoni da campagna e 24 mitragliatrici.  Esso era seguito dall’artiglieria pesante, dai servizi sanitari, dalle salmerie e dalle unità tecniche. La singola divisione di fanteria era dotata di 9 batterie da 77 mm. e di 3 batterie da 105 mm. Le unità di riserva erano meno dotate in fatto di artiglieria: i corpi d’armata di riserva non avevano artiglieria pesante, e le divisioni di riserva disponevano della metà dell’artiglieria da campagna di quelle attive. La divisione di cavalleria era formata da 5.200 uomini in tutto, con 5.600 cavalli, 12 cannoni e 6 mitragliatrici.

La fanteria tedesca vestiva il feldgrau, l’uniforme di colore grigio-verde adatta alla mimetizzazione sul terreno; l’elmo d’acciaio forniva una discreta protezione contro schegge e proiettili. Anche la cavalleria era un’arma molto efficiente, ed era strutturata secondo una moderna concezione d’impiego. Veniva perciò largamente utilizzata come fanteria montata, particolarmente adatta alla cooperazione sul terreno con battaglioni di fucilieri e sezioni di mitragliatrici; era dotata inoltre di una buona carabina e di baionetta. L’artiglieria da campagna (pezzo da 77 mm) era invece inferiore alla francese; ottima quella pesante, dotata dell’obice da 280 mm. e del gigantesco mortaio da 420 mm. per compiti d’assedio. Nel complesso il rapporto fra l’artiglieria tedesca e quella francese rifletteva fedelmente quello più generale fra l’artiglieria degli Imperi Centrali e quella dell’Intesa: la Germania godeva della superiorità in fatto di artiglieria pesante, la Francia in fatto di artiglieria da campagna.

L’esercito francese nel 1914  teneva il secondo posto, in Europa, per efficienza e capacità combattiva. Anche se, dal punto di vista numerico, era assai inferiore a quello russo, era però armato e addestrato in maniera più moderna e perciò costituiva il più potente strumento di guerra dell’Intesa (insieme alla flotta britannica, che però si sarebbe rivelata il fattore decisivo solo allorché la guerra, dopo la battaglia della Marna, prese il carattere di guerra di usura). Sia il corpo degli ufficiali che la truppa erano animati da un acceso spirito di revanche contro la Germania, vista come il nemico storico numero uno. I suoi capi erano professionalmente ben preparati ma, più dei loro avversari, sensibili a travisamenti “sentimentali” di una corretta teoria militare.

L’esercito mobilitato dalla Francia nell’agosto del 1914 era forte di 20 corpi d’armata permanenti su 44 divisioni  1 corpo d’armata e 1 divisione coloniale; furono altresì costituite ben 36 divisioni di riserva. Il corpo d’armata francese comprendeva 2 ed, eccezionalmente, 3 divisioni di 15.000 uomini ciascuna, con 36 cannoni e 24 mitragliatrici. Rispetto alla divisione tedesca, dunque, vi era parità solo in fatto di mitragliatrici: le divisioni attive tedesche erano più numerose e disponevano di un’artiglieria doppia. Il corpo d’armata di cavalleria francese era costituito da 3 divisioni, ciascuna delle quali comprendeva 4.500 uomini e 8 cannoni.

La fanteria di linea indossava una uniforme estremamente vistosa sul terreno: giubba e cappotto azzurri, pantaloni rossi e kepì azzurro con calotta rossa. I reggimenti africani, poi, indossavano uniformi ancora più variopinte, inadatte non solo dal punto di vista mimetico, ma anche da quello climatico. La fanteria era armata del fucile Lebel, risalente al 1886,un’arma discretamente efficiente. La concezione informativa della cavalleria, invece, era decisamente sorpassata: i suoi capi si lasciavano ancora sedurre dal ricordo delle cariche scenografiche del passato e, benché i cavalieri fossero armati con un moschetto leggero, raramente venivano impiegati a terra in stretta cooperazione con la fanteria. Fatto sintomatico, la cavalleria francese era, nel 1914, la sola in Europa ad avere ancora dei reggimenti pesanti (quelli dei dragoni) muniti di corazza. L’artiglieria da campagna, dotata del pezzo da 75 mm. modello 1897, era eccellente e nettamente superiore a quella tedesca. Il pezzo da 75, tuttavia, aveva una traiettoria di tiro molto tesa, sicché risultava inadatto all’impiego su terreno mosso (come nelle Ardenne) e totalmente inefficiente contro fanterie che fossero al riparo di trincee o posizioni defilate. L’artiglieria pesante era, invece, fondamentalmente inadeguata, anche dal punto di vista numerico, e questo a causa della sfiducia dei teorici della Nouvelle échole nei confronti di quest’arma, giudicata troppo lenta e ingombrante. Il pezzo da 155 mm. Rimailho era ottimo, ma ve n’era un numero troppo limitato.

5.      L’INVASIONE DEL BELGIO.

In Belgio la mobilitazione era stata proclamata il 31 luglio  e già il 2 agosto, dopo aver invaso il Granducato del Lussemburgo, il governo tedesco presentò a quello belga un ultimatum, ingiungendogli di non opporre resistenza all’avanzata del proprio esercito e di non danneggiare le vie di comunicazione, il cui perfetto stato di agibilità era essenziale per la riuscita della campagna in Occidente, basata sulla rapidità di movimenti. L’ultimatum venne respinto e l’esercito belga, forte di 117.000 combattenti dell’armata di campagna, più 60.000 di presidio alle fortezze, si concentrò dietro la Mosa. Delle 6 divisioni di fanteria e 1 di cavalleria che costituivano l’esercito di campagna, 2 divisioni di fanteria vennero mobilitate nelle fortezze di Liegi e Namur (la Terza e la Quarta rispettivamente); il resto i radunò dietro il fiume Gette, nel quadrilatero Tillemont-Pervez-Wavre-Lovanio, a protezione della capitale Bruxelles.

Per l’esercito tedesco, l’obiettivo immediato era la fortezza di Liegi, sulla Mosa, posta proprio sulla direttrice principale di marcia della sua ala destra (Prima e Seconda Armata)b e dominante i ponti sul fiume, nonché le strade e le ferrovie tra il “corridoio di Maastricht” e le propaggini settentrionali delle Ardenne. Eliminare la fortezza di Liegi era, dunque, una necessità immediata per l’esecuzione della rande manovra avvolgente tedesca e, nonostante la fama d’imprendibilità di cui godeva la grande piazzaforte, il Comando Supremo tedesco contava d’impadronirsene mediante un fulmineo colpo di mano, prima ancora che le armate di campagna avessero terminato la radunata, in modo che la marcia dell’ala destra non dovesse subire alcun ritardo anche in caso di reazione da parte dell’esercito belga. La fiducia dei Tedeschi poggiava sulla disponibilità di un parco di artiglieria pesante da assedio veramente formidabile, che comprendeva sia il gigantesco mortaio da 420 mm. della Krupp(che sparava granate del peso di oltre 800 kg.), sia il famoso pezzo austriaco da 305 mm., di cui Conrad von Hötzendorf aveva “prestato” diversi esemplari al suo alleato per lo smantellamento rapido dei forti belgi. Per la conquista di Liegi era stata costituita una temporanea Armata della Mosa, con 6 brigate tratte dalla Seconda Armata di von Bülow, e posta al comando del gen. von Emmich.

Liegi, in realtà, non era propriamente una fortezza, ma un anello di 12 forti disposti intorno alla città a cavallo della Mosa, 6 sulla riva destra e 6 sulla riva sinistra. Costruiti negli anni intorno al 1890  da Brialmont, i forti erano armati complessivamente con 400 pezzi d’artiglieria, tra cui 2 cannoni da 150 mm. in cupole, 2 da 120 mm. e 2 obici da 210 mm., i pezzi di maggior calibro della piazzaforte. I forti, però, non erano stati mantenuti in piena efficienza con la necessaria cura; inoltre i Belgi commisero un grave errore, lasciando sia Liegi che Namur ad affrontare l’urto iniziale dell’avversario senza alcun appoggio dell’artiglieria da campagna, che era stata mantenuta indietro, sulla Gette. Il comandante della piazza di Liegi e della Terza Divisione belga era il gen. Leman, ufficiale valoroso che godeva della stima personale del re Alberto, comandante dell’esercito. La guarnigione era formata da truppe anziane della riserva e, rinforzata dalla Terza Divisione, saliva a un totale di circa 30.000 uomini; l’Armata tedesca della Mosa contava circa 25.000 fanti e 10.000 cavalieri, con più di 120 cannoni.

Il rapporto delle forze impegnate nella lotta per Liegi è piuttosto insolito per un assalto fulmineo contro una piazzaforte ritenuta la più poderosa d’Europa, poiché i Tedeschi non vi disponevano affatto della necessaria superiorità numerica e tecnica (cfr.,in proposito, il nostro articolo su  L’assedio di Przemysl, novembre 1914-marzo 1915, dedicato alla poderosa fortezza austriaca in Galizia concepita per fermare un’eventuale invasione russa).L’unica spiegazione della sicurezza di questi ultimi è che fossero all’oscura del fatto che a Liegi vi era anche un’intera divisione di fanteria. La guarnigione ordinaria della piazza comprendeva soli 6.000 uomini, soldati anziani della riserva non molto efficienti; e Moltke contava di poterne aver ragione rapidamente con il minimo impiego di forze. Per poter lanciare all’assalto di Liegi truppe maggiori, avrebbe dovuto aspettare la conclusione del concentramento delle armate di campagna, almeno della Seconda, il che avrebbe significato la perdita di alcuni giorni preziosi e avrebbe dato ai Belgi il tempo di organizzare assai meglio la difesa della piazza.

L’invasione del Belgio ebbe inizio il mattino del 4 agosto con l’attraversamento della frontiera, a sud del “corridoio di Maastricht”, da parte della Quarta Divisione tedesca e del II Corpo di cavalleria del gen. von der Marwitz. La linea della Mosa era stata, però, guarnita dalle truppe belghe, e i ponti sul fiume preventivamente distrutti; un primo tentativo di forzare il fiume da parte tedesca venne respinto con gravi perdite. Al termine della giornata solo in un punto, a Visè presso la frontiera olandese, la Trentaquattresima Brigata tedesca era riuscita a stabilirsi sulla sponda sinistra, a nord di Fort Pontisse; davanti ai 6 forti della riva destra le altre brigate rimasero inchiodate.

Nonostante questo inizio poco promettente, da parte tedesca si continuò a sottovalutare la capacità difensiva della piazzaforte; non si ritenne necessario far intervenire la poderosa artiglieria pesante da assedio, ma si volle ritentare l’assalto frontale contro i forti della riva destra. L’attacco lanciato il 5 agosto è interessante perché dimostra in quale scarsa considerazione gli attaccanti tenessero le difese di una piazzaforte: frutto dell’inesperienza bellica della Germania perché, dopo la guerra del 1870-71 contro la Francia, le uniche campane militari da essa condotte erano state delle modeste operazioni coloniali in Africa (specialmente la guerra contro i Nama del 1904: cfr. il nostro articolo Il genocidio dimenticato, su Il pensiero mazziniano, Forlì n. 1, 2007, pp. 137-171, Cina (repressione dei Boxer, 1900) e Oceania (repressione della rivolta di Ponapé,nelle Isole Caroline, nel 1910).. Questa mancanza di esperienza “viva” in fatto di guerra contro eserciti moderni, unita a una certa dose di eccessiva fiducia nella propria superiorità militare, si manifestò anche in altre occasioni, ad esempio nella battaglia della Marna. Si trattava di mosse malaccorte che stridevano con l’estrema accuratezza dei piani predisposti a tavolino e della cui esperienza, peraltro, i comandi tedeschi seppero far tesoro con notevole rapidità; ma che tuttavia costarono un prezzo di vite umane non necessario fecero mancare loro alcune occasioni favorevoli: una delle quali, sulla Marna, si sarebbe risultata decisiva per l’esito finale del conflitto. 

Le brigate del gen. von Emmich attaccarono in ordine fisso, con il solo appoggio dell’artiglieria da campagna, che non era in grado di causare danni sensibili alle corazzature dei forti. Gli attaccanti vennero falciati in numero impressionante dal tiro dell’artiglieria da fortezza e poi, a distanza ravvicinata, da quello delle mitragliatrici: tremenda anticipazione della potenza che quest’arma, ancor poco apprezzata e poco numerosa negli eserciti europei (nonostante le prove fatte nella guerra di secessione americana) avrebbe dispiegato sui campi di battaglia della prima guerra mondiale, tanto da imprimere ad essa – insieme al reticolato – il caratteristico andamento di guerra di trincea.

Sulla riva destra della Mosa, ove l’attacco era condotto da 5 brigate tedesche – la Ventisettesima, la Quattordicesima, l’Undicesima, la Trentottesima e la Quarantareesima – esso fallì completamente. Soprattutto le due ultime brigate, che agivano da sud contro i forti di Boncelles e di Embourg, patirono perdite molto gravi. Sulla riva sinistra la Trentaquattresima Brigata, che operava contro Fort Pontisse, a nord di Liegi, subì anch’essa un grave scacco, lasciando molti prigionieri in mano al nemico.

Così, il primo assalto a viva forza contro una fortezza nella guerra mondiale 1914-1918, non sostenuto dall’artiglieria pesante,, aveva dimostrato la vanità di un tale metodo di attacco. Analoga esperienza avrebbero fatto i Russi davanti a Przemysl, dal 5 al 7 ottobre 1914, allorché tentarono di impadronirsi della fortezza all’arma bianca, prima che una nuova avanzata dell’esercito austriaco li obbligasse a togliere l’assedio.

Nel frattempo si era verificato uno degli episodi più singolari dell’assedio di Liegi, ossia l’entrata di una mezza compagnia di Jäger in città, che, per un caso incredibile, aveva potuto aggiungere indisturbata. I soldati tedeschi sii presentarono in rue de Sainte-Foi, al Quartier Generale belga, e vi sorpresero lo stesso aiutante di campo del gen. Leman, che rimase ucciso. L’audace sortita venne subito rintuzzata,però l’episodio convinse il gen. Leman a lasciare Liegi per stabilire il proprio comando a Fort Loncin e, per non veder tagliate furi le sue truppe dall’esercito tedesco che egli credeva avesse traversato la Mosa, ordinò la ritirata sulla riva sinistra. Da quel momento, i forti della riva destra si trovarono isolati; i tratti fra l’uno e l’altro rimasero sguarniti e, il 6 agosto, la Quattordicesima Brigata tedesca poté superare l’intervallo tra i forti Evegnée e Loncin, penetrando all’interno dell’anello difensivo.

Essendo stato ucciso il comandante della brigata, il comando venne assunto dal gen. Erich Ludendorff, quello stesso che, in tempo di pace, aveva studiato proprio le modalità di un eventuale attacco su Liegi. Per il momento, la Quattordicesima Brigata era l’unica che avesse superato il perimetro esterno dei forti e, trovandosi isolata all’interno di esso, la sua posizione era piuttosto critica. Tuttavia fu proprio questa irruzione che indusse il gen. Leman a privarsi della Terza Divisione, ordinandole di ricongiungersi al grosso dell’esercito, dietro la Gette. Il valoroso comandate belga aveva compreso che la situazione di Liegi si era fatta ormai disperata e, pur deciso a difendere i forti sino all’estremo, non volle esporre una divisione attiva di fanteria all’inevitabile destino di finire circondata nella piazzaforte e di doversi arrendere.

Il mattino dell’8 agosto Ludendorff, con la sua brigata decimata, entrava nella città di Liegi senza incontrare opposizione. I forti erano ormai isolati; tuttavia, per stroncarne la resistenza, da parte tedesca si comprese la necessità di un massiccio impiego dell’artiglieria pesante.  Fu il Ludendorff a insistere presso lo Stato Maggiore generale affinché venissero messi a disposizione degli attaccanti mezzi più adeguati per una rapida conclusione. Venne così formata una nuova armata d’assedio agli ordini del gen. Eimen la quale, oltre alle vecchie forze di von Emmich comprendeva 3 nuovi interni Corpi d’Armata: il VII, il IX e il X; e, soprattutto, diverse batterie di mortai da 210 mm. e 4 obici da 420 mm. Anche gli Skoda austriaci da 305 mm. parteciparono al bombardamento dei forti.

Il primo cannone pesante aprì il fuoco nel pomeriggio del 12 agosto; fatto degno di nota, sino a quel momento i Tedeschi erano riusciti a conquistare un solo forte, prendendolo d’assalto. Bastarono pochissimi giorni di bombardamento dell’artiglieria pesante per smantellare sistematicamente i forti, l’uno dopo l’altro. Il penultimo a cadere fu proprio Fort Loncin, il pomeriggio del 15 agosto, dopo che una bomba da 420 mm. era esplosa in una polveriera, seppellendo 350 uomini sotto lemacerie. Lo sfortunato comandante belga venne catturato mentre si trovava in stato di incoscienza, tra le rovine fumanti del forte. L’ultimo forte si arrese il giorno 16.

A Liegi i Tedeschi avevano potuto, così, sperimentare la spaventosa efficacia della loro moderna artiglieria pesante d’assedio. Da quel momento le migliori piazzaforti d’Europa persero d’importanza agli occhi degli esperti di cose militari: si comprese che quel tipo di struttura difensiva, ancora assai apprezzata, ad esempio, nel testo fondamentale di Karl von Clausewitz Della guerra, dei primi del XIX secolo, aveva ormai fatto il suo tempo. A Liegi, inoltre, i Tedeschi avevano sperimentato un nuovo tipo di “guerra psicologica” allorché il gen. Ludendorff, accostatosi quasi inerme alla cittadella, aveva semplicemente bussato alla porta, ottenendo la resa degli sbalorditi difensori; così come vi avevano sperimentato la “guerra totale”, coinvolgente, cioè, anche la popolazione civile. Fin dalle prime ore di guerra, infatti, i Tedeschi si erano trovati alle prese con una ostinata e imprevista attività di guerriglia da parte della popolazione belga, cui avevano risposto con brutale violenza. Nasceva indubbiamente una leggenda, quella dei bambini belgi dalle mani mozzate dagli ulani  tedeschi, che tanto avrebbe rafforzato, dal punto di vista propagandistico e morale, la causa dell’Intesa. Tuttavia è certo che l’esercito tedesco, con l’invasione del Belgio neutrale e con la spietata repressione della resistenza locale, si coprì di una macchia che non sarebbe stata più cancellata sino al termine del conflitto.

6.      DA LIEGI A NAMUR.

l’esercito di campagna belga, forte di 90.000 uomini, si era trincerato dietro la linea della Gette, fra Anversa e Namur, le altre due grandi fortezze ancora in mano ai difensori, e copriva la capotale Bruxelles. Fin dal 4 agosto il re Alberto aveva proposto ai governi inglese, francese e russo un’azione comune contro la Germania, mas le sue speranze di ricevere un rapido soccorso dovevano andare frustrate per la rapidità dell’invasione tedesco e per la rigidità concettuale del Piano XVII francese, che partiva dal presupposto che i Tedeschi non avrebbero potuto entrare in Belgio con forze imponenti.  Al re Alberto fu risposto da Joffre che 4 corpi d’armata francesi si sarebbero mossi verso Namur, ma che non avrebbero potuto giungervi prima del giorno 15. L’esercito belga, pertanto, avrebbe dovuto sostenere da solo l’urto iniziale della poderosa ala destra tedesca che, all’indomani della caduta dei forti di Liegi, stava già attraversando in forze la Mosa.

Il 10 agosto la cavalleria di von der Marwitz si era già spinta fino a Tirlemont e, il 12, tentava l’aggiramento del fianco belga presso Diest. Qui ebbe luogo un grande combattimento di cavalleria, in cui l’esercito belga scrisse una delle sue pagine più gloriose; e fu anche un ultimo bagliore di gloria per quell’antichissima arma, che  la guerra moderna condannava a una rapidissima scomparsa (o, se si preferisce, a una trasformazione radicale in “cavalleria corazzata”, con i carri armati al posto dei cavalli). Il II Corpo tedesco venne affrontato dalla Divisione di cavalleria belga, rinforzata da 4 battaglioni, e sconfitto completamente. Questo esaltante successo, riportato dall’esercito di una piccola nazione neutrale che era stata invasa in patente violazione dei trattati internazionali, (“pezzi di carta”, li aveva definiti Bethmann-Hollweg all’ambasciatore inglese) non poteva però mutare sostanzialmente una situazione complessiva che si presentava come disperata.

Il 17 agosto la Prima e la Seconda Armata tedesche intrapresero l’avanzata contro lo schieramento belga, e il 18 le forze di von Kluk lo urtarono sulla Gette, fra Diest e Tirlemont. Contemporaneamente una divisione di fanteria della Prima Armata e una di cavalleria del II Corpo si spinsero a nord, con l’intento di avvolgere l’ala sinistra dello schieramento belga, mirando a tagliare la sua linea di ritirata in direzione di Anversa. Fu questa minaccia a  indurre il re Alberto a interrompere un combattimento senza speranza, tanto più che la Quinta Armata francese di Lanrezac era ancora troppo lontana, nei dintorni di Philippéville, e il Corpo di spedizione britannico di sir John French si trovava ancora a Le Cateau. Per il valoroso sovrano belga era d’importanza prioritaria mantenere il possesso, di valore simbolico, di un sia pure piccolo lembo di territorio nazionale; e, soprattutto, evitare la distruzione del proprio esercito. Pertanto egli prese la decisione di ripiegare non già verso sud-ovest, alfine di ricongiungersi con i suoi poco solleciti alleati, ma verso nord-est, per attestarsi sulla linea fortificata di Anversa.

La ritirata su questa grande fortezza fu rapida; dopo brevi combattimenti di retroguardia a Tirlemont il 18 agosto e ad Aerschot il 19, il giorno 20 la linea di Anversa era stata raggiunta. Nello stesso momento l’armata di von Kluck faceva il suo ingresso nell’attonita Bruxelles. La ritirata dell’esercito di campagna belga ad Anversa non rallentò la rapida avanzata dell’ala destra tedesca verso la frontiera franco-belga; per guardarsi il fianco destro e le spalle da possibili sortite degli assediati, von Kluck si limitò a distaccare un Corpo d’Armata, il III di riserva (gen. von Beseler) e 3 brigate di truppe territoriali o Landwehr, per i compiti dell’investimento.

Alla ritirata su Anversa non aveva partecipato la Quarta Divisione belga che, fin dal principio delle operazioni, era stata destinata a rinforzare la guarnigione della fortezza di Namur. Quando il comandane della seconda Armata tedesca, il gen. von Bülow, venne a conoscenza dell’avanzata della Quinta Armata francese, dovendo attraversare la Mosa nel tratto Namur-Dinant-Givet, comprese che era essenziale impadronirsi al più presto della fortezza di Namur. Il mattino del 21 agosto l’artiglieria pesante di Gallwitz incominciò un bombardamento violentissimo su Namur, paragonabile per efficacia distruttiva a quello di Liegi. Esso proseguì incessantemente fino al 23, riducendo i tre forti belgi sui quali era stato concentrato a un ammasso di rovine. Come a Liegi, al bombardamento presero parte batterie di mortai da 210 e da 420 mm., nonché gli austriaci Skoda da 305 mm.

Il pezzo da 420 mm. era stato approntato dalla Krupp nel 1909 ma, nell’agosto del 1914, ne erano solo cinque del tipo trasportabile per ferrovia, e due del tipo trasportabile su strada. Si trattava di un’arma gigantesca, lunga 7 metri compreso l’affusto, pesante 98 tonnellate ; sparava proiettili da 820 kg. A una distanza di 14 km. e richiedeva l’opera di 200 uomini. Nonostante le dimensioni colossali, alla prova dei fatti questa artiglieria pesante rivelò doti incredibili di mobilità, tali da sgomentare gli Stati maggiori dell’Intesa che l’avevano giudicata praticamente inamovibile. Il mortaio austriaco da 305 mm. (completato nel 1910) era ancor più mobile. Poteva essere smontato in tre sezioni (bocca da fuoco, affusto e base mobile) ed era in grado di seguire l’avanzata delle truppe viaggiando a una velocità giornaliera di circa 30 km. in media. Per montarlo erano sufficienti 40 minuti e altrettanti ne bastavano per smontarlo, ciò che ne rendeva assai difficile la cattura anche nel caso di una ritirata precipitosa. Sparava bombe perforanti con spoletta a scoppio ritardato a aveva una portata di oltre 11 km.

Nonostante l’arrivo di un battaglione francese a rinforzo della guarnigione di Namur, una sortita franco-belga mirante a respingere l’artiglieria pesante fallì. Dopo un violento assalto della fanteria tedesca il comandante della piazza, gen. Michel, ordinò una immediata ritirata per sottrarre la sua guarnigione al pericolo di una inutile cattura. il tentativo riuscì appena in tempo; la maggior parte delle forze franco-belghe riuscirono a sfuggire all’avvolgimento con una serie di marce forzate e a ricongiungersi con l’esercito francese. Più tardi l’ex guarnigione di Namur andò a rinforzare l’esercito belga trincerato ad Anversa. Fra le maglie della tenaglia tedesca, formata dalle Armate Seconda e Terza in piena avanzata, non rimasero che poche centinaia di uomini della retroguardia.

La disperata resistenza dei 6 forti ancora in grado di combattere durò ancora per poco; gli ultimi due furono costretti alla resa il 25 agosto, dopo aver sostenuto un bombardamento senza precedenti nella storia. La via per le aperte pianure della Francia nord-orientale era così aperta davanti all’ala destra tedesca.

Frattanto, il 25 agosto, l’esercito del re Alberto tentava una sortita fuori dal campo trincerato di Anversa, in concomitanza con la battaglia delle frontiere; ma l’armata d’assedio di von Beseler fu in grado di contenerlo. La resistenza di Anversa, comunque, si sarebbe protratta fino al 10 ottobre, ma come un episodio isolato alle spalle del fronte principale, ove stava per ingaggiarsi la battaglia decisiva per le sorti della guerra: la Marna.

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Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 23/08/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 02 Novembre 2017

Del 15 Ottobre 2020

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