venerdì, 24 Settembre 2021
HomeSTORIAStoria militare e battaglie navaliLa battaglia dei Carpazi - Gennaio- Aprile 1915

La battaglia dei Carpazi – Gennaio- Aprile 1915

Gennaio- aprile 1915: è la più lunga, sanguinosa ed inutile battaglia invernale dei tempi moderni, combattuta su un terreno montuoso, gli eserciti contrapposti si affrontano per ben tre mesi in condizioni presso chè proibitive di Francesco Lamendola  

LA BATTAGLIA DEI CARPAZI

Gennaio- aprile 1915

Alla fine del 1914, Vienna e Budapest stanno tremando: le avanguardie russe hanno raggiunto le creste dei Carpazi e si accingono a superarle, sboccando nella sottostante pianura ungherese. Ciò significherebbe, molto probabilmente, la fine per l’Austria-Ungheria, già provata da un disastroso inizio della guerra mondiale. Lo scrittore austriaco Hugo von Hoffmanstahl parla della strenua difesa del “bastione lunato dei Carpazi”, che protegge, come già nei secoli passati, il cuore della Mitteleuropa dalle invasioni provenienti dalle steppe euro-asiatiche… Nasce così, negli alti comandi delle Potenze Centrali, l’idea di una grande offensiva per allontanare la mortale minaccia dall’Ungheria; ma anche il comando supremo russo, negli stessi giorni, ha progettato di lanciare la spallata definitiva. Quella che segue è la più lunga, sanguinosa ed inutile battaglia invernale dei tempi moderni combattuta su un terreno montuoso: gli eserciti contrapposti si affrontano per ben tre mesi in condizioni proibitive, sul ghiaccio e nella neve alta, con temperature notturne fino a quaranta gradi sotto zero. Le perdite saranno altissime, anche a causa dei congelamenti e delle malattie.

PARTE PRIMA

LE FORZE E I PIANI CONTRAPPOSTI

      1.  FATTORI FISICI DEL TEATRO DI GUERRA.

      La battaglia dei Carpazi si combatté fra Gorlice e la frontiera con la Romania lungo un fronte di quasi 400 km. L’altitudine media della catena principale, in questo tratto del sistema montuoso, è di 760-910 metri sul livello del mare e la struttura è a forme arrotondate; solo i Tatra, a sud-ovest del passo di Dukla, hanno carattere alpino. Nel tratto considerato i Carpazi hanno un andamento da nord-oves a sud-est sensibilmente arcuato e constano di una successione di catene parallele, spesso ricoperte da boschi assai fitti e talvolta impenetrabili. Nella sezione occidentale la catena principale è costituita dai Bassi Beschidi, fra il Passo di Tylicz e il Passo di Lupk?w, che sono la prosecuzione verso est degli Alti Beschidi. Non è un sistema molto elevato: negli Alti Beschidi (o Beschidi Occidentali) esso culmina nel monte Balia Gora a 1.725 m.; nei Bassi Beschidi (o Beschidi Orientali) le altezze sono assai più modeste: Watkowa 846 m., Cergowa 716, Bukowuca 777, Busov 1002 m. A est del passo di Lupk?w e fino alla Bucovina si allungano i Carpazi Selvosi, con cime più elevate: Halicz 1.335 m., G. Meneul 1.497 m., G. Apecka 1.511; a est del passo di Jablonica si raggiungono le maggiori altezze: Vf. Stogu 1.652 m., G. Goverla 2.061 Sul versante nord-orientale i Carpazi cadono bruscamente verso la pianura galiziana e diverse valli, anziché discendere verso il piano, si ripiegano ad angolo retto e sono in parte sbarrate da picchi isolati; sul versante sud-occidentale digradano dolcemente verso il Bassopiano Ungherese.

      La catena è incisa da numerose, ampie valli scavate dai fiumi. Quelli che scendono verso l’Ungheria sono tutti tributari del Tibisco (e del Danubio nei Carpazi occidentali): Tapoly (Top’la), Ondava, Laborcza (Laborec) nei Beschidi; Virava (Udava), Czir?ka (Cirocha), Ung (Už), Letorcza (Latorica), Taracz ( Teresva) e lo stesso Tibisco Bianco, mei Carpazi Selvosi. I fiumi che scorrono verso la Galizia dai Beschidi fino al Passo di Uzsok e alla valle dell’Ung sono tributari della Vistola e appartengono quindi al bacino del Mar Baltico: Dunajec, Biala,  Wisloka, Wislok. E San. A est del passo di Uzsok i fiumi carpatici sono affluenti del Dniester e del Pruth (bacino del mar Nero): Stryi, Swica, Lomnica, Bystrzyca e Solotwinska, Bystrzyca Nadwornianska, Prith. Infine i Carpazi della Bucovina centro-meridionale inviano le loro acque al Sereth (Siret): sono quindi, come quelli che confluiscono nel Pruth, tributari del Danubio: il maggiore di essi è la Suczawa (Suceava).

      I passi principali dei Carpazi, da ovest a est, sono quelli di Dukla (502 m.), di Lupk?w,(657 m.), di Uzsok (Uzcoker, 889 m.), di Verecke, di Beskied (Volovec) e di Wiszk?w. I più orientali sono i passi di Jablonica (Porta dei Magiari=Tataren, a 931 m.), il Passo di Prislop (1.414 m.) e il passo Rodnei (Rotundul, a 1.524 m.). Questi ultimi sono alquanto più elevati, conseguenza dell’innalzamento della catena ad est del Tibisco Nero.

     Le strade principali che attraversavano i Carpazi erano la Zmigr?d-Dukla-Ladomermèzö-Felsövizköz; la Jasiliska-Czeremcka-Mezölaborcz; la Lisko-Baligród-Cisna; la Turka-Borynia-Maików-Vezerszállás, la Tuchla-Volocz-Munkács e la Delatyn-Vorochta-Körözsmezö-Mámaros-Sziget. Le ferrovie attraversanti i Carpazi erano la Miskolcz-Mezölaborcz-Zag?rz, passante per il Passo di Lupk?w; la Csap-Ungvár-Turka-Sambor, per il passo di Uzsok; la Csap-Munkács- Tuchla- Stryj, per il Passo Beskid; e infine la Máramaros Sziget-Jasina-Nadv?rna, che sfuttava un valico a sud-est del Passo di Jablonica.

      Il punto di più facile accesso all’Ungheria attraverso i Carpazi è sempre stato il Passo Beskid, attraversato dall’importante ferrovia Lemberg-Munkács. In questo settore lo Stryj sul versante galiziano e la Letorcza sul versante ungherese hanno le sorgenti vicinissime e i loro corsi superiori formano una grande “S” profondamente incisa attraverso le montagne e costituiscono, quindi, un notevole fattore di facilitazione per l’attraversamento.

     La vegetazione dei Carpazi è costituita da fitte foreste, dapprima di latifoglie, poi di conifere, fin verso i 1.500 metri; più in alto esse cedono ai mughi e, da ultimo, alle praterie.

     Nonostante l’altitudine della catena non sia elevata, d’inverno il clima è rigidissimo, con temperature notturne dell’ordine di quaranta gradi centigradi sotto zero; le bufere di neve sono assai frequenti.

     La regione più prossima alla zona sommitale era pressoché disabitata; d’inverno le strade erano continuamente interrotte dal ghiaccio e dalla neve, mentre all’inizio della primavera le piogge abbondanti – accompagnate dall’aumento di temperatura – le trasformavano in veri e propri fiumi di fango. Nel complesso, la rete delle comunicazioni era inadeguata al rifornimento prolungato di masse numerose di combattenti e la loro percorribilità appariva precaria. La Relazione Ufficiale ungherese precisa che sulle ferrovie attraversanti i Carpazi i trasporti dovevano essere in parte frazionati. Pertanto non erano possibili grandi concentramenti di truppe e materiali se non in tempi relativamente lunghi. (1)

      Non sarà superfluo, infine, completare il quadro d’insieme con un breve accenno alla situazione etnica nella regione dei Carpazi, fattore che tanta importanza rivestiva dal punto di vista politico all’avvicinarsi dei Russi. Benché la frontiera politica della Transleithania (la metà ungherese della Duplice Monarchia) varcasse ampiamente la cresta dei Carpazi, includendo in territorio magiaro le cime più elevate della catena, la popolazione ungherese non abitava che un lembo assai modesto di quel territorio, a sud di una linea ideale passante per Göllnitz-Kaschau-Ungvar-N. Szöllos. A est del Passo di Lupk?w e della valle della Laborcza, e fin nei pressi del Passo di Prislop, la popolazione era – su entrambi i versanti dei Carpazi – nettamente rutena (ucraina), con piccolissime minoranze ungheresi e tedesche. Anche la valle superiore del Tapoly e la regione sulla riva destra del Porád superiore erano abitate da Ruteni. I Polacchi prevalevano nel saliente di Zakopane (Alti Tatra) e nelle valli superiori del Dunajec e della Biala (Neu Sandec, Gryb?w, Gorlice, Jaslo); dal passo di Tylicz fino al passo di Dukla e oltre, la frontiera galiziana coincideva esattamente con quella etnica, essendo prevalentemente polacco il versante galiziano (ma con le debite eccezioni: A Dukla nel 1914 il 70% della popolazione era ebraica). Gli Slovacchi abitavano le vallate superiori dei fiumi Hernád (Hornád), Tapoly e Laborcza, con le città di Bartfeld, Eperjes e Kaschau. Infine nella Bucovina Carpatica prevalevano i Romeni, con minoranze di Ruteni e di Tedeschi.

      Da tutto questo si evince che nella parte di gran lunga più estesa del teatro di guerra le armate russe potevano contare sull’aperto favoreggiamento dei loro fratelli di stirpe (Ruteni) e su quello più o meno velato delle altre popolazioni (Slovacchi, Romeni). (2) Gli Ebrei, concentrati principalmente nelle città (a Czernowitz specialmente erano assai numerosi e molto attivi nel commercio) erano invece, nel complesso, favorevoli all’Austria, anche per il timore dei pogrom che quasi sempre accompagnavano l’avanzata russa (come si era visto in Galizia nel 1914). I Russi, pertanto, anche nella regione carpatica adottarono una brutale politica di trasferimenti forzati e di persecuzioni contro le comunità ebraiche, come già avevano fatto in Galizia nei mesi precedenti. (3)

NOTE

1) Archivio Storico Militare Ungherese, La guerra mondiale 1914-1918, con particolare riguardo all’Ungheria e all’azione svolta dalle truppe ungheresi, trad. ital. Ministero della Guerra,, Roma, 1935, vol. 1.

2) Per questa descrizione etnica della regione carpatica ci siamo serviti principalmente della carta delle popolazioni contenuta in Conrad von Hötzendorf, Aus Meiner Dienstzeit 1906-1918, Vienna, 1921, vol. 1. Cfr. anche la carta Le razze dell’Austria-Ungheria di Vallardi, in E. Réclus, Nouvelle Géographie Universelle, trad. ital. Milano, 1896.

3)  Cfr. gen. Max Ronge, Spionaggio, tra. ital. Napoli, 1933. Per le persecuzioni antisemite in Galizia, oltre che in Lituania e Polonia, ved. Maurice Paléologue, La Russia degli Zar durante la Grande Guerra, trad. ital. Firenze (2 voll.), 1929. Per la situazione complessiva degli Ebrei in Austria-Ungheria durante la prima guerra mondiale, ved. François Fejtö, Requiem per un impero defunto. La dissoluzione del mondo austro-ungarico, Milano, 1990, spec. pp. 149-159.

2.     IL PIANO AUSTRIACO.

     Verso la fine del 1914, conclusasi la campagna di Limanowa-Lapanów e inasprendosi la lotta nei Carpazi per effetto dell’energica avanzata dell’Ottava Armata russa, il Ludendorff fece a Conrad l’offerta di tre o quattro divisioni germaniche per rinforzare il vacillante fronte dell’alleato. Poiché sul fronte della Polonia sud-occidentale gli attacchi austriaci non avevano prodotto alcun risultato positivo, mentre nei Carpazi la minaccia russa si aggravava, Conrad propose a Ludendorff di utilizzare quelle divisioni in Polonia, per sostituire la Seconda Armata del generale Böhm-Ermolli che avrebbe potuto, così, essere trasporata  nel settore carpatico. Conrad intendeva impiegare la Seconda Armata sull’ala destra sull’ala destra della Terza, al fine di sfondare verso la Galizia e travolgere l’Ottava Armata russa che premeva fortemente Boroevic.  In quella occasione, però, il Capo di Stato maggiore germanico, von Falkenhayn, si era pronunciato decisamente contro il progetto di una grande offensiva nei Carpazi, e la Seconda Armata austriaca era stata lasciata sul fronte polacco. Conrad non aveva, però, abbandonato il suo progetto, e nel gennaio 1915 si risolse definitivamente ad attuarlo; le sue caratteristiche operative vennero, però, sostanzialmente modificate.

         Nell’intraprendere la gigantesca campagna invernale, Conrad aveva il duplice obiettivo di sbloccare la fortezza di Przemysl, che si trovava nella morsa dell’assedio fin dal 6 novembre 1914,  e di allontanare la minaccia avversaria dalla ricca Pianura Ungherese, granaio degli Imperi Centrali e cuore nevralgico dell’Austria-Ungheria. Appare, dunque – nella concezione che ne ebbe il Capo di Stato maggiore austriaco –  che il piano era ispirato a due differenti esigenze strategiche: entrambe offensive ed entrambe con obiettivo limitato, ma finalizzate l’una alla liberazione di una piazzaforte assediata, l’altra ad un alleggerimento della pressione avversaria. Conviene, perciò, esaminarle separatamente.

      Innanzitutto, l’offensiva “di alleggerimento”. Come si è accennato, sul cadere del 1914 l’andamento delle operazioni militari  aveva assunto un corso sfavorevole agli Austro-Ungarici, costretti a cedere, sotto la spinta del generale Brusilov, il terreno conquistato durante la prima fase della campagna di Limanowa-Lapan?w. La situazione, intorno al capodanno, non era tragica come ai primi di dicembre, quando Boroevic aveva pensato addirittura di ritirarsi fino a Budapest; tuttavia i Russi avanzavano nuovamente minacciosi, specialmente nella zona del Passo di Dukla, e la Terza Armata austriaca sembrava aver perso gran parte della sua capacità combattiva. Da questo punto di vista, perciò, il progetto di una offensiva nei Carpazi sembrava giustificata dalla situazione  strategica, benché un peso notevole abbiano avuto, in effetti, più che considerazioni strettamente militari, le pressioni dell’opinione pubblica magiara, estremamente allarmata per la presenza dell’esercito russo ai valichi montani adducenti verso la Pianura Ungherese.

      Per quanto riguarda l’altra esigenza strategica della progettata offensiva, anch’essa a prima vista appariva fondata su consistenti ragioni di fatto. Nella fortezza assediata di Przemysl, infatti, erano ammassati circa 130.000 uomini, dei quali 83.700 appartenevano alle truppe combattenti; la guarnigione del generale Kusmanek, pertanto, alla fine del 1914 era numericamente più forte di ciascuna delle armate di campagna austro-ungariche. Si trattava di truppe valorose, per quanto composte in maggioranza da unità di landsturm (truppe territoriali), e Contrad voleva evitarne a ogni costo la cattura; inoltre a Przemysl vi era un complesso formidabile di artiglieria, quasi 1.000 pezzi fra mobili e fissi. I viveri, però, erano assicurati solo fino al 18 febbraio, dopo di che si sarebbe dovuti ricorrere alla macellazione dei cavalli. Anche nel caso della liberazione di Przemysl, comunque, Conrad si riprometteva anche un obiettivo politico:  quello di influire, per mezzo di un successo militare, sulle decisioni politiche dell’Italia e della Romania, il cui atteggiamento si faceva sempre più ostile.

      In realtà, il piano di Conrad era viziato da un errore di origine. Come ha osservato giustamente il von Cramon, “Conrad era fautore di un’offensiva nei Carpazi non soltanto perché  era necessario ottenere un successo per esercitare un’influenza politica sull’Italia e sulla Romania, ma perché era preoccupato per la sorte di Przemysl. Ne risultava, dunque, una situazione che era l’opposto di quella che avrebbe dovuto essere, giacché le operazioni di un’amata di campagna erano legate nel tempo e nello spazio a una piazzaforte.” (4)  Una giusta visione strategica vuole che le piazzaforti costituiscano un fattore di contrasto e, anche sotto assedio, di disturbo per l’esercito nemico; non già un elemento vincolante per le operazioni dell’esercito di campagna. Solo nel caso che la piazzaforte abbia un elevato valore politco, oltre che stategico, si può giustificare un tale sovvertimento delle più elementari regole dell’arte militare: tale il caso in cui si tratti della capitale, come quando Vienna fu assediata dai Turchi nel 1529 e nel 1683, o quando Torino fu assediata dai Francesi nel 1706.

      Quanto al Comando Supremo germanico, il generale Ludendorff era favorevole a un’offensiva invernale sui Carpazi; Falkenhayn, che dapprima vi si era opposto, finì per cedere. In tal modo Conrad potè assicurarsi l’appoggio dell’alleato il quale, anziché rilevare la Seconda Armata di Böhm-Ermolli in Polonia per permetterne il trasferimento sui monti, inviò alcune divisioni direttamente a rinforzo degli Austriaci sui Carpazi.

     Ha scritto il generale Ludendorf: “Già dalla fine di dicembre il Comando Supremo austro-ungarico  prevedeva la caduta di Przemysl, ma temeva anche un forte attacco russo in Ungheria; infatti il nemico iniziò il suo attacco contro l’armata del generale Boroevic, guadagnando le creste dei Carpazi, e il generale Conrad progettò di contrattaccarlo tentando, nello stesso tempo, di liberare Przemysl dall’assedio.  Mi sembrò opportuno appoggiare l’azione dell’armata austro-ungarica, tanto più che l’armata russa non poteva essere attaccata energicamente in altri punti.  Era ancora dubbio se si poteva tentare un attacco nella Prussia Orientale (…); però per l’invio di rinforzi tedeschi in Ungheria dovetti rivolgermi al generale in capo del fronte orientale [Hindenburg]. La Nona Armata in Polonia stava in una zona molto ristretta. La guerra dell’ovest mi aveva insegnato che per la difesa nella guerra di posizione l’ampiezza del fronte  doveva essere maggiore di quella finora tenuta.  Alcune divisioni della Nona Armata potevano essere mandate in altri posti.  Non accettai la proposta di continuare l’assalto frontale qui  o a sud della Pilica e mandai in Ungheria il comando del Secondo Corpo d’Armata, la Prima Divisione di fanteria, la Quarantottesima divisione di riserva e una brigata rinforzata da tre reggimenti che formò più tardi una Divisione della Guardia, e la Quinta Divisione di cavalleria. Nel frattempo furono messe a disposizione del generale in capo del fronte orientale altre divisioni. Anche con l’invio di truppe di rinforzo per l’offensiva progettata da Corad, ci trovammo provvisti di truppe più che peruna semplice difesa.” (5)  Queste divisioni cosituirono una Kaiserliche Deutsche Südarmee (Divisione imperiale germanica del Sud), che venne schierata sull’ala destra della terza Armata austro-ungarica.

      Nei piani austriaci il compito principale dell’offensiva era affidato alla Terza Armata, che doveva avanzare direttamente su Przemysl appoggiata dall’Armata tedesca del Sud, che si sarebbe mossa verso Tuchla e Wyszk?w; la guarnigione di Przemysl, secondo gli sviluppi della situazione, avrebbe tentato di aprirsi la via per congiungersi con gli eserciti di campagna. La distanza tra il fronte austro-russo nei Carpazi e Przemysl  era di di soli 70 km., e Conrad – inizialmente – non pensava ad una campagna prolungata nella zona montuosa. Secondo le sue ottimistiche direttive, il suo esercito avrebbe dovuto irrompere direttamente dai Carpazi e sboccare in pianura per la via più breve. Ciò può spiegare in parte, anche se non giustificare, l’incredibile leggerezza che alcuni aspetti nella preparazione della campagna  tradiscono. Ludendorff, per esempio,  ha riferito come, nella conferenza tenutasi a Breslavia l’11 gennaio fra lui stesso, Falkenhayn e Conrad, quest’ultltimo espresse l’opinione che non fosse necessario un equipaggiamento da montagna per le truppe.  “Ma quando mi recai personalmente sulle posizioni ove doveva aver luogo l’avanzata – ha scritto il generale tedesco – capii che esso era di somma importanza e vi provvidi in fretta.” (6)

     Se la situazione si fosse delineata favorevolmente, poi,  Conrad pensava di proseguire l’avanzata anche oltre Przemysl, con l’intento ambizioso di avvolgere da sud l’ala sinistra dello schieramento avversario. Tale azione avvolgente non incombeva all’Armata tedesca del Sud, che non disponeva per quel compito di forze adeguate, ma al Distaccamento d’Armata Pflanzer-Baltin, schierato ancora più ad est. Neppure esso, però, era abbastanza forte per l’avvolgimento del fianco russo, e la limitata capacità delle ferrovie in quella regione poneva gravi problemi per il concentramento delle truppe e dei materiali.

      Ancora una volta, dunque (come già nelle battaglie di Lemberg e nella campagna di Limanowa-Lapan?w) apparivano sproporzionati rispetto alla reale disponibilità di mezzi e alla situazione complessiva dell’esercito austro-ungarico. Quest’ultimo, infatti, era uscito assai provato dalle lotte precedenti: il fiore delle truppe e specialmente del corpo degli ufficiali era caduto nella campagna estiva in Galizia, e il contegno di varie unità slave e rumene – dopo quella disfatta – appariva poco combattivo.  La depressione degli animi era aggravata dai disagi e dalle privazioni della stagione invernale, dovuti anche alla difficoltà di vettovagliare adeguatamente l’esercito, sui Carpazi, dopo oltre cinque mesi di guerra. Il Comando Supremo austriaco, come del resto quelli delle altre potenze coinvolte nel conflitto, aveva creduto che la guerra sarebbe stata breve e che si sarebbe risolta prima dell’inverno; le scorte di materiale bellico, nel luglio del 1914, erano assai limitate (appena 500 proiettili per pezzo nel caso dell’artiglieria): nessuno aveva previsto l’enorme consumo di armi e munizioni richiesti da una guerra di posizione, sostanzialmente dominata dal binomio filo spinato-mitragliatrice. Nel caso delle Potenze Centrali, poi, cominciavano a farsi sentire gli effetti del blocco navale britannico, che aveva tagliato i rifornimenti di grano e carne e quelli di minerali necessari all’industria bellica: e, rispetto alla forte industria pesante e alle risorse minerarie della Germania, la situazione dell’Austria-Ungheria, Paese prevalentemente agricolo e povero di carbone, appariva già allora assai incerta.

      Se a tutte queste considerazioni si aggiunge il fatto che lo sforzo principale dell’offensiva veniva affidato proprio a quella Terza Armata che più di tutte appariva provata, e che avrebbe dovuto modificare il suo schieramento da difensivo a offensivo (per non parlare dello stato d’animo delle truppe, alquanto depresso dalle perdite subite e dalle continue sconfitte e ritirate – nonché da una sorta di complesso d’inferiorità nei confronti dell’esercito russo – appare chiaro che la campagna d’inverno nei Carpazi fu un vero e proprio azzardo. Evidentemente, Conrad non aveva saputo far tesoro della lezione ricevuta nella bruciante sconfitta di Lemberg dell’agosto-settembre 1914. Egli era uno stratega audace e risoluto, ma poco realistico nella valutazione delle proprie forze e incline a una dispersione che contrastava con il  fondamentale principio della concentrazione degli sforzi. Lo si sarebbe visto anche tre anni e mezzo dopo, nella decisiva battaglia del Solstizio, sul Piave, nel giugno 1918, vera e proprio preambolo del crollo finale dell’Austria-Ungheria.

      Scrive un eminente storico inglese di cose militari: “In generale, i contemporanei tedeschi di Conrad parlarono bene di lui. (…)  I giudizi austriaci sulle capacità di Conrad sono stati più critici di quelli tedeschi.  Si pensa che Francesco Giuseppe considerasse Conrad “una specie di militare idealista che mancava di sufficiente senso dell’economia militare e di abilità nello sfruttare al meglio gli uomini e le risorse a sua disposizione’ (Redlich). Man mano che la guerra si prolungava, l’imperatore cominciò a perdere fiducia  nel suo capo di Stato Maggiore. La morte di Francesco Giuseppe nel 1916 evitò che i dissapori  fra i due uomini diventassero insanabili.  La critica più grossa a Conrad era di non essere capace di proporzionare  i fini ai mezzi a sua disposizione. Le lamentele a questo proposito di Francesco Giuseppe  vennero riprese dal generale Alfred Krauss, uno dei più brillanti comandanti austro-ungarici, il quale disse che in guerra ‘Conrad sfortunatamente mancava di conoscenza sulle necessità operative’.” (7)  L’episodio della mancata dotazione di equipaggiamento da montagna per le truppe austriache destinate all’offensiva sui Carpazi, più sopra riferito e cui pose rimedio l’intervento in extremis dei Tedeschi, la dice lunga su quest’ultimo aspetto, che sottolinea l’astrattezza e il velleitarismo del Comando supremo austriaco.

NOTE

4) Gen. A. von Cramon, Quatre ans au G. Q. G. Austro-Hongrois pendant la guerre mondiale comme reprèsentant  du G. Q. G. Allemand, Parigi, 1921. La traduzione è nostra (ma l’opera è stata tradotta in italiano: Palermo, 1924).

5)  Erich Ludendorff, I miei ricordi di guerra 1914-1918, trad. ital. Milano, 1920 (2 voll.). vol. 1.

6)  E. Ludendorff, op. cit.

7)  Ronald W. Hanks, Il tramonto di un’istituzione. L’armata austro-ungarica in Italia (1918), Milano, 1994, p. 13.

3.     IL PIANO RUSSO.

     Nel Comando Supremo russo (Stawka) si palesò una sostanziale differenza di vedute  fra il generale Danilov, quartiermastro generale, e il generale Ivanov, comandante del fronte sud-occidentale. Il primo, sostenuto dal generale Russkij (divenuto comandante del fronte nord-occidentale)  riteneva che si dovesse sferrare un’offensiva in forze contro l’avversario più pericoloso, cioè la Germania; il secondo, invece, voleva infliggere un colpo decisivo all’Austria-Ungheria. Il granduca Nicola, comandante supremo dell’esercito, non tenne un contegno molto fermo verso i comandanti sottoposti; privo di conoscenze approfondite nel campo della strategia, non poteva influenzare egli stesso le grandi decisioni operative della Stawka. In pratica, dopo varie oscillazioni, finì per accettare il progetto di Ivanov, ossia l’attacco sul fronte austro-ungarico. Da chi veramente partì l’idea di un’offensiva invernale nei Carpazi, non è peraltro del tutto chiaro neppure oggi.

      Ha scritto il generale Danilov: “Più tardi (…). Durante l’inverno 1916-1917 il generale Ivanov mi dichiarò che l’operazione nei Carpazi, che aveva per obiettivo di annientare l’esercito austriaco,  gli era stata presentata – cito la sua tstuale espressione – come un arrosto cotto a puntino, e che non rimaneva più, che servirglieloEgli aggiunse che tutto questo periodo della guerra si trova fedelmente riportato in una serie di documenti che si trovavano in suo possesso.” (8)

      Sembra dunque che, se il difetto d’origine del piano austriaco consistette in un errore di sopravvalutazione dell’importanza di Przemysl, quello del piano russo fu un errore di sottovalutazione ella capacità di resistenza dell’avversario. In Russia molti pensavano che l’esercito austriaco, dopo le battaglie di Lemberg, fosse ridotto allo stremo, sia a causa delle gravi perdite subite in uomini e materiali, sia per il disgregamento delle sue varie componenti nazionali, in realtà ancora alquanto limitato.

      In tale errore fu indotto anche il generale Ivanov che, come il granduca Nicola, non era uno stratega. Invece il suo capo di Stato maggiore, generale Alexeiev, era sfavorevole all’offensiva nei Carpazi, poiché avrebbe preferito concentrare gli sforzi in un attacco sul fronte polacco. Tuttavia l’opinione di Alexeiev – pur proveniente da quello che era forse il migliore stratega dell’esercito russo – venne alfine respinta dalla Stawka, e il desiderio del generale Ivanov e del granduca Nicola di farla finita con l’Austria ebbe il sopravvento.

      Verrebbe da chiedersi, comunque, perché i due comandanti, quando la lotta cominciò a prolungarsi oltre ogni aspettativa e con perdite gravissime, vollero ostinarsi a pèerseverare in una operazione che alcuni dei loro più illustri colleghi avevano, invece, sconsigliato. La risposta, probabilmente, risiede più nel loro carattere che nella saldezza delle loro convinzioni strategiche.  Del granduca Nicola si può affermare che aveva una natura energica ma impulsiva, che era accecato dalla sua avversione per i Tedeschi e gli Austriaci e che questo lo portò a cadere con facilità in gravi errori di giudizio, sottovalutando l’avversario e sopravvalutando le risorse del proprio esercito, di cui pure non poteva ignorare le gravissime lacune organizzative.

     Quanto al generale Ivanov, riportiamo un ritratto illuminante tracciato dal generale Danilov: “Il generale Ivanov non abbandonava facilmente una decisione una volta presa. Di carattere chiuso, avaro di parole, egli metteva del tempo a ruminare una concezione strategica, ma aveva il talento di superare con la stessa lentezza e con la stessa pazienza tutti gli ostacoli che poteva incontrare sul suo cammino.” (9)  L’interminabile battaglia dei Carpazi, condotta con estrema ostinazione ma con poca abilità, sembra offrire una conferma esemplare di questo giudizio.

      Bisogna però osservare che l’offensiva attraverso i Carpazi doveva costituire il necessario preliminare per un attacco a fondo contro la Germania, assicurando la protezione del fianco sinistro. La Stawka ritenne che essa, al tempo stesso, potesse offrire l’occasione d’irrompere su Budapest Vienna e travolgere l’Austria:  i due obiettivi erano in qualche modo correlati, essendo l’uno la premessa dell’altro.

      In quanto operazione subordinata a quella principale contro la Germania, l’offensiva nei Carpazi rispondeva a una coerente visione strategica d’insieme e appariva perciò giustificata; in quanto espressione della tendenza strategica mirante all’annientamento dell’Austria-Ungheria, essa usciva dai limiti di un’operazione secondaria e tendeva a stemperare lo sforzo russo in una costante indeterminatezza di obiettivi, che superava di gran lunga i mezzi a disposizione. A questo proposito è opportuno sottolineare il fatto che il generale Ivanov aveva presentato inizialmente al granduca Nicola l’operazione nei Carpazi come un’offensiva a obiettivo limitato, tendente a superare i monti ove le truppe russe non disponevano di equipaggiamento adeguato, e raggiungere una miglior sistemazione in pianura. La minaccia verso Budapest, in tal modo, veniva a prendere l’aspetto di corollario d’una operazione voluta per ragioni prevalentemente logistiche: così che la strategia veniva subordinata alla logistica, con un evidente stravolgimento della corretta dottrina militare. Come gli Austriaci per la liberazione di Przemysl, pare che i Russi abbiano commesso l’errore di subordinare l’obiettivo strategico di raggiungere il Tibisco ed, eventualmente, il Danubio, minacciando le due capitali della monarchia austro-ungarica, all’obiettivo logistico di portare l’esercito, non equipaggiato per la guerra in montagna, nella vicina Pianura Ungherese. Si giungeva così all’assurdo che, per evitare di sostenere una campagna invernale sui monti, si dava battaglia proprio su quei monti, e nel cuore dell’inverno!

      Questa contraddizone fra obiettivo “minimo” e “massimo”  dell’operazione nei Carpazi, fra progetto di offensiva tattica e marcia su Vienna (distante 400 km.), è esemplarmente illustrata anche dalla storiografia russa contemporanea. Ha scritto infatti il generale Andolenko, evidentemente senza rendersi conto ella contraddizione: ” Costi quel che costi, occorre che i Russi si muovano. Non è più il caso di grandi offensive, ben inteso, ma di una robusta azione attraverso i Carpazi, verso l’Ungheria, e di là forse su Vienna. Non offrirebbe essa ai Russi l’occasione di travolgere l’Austria? Non deciderebbe forse, al tempo stesso,  l’entrata in guerra dell’Italia al fianco degli Alleati? È questa la decisione che finirà per prendere la Stawka, nonostante le numerose reticenze che si manifestano nel comando.[i corsivi sono nostri].” (10)

      Queste reticenze erano originate soprattutto dall’incertezza in cui la Stawka si trovava circa le intenzioni dell’avversario. Ha osservato giustamente il Danilov che “se il colpo proveniente dai Carpazi poteva tutt’al più farci perdere la Galizia, il colpo che ci fosse portato dalla Prussia Orientale poteva avere per noi delle conseguenze assai più funeste.” (11)  Il che si dimostrò falso nel maggio 1915, quando l’offensiva austro-tedesca di Tarn?w-Gorlice, partendo proprio dalla radice dei Carpazi, provocherà il crollo dell’intero fronte russo e la perdita non solo della Galizia, ma anche della Polonia e della Lituania.

      Invece il vero rischio implicito nel piano russo non era tanto legato al fatto che, per il momento, l’esercito russo avrebbe dovuto tenersi sulla difensiva sul fronte germanico, in Polonia e al confine della Prussia Orientale, quanto all’ambiguità della sua concezione strategica di fondo. Delle due, l’una. O si voleva tentar di travolgere l’Austria, e allora bisognava preparare un’offensiva in grande stile; oppure si voleva solamente raggiungere una migliore posizione strategica, avanzando dai Carpazi fino al Tibisco, ma questo non avrebbe portato che a vantaggi limitati e, anzi, avrebbe dato ai Tedeschi la possibilità di effettuare un energico contrattacco in pianura, sfruttando le migliori vie di comunicazione, mediante una manovra “per linee interne”, tipo Tannenberg.

      La parte preminente dell’operazione doveva toccare all’Ottava Armata di Brusilov la quale, esercitando il maggiore sforzo per il Passo di Dukla, avrebbe dovuto scendere nelle valli della Laborcza e dell’Ondava, in Slovacchia orientale, e di lì sboccare a Eperjes, Kaschau e Csap. L’aperta Pianura Ungherese sarebbe stata un campo di manovra ideale per un’armata d’invasione dotata di grandi masse di cavalleria. La Stawka si illudeva che colà l’esercito russo avrebbe potuto dare la mano ai Serbi e magari anche agli Italiani e ai Romeni, qualora un grande successo contro l’Austria  avesse indotto quei Paesi a rompere la neutralità e unirsi allo schieramento dell’Intesa.

      Non teneva conto, il generale Ivanov – e con lui il granduca Nicola – dello stato di grave esaurimento delle proprie truppe, delle terribili perdite subite nel 1914, del consumo imprevisto di munizioni e materiali in gran parte non sostituibili. Inoltre l’esercito russo, per ammissione stessa dei suoi capi, non era addestrato né equipaggiato per la guerra di montagna: il Russo è un abitante delle grandi pianure, e la maggior parte dei soldati impegnati sui Carpazi non avevano neppure mai visto delle montagne, prima d’allora. 

      Neanche l’esercito tedesco possedeva una tale specifica preparazione, ad eccezione di alcune piccole unità di truppe alpine, e proprio tale constatazione aveva sul principio indotto il generale Falkenhayn  ad opporsi all’impiego di forze germaniche sui Carpazi.  Egli si era convinto solo quando, alla conferenza di Breslavia, da parte austro-ungarica gli era stato promesso l’invio all’Armata tedesca del Sud di carriaggi locali, salmerie e altro materiale adatto. Ma, per i Russi, non vi era alcuna possibilità di aiuto.

     Ha scritto il generale inglese Archibald Wavell (comandante dell’esercito britannico iu Egitto nel 1940-41 ed esperto di storia militare): “Il granduca [Nicola] faceva affidamento sulla rande resistenza dei suoi uomini nelle condizioni invernali per dare loro un vantaggio sui nemici, abituati a climi meno rigidi. Egli dimenticava che il Russo è un abitante delle pianure (plainsman) e che la guerra di montagna richiede speciali attitudini e addestramento.” (12)

NOTE

8) Youri  Danilov, La Russie dans la Guerre Mondiale (1914-1917), Parigi, 1927. La traduzione, come le seguenti,è nostra.

9) Y. Danilov, Op. cit.

10) S. Andolenko,  Histoire de l’Armée russe, Parigi, Flammarion; trad. ital. Storia dell’esercito russo, tr. it. Firenze, 1969, p. 357.

11) Y. Danilov, Op. cit.

12) A. P. Wavell, Battles of the Carpathians, in Encyclopedia Britannica, ediz. 1961, vol. 4, pp. 908-09.

     4.  I PREPARATVI PER L’OFFENSIVA.

      Da parte austro-ungarica la prima necessità, per intraprendere l’offensiva con prospettive di successo,  era quella di rinforzare sia la Terza Armata (alla quale toccava lo sforzo principale, e che al momento era appena in gradi di mantenere le proprie posizioni difensive), sia il Distaccamento d’Armata Pflanzer-Baltin, al quale spettava l’importantissimo compito di condurre l’avvolgimento dell’ala sinistra russa. Le truppe a ciò necessarie non potevano essere tratte alla Polonia; occorreva dunque prelevarle dalla frontiera serba, dove nel dicembre gli Austriaci avevano subito una sconfitta disastrosa. Ma l’esercito serbo, dopo aver realizzato sul fiume Kolubara il proprio “miracolo ella Marna”, liberando Belgrado e ricacciando il nemico oltre confine, non era stato in grado di sfruttare a fondo il successo, sia per mancanza di mezzi adeguati a una vasta operazione offensiva, sia per le gravi perdite subite. Perciò, per il momento, una minaccia d’invasione dell’Ungheria meridionale da parte dei Serbi era da escludersi; occorreva, nondimeno, “velare” per quanto possibile tale trasferimento di forze ai Balcani al fronte russo. Perciò, su suggerimento del capo dell’Evidenzbureau dello Stato maggiore austriaco, generale Ronge, un battaglione tedesco venne inviato nel Banato a scopo dimostrativo, mentre lo spionaggio austriaco spargeva abilmente la voce di un prossimo arrivo sul confine servo di tre corpi d’armata tedeschi. Questa manovra ebbe successo, e i Serbi rimasero con le armi al piede sul Danubio e sulla Drina, senza tentare alcuna penetrazione in territorio austriaco. (13) Pur senza esagerare l’importanza dello stratagemma ideato dal Ronge, bisogna tuttavia riconoscere che esso contribuì realmente a distogliere il voivoda (comandante in capo) Putnik da nuove operazioni, in un momento che sarebbe stato per lui così favorevole, e permise a Conrad di sguarnire il fronte serbo oltre i normali limiti della prudenza. (14)

      Due Corpi d’Armata, il XIX e il XIII, nella seconda metà di gennaio lasciarono i Balcani e vennero così trasportati nei Carpazi, ove il primo andò a rinforzare l’ala destra della Terza Armata, il secondo passò al Distaccamento d’Armata Pflanzer-Baltin. In tal modo, cinque nuove divisioni furono disponibili per l’offensiva sui monti. Dopo aver lungamente commesso un errore di dispersione delle forze tra il fronte serbo e quello russo, ciò che era stato causa di gravi insuccessi, il Comando Supremo austriaco seppe trarre il massimo vantaggio dall’inattività dell’esercito serbo, lasciando schierato contro di esso un semplice velo di forze, che poco dopo sarebbe stato ulteriormente ridotto.

      Quanto all’Armata tedesca del Sud, composta da forze germaniche e (in misura assai minore) austro-ungariche, essa ebbe per un breve periodo quale capo di Stato maggiore lo steso generale Ludendorff.  In gennaio egli si recò a Munkács, presso il quartier generale di von Linsingen, comandante l’armata. Possediamo quindi la sua diretta testimonianza su quei giorni.

    “Col generale von Linsingen – ha scritto – percorsi tutto il campo dove doveva svolgersi l’avanzata e presi collegamento con i comandi vicini e con le truppe austro-ungariche che erano pronte sulle montagne per venire verso l’Armata del Sud. La truppa mancava di tante cose e non era stato provvisto bene per la costruzione dei ponti e per la costruzione dei posti di ricovero e delle trincee.” (15)   Ancor prima dell’inizio dell’offensiva, tuttavia, Ludendorff venne “restituito” a Hindenburg, comandante del fronte tedesco orientale, e tornò al quartier generale di quest’ultimo, a Posen.

Le ultime disposizioni per l’offensiva assegnavano alle varie armate i rispettivi obiettivi: l’ala destra della terza Armata doveva attaccare il Passo di Uzsok, occupato di sorpresa dai Russi il 1° gennaio, l’Armata tedesca del Sud doveva prendere il Passo di Verecke; il Distaccamento d’Armata Pflanzer-Baltin doveva avanzare su delatyn e Nadow?rna e la valle del passo di Jablonica. Soltanto in un secondo tempo sarebberointervenute nella lotta l’ala sinistra della Terza Armata, che dal Passo di Dukla doveva sboccare in Val Jasiolk, e la Quarta Armata, incaricata di uno sfondamento tra Gorlice e Tarn?w, verso Jaslo,che avrebbe dovuto portarla dal Dunajec  alla Wisloka. Quanto allo schieramento a nord della Vistola,  non era prevista alcuna operazione offensiva da parte della Prima Armata austro-ungarica e dell’Armata mista di Woyrsch, se non nel caso di un attacco russo e in quello, assai improbabile, di una ritirata spontanea dell’avversario, qualora avesse ceduto repentinamente il fronte carpatico.

    Da questo schema di operazioni si possono ricavare le seguenti conclusioni: 1) il Comando Supremo austro-ungarico pensava sia ad una avanzata diretta su Przemysl (ala destra della terza Armata e Armata tedesca del Sud), sia ad una vasta manovra avvolgente che avrebbe dovuto fare perno sull’estrema ala destra (Distaccamento d’Armata Pflanzer-Baltin); 2) lo sforzo principale, quello della terza Armata, veniva stemperato in due tempi successivi); 3) la Quarta Armata, anziché cedere direttamente una parte elle sue divisioni alla Terza, veniva fatta intervenire nella lotta sul Dunajec, ma in una seconda fase; 4) lasciando del tutto inattive la prima Armata e l’Armata mista di Woyrsch, la cui situazione era relativamente favorevole, si rinunciava a tentar di trarre in inganno l’avversario mediante un’azione dimostrativa in Polonia, né durante la battaglia dei Carpazi era previsto – in linea di massima – il loro coinvolgimento; 5) del pari non era prevista, contemporaneamente all’inizio dell’offensiva nei Carpazi, un’attiva cooperazione della guarnigione di Przemysl mediante sortita.

      Da ultimo si può rilevare che la Quarta Armata, anche troppo forte per i suoi compiti all’inizio puramente difensivi, era però ben lungi dal costituire una “massa d’urto” capace – quando i Russi avessero impegnato le loro riserve ben addentro nei Carpazi – di operare un decisivo sfondamento sul Dunajec entro il loro fianco destro indebolito, e determinare così l’avvolgimento delle loro armate operanti sui monti. Anche da questo lato, pertanto, le prospettive favorevoli apparivano considerevolmente ridotte dalla mancanza di una decisa preponderanza numerica nello specifico settore del Dunajec. Anzi, a ben guardare non esisteva un singolo settore al quale il Comando Supremo austriaco avesse attribuito realmente un’importanza risolutiva: l’offensiva avrebbe dovuto pronunciarsi quasi ovunque lungo una fronte montana di 400 km.

      Da parte russa, il 20 gennaio il Comando del fronte sud-occidentale comunicava ai comandanti d’armata che essi dovevano “impegnare energicamente le nostre forze sulla riva sinistra della Vistola, infliggere agli Austriaci una sconfitta non foss’altro che parziale, minacciare l’Ungheria e giungere a occupare una posizione più favorevole di quella attuale, senza aumentare tuttavia la lunghezza del loro fronte.” (16) La linea che Ivanov intendeva raggiungere dopo il forzamento dei monti passava per Eperjes, Kaschau, Sátoralja-Ujhely, Csap e Máramaros-Sziget, sino alla frontiera romena; sull’ala destra, la Terza Armata doveva rigettare la destra della Quarta Armata austriaca dietro il Dunajec, fino all’altezza di Neu Sandec. D’altra parte, avendo sguarnito la propria ala sinistra verso la Bucovina più di quanto la prudenza avrebbe consigliato, ed essendo venuto a conoscenza di una minacciosa concentrazione di forze austro-germaniche in quel settore (erano l’Armata tedesca del Sud e il Distaccamento d’Armata Pflanzer-Baltin), Ivanov chiese al granduca Nicola altre quattro divisioni per rinforzare il fronte a est di Dolina. Il granduca, cui l’offensiva dei Carpazi era stata presentata come un’operazione ad obiettivo limitato, per non vanificarla fu costretto, il 26 gennaio, a disporre il trasporto del XX. Corpo della Decima Armata (dal fronte nord-occidentale) nel settore Tucholka-Tuchla.

           L’osservazione che balza evidente, dall’esame ei piani del generale Ivanov, è che la linea costituente il suo primo obiettivo tattico correva lungo i bordi della Pianura Ungherese, proprio ai piedi delle montagne: sarebbe stato molto difficile arrestarvi le armate russe una volta che l’avessero raggiunta; tanto più che l’esercito austriaco, se avesse dovuto ritirarsi in pianura, non avrebbe più costituito un avversario temibile e la strada per Budapest e Vienna sarebbe stata, se non aperta, certo socchiusa. L’offensiva russa non mirava al semplice possesso dei passi carpatici: essa aveva per obiettivo il superamento della catena montuosa in tutta la sua estensione e, come tale, inevitabilmente avrebbe portato lontano, verso il progetto ambizioso di schiacciare l’Austria e costringerla a una pace separata. Evidentemente la Stawka ondeggiava, forse inconsapevolmente, fra due alternative: il desiderio di puntare alla vittoria risolutiva e la coscienza dello stato di esaurimento delle proprie truppe, nonché del pericolo di un contrattacco avvolgente degli Austro-Tedeschi in pianura.

     Fu disposto inoltre che la terza Armata allungasse la propria ala sinistra al fine di collegarsi con l’Ottava nei Beschidi. La Stawka, infine, prese il provvedimento di far trasportare nei Carpazi tutte le batterie da montagna che si trovavano sul fronte polacco, le uniche che disponessero di un munizionamento completo. È da notare che l’artiglieria austriaca disponeva, invece, do dotazioni complete, grazie anche all’aiuto dell’alleato tedesco.

NOTE

13) Cfr. Opera VII dello Stato maggiore serbo.

14) Cfr. Max Ronge, Spionaggio, Napoli, 1933.

15) E. Ludendorff, Op. cit.

16) Y. Danilov, Op. cit.

5.     LO SCHIERAMENTO DEGLI ESERCITI.

     Alla vigilia della battaglia, nel gennaio 1915, nei Carpazi esisteva un fronte continuo solo fino a Baligr?d (a nord-est del passo di Lupk?w), più ad est, unità delle due parti presidiavano i passi e le strade più importanti, ma le caratteristiche erano quelle di una guerra “aperta”.

     Il 23 gennaio, data d’inizio della battaglia, sull’intera estensione del fronte austro-ungarico erano schierati contro la Russia (comprese le truppe tedesche dell’Armata Woyrsch e dell’Armata tedesca del Sud) 757 battaglioni, 361 squadroni, 602 batterie e cioè un complesso di 550.000 fucili, 37.000 cavalieri e 3.000 pezzi d’artiglieria. Lo schieramento austriaco sul fronte fei Carpazi comprendeva la Quarta Armata dell’Arciduca Giuseppe Ferdinando, distesa a cavallo del Dunajec fino alle pendici dei Bassi Beschidi; la Terza armata del generale Boroevic, da Konieczna a Zbun (a su-est del Passo di Uzsok); l’Armata tedesca del Sud del generale von Linsingen, sulla destra della Terza Armata e fin nei pressi di Ökörmezö; e il Distaccamento d’Armata del generale Pflanzer-Baltin, che presidiava le strade fino a Dorna Watra nella Bucovina meridionale, presso il confine con la Romania.

      Secondo la Relazione Ufficiale austriaca, la Quarta Armata (Corpi XVII, XIV, XI, Vi e IX) disponeva in totale di 106.713 fucili, 6.513 cavalieri e 798 pezzi; la Terza Armata (Corpi III, VII, X, XVIII, XIX e Gruppo Szurmay) aveva 130.709 fucili, 8.716 cavalierie 742 pezzi; l’Armata tedesca del Sud (1 divisione austriaca e 4 germaniche, di cui1 di cavalleria) aveva 48.565 fucili, 4.854 cavalieri e 325 pezzi; il Distaccamento d’Armata Pflanzer-Baltin aveva (compreso il XIII corpo in arrivo per ferrovia) 52.259 fucili, 2.501 cavalieri e 191 pezzi. La guarnigione assediata di Przemysl (gen. Kusmanek) contava circa 50.000 fucili, 800 cavalieri e 108 pezzi mobili. (17)

     Da parte russa, sull’intera estensione del fronte orientale vi erano, al principio del 1915, 99 divisioni di fanteria, di fronte alle quali stavano 42 divisioni austro-ungariche e 41 tedesche.  Più precisamente, nella Polonia sud-occidentale erano schierate la Quarta Armata (gen. Evert) e la Nona Armata (gen. Lecitzkij), con 17 divisioni e 1/2 di fanteria, contro 17 divisioni austro-tedesche della Prima Armata austriaca (gen. Dankl) e dell’Armata Woyrsch (compresa la Seconda Armata austriaca). A sud della Vistola la Armate russe Terza, Ottava e Undicesima disponevano in complesso di 29 divisioni di fanteria, alle quali se ne contrapponevano 31 degli Austro-Tedeschi. (18) 

      Nei Carpazi la terza Armata del generale Radko-Dimitriev fronteggiava la la Quarta austriaca, e l’Ottava Armata di Brusilov, rinforzata da aliquote dell’Undicesima, fronteggiava la terza austriaca e l’Armata tedesca del Sud. La prima comprendeva i Corpi IX, XXI , X e metà dell’XI; la seconda era formata dai Corpi XXIV, XII, VIII e da aliquote del V e del VII: Più ad est, e sino alla frontiera romena, il Gruppo Dniestr di Webel era contrapposto al Distaccamento d’Armata Pflanzer-Baltin; esso comprendeva il XXX Corpo, il Corpo di cavalleria del Khan di Nahicevan e la Divisione di Riserva Alftan. L’Undicesima Armata del generale Selivanov, che assediava Przemysl, era composta dai corpi XXVIII e XXIX per un totale di 4 divisioni di riserva. Secondo la Relazione austriaca, erano complessivamente 20 divisioni di fanteria e 11 di cavalleria (comprese le brigate territoriali). Inizialmente i Russi non avevano, fra il passo di Uzsok e la Romania, che 4 divisioni distese su un fronte di ben 250 km., una sola delle quali era di campagna; solo il 26 gennaio la Stawka ordinò l’inviò in quel settore del XXII Corpo.

     I rapporti di forza, all’inizio della battaglia abbastanza equilibrati, nel corso di essa si spostarono gradualmente a vantaggio degli Austriaci, sebbene entrambe le parti facessero affluire rinforzi.

NOTE

17) Kriegsarchiv, L’ultima guerra dell’Austria-Ungheria,  trad. ital. Roma, 1935, vol. II e II bis.

18) Y. Danilov, Op. cit.

&    &    &    &    &

PARTE SECONDA

LA PRIMA OFFENSIVA AUSTRIACA

1. L’ATTACCO DELLA TERZA ARMATA AUSTRIACA E DELL’ARMATA  TEDESCA DEL SUD (23-26 GENNAIO).

     Le due grandi offensive degli avversari, fissate per la fine di gennaio 1915, vennero in pratica a scontrarsi frontalmente: gli Austriaci prevennero i Russi di pochi giorni soltanto, ma questi ultimi a loro volta attaccarono subito dopo.

     Il 23 gennaio incominciò l’offensiva della terza armata austriaca e dell’Armata tedesca del Sud e subito apparvero le enormi difficoltà connesse ad una operazione tanto vasta in montagna e nel pieno della stagione invernale.  Scrive il Tosti: “La grande battaglia dei Carpazi fu ingaggiata negli ultimi giorni di gennaio, in condizioni climatiche veramente eccezionali: la neve in molti tratti era alta parecchi metri; le strade sparivano sotto strati spessi di ghiaccio; la temperatura, di notte specialmente, era addirittura micidiale. In entrambi gli eserciti contrapposti, i soldati dovettero sottoporsi a fatiche e stenti inenarrabili; le statistiche degli ammalati, dei congelati, degli esauriti recavano cifre impressionanti ed ogni giorno crescenti. (19)

     È da notare che il Conrad decise di attaccare quando ancora né l’Armata tedesca del Sud aveva ultimato il concentramento , né il Distaccamento d’Armata Pflanzer-Baltin era pronto a muoversi in avanti, inoltre solo l’ala destra della Terza Armata prese l’offensiva.

      Sull’estrema ala destra di Boroevic il Gruppo Szurmay rioccupò il 26 gennaio, risalendo la valle dell’Ung, il Passo di Uzsok, e respinse le aliquote del V e VII Corpo russi che vi si erano trincerati da meno di quattro settimane. Il Gruppo del generale Puhallo von Brlog (XVIII Corpo di Tschurtschenthaler e V Corpo di Phuallo), avendo di fronte a sé solo reparti di cavalleria russa, lo stesso giorno  giunse a occupare Baligród, sul versante galiziano dei Carpazi, donde si dominano le conche di Sanok e Lisko e la valle superiore del San. Al centro della Terza Armata il Gruppo Krautwald b (X Corpo) attaccò nel settore Jasiel-Wola Wichowa e urtò il nerbo delle forze avversarie (VIII Corpo), subendo forti perdite e restando inchiodato. Il VII Corpo dell’arciduca Giuseppe, incaricato dello sfondamento verso Dukla, vide del pari frustrato il suo attacco dall’energica reazione del XII Corpo russo a Czeremcha, anzi il 26 la 17.a Divisione di fanteria austriaca venne rigettata a ovest del Passo di Dukla. Sull’ala sinistra della Terza Armata, infine, anche il III Corpo (Colerus) venne attaccato e respinto.

      Sul cadere del 26 gennaio, pertanto, la situazione era la seguente: l’ala destra della terza Armata austro-ungarica era riuscita effettivamente ad avanzare oltre la cresta dei Carpazi Selvosi, occupando l’importantissimo Passo di Uzsok e raggiungendo la linea dell’alto corso del San, il centro non aveva potuto avanzare; l’ala sinistra era stata costretta, in vari settori, a ripiegare. Diverse cause concorsero al conseguimento di risultati così poco soddisfacenti: il Tosti sottolinea la scarsezza di artiglieria da montagna e la difficoltà di trasporto delle bocche da fuoco campali trainate da cavalli in terreno montuoso; inoltre si delineò, fin dall’inizio, una strenua resistenza da parte dell’avversario. Quest’ultima si spiega facilmente col fato che l’Ottava Armata russa aveva appena raccolto le proprie forze e si preparava, a sua volta, a lanciare una offensiva nei prossimi giorni, anzi a tale scopo era stata rinforzata da aliquote della Terza e dell’Undicesima Armata.

      A noi sembra che un’altra importante ragione dell’insuccesso risieda nel fatto che Conrad, pur avendo rinforzato la sua Terza Armata alla vigilia dell’offensiva con circa 6 divisioni, facendo poi gravitare lo sforzo sull’ala destra, in pratica indebolì la sua azione e si espose a subire un rovescio sull’ala difensiva, la sinistra. Un altro errore fu la mancata, sollecita cooperazione da parte della Quarta Armata, schierata più occidente.

      È ben vero che l’arciduca Giuseppe Ferdinando, che ebbe in questo frangente più lucida visione della situazione, propose al generale Boroevic una azione comune delle ali interne della Terza e Quarta Armata, al fine di colpire l’avversario nel punto di sutura fra le sue Terza e Ottava Armata, cioè fra settore montanop e settore collinare. Una tale manovra del III Corpo e del Gruppo Arz, partendo dalla linea Osenna-Gorlice, avrebbe dovuto avere per obiettivo Zmigród e Jaslo. Ma il Boroevic non aderì, preferendo concentrare gli sforzi sulla propria ala destra; in tal modo pose egli stesso le premesse per un aggravamento della situazione sulla sinistra. Boroevic si attenne strettamente alle linee generali del piano precedentemente stabilito: una volta occupata Baligród, la pianura sembrava ormai vicina; Przemysl non distava che una sessantina di chilometri in linea d’aria, e tale distanza avrebbe potuto ridursi ulteriormente se l’armata di Kusmanek, assediata nella piazza, fosse uscita in campo aperto, aprendosi la strada verso i suoi soccorritori. Tuttavia – e questo fu, appunto, il fatto notevole – Kusmanek non si mosse, perché Conrad non gli ordinò di farlo.

      L’Armata tedesca del Sud, sebbene impreparata,  ottenne qualche successo locale, il Corpo austriaco Hoffmann, che ne costituiva l’ala sinistra, occupò Vezerszállás, cacciandone aliquote della 64.a Divisione russa. A partire dal 26, proprio mentre la Terza Armata austriaca rifluiva sulle posizioni di partenza, le forze di von Linsingen riportarono alcuni successi. Il 27 al passo di Wyszków, il 28 a Verecke; il 1° febbraio fu preso il Passo Beskid e il giorno 3 Tucholka, sul versante galiziano, a valle del passo di Verecke.

      Nel complesso, dunque, si aveva l’impressione che l’offensiva austro-ungarica fosse partita con il piede sbagliato. “Gli Austriaci – scrive uno storico italiano – avevano dimostrato anche in questa occasione di non aver compreso la lezione dell’estate e dell’autunno precedenti. Anziché procedere risolutamente all’attacco, avevano avviato lentamente la loro offensiva, dando tempo al pur tardo gigante russo di reagire con tutto il peso della sua potenza. Lo scopo principale dell’offensiva invernale del generale Conrad era la liberazione della roccaforte di Przemysl, in cui 120 mila uomini del generale Kusmanek languivano. Il piano sarebbe riuscito, probabilmente, se le mosse austriache fossero state fulminee, ma ad ostacolarle intervennero anche le condizioni del tempo. Spesso era necessario combattere nella tormenta, o sotto il vento gelido che scendeva giù dalle gole dei Carpazi.” (20)  Ma il biasimo non può che ricadere su coloro che avevano lanciato l’offensiva, poiché essi avevano avuto il vantaggio di poter scegliere il luogo e il momento in cui colpire per primi.

NOTE

19) Amedeo Tosti, Storia della guerra mondiale 1914-1918, cit. vol. 1, p. 229.

20) Arrigo Petacco, Le grandi battaglie del ventesimo secolo (6 voll.), Roma, 1982, vol. 1, p. 238.

2.     IL CONTRATTACCO DELL’OTTAVA ARMATA RUSSA (26 GENNAIO- 5 FEBBRAIO).

      Presi sul tempo di stretta misura dagli Austriaci, i Russi attaccarono a loro volta a partire dal 26 gennaio, essendo ormai scemato l’impeto dell’offensiva avversaria. Per meglio coordinare l’azione vennero poste sotto il comando del generale Brusilov tutte le forze russe combattenti nei Carpazi, e cioè i Corpi d’Armata XXIV, XII, VIII, VII e XXX (quest’ultimo di recente formazione); così, in pratica, il Gruppo Webel veniva assorbito dall’Ottava Armata e il comando di Brusilov si estendeva sino al confine della Romania.

     Per il 26 Ivanov intendeva agire col grosso dell’Ottava Armata contro il centro e l’ala destra della Terza Armata austriaca, poiché la faticosa avanzata di questi ultimi non appoggiata dall’ala sinistra, sembrava offrire ai Russi l’opportunità di staccarli e distruggerli. Subito dopo, tuttavia, il Brusilov concentrò gli sforzi contro l’ala sinistra della Terza Armata, più debole (inizialmente 4 divisioni in linea fra Gladiszów e Miko), pur premendo fortemente anche la destra. In quest’ultimo settore i Russi spinsero un cuneo fra i Gruppi Szurmay e Puhallo, e il 28 respinsero il XVIII Corpo. Ma l’attacco di Brusilov ebbe per gli Austriaci conseguenze ben più gravi sull’ala sinistra della loro Terza Armata. Il X, il VII e il III Corpo austro-ungarici vennero ancora battuti e costretti ad arretrare.

      La situazione si fece rapidamente grave; il 3 febbraio, profittando di un’epidemia di tifo esentematico che aveva completamente paralizzato l’esercito serbo, anche l’VIII Corpo austriaco venne ritirato dai Balcani e trasportato per ferrovia in rinforzo alla Terza Armata. Per il Comando austriaco fu un ritorno ai giorni bui del novembre-dicembre 1914. A Teschen regnava l’angoscia: il von Cramon ha scritto che non era possibile applicarsi ad alcun lavoro, perché il pensiero riandava sempre lassù, al fronte dei Carpazi, donde non giungevano che cattive notizie.

      A tutto ciò si aggiunse un aperto contrasto fra Conrad e Boroevic, originato dai rovesci che subiva la Terza Armata. Di nuovo, come nella seconda fase della campagna di Limanowa-Lapanów, il primo incitò il secondo a “non cedere più neppure d’un passo”, facendo notare che contro le 15 divisioni della Terza Armata i Russi non ne avevano che 12. Ma il 4 febbraio l’VIII Corpo di Brusilov, traboccando in Val Laborcza, prese la stazione ferroviaria di Mezölaborcz, siull’importantissima linea Przemysl-Satorálja Ujhély, l’arteria vitale ella Terza Armata. Questi rovesci rendevano, inoltre, infecondi i modesti successi ottenuti sulla sua destra dall’Armata tedesca del Sud.

     Le terribili condizioni climatiche e ambientali aumentavano paurosamente il numero delle perdite e la Terza Armata, che il 23 gennaio aveva attaccato con una massa di 130.000 fucili, il 5 febbraio aveva già perduto quasi 90.000 uomini (poco meno del 70% dei suoi effettivi), la maggior parte congelati e ammalati.

      Ha scritto il Veith sulla battaglia dei Carpazi: “Giornalmente si verificano centinaia di casi di congelamento: ogni ferito che non può trascinarsi è condannato inesorabilmente a perire. Il cavalcare diviene impossibile. Intere linee di tiratori si arrendono piangendo, per sottrarsi all’indicibile tormento: presso il reggimento Schützen numero 21,  la linea di tiratori posta sul fronte alla sera vien trovata congelata fino all’ultimo uomo nel mattino successivo.  Nessun carro, nessun mulo può avanzare nell’enorme massa di neve; gli uomini debbono portar da sé le ceste di cucina sulle posizioni, ma i portatori esausti si arrestano, cadono e congelano; per intere giornate i combattenti, con un freddo di -25° centigradi, non ricevono viveri: i viveri di riserva individuali sono divenuti pezzi di ghiaccio e non sono consumabili: per ben sette giorni l’intera 41.a Divisione Schützen, impegnata incessantemente in grave lotta,  non riceve neppure un boccone di rancio caldo; per ben trenta giorni, neppure uno dei suoi uomini riesce a trovare un tetto che lo protegga.” (21)

      Da parte russa, la presa di Mezölaborcz e il cedimento dell’ala sinistra di Boroevic indussero i comandi in inganno, facendo ritenere loro possibile un rapido sfondamento. Il 5 febbraio Ivanov si recò alla Stawka per conferire col granduca Nicola e, a detta del Danilov, gli descrisse i rigori ai quali le sue truppe erano esposte sulle montagne, trovando che l’unica soluzione era quella di rigettare l’avversario dalle cime e scendere in Ungheria, inseguendolo; il granduca parve convinto da tale ragionamento.

     Che la battaglia dei Carpazi avrebbe potuto trascinarsi lungamente incerta, imponendo alle truppe russe i sacrifici del clima e del terreno oltrea quelli dell’offensiva,: questo, evidentemente, non sembrò possibile né all’uno né all’altro. Entrambi erano convinti che la campagna fosse ormai entrata nella fase risolutiva e che il crollo completo del fronte austriaco fosse imminente. Ivanov, comunque, chiese al granduca Nicola ulteriori rinforzi; e questi, che appena undici giorni prima aveva disposto l’invio sui carpazi del XXII Corpo dal fronte della Prussia Orientale (dove Hindenburg si preparava a replicare la “Canne” di Tannenberg nelle foreste innevate di Augustowo), non poté acconsentire. Avrebbe dovuto rendersi conto, però, che l’operazione “limitata” nei Carpazi incominciava ad assorbire forze in misura imprevista, prendendo sempre più l’asoetto minaccioso di una classica battaglia di logoramento.

Da parte austriaca, il generale Boroevic avrebbe voluto disporre l’impiego dell’VIII Corpo d’armata, in arrivo dai Balcani, nel settore di Sztropkó, sulla propria ala sinistra, per ricacciare il XII Corpo russo avanzante a sud del Passo di Dukla. Il Conrad, cui spettava la decisione, rifiutò, pensando dapprima d’impiegare l’VIII Corpo al passo di Uzsok; in effetti, poi, esso venne diviso in due, e metà di esso venne inviata a ovest del passo di Lupków, metà a ovest del Paso di Uzsok. Così, i tanto sospirati rinforzi vennero gettati a spizzico nella battaglia, per tamponare le falle più minacciose e più urgenti, ma senza – si direbbe – una chiara e coraggiosa visione strategica d’insieme, senz’avere il sangue freddo di gettarli in unico settore per tentar di produrre la tanto sospirata decisione, a costo di correre dei rischi calcolati in altri settori del fronte.

      Scrive von Clausewitz: “Una delle caratteristiche della battaglia offensiva è, per lo più, l’incertezza in cui l’attaccante si trova quasi sempre circa la vera situazione dell’avversario: egli brancola nell’ignoto (Austerlitz, Wagram, Hohenlinden, Jena, Katzbach).” (22)  Lanciare una grande operazione offensiva, dunque, significa anche affrontare un certo margine di rischio, non essendo possibile – specie su un terreno e nelle condizioni climatiche esistenti sui Carpazi nel mese di gennaio – conoscere esattamente la disposizione dello schieramento avversario e, ancor più, le vere intenzioni dei suoi comandi. Fino a un certo punto, a parità di forze (e abbiamo visto che i due eserciti contrapposti, nel complesso, si equivalevano), una battaglia offensiva è u si può paragonare a un gioco d’azzardo, in cui vince chi ha il sistema nervoso più robusto e non li lascia prendere dal panico a ogni notizia di cedimento parziale o a ogni minaccia di aggiramento da parte dell’avversario. In questo senso, si può affermare che il Comando supremo austriaco non fu all’altezza del tipo di operazioni che esso stesso aveva scelto di impostare.

NOTE

21) Veith, Vedergang und Schicksal der öst-ung. Armee im Weltkriege, cit. da A. Bollati, I rovesci più caratteristici degli eserciti nella guerra mondiale1914-1918, Torino, 1936.

22) Karl von Clausewitz, Delle guerra, Milano, 1970 (2 voll.), vol. 2, p. 708-09: La battaglia offensiva.

3.  LA RIPRESA DELL’OFFENSIVA AUSTRIACA (6-26 FEBBRAIO).

      Nonostante la critica situazione della sua Terza Armata,  Conrad von Hötzendorf progettò di portarla nuovamente all’offensiva, soprattutto per rioccupare Mezölaborcz, nodo ferroviario di primaria importanza. Inutilmente il capo di Stato maggiore di Boroevic, generale von Boog, cercò di dissuaderlo, in considerazione elle gravissime perdite già subite e del forte stato di esaurimento delle truppe. Fu invece deciso, in vista della nuova offensiva, di sdoppiare la Terza Armata che, dopo l’arrivo dell’VIII Corpo dal fronte serbo, comprendeva ben 18 divisioni di fanteria e 3 divisioni e 1/2 di cavalleria  ed era divenuta (almeno sulla carta!) fin troppo numerosa, e quindi poco maneggevole.

     In realtà, visti anche quali erano i rapporti esistenti fra Conrad e Boroevic, il  Bollati avanza l’ipotesi – non senza fondamento – che ragioni personali non siano state estranee a tale decisione del Comandi supremo austriaco. Si tenga buona nota di questo contrasto strategico, degenerato in animosità personale, fra Conrad e Boroevic: sul Piave, nel giugno 1918, saranno ancora loro a comandare i due gruppi d’esercito destinati a lanciare l’ultima e decisiva offensiva contro l’esercito italiano, il primo dagli Altipiani e dal grappa, il secondo dal medio e basso corso del Piave: e anche lì la loro ostinazione nel voler condurre ciascuno lo sforzo decisivo causerà l’eccessiva dispersione delle forze e, in ultima analisi, la sconfitta nella battaglia da cui dipenderanno le sorti dell’Austria-Ungheria.

     Il 6 febbraio venne richiamato il comando della Seconda Armata austriaca dalla Polonia (ove era sottoposto all’autorità del generale tedesco Woyrsch) e destinato ad assumere la direzione dell’ala destra della Terza Armata. Venne così creata, l’8 febbraio, una nuova Seconda Armata, formata dai Corpi XIX, XVIII, V e dal gruppo Szurmay; quattro giorni dopo il generale Böhm-Ermolli giunse ad Ungvár e ne assunse il comando.

Le disposizioni del Comando Supremo austriaco assegnavano alla Terza Armata  il compito di contrattaccare l’avversario verso i Passi di Dukla e di Lupków, alla seconda  quello di spingersi su Lisko e Sanok.  Quanto ai rinforzi destinati per l’offensiva,  oltre all’VIII Corpo non vi era che il XIX (Trollmann), costituente la riserva generale della Terza Armata e che fu fatto entrare in linea, passando alla Seconda Armata; quest’ultima ricevette pure qualche nuova divisione tratta da settori relativamente tranquilli.

      Fatto significativo, né alla caduta di Mezölaborcz, né durante il tentativo di riconquistarla, Conrad pensò di far intervenire energicamente nella lotta la Quarta Armata dell’arciduca Giuseppe Ferdinando, che non era premuta e che si trovava in posizione abbastanza favorevole per colpire in fianco i Russi avanzanti a sud-ovest del Passo di Dukla. Non pensò neppure di farle attaccare frontalmente la Terza Armata russa, per recare un sollievo indiretto alla vicina Terza Armata austriaca; e neanche, per il momento, si risolse a sottrarre consistenti aliquote della Quarta Armata per rinforzare, con esse, l’armata di Boroevic palesemente in difficoltà. E ciò a dispetto del fatto che i piani generali per l’offensiva, predisposti in gennaio, prevedessero esplicitamente una offensiva della Quarta Armata oltre il Dunajec, in direzione di Jaslo.

      Il 10 febbraio incominciò l’attacco della terza armata austriaca e subitò si trovò ad incontrare gravi difficoltà, tanto che l’avanzata per la valle del fiume Ondava verso il Passo di Dukla rimase ben presto arenata. La Seconda Armata di Böhm-Ermolli perdette ancora terreno sotto la spinta offensiva dell’ala sinistra di Brusilov; tuttavia, nel complesso, il suo arretramento fu meno profondo di quello verificatosi dopo il 26 gennaio da parte della Terza  Armata. Il Gruppo Szurmay, infatti, riuscì a mantenere il possesso del Paso di Uzsok, per il quale si era tanto combattuto  e che costituiva uno dei punti di maggiore importanza strategica di tutto il fronte. Anche nel settore dell’Armata tedesca del Sud le operazioni raggiunsero un punto morto, mano a mano che la resistenza russa si andava irrigidendo. L’avanzata su Tuchla, nodo dell’importantissima ferrovia  Stryj- Munkács, si trascinava con estrema lentezza; specialmente le truppe germaniche risentivano della mancanza di un un addestramento adeguato su quel difficilissimo terreno montuoso. Il tentativo della Terza Armata di riprendere Mezölaborcz si protrasse senza raggiungere alcun successo di rilievo; I Russi contrattaccarono la 21.a Divisione Schützen a partire dal 19 febbraio; e il 20 l’arciduca Giuseppe, essendo falliti tutti i suoi tentativi di avanzare per Ladomermezö verso il passo di Dukla e la Sella di Czeremcha, chiese e ottenne di arretrare il suo VII Corpo.

      Il 17, finalmente, aliquote della Quarta Armata austro-ungarica cooperarono con la sinistra della Terza (III Corpo) per condurre una manovra a doppio avvolgimento contro il XXIV Corpo russo, nel settore dell’altura di Jasionka (metri 705 s.l.m.), a sud di Banica. In realtà,  l’azione si esaurì in un attacco piuttosto timido, che già il 22 venne interrotto, dopo di che le truppe austriache ripiegarono sulle posizioni di partenza. Da quel momento, ogni idea di far intervenire direttamente nella battaglia la Quarta Armata venne accantonato; il Comando Supremo, in compenso, si decise a sottrarle l’XI Corpo, che venne inviato a rinforzare il Distaccamento d’Armata Pflanzer-Baltin, frattanto impegnato nell’avanzata su Dolina. Fino al termine della battaglia dei Carpazi, nel settore del Passo di Dukla e della ferrovia di Mezölaborcz l’iniziativa sarebbe rimasta costantemente nelle mani dei Russi, che continuarono a premere vigorosamente l’avversario.

      Così, per la fine di febbraio il ritorno offensivo della Terza Armata austriaca sin era completamente esaurito, lasciando l’esercito russo padrone dei passi dei Beschidi e saldamente attestato a sud di essi. Tuttavia anche per loro i duri combattimenti e gli enormi sacrifici sostenuti non erano stati coronati da alcun successo decisivo e, per le truppe strenuamente impegnate fra il ghiaccio e la neve, la Pianura Ungherese restava un seducente ma irraggiungibile miraggio.

      Lo storico militare inglese sir Basil Liddell Hart ha così sintetizzato la situazione: “Da gennaio ad aprile, in condizioni atmosferiche quasi proibitive, le forze russe schierate sul fianco meridionale del saliente polacco si batterono per assicurarsi il controllo dei Carpazi e delle vie d’accesso alla pianura ungherese. Ma gli austriaci, con i rinforzi tedeschi, pararono ogni colpo e i russi subirono perdite sproporzionate all’esiguità dei risultati.” (24)

      Hugo von Hoffmansthal, l’illustre scrittore e drammaturgo austriaco, paragonò l’arrestarsi dell’avanzata russa sui Carpazi all’arrestarsi delle orde asiatiche che in tempi lontani si erano infrante contro i bastioni di Vienna, e lasciò un vivido quadro di quelle aspre lotte da cui stava nascendo ciò che egli chiamava lo spirito dei Carpazi: “Questo suolo che imponeva i massimi sacrifici, la dura pena e la disperata difficoltà cui qui la natura sottoponeva gli uomini, giorno e notte, in lotta e in conflitto gli uni con gli altri; la stagione, l’autunno umido e tempestoso, il durissimo inverno, i selvaggi postumi di esso, il rigore del gelo, l’acqua, la terra argillosa che s’attacca in blocchi ai piedi, la neve ad altezza d’uomo, le pianure gelate e viscide, le tempeste, la solitudine, le interminabili notti invernali, le foreste dilacerate e scheggiate dai proiettili, le gallerie franate, i nuovi camminamenti aggrappati alle rocce, i ponti d’emergenza, i pionieri ritti fino al petto nell’acqua gelata, le cime montuose irte di batterie e di postazioni nemiche spazzate via, i treni corazzati improvvisati, le artiglierie trascinate sui monti dagli uomini in cordata: tutto queste cose non sembra più possibile, oggi, togliersele dalla mente.” (25)

NOTE

23) Basil H. Liddell Hart, La prima guerra mondiale, 1914-1918, Milano, 1968, p. 173.

24) Hugo von Hoffmanstahl, Lo spirito dei Carpazi, inGesammelte Werke (Raccolta degli scritti), vol. III, Frankfurt a. M, 1952;cit. in Mario Schettini, La letteratura della Grande Guerra, Firenze, 1968, pp. 1.012-16.

4.     L’OFFENSIVA DEL DISTACCAMENTO D’ARMATA PFLANZER-BALTIN   (21 GENNAIO- 26 FEBBRAIO).

      Mentre la lotta infuriava indecisa nei Beschidi e nei Carpazi Selvosi fino al Passo di Wiszków, più ad oriente e fino alla Bucovina essa pendeva a favore degli Austro-Ungarici. Il Distaccamento d’Armata del generale Pflanzer-Baltin, comprendente anche la  Legione Polacca del tenente colonnello von Haller, in gennaio era stato rinforzato dapprima con 2 divisioni di fanteria e 1 di cavalleria, indi dall’intero XIII Corpo (Rhemen), forte di due divisioni, arrivato dai Balcani.  Esso era stato portato così ad una forza di 52.000 fucili, ed era quindi – numericamente – di poco più forte dell’Armata tedesca del Sud, ma aveva una dotazione d’artiglieria di molto inferiore, neppure 200 pezzi in tutto. Di fronte ad esso stava il Gruppo Dniester del generale russo Webel, molto debole, che teneva Osmaloda, Zielma, Tataróvo, Uscie Putilla e Kimpolung; non occupava u fronte continuo, essendovi vasti tratti scoperti fra un gruppo e l’altro. Tutta la vasta estensione fra il Passo di Jablonica e la frontiera romena, ad esempio, non era presidiata che da aliquote della 71.a Divisione russa e da truppe territoriali.

     Il Distaccamento d’Armata Pflanzer-Baltin, che era ripartito in due gruppi, per l’offensiva stabilita doveva agire in un primo tempo col solo gruppo occidentale, puntando su Delatyn e Nadwórna; il gruppo orientale, ad est di Zabie, avrebbe concorso al movimento solo in un secondo tempo. Per il 22 gennaio, comunque, il XIII Corpo, destinato all’ala sinistra avanzante, non aveva ancora terminato le operazioni di trasferimento; la sua 42.a Divisione stava ancora affluendo per la ferrovia Máramaros Sziget-Jasina-Nadwórna. Tuttavia l’offensiva austriaca si pronunciò subito sotto buoni auspici, soverchiando le truppe di Webel nella valle superiore del Pruth; a partire dal 31 gennaio anche il gruppo orientale si mosse, nella Bucovina meridionale, su tre colonne che puntarono rispettivamente su Izwor, Moldava e Breava.

      Ostacolati dalle difficoltà del clima e del terreno e dalla mancanza di equipaggiamento da montagna,  più che dalla resistenza dei nuclei avversari piuttosto esigui, al principio di febbraio gli Austro-Ungarici avanzarono ulteriormente lungo la valle del Pruth; l’11 erano a sud di Delatyn,  il 14 entravano a Nadwórna e il 16 a Kolomea, superando, con lo sbocco in pianura, le tremende angustie della guerra di montagna. In Bucovina, con rapida avanzata il gruppo orientale scacciò i Russi dall’intera regione, rioccupandone la capitale Czernowitz il 17 febbraio, e compiendo un balzo in avanti di circa 100 km. (25)  Adesso, Conrad pensava di far convergere il Distaccamento d’Armata Pflanzer-Baltin verso Dolina, contro l’ala sinistra di Brusilov, per aiutare l’Armata tedesca del Sud a forzare a sua volta la lina dei Carpazi, e a tal fine aveva dato disposizioni fin dall’8 febbraio.

      Da parte russa, a metà febbraio il generale Ivanov aveva chiesto nuovi rinforzi alla Stawka, ma il granduca Nicola, impossibilitato a sguarnire ulteriormente il fronte germanico,  non poté fare altro che consigliare al suo comandante d’esercito di effettuare una ridistribuzione delle forze sul fronte sud-occidentale. La situazione a nord della Vistola, rimasta tranquilla, lo consentiva, e Ivanov pensò di togliervi importanti contingenti per rinforzare il Gruppo Webel e parare la minaccia di avvolgimento della propria ala sinistra sui Carpazi. Sulla riva destra della Vistola, di fronte all’Armata mista di Woyrsch, e alla Prima Armata austro-ungarica, furono lasciati appena cinque corpi d’armata, e cioè il XIV, il XVI, il Corpo dei Granatieri, il XXV e il XXI (quest’ultimo formato da due sole divisioni di riserva). Queste forze andarono a costituire la Quarta Armata del generale Evert, incaricata di tenere il fronte da Opoczno fino alla Vistola; esso doveva fronteggiare, quindi, anche l’ala destra della nona Armata tedesca.  Il generale della nona Armata russa, Lecitzkij, doveva assumere il comando di tutte le altre forze, che sarebbero andate a rinforzare il Gruppo Dniester di Webel. Si trattava dei Corpi  d’Armata XI, XVII, XVIII e XX e del II Corpo di cavalleria, per un complesso di 8 divisioni e 1/2 di fanteriae 5 di cavalleria.  Il generale Ivanov, inoltre, prese il provvedimento di far passare i due corpi di destra dell’Ottava Armata, il XII e il XXIV, alle dipendenze della Terza Armata di Radko-Dimitriev, e di prescrivere ad entrambe le armate di proseguire l’offensiva nei Carpazi: da quel momento, perciò, anche la Terza armata russa partecipò attivamente alla battaglia.

      Nel momento in cui Pflanzer-Baltin si apprestava a ruotare la propria ala sinistra, per colpire sul tergo il XXII Corpo russo, il concentramento ella Nona Armata russa in quella direzione ne arrestò i progressi,  Il contrattacco russo si pronunciò su Stanislau: il mattino del 20 febbraio la cavalleria austriaca era entrata in città, e già nel pomeriggio elementi della Nona Armata di Lecitzkij la contrattaccarono. Per una settimana l’esito della lotta rimase fluttuante, indecisa. Il 26, finalmente, gli Austro-Ungarici riuscirono a spezzare la resistenza avversaria, e il generale Pflanzer-Baltin ordinò l’inseguimento a fondo in direzione di Halicz.

      Per lo schieramento russo nei Carpazi, la minaccia di avvolgimento che si stava profilando era cosa grave; ma quando la Nona Armata poté gettare nella lotta tutto il proprio peso, i rapporti di forza si rovesciarono e la situazione mutò. Il XIII Corpo austriaco fu volto in ritirata sulla Lomnica; ciò significava il naufragio del progettato avvolgimento su Dolina, e Pflanzer-Baltin si vide costretto a spostare parte delle proprie forze sull’ala sinistra minacciata del Distaccamento d’Armata. Così, se la lotta all’estremità sud-orientale aveva riacquistato, per un breve momento – e anche grazie alla natura del terreno – le caratteristiche della guerra di movimento, le pronte contromisure della Stawka erano riuscite a bloccare i progressi dell’ala destra dello schieramento austriaco, facendo sfumare la prospettiva, apertasi per un momento, di poter mettere in crisi, da sud, tutto il fronte tenuto dai Russi sui Carpazi.

      Si può notare che, proprio negli stessi giorni, le Potenze centrali avevano perso un’altra occasione storica di mettere in crisi il fronte russo, minacciandolo di aggiramento da nord. Nella battaglia di Suwalki-Augustowo, dal 10 al 21 febbraio 1915, i Tedeschi avevano replicato la classica manovra a doppio avvolgimento già sperimentata, l’estate precedente, a Tannenberg e ai Laghi Masuri, questa volta ai danni della Decima Armata russa, che lasciò nelle loro mani circa 110.000 prigionieri (con quattro generali) e 300 cannoni. (26)  Ma il granduca Nicola, muovendo le sue riserve, aveva lanciato un energico contrattacco nella zona di Prasniz il 26-27 febbraio, obbligando l’Ottava Armata a ripiegare. Così era sfumata la possibilità, per i Tedeschi, di cadere da nord sul fianco destro dello schieramento russo in Polonia, così com’era mancata a Pflanzer-Baltin la possibilità di avvolgere, da sud, il loro fianco sinistro in Bucovina e in Galizia sud-orientale.

NOTE.

25) A. P. Wavell, Battles of the Carpathians,  cit., vol. 4, p. 309.

26) Riccardo Posani, La Grande Guerra, 1914-1918, Firenze, 1968 (2 voll.), vol. 1, p. 216.

&    &    &    &    &

PARTE TERZA

LA SECONDA OFFENSIVA AUSTRIACA

1.  I PREPARATIVI AUSTRIACI.

     Il 21 febbraio Hindenburg completava la schiacciante vittoria di Suwalki-Augustowo, in cui la Decima Armata russa subì un colpo gravissimo, perdendo 80-100.000 fra morti e feriti e altri 110.000 prigionieri. (27) Forse una delle cause di questo tremendo rovescio fu la sottrazione del XXII Corpo della Decima Divisione, inviato a rinforzo di Brusilov nei Carpazi; ma è anche possibile che la sua permanenza sul fronte della Prussica Orientale non avrebbe fatto altro che aggravare l’entità del disastro russo. All’indomani della battaglia invernale in Masuria, Conrad ritenne che la Stawka, impressionata dalla sconfitta subita, avrebbe effettuato un arretramento anche nei Carpazi, e quindi ritenne il momento favorevole per riprendere l’offensiva. In realtà il granduca Nicola, non che ripiegare spontaneamente sul fronte dei Carpazi, contrattaccò energicamente anche i Tedeschi, riguadagnando parte del terreno perduto pur senza riuscire a rimetter piede entro i confini della Prussia Orientale.

     Ad ogni modo, da quel momento la Stawka si convinse definitivamente che solo contro gli Austriaci, in quel momento, si sarebbe potuto strappare un successo di portata strategica. Scrive, a questo proposito, il Tosti: “L’incompleto successo della manovra di accerchiamento, l’esaurimento delle truppe, e la forte controffensiva pronunziata dai Russi dalla linea del Narev e del Niemen, dopo la battaglia [di Suwalki-Augustowo], valsero ad impedire al Comando tedesco di cogliere lo sfruttamento strategico del successo ottenuto; ma un successo strategico, indiretto, Hindenburg ottenne ugualmente per il fatto che il Comando russo dovette risolversi, ormai, a far gravitare le operazioni verso sud, rinunciando ad ogni ulteriore in quel disgraziato settore della Prussia Orientale, che gli era costato lo sfacelo di tre armate.” (28)

      Conrad volle rinnovare l’offensiva soprattutto per liberare Przemysl, la cui sorte lo ossessionava, e dove la numerosa guarnigione austriaca aveva dovuto incominciare la macellazione dei cavalli per prolungare la propria resistenza. Per liberare la fortezza, egli mantenne l’intendimento di aprirsi la strada perla via più beve, forzando la catena dei Carpazi; e, in realtà, sorprende che egli non abbia pensato a rinforzare opportunamente il Distaccamento d’Armata Pflanzer-Baltin che, se da un lato era molto più lontano da Przemysl, dall’altro sarebbe stato i grado di muoversi con maggiore rapidità, avendo già superato le montagne. La cosa sarebbe stata possibile, poiché la guarnigione assediata disponeva di vettovagliamenti sufficienti fino alla metà di marzo; inoltre il fallimento della prima offensiva austriaca avrebbe dovuto ammonire il Comando Supremo austriaco a non nutrire infondati ottimismi su difficili operazioni invernali sui monti. Infine, la situazione generale nei Carpazi appariva di per sé piuttosto difficile, senza bisogno di aumentare i rischi con una grande offensiva mirante a raggiungere la media valle del San.

       Come ha sottolineato il maresciallo Wavell, “per la fine di febbraio, quando la Seconda Armata fu pronta ad avanzare, la situazione delle forze austriache nei Carpazi appariva critica, a dispetto della loro superiorità numerica. La sinistra della Terza Armata di Boroevic aveva quasi raggiunto il punto di rottura soto la continua pressione delle truppe di Brusilov, eche avevano conquistato Mezölaborcz e il Passo di Lupków; l’Armata di Linsingen teneva il proprio terreno, ma non poteva fare progressi; l’Armata di Pflanzer-Baltin era minacciata dalla concentrazione di Lecitzkij; e Przemysl era in dolorose strettezze. L’offensiva della Seconda Armata, sebbene dovesse ristabilire la situazione, richiedeva pertanto un successo rapido e strepitoso.” (29). Ora, esistevano delle fondate speranze in un tale decisivo successo, alla luce delle recenti e mortificanti esperienze? La risposta può darla l’atteggiamento dello stesso comandante della Seconda Armata, generale Böhm-Ermolli, che – a detta della Relazione Ufficiale austriaca – “non si faceva illusioni” e solo dopo molte incertezze decise l’attacco, per espresso volere di Conrad che intendeva a ogni costo liberare Przemysl. (30)

      L’operazione venne dunque affidata alla Seconda Armata, che era stata rinforzata con circa 7 divisioni tratte dalla Polonia e dalla Quarta Armata. Il generale Böhm-Ermolli formò un cuneo d’urto di 50.000 fucili agli ordini del generale Tersztyanszky, il quale doveva attaccare a cavallo della strada Cisna-Baligród (quest’ultima località era tata frattanto rioccupata dai Russi).  L’azione avrebbe dovuto essere condotta dal XIX Corpo e dal Gruppo Schmidt, e cioè gravitare sull’ala sinistra della Seconda Armata; perciò furono presi accodi con Boroevic per una cooperazione fra l’ala destra della Terza Armata (X e VII Corpo) e la Seconda. Tale cooperazione era tanto più importante, in quanto l’attacco principale di Tersztyanszky avrebbe dovuto essere preceduto da un’azione al Passo di Lupków, mirante ad assicurare la protezione del fianco sinistro del gruppo avanzante.

      Alle già enormi difficoltà tattiche e logistiche dell’impresa si aggiunsero le piogge abbondanti e un aumento della temperatura, che trasformando la neve in fango resero intransitabile la principale via di comunicazione dell’armata, la strada Taksány-Cisna-Baligród. Sela strada, trasformatasi bruscamente in un autentico fiume di fango, poté essere riattivata ,e l’attacco su Lupków iniziare con sole 24 ore di ritardo sul piano stabilito, ciò costituisce un grande merito per gli Austriaci, che affondavano penosamente nella mota con uomini, animali e carriaggi.

      Da parte russa, però, il generale Ivanov aveva provveduto a rinforzare l’ala sinistra della sua Ottava Armata, deciso non solo a respingere ogni ulteriore tentativo di avanzata dell’avversario, ma anche ad attaccare a sua volta, non appesala situazione lo avesse reso possibile. Nonostante l’aggressività del comandante russo, tuttavia, i rapporti di forze nei Beschidi e nei Carpazi Selvosi, fra il Passo di Lupków e il Passo di Uzsok, rimanevano nettamente favorevoli agli Austriaci, poiché a fronte della loro Seconda Armata non vi erano che l’VIII Corpo russo rinforzato, la cavalleria del khan  di Nakhicevan ed aliquote dell’Undicesima Armata.

NOTE

27) Secondo S. Andolenko, op. cit., p. 357, le perdite complessive nella campagna del gennaio 1915 in Prussia Orientale furono di oltre 80.000 unità per i Tedeschi e di 200.000 per i Russi.

28) Amedeo Tosti, Op. cit., vol. 1, p. 235.

29) A. P. Wavell, Battles of the Carpathians, vol. 4, p. 909.

30) Kriegsarchiv, L’ultima Guerra dell’Austria-Ungheria, cit.

2.     L’ATTACCO DELLA SECONDA E TERZA ARMATA AUSTRIACHE (27 FEBBRAIO-15 MARZO).

      Il 27 febbraio incominciò l’attacco preliminare dell’ala sinistra di Tersztyanszky (XIX Corpo) su Lupków, e si trascinò fino al 1° marzo senza registrare alcun risultato decisivo. L’attacco principale su Baligród incontrò anch’ess una fortissima resistenza e portò agli Austriaci dei guadagni territoriali molto esigui. Il Gruppo Tersztyanszky schierava 52.000 fucili, contro soli 37.000 dei Russi,  con un vantaggio di quasi 3 a 2 per gli Austriaci; ma le grandissime difficoltà del terreno, la strenua resistenza dell’avversario e i massicci fenomeni di diserzione e passaggio al nemico di numerose unità slave (specialmente ceche e ucraine) e di quelle romene, ne frenarono ben presto l’avanzata.

      Quanto alla Terza Armata di Boroevic, il suo attaco iniziato il 26-27 febbraio sortì ancor minore risultato: proprio la sua ala destra, che avrebbe dovuto cooperare con la sinistra della seconda Armata verso Lupków, venne immediatamente contrattaccata col massimo vigore dal XII Corpo russo e rimase inchiodata. Questi risultati erano tanto più deludenti, in quanto – secondo la stessa Relazione Ufficiale di Vienna – la Seconda e la Terza Armata austriache disponevano di ben 21 divisioni, con 120.000 fucili, contro un numero di divisioni russe che andava da un minimo di nove a un massimo di tredici. (31)

      Prendendo atto degli scarsissimi progressi fatti dalla Seconda Armata ed il completo insuccesso della Terza, Conrad – finalmente – si decise a far intervenire nell’operazione anche la sua Quarta Armata, forte di 100.000 fucili.

      L’attacco venne lanciato il 7 marzo dalle truppe dell’arciduca Giuseppe Ferdinando nella direzione di Gorlice e Jaslo, ma non ottenne risultati apprezzabili perché il generale Radko-Dimitriev, che già aveva assunto il comando dei due corpi dell’ala destra di Brusilov nei Beschidi, manteneva un buon nerbo di forze anche sul Dunajec. Ciò permise alla sua Terza Armata di arrestare l’attacco austriaco, senza che l’azione sul fronte montano ne risultasse indebolita.

      Il 2 e il 3 marzo i Russi contrattaccarono violentemente il Gruppo Tersztyanszky e l’ala destra di Boroevic. La lotta si svolse, asperrima, soto incessanti bufere di neve, i Russi , alla fine, vennero fermati. Pericolava frattanto, però, anche l’ala destra della Seconda Armata di Böhm-Ermolli, dove elementi del V Corpo austriaco dovettero sgomberare la riva destra del San presso Chmiel (catena dell’Odryt); una testa di ponte venne mantenuta più a monte del fiume. Nel settore della Terza Armata austriaca la situazione continuava ad essere difficile: il VII Corpo dell’arciduca Giuseppe perdette, in soli cinque giorni – dal 1° al 5 marzo, il 60% dei propri effettivi, e vide infranto il suo attacco inziale, come pure il X Corpo operante a cavallo della Val Laborcza.

      Nel mese di marzo il generale Conrad inviò alle sue truppe nei Carpazi il seguente comunicato: “Quando lo scacco locale di una unità induce delle divisioni e degl’interi corpi d’armata ad abbandonare le loro posizioni e tali avvenimenti sono accettati senza altre manifestazioni che delle semplici parole di rammarico, ci si aspetta da ciò che la fiducia dell’Alto Comando nella volontà di resistere dei comandanti subordinati e delle truppe soffra di questo stato di cose. Il pensiero che prova all’idea che questa o quella parte del fronte non tenga più paralizza le sue decisioni e gli impedisce di perseguire ogni scopo positivo.” (32)

      Sembra quasi il linguaggio che userà il generale Cadorna l’indomani di Caporetto: se le operazioni vanno male, la colpa è tutta dei soldati che non hanno voglia di battersi, punto e basta. Nessuna autocritica, nessun ripensamento sulla noncuranza con cui intere armate sono state gettate in una battaglia invernale sulle cime dei monti, senza nemmeno un equipaggiamento adatto; nessuna riconoscenza per gli eroici sacrifici sopportati in condizioni addirittura disumane. Una durissima reprimenda che getta l’ombra del disprezzo non solo sul povero fante, affamato e semiassiderato, ma anche sui comandi di divisione, di corpo d’armata e d’armata: tutti deboli e incapaci; solo il Comando Supremo non ha commesso errori e solamente esso può chiedere conto del fallimento dell’offensiva. E tutto questo da parte di un uomo, Conrad von Hötzendorf, che anni esercitava fortissime pressioni politiche sul governo perché si arrivasse a una guerra con la Serbia, con la Russia, con l’Italia (quest’ultima formalmente sua alleata, e proprio in occasione del terremoto di Messina del 1908); che da anni vi si preparava e ne studiava i piani, e che nel luglio del 1914 aveva visto giungere l’occasione tanto a lungo desiderata. È già stato osservato che Conrad, a detta anche dei suoi estimatori, aveva la tendenza a non saper proporzionare i mezzi ai fini della sua strategia: ciò significa, per un condottiero di eserciti, esporre le proprie forze a subire perdite eccessive e a intraprendere compiti difficilmente realizzabili. Logico quindi, davanti al fallimento, che egli andasse alla ricerca dei “colpevoli”: e quali colpevoli più adatti dei soldati e dei comandi subordinati?

       Boroevic, che pur non avendo ancora dato il meglio di sé (lo darà sull’Isonzo, contro l’esercito italiano) era uno stratega realistico e sapeva farsi amare dalle truppe, conosceva anche il modo di ottenere da esse il massimo del sacrificio, incitandole e incoraggiandole e non svilendole e denigrandole. Forse, alla radice del contrasto fra i due uomini, c’era proprio questo diverso modo di rapportarsi ai fattori concreti della guerra, a cominciare dal “materiale” umano. Boroevic poteva trasformare un’armata stracciata e denutrita in una magnifica macchina da guerra; Conrad, tutto chiuso nei suoi piani e nelle sue dottrine, esigeva troppo dai soldati e ne feriva i sentimenti con un atteggiamento altero e distaccato.

      L’8 marzo gli Austriaci riuscirono, finalmente, a riportare qualche vantaggio; ma, dopo essere stati in grado di assicurare la protezione del fianco per l’attacco principale su Baligród, mancò loro l’energia per sopraffare la resistenza dell’VIII Corpo russo. Inoltre la cooperazione dell’artiglieria con la fanteria si dimostrò insufficiente, e anche l’appoggio sui fianchi del nucleo d’attacco risultò inadeguato.

      La situazione dei Russi, comunque, non era certo meno precaria, tanto che il comandante dell’VIII Corpo chiese di poter ripiegare su Sanok, sgombrando le proprie posizioni in montagna, ma ne ebbe dal Brusilov un netto rifiuto. I due corpi di destra della Terza Armata austriaca,  il X e il VII, vennero a loro volta attaccati, ma resistettero; Boroevic, però, fu costretto a mettersi sulla difensiva. Così, al termine della prima decade di marzo anche la seconda, grande offensiva austro-ungarica poteva dirsi virtualmente esaurita: la Terza Armata si limitava a tener fermo e la Seconda Armata, nonostante le gravi perditee gli enormi sacrifici sopportati, guadagnava pochissimo terrenoe non riusciva ad ottenere alcun risultato veramente decisivo.

      A parire dall’11 marzo l’iniziativa passò decisamente ai Russi, che attaccarono vigorosamente l’XI Corpo austriaco a Wola Michowa, nel setore di Lupków, minacciandone lo sfondamento. I progressi di Tersztyanszky su Baligród furono insignificanti, mentre – sulla sua destra – il V Corpo fu costretto a sgomberare completamente la riva destra del San. Il 13, finalmente, la resistenza dell’XI Corpo venne spezzata,  e l’VIII Corpo russo realizzò lo sfondamento a Wola Michowa. Da questo momento ogni ulteriore sforzo austriaco in direzione di Baligród diveniva impossibile, e il 15 Böhm-Ermolli, constatando l’avanzata minacciosa dei Russi, ordinò a Tersztyanszky di sospendere l’offensiva; altrettanto fecero i due corpi di destra della Terza Armata di Boroevic. Con ciò il comandante della Seconda Armata non fece altro che sancire ufficialmente una situazione di fatto nella quale gli Austriaci non erano più in grado di attaccare, ma dovevano cercar di parare l’offensiva sempre più implacabile dei Russi.

     Scrive lo storico inglese Martin Gilbert: “Il 20 marzo, lo stesso in cui alla Russia venivano promessi in segreto Costantinopoli e gli Stretti, Brusilov fece prigionieri 2.400 austriaci nei pressi di Smolnik. A Okna [in Bucovina], il 22 marzo, giorno di Pasqua, i cavalleggeri circassi sopraffecero con un attacco a sorpresa  una postazione austriaca. Un sergente croato, Josip Broz (che sarebbe poi diventato, con il nome di Tito, il capo comunista della Iugoslavia) fu ferito alla schiena da una lancia. ‘Svenni’ ricordò Tito. ‘Poi i Circassi cominciarono a massacrare i feriti, squartandone alcuni con i pugnali. Fortunatamente arrivarono i fanti russi e posero fine a quell’orgia di sangue.’ Broz fu fatto prigioniero.” (33)

      Anche l’ultimo tentativo di sbloccare Przemysl dall’esterno poteva dirsi, perciò, definitivamente fallito. La piazza, ormai, aveva quasi esaurito i viveri, mentre l’Undicesima Armata di Selivanov aveva iniziato una serie di attacchi contro la sua cintura esterna. Una delle principali ragioni che avevano indotto Conrad a intraprendere l’intera operazione nei Carpazi, forse la principale, veniva meno: con amarezza il Comando austriaco doveva constatare che le privazioni e le gravissime perdite subite dall’esercito per liberare la piazzaforte non erano praticamente servite a nulla. Era un bilancio fallimentare; e tuttavia non da scoraggiare l’ostinato capo di Stato Maggiore austriaco, che già inoltrava presso il Comando tedesco una nuova richiesta di rinforzi per riprendere l’offensiva.

NOTE

31) Kriegsarchiv, L’ultima guerra dell’Austria-Ungheria, cit.

32) A. von Cramon, Op. cit.

33) Martin Gilbert, La grande storia della prima guerra mondiale, Milano, 1998, pp. 175-76.

3.     LE LOTTE NELLA GALIZIA SUD-ORIENTALE (27 FEBBRAIO- 22 MARZO).

    Per il 27 febbraio Brusilov ordinò a Lecitzkij un attacco generale verso Nadwórna e Delatyn per “acchiappare e distruggere il Distaccamento d’Armata Pflanzer-Baltin”. Ancora una volta, però, l’ingenuità dei Russi permise agli Austriaci di venire a conoscenza di tali disposizioni, mediante la decifrazione di radiotelegrammi. Scrive il capo dello spionaggio austro-ungarico: “Nonostante le grandi spese e le fatiche sostenute, i Russi non riuscirono a saperne tanto quanto noi e i tedeschi ne sapevamo sul conto loro ed essi stessi ripetutamente lo riconobbero. Essi si spiegavano ciò col tradimento di alti ufficiali delle sfere di corte e del Comando Supremo, ma non pensando invece che eravamo riusciti a c0noscere tutti i loro cifrari – e se n’erano serviti di ben sedici – sospettarono dapprima e poi supposero che noi ce li fossimo procurati col denaro. Ed allora procedettero brutalmente contro supposte spie.” E conclude: “Questa [della battaglia dei Carpazi, cioè] fu l’epoca d’oro del servizio radio.” (34)

      In effetti, i servizi segreti austro-ungarici si mostrarono molto efficienti sul fronte russo: fu l’Evidenz Bureau a procurarsi la chiave del codice di decifrazione di Mosca, e a sua  volta la trasmise all’ufficio III/B tedesco. Scrive E. Bauer, uno dei massimi esperti in materia: “L’onore di questo successo spettaall’ufficiale ungherese Pokorny. Con l’aiuto del posto ricevente del Gran Quartier generale, egli intercettava i messaggi cifrati russi. I telegrammi lasciatono trapelare il loro segreto, grazie a un tenente che conosceva alla perfezione le particolarità delle lingue slave. Da quel momento, gli Austro-Ungarici lessero gli ordini dello Stato maggiore russo alle unità impegnate sul fronte. Ottennero così successi tattici che sconcertarpono i loro avversari. Un cambiamento di codice non permise ai Russi di ristabilire il segreto delle operazioni.” (35)

            Pur informato dei movimenti di Lecitzkij, dapprima Pflanzer-Baltin insistette nel tentativo di aprirsi la via verso Dolina; ma già il 28 la pressione crescente dei Russi lo costringeva ad effettuare i primi arretramenti nella zona di Stansilau. Egli pensò allora di organizzare il suo Gruppo d’Armata su una linea di resistenza a nord di Stanislau, sulla Bystrzyca e sulla Lomnica, in attesa di ricevere rinforzi; ma la grave situazione del suo XIII Corpo lo decise, nella notte dal 2 al 3 marzo, ad effettuare un più profondo ripiegamento verso sud. La manovra su Dolina era ormai sfumata, essendo il Gruppo d’Armata Pflanzer-Baltin ridotto quasi alla metà della sua forza iniziale (28.000 fucili), e duramente impegnato da forze aversarie che, secondo la Relazione Ufficiale austriaca, erano doppie in fatto di fanteria, e triple in cavalleria.  In tal modo la Stawka, pur non essendo riuscita a riguadagnare la maggior parte ddel terreno perduto in Galizia orientale e a rigettare gli Austriaci sui monti, aveva però raggiunto l’importantissimo obiettivo strategico che si era prefisso col trasporto della Nona Armata dalla Polonia, e cioè quello di sventare la minaccia di avvolgimento della proporiaala sinistra sui Carpazi.

      Tale risultato era stato raggiunto senza aver dovuto effettuare alcun ripiegamento dell’ala sinistra di Brusilov davanti all’Armata tedesca del Sud, anzi tenendo ben saldamente le posizioni sulle montagne. Per gli Austriaci, pertanto, lo sbocco in pianura della loro estrema ala destra rimaneva strategicamente infecondo, almeno fino a quando l’invio di nuovi rinforzi a Pflanzer-Baltin non avesse consentito di riprendere la manovra su Dolina. L’XI Corpo della Quarta Armata (Ljubicic) venne, alla fine di febbraio, inviato in rinforzo al Pflanzer-Baltin, e fu fatto entrare in linea sulla destra del XIII, ma la scarsissima potenzialità delle ferrovie in quella regione costituiva un grave impedimento alla rapida concentrazione delle forze. Che la situazione si fosse fatta alquanto critica anche per i Russi, comunque, lo dimostra il fatto che proprio il 2 marzo, mentre il generale Pflanzer-Baltin si apprestava ad effettuare il ripieamento, Ivanov aveva chiesto al granduca Nicola che gli fosse inviato il III Corpo d’Armata caucasico per fronteggiare, secondo quanto afferma il Danilov, la minaccia di avvolgimento austriaca verso Stansilau. Ciò aveva indotto il granduca a decidere il trasporto del XXXIII Corpo, tuttora in corso di formazione, in appoggio alla Nona Armata.

     Il Distaccamento d’Armata Pflanzer-Baltin, rinforzato dall’XI Corpo, fu in grado di far diga contro il ritorno offensivo della Nona Armata russa, che era avanzata a sud di Stansilau e fino alla valle del Pruth nella Bucovina settentrionale. La manovra su Dolina venne comunque accantonata dagli Austriaci, perché ormai priva di possibilità favorevoli, e il loro nuovo schieramento venne assunto in funzione della resistenza contro l’Armata di Lecitzkij nella Galizia sud-orientale. Vi fu un periodo di combattimenti con esito alterno, ma con scarsi mutamenti territoriali, che si conclusero il 18 marzo con l’arresto dell’offensiva russa.

      L’Armata tedesca del Sud, nei Carpazi, fin dal 27 febbraio aveva tentato ostinatamente di forzare la linea avversaria per sboccare anch’essa su Dolina, già obiettivo dell’azione del Pflanzer-Baltin. Lo sforzo principale degli Austro-Tedeschi venne esercitato perla via più breve attraverso i monti, oltre il Passo di Wyszków. L’obiettivo era a soli 40 km. di distanza all’incirca, ma le truppe di Linsingen non addestrate alla guerra di montagna, prive di una decisa superiorità numerica  e ostacolate dal freddo e dalla neve, non riuscirono a sopraffare la tenace resistenza dei Russi. Vennero bensì ottenuti dei successi locali tra la fine di febbraio e il 1° marzo, ma quando – il 7 marzo – l’attacco fu ripreso sotto incessanti nevicate e con temperature di oltre -20° centigradi, gli esigui vantaggi ottenuti non valsero a compensare gli enormi sforzi e le perdite subite.

      L’attacco austro-tedesco si trascinò fino al 22 marzo e non raggiunse in alcun momento risultati apprezzabili; a quella data, peraltro, il Distaccamento d’Armata Pflanzer-Baltin aveva smesso di cooperare alla manovra su Dolina, mutando schieramento e limitandosi ad arginare l’avanzata russa.

    Osserva lo storico inglese David Stevenson: ” Le perdite [austriache] nei Carpazi  tra gennaio e aprile (soprattutto per il freddo e le malattie) raggiunsero una cifra el’ordine di quasi 800.000 uomini e, nonostante tutto, in marzo la fortezza e la sua guarnigione [ossia di Przemysl] di 117.000 uomini si arresero: una notizia che fecepiangere persinolo stoico Francesco Giuseppe. Nel frattempo, con i loro contrattacchi, i Russi avevano conquistato le sommità dei passi carpatici e pianificarono di spingersi nella pianura ungherese. Con l’Italia e, forse, la Romania decise a unirsi agli Alleati, la minaccia per l’Austria-Ungheria sembrò molto grave e Conrad comincuiò a pensare a una pace separata. Dopo la caduta di Przemysl, Falkenhayn decise di inviare altre truppe, non dicendo però nulla a Conrad fino a quando le tradotte furono in movimento, e tenne i rinforzi sotto controllo tedesco inuna nuova Undicesima Armata sotto il comando di August von Mackensen. Di fatto, questi non rispondeva né agli Austriaci néa Hindenburg, che si inimicò  respingendo le loro proposte di una gigantesca operazione a tenaglia dove le forze tedesche avrebbero invaso la Polonia da nord convergendo con quelle austriache da sud.non soltanto Falkenhayn dubitava che questa manovra fosse fattibile, ma non voleva nemmeno che la Russia fosse completamente rovinata. Al contrario, credeva che la Germania dovesse tirarsi fuori dalla guerra dividendo i suoi nemici. Profondamente colpito dalle enormi perdite e dal fallito sfondamentonella prima battaglia di Ypres, Falkenhayn, contrariamente ai capi dell’Ober Ost [cioè Hinenburg e Ludendorff], dubitò che fosse possibile un esito decisivo analogo a quello del 1870, osservando che per la Germania sarebbe già stata una vittoria non perdere la guerra.: la pressione militare era necessaria per obbligare i Russi a negoziare, ma non si doveva né umiliarli né conquistare territori che avrebbero potuto impedire un compromesso.” (36)

NOTE

34) Max Ronge, Op. cit.

35) Eddy Bauer, La guerre secrète, Parigi, Jaspard, Polus & C., trad. ital. Novara, 1971, vol. 1, p.178.

36) David Stevenson, Storia della prima guerra mondiale 1914-1918, Milano, 1994, pp. 202-03.

PARTE QUARTA

L’OFFENSIVA  RUSSA

      1. LA SORTITA DI KUSMANEK E LA CADUTA DI PRZEMYSL  (19- 22 MARZO).

   La situazione della guarnigione di Kusmanek era ormai estremamente grave: il vettovagliamento era assicurato solo fino al 24 marzo e le razioni erano già molto ridotte, con effetti debilitanti per i difensori. Dal 9 febbraio le artiglierie russe iniziarono un bombardamento che proseguì quasi ininterrottamente sulle posizioni avanzate e sulla cintura esterna dei forti, e strinsero il cerchio dell’assedio a nord-ovest e a sud-est di Przemysl, davanti al gruppo di opere di Siedliska. I combattimenti con la difesa mobile della fortezza furono accaniti; nella notte  fra il 14 e il 15 marzo i Russi occuparono le posizioni avanzate di Na Gorach-Batycze sulla frontiera settentrionale. La scarsezza di viveri diventava sempre più grave, benchè 9.000 cavalli fossero già stati macellati: quei cavalli che avrebbero dovuto rendere possibile una eventuale sortita e il traino dei pezzi d’artiglieria da campagna. Il 17 marzo tre palloni aerostatici abbandonarono Przemysl per cercar di portare i documenti e le finanze nella zona controllata dall’esercito austriaco: invece, a causa del vento contrario, caddero tutti in territorio russo, presso Sokal e Brest-Litowsk. Gli effettivi da combattimento della guarnigione erano diminuiti, durante il secondo assedio cominciato il 6 novembre 1914 (il primo era durato dal 24 settembre all’11 ottobre), di 24.000 unità, in gran parte ammalati.

      Prima che l’esaurimento delle scorte di viveri e munizioni lo costringesse a capitolare, su richiesta del proprio Comando Supremo il generale Kusmanek decise di fare un ultimo tentativo di rompere il blocco e tentare il ricongiungimento con la Terza e la Seconda Armata austriache nei Carpazi. Considerando, però, lo stato di prostrazione delle sue truppe dovuto alla sottoalimentazione (per fare un utile paragone, è stato calcolato che nella battaglia del giugno 1918, sul Piave, il peso medio di un soldato austriaco si aggirava sui 50 kg.), è quasi certo che il comandante austriaco non si cullava in pericolose illusioni:  i suoi scopi fondamentali erano, ormai, la resa con l’onore delle armi e, se possibile, un alleggerimento della pressione russa sui Carpazi, attirando contro di sé il maggior numero di forze nemiche possibile. (37)

      Dopo varie indecisoni sulla direzione più opportuna per effettuare quest’ultimo tentativo, Kusmanek risolse di effettuarlo su Gródek e Lemberg, pensando di sorprendere i Russi dalla parte più inattesa, e in tal senso radiotelegrafò, il mattino del 19, al Comando Supremo. Conrad non glielo vietò, limitandosi a consigliare, al contrario, di tentar di sfondare verso Sambor, in direzione della quale operava l’ala destra della Seconda Armata dalla cresta dei Carpazi. Ma Kusmanek non recedette dal suo piano, considerando – e non a torto – che le difficoltà del terreno montano a  sud della piazza avrebbero favorito la resistenza dei Russi e rallentato la sua marcia, la quale invece avrebbe dovuto basarsi – per sperare in un minimo di successo del fattore sorpresa – sulla massima celerità di movimenti. Avanzando verso est, la guarnigione avrebbe potuto attingere alle provviste dell’Undicesima Armata russa  a Mosciska e a Sadowa Wisznia e poi, compiendo una serie di marce, avrebbe dovuto tentare di ricongiungersi col Distaccamento d’Armata Pflanzer-Baltin che, in quel momento, combatteva a sud di Stanislau. L’operazione di sfondamento era affidata a un cuneo d’urto, al quale avrebbe poi dovuto tener dietro l’intera guarnigione, dopo aver fatto saltare tutti i forti della cintura, distrutto i cannoni e il materiale da guerra.

      Si trattava, in realtà, di un piano disperato e chimerico, e lo si vide subito: alcuni soldati del gruppo destinato all’attacco, non appena ebbero lasciato gli alloggiamenti per concentrarsi, svennero per la fame: tale era lo stato di prostrazione fisica degli assediati. Per di più il comando della fortezza, comunicando con Teschen per informarla del tentativo imminente, aveva permesso ai Russi di venirne a conoscenza, mediante la decrittazione dei radiotelegrammi. Anche le condizioni meteorologiche erano particolarmente sfavorevoli: pareva davvero che tutto congiurasse contro l’estremo tentativo della guarnigione di Przemysl di mettersi in salvo, sottraendosi ai temutissimi campi di prigionia della Siberia.

     Raccolte, sotto un tempo inclemente, le truppe destinate alla sortita, con la pioggia e la neve che rendevano pessimo lo stato delle strade, all’alba del 19 marzo Kusmanek sferrò l’attacco. Mentre le batterie russe reagivano con un tiro violento, la 48.a Divisione di riserva russa contrattaccò sul fianco il nucleo delle forze austriache costituito dalla 23.a Divisione honvéd (truppa territoriale ungherese), l’unica unità attiva dell’intero presidio. Fu un inutile massacro: gli Ungheresi persero il 68% degli uomini e dovettero ripiegare precipitosamente, insieme a tutto il resto della guarnigione, ripassando dietro i reticolati insanguinati già nel primo pomeriggio. I progressi della sortita erano stati minimi: a sud di Medyka, nel punto di massima avanzata, gli Austriaci non si erano spinti neppure due chilometri oltre la linea avanzata di protezione.

     Orami era finita. Kusmanek, prima di innalzare la bandiera bianca, spedì a Vienna a Francesco Giuseppe il seguente telegramma (che, come già abbiamo detto, fece scoppiare in lacrime il vecchio imperatore):

      “Maestà!

       “Ringraziando in nome del presidio di Przemysl, con profonda commozione, per le calde parole di augurio di V. M., informo che oggi il presidio stesso ha tentato lo sfondamento. Debbo però con profondo dispiacere comunicare, con subordinata fedeltà, che tale tentativo non è riuscito. Le truppe, in combattimenti disperati durati sette ore, sotto una tormenta di neve contraria, ponendo in giuoco le loro estreme energie, hanno cercato di sfondare . Dopo gravi lotte, nelle quali la 23.a Divisione di landsturm ungherese, sempre tanto valorosa, ha perduto – per quanto finora si può saperne – metà della propria forza, ed anche le altre truppe hanno gravemente sofferto, è stato necessario ritornare dietro la cinta della piazza. Poiché l’attuale completa spossatezza delle truppe renderebbe privo di qualsiasi probabilità di buon esito il rinnovare il tentativo di sfondamento, manterrò il possesso della piazza fino all’estremo limite possibile, allo scopo di essere utile ancor quanto si possa ai fini dell’esercito doi campagna col vincolare le forze avversarie che qui si trovano.

      “Fedeli al nostro giuramento, e con infinito affetto e devozione per V. M., resisteremo fino all’ultimo.

                                                                        “KUSMANEK, generale di fanteria.”

      Il 20 marzo l’imperatore austriaco rispose al difensore di Przemysl con il seguente telegramma:

      “Pur essendo profondamente addolorato per il fallimento dell’audace tentativo di sfondamento effettuato ieri dal presidio di Przemysl a causa della preponderanza avversaria, guardo con orgoglio all’incomparabile spirito di sacrificio dei valorosi ai quali la sorte non ha arriso.

      “Rivolgo il mio ringraziamento di tutto cuore a tutti coloro che hanno combattuto colà, e invio il Mio memore ricordo a quelli che hanno gloriosamente lasciato la vita sul campo dell’onore.

      “Nel più lontano avvenire la storia continuerà a ricordare le gesta dei guerrieri dell’Austria-Ungheria nell’ostinatissima difesa della piazza di Przemysl: essi hanno tenuto fermo valorosamente fino al momento estremo.”

                                                                            “FRANCESCO GIUSEPPE” (38)

      Il destino di Przemysl era ormai deciso. Il 21 si radunò il consiglio di difesa che decise la resa per il giorno seguente, essendo giunta l’autorizzazione da Teschen. Vennero quindi distrutti o resi inservibili le opere difensive e il materiale da guerra, le strutture ferroviarie e il materiale rotabile; quindi, sparati tutti i proiettili rimasti, i cannoni vennero distrutti con cariche esplosive o con cartucce di ecrasite, ad eccezione dei tipi più antiquati. All’ultimo momento vennero fatti saltare anche i cinque ponti sul San.

      Il mattino del 22 marzo la “seconda Metz” (o la “seconda Liegi”, come da molti esperti di cose militari era chiamata la piazzaforte galiziana) si arrese. Caddero così in prigionia 8 generali, 2.593 ufficiali e 117.000 sottufficiali e soldati di truppa. (39) Non è ben chiaro come sia nata, e sia perdurata nel tempo, la leggenda che il comandante austriaco si fosse sottratto alla cattura, fuggendo in aereo. (40) Kusmanek, invece, seguì il destino dei suoi uomini nella lunga prigionia che li attendeva in Russia.

      “Alcuni giorni dopo la conquista di Przemysl – riportiamo le parole di un autore italiano – giunse in visita ai reparti impegnati in prima linea lo zar Nicola II, che passò in rivista la guardia imperiale comandata dal generale Brusilov. Ciò dimostra l’ottimismo imperante in campo russo dopo l’importante vittoria. Ormai l’Ungheria sembrava a portata di mano e, di certo, si pensava che non potesse più sfuggire alla conquista.” (41)

NOTE

37) Secondo il generale Danilov, invece,  al Kusmanek il Comando Supremo di Teschen avrebbe fatto credere in una sicura liberazione da parte dell’esercito austriaco di campagna. Cfr. Y. Danilov, Op. cit.

38)  Kriegsarchiv, L’ultima guerra dell’Austria-Ungheria, cit., vol. II.

39) Secondo lo Stegemann caddero nelle mani dei Russi 44.000 combattenti, 28.000 ammalati e 45.000 non combattenti. Ved. H. Stegemann, Geschichte des Krieges, Stoccarda-Berlino, 1918-1921, vol. 3.

40)  Riportata da Martin Gilbert, La grande storia della prima guerra mondiale, cit., p.176.

41)  Eugenio D’Antoni, Storia della prima guerra mondiale, 1914-1918,  Pordenone, 1978 (3 voll.), vol. 1, p. 112.

2.     L’ATTACCO DELLA TERZA E OTTAVA ARMATA RUSSE (20-31 MARZO).

      Anche dopo il fallimento dell’ultimo tentativo di liberare Przemysl dall’esterno (15 marzo) Conrad volle riprendere ugualmente l’offensiva nei Carpazi, rinforzando il Distaccamento d’Armata Pflanzer-Baltin e, con esso, aprire lo sbocco dai monti all’Armata tedesca del Sud e alla seconda Armata. Ma già il 20 marzo, ancora una volta, venne prso sul tempo dai Russi, nelle cui mani – da quel momento in poi- passava definitivamente l’iniziativa.

      Dopo l’arresto dell’offensiva della seconda Armata austriaca e dell’ala destra della Terza Armata alla metà di marzo, Ivanov era ormai sicuro della caduta imminente di Przemysl e poté rivolgere, quindi, tutta la propria attenzione al fronte dei Carpazi, iniziando l’attacco prima ancora di attendere l’ormai certa capitolazione della fortezza. Questa decisione venne presa allorché il granduca Nicola, che fino a quel momento era stato incerto se attaccare la Germania o proseguire lo sforzo contro l’Austria-Ungheria, decise di concentrare tutti i suoi sforzi contro quest’ultima per aprirsi, finalmente, l’accesso all’agognata Pianura Ungherese.

      Ancora una volta tutta l’attenzione dei Russi fu concentrata sui Beschidi; infatti, se da un lato il generale Ivanov aveva pensato di stringere sui due fianchi le forze di Pflanzer-Baltin nel settore di Stanislau (e a tal fine una parte della Nona Armata di Lecitzkij venne estesa verso oriente fino in Bucovina), dall’altro l’obiettivo prioritario rimaneva pur sempre quello passante per la Val Laborcza : Sátoralja Ujhely e Csap. La Stawka era a conoscenza del fatto che Lecitzkij non aveva di fronte a sé che forze austriache considerevolmente inferiori, e che qualsiasi tentativo avversario di rinforzare Pflanzer-Baltin avrebbe incontrato un grave ostacolo nell’insufficienza della rete ferroviaria. Da quella parte, dunque, riteneva che non vi fosse da attendersi alcuna seria minaccia immediata. Essa pensava a un’offensiva attraverso la Bucovina, a scopo avvolgente, sulla destra del Distaccamento d’Armata Pflanzer-Baltin; Ivanov, invece, era ben deciso ad effettuare lo sfondamento nei Beschidi,ove ove i numerosi fenomeni di diserzione e passaggio al nemico delle truppe austriache di nazionalità slava e romena lo inducevano a ritenere ormai prossimo il crollo del fronte avversario. Ancora una volta, dunque, gli intendimenti della Stawka non erano gli stessi del  comandante del fronte sud-occidentale, e questi ultimi finivano per avere il sopravvento senza quasi che il granduca Nicola se ne avvedesse.

      Il 20 marzo si pronunciò la grande offensiva dell’Ottava Armata russa e dell’ala sinistra della Terza Armata contro la seconda e la Terza Armata austriache; essa fu condotta senza riguardo perle altissime perdite e all’enorme consumo di munizioni. Dopo il 22 marzo, poi, con la caduta di Przemysl, si resero disponibili perla battaglia nei Carpazi la forze dell’Undicesima Armata del generale Selivanov. Allora il XXVIII Corpo fu inviato in rinforzo all’Ottava Armata contro l’Armata tedesca del Sud, il XIX alla Terza Armata nel settore di Mezölaborcz, contro l’ala destra di Boroevic.

      “Per l’esercito austro-ungarico – scrive uno studioso italiano – la caduta di Przemysl fu un grave scacco, ma più grave ancora fu il fatto che la resa della roccaforte permise ai Russi di usufruire dell’armata che era stata immobilizzata per più di quattro mesi a causa dell’assedio. Il peso di queste nuove forze si fece subito sentire: gli Austriaci furono gettati al di là delle vette dei Carpazi e i Russi si impadronirono di alcuni passi strategicamente importanti come quello di Lupków, quello di Uzsok e quello di Dukla. L’esercito russo minacciava ora direttamente Budapest. Se il granduca Nicola avesse avuto mezzi di trasporto, munizioni e viveri, l’Ungheria sarebbe stata probabilmente conquistata nel corso di quella primavera.Ma ancora una volta i generali russi furono costretti a fermare i loro uomini,. Nondimeno i tentativi di sfondare le difese austriache nella zona del Passo di Dukla non cessarono mai, da parte del generale Kornilov.” (42)

      E un altro autore italiano, il Romolotti: “(…) le armate austriache si addentravano sempre più lungo le valli dei Carpazi, sotto la spinta inesorabile dei Russi. Alla fine dell’inverno (…) Conrad, ormai alla disperazione, riuscì a persuadere Falkenhayn a dargli un forte aiuto per sbloccare la situazione divenuta insostenibile. Da Budapest, del resto, Tisza [il presidente del Consiglio ungherese] tuonava, invocando che i due Imperi salvassero l’Ungheria ‘granaio’ del mondo tedesco. Era tempo di muoversi, e i Tedeschi si mossero.” (43) Ma questo accadrà due mesi dopo, con lo sfondamento di Tarnów-Gorlice.

      Intanto, una serie di colpi di maglio si abbatté sullo schieramento austriaco nei Carpazi. Il 23 marzo vennero assalite con il massimo vigore le ali della Terza Armata di Boroevic e il XVIII Corpo subì un rovescio; il III Corpo dovette arretrare fino a ridosso di Zboró nella Val Tapoly; nella notte fra il 23 e il 24, poi, il X Corpo fu battuto a Virava e gettato in oarte oltre la cresta dei Beschidi. Nella notte successiva le ali interne della Terza e Quarta Armata austriache furono scompaginate a Konieczna, il III Corpo arretrò fino a Zboró, sulla strada per Bartfeld ed Eperjes. L’offensiva della Quarta Armata austriaca su Gorlice, frattanto, non riusciva a fare alcun progresso.

      Commenta il von Cramon: “L’offensiva dei Carpazi non si sarebbe trasformata per gli Austro-Ungarici in una difensiva disperata se, sul fronte, i loro organi di comando non avessero mancato spesso ai loro doveri. Essi commisero senza tregua il medesimo errore: quello che, apprendendo che una unità vicina aveva subito uno scacco ed era stata costretta ad arretrare, essi consideravano il loro settore come intenibile, sebbene non fosse attaccato. Dimenticando che un nemico, il quale non ha fatto che una sacca ristretta in un fronte difensivo, presenta i due fianchi al contrattacco e può essere afferrato energicamente, essi abbandonavano volontariamente le loro posizioni e i loro vantaggi tattici. Da questo punto di vista, i comandanti di unità germanici avevano i nervi più solidi e consideravano più pacatamente gli avvenimenti. La situazione non migliorò nell’esercito austro-ungarico che quando il generale Conrad destituì senza riguardo alcuni comandanti di grandi unità, dopo che il conte von Windischgrätz, al suo ritorno dal fronte, gli aveva dichiarato senza ambagi che l’onore dell’esercito austro-ungarico era in gioco.” (44) Il che, come abbiamo visto, era solo una parte della verità, poichè Conrad, a sua volta, non poteva addossare unicamente ai comandanti delle singole unità – né, tanto meno, ai soldati – la responsabilità dei suoi errori strategici.

      Il 24 marzo fu la giornata veramente critica per gli Austriaci, il cui schieramento sembrava ormai sul punto di spezzarsi sotto la continua pressione dei Russi, ostinatamente protesi ad aprirsi un varco verso l’Ungheria. Quel giorno, infatti, Conrad von Hötzendorf si vide costretto – ancora una volta – a soffocare il tipico orgoglio dei comandanti austriaci, tanto più sensibile nei rapporti col più potente alleato germanico,  e a rinnovare a Falkenhayn la richiesta di due o tre divisioni tedesche di rinforzo. Il 25, frattanto, un nuovo poderoso attacco generale dei Russi contro la Seconda e la Terza Armata venne contenuto, la gli Austro-Ungarici erano ormai in condizioni tali, che il capo di Stato Maggiore germanico si decise a ordinare la costituzione di una nuova unità, il cosiddetto Corpo dei Beschidi, che venne inviato in tutta fretta nel settore più minacciato, fra le ali interne delle due armate austriache. Esso era stato formato con 1 divisione tratta dalla Nona Armata tedesca (la 25.a di riserva), 1 dall’Armata Woyrsch ed 1 dall’Armata tedesca del Sud, – dunque senza intaccare le esauste risorse della riserva generale – e venne posto agli ordini del generale von der Marwitz, che aveva fino allora comandato il XXXVIII Corpo d’Armata della riserva.

      Frattanto la pressione russa si accentuava contro la seconda Armata di Böhm-Ermolli, la cui situazione divenne ancor più difficile, se possibile, di quella della Terza Armata di Boroevic, dopo che il Gruppo Tersztyanszky, il 28 marzo, aveva dovuto ulteriormente arretrare. Nel settore del V Corpo austro-ungarico, il 29 le truppe di Brusilov aumentarono ancora la pressione; mentre il XIX, nelle giornate del 30 e 31, venne nuovamente sfondato a Wola Michowa. Nel pomeriggio del 31 il generale Böhm-Ermolli si vide obbligato a predisporre la ritirata dell’intera armata dietro la cresta dei Carpazi: rinunciando così non solo a tutte le conquiste fatte a prezzo di sacrifici durissimi, ma anche alle posizioni tenute prima dell’inizio della battaglia, il 23 gennaio.

      Aumentava inoltre, in quelle giornate drammatiche, il fenomeno delle diserzioni e dei passaggi al nemico da parte delle truppe austriache di nazionalità slava e romena, assumendo proporzioni preoccupanti. Il provvedimento di sciogliere i reparti malsicuri e di redistribuirne gli effettivi in altri reparti più fidati, ungheresi e tedeschi, aumentava le già notevolissime difficoltà di comando (essendo una dozzina le principali lingue parlate nell’esercito austriaco), col risultato di diminuire ulteriormente l’efficienza delle nuove unità. “L’esercito austro-ungarico – scrive ancora il Romolotti – aveva scricchiolato in modo sinstro. Compatto e valoroso finché avanzava, minacciava paurosamente di sfaldarsi durante la ritirata.” (45) Tutta questa situazione era la responsabile principale del fatto che gli Austriaci, pur godendo di una preponderanza numerica complessiva nell’insieme del fronte carpatico, erano ormai sul punto di soccombere nella lotta contro un avversario più a corto di viveri e munizioni, ma dal morale più solido e combattivo.

      Lo stesso Comando Supremo austriaco riconobbe che i Russi attaccavano senza possedere una consistente superiorità numerica. La sua valutazione delle forze contrapposte (quasi certamente sovrastimata per quanto riguarda l’esercito russo), in quei giorni di fine marzo, risulta dal seguente specchietto (46):

                     AUSTRIACI                                                       RUSSI

               QUARTA ARMATA                         Ala destra della TERZA ARMATA

       Arciduca Giuseppe Ferdinando                             Gen. Radko-Dimitriev

                      100.000 fucili                                                   90.000 fucili

                TERZA ARMATA                          Ala sinistra della TERZA ARMATA

                   Gen. Boroevic                             e  parte dell’UNDICESIMA ARMATA                        

                   70.000 fucili                                                                  

       CORPO DEI BESCHIDI                                         Gen. Selivanov

                     Gen. Marwitz                                                  50.000 fucili

                       16.000 fucili

              SECONDA ARMATA                        Ala destra dell’OTTAVA ARMATA

                Gen. Böhm-Ermolli                                           Gen. Brusilov

                     110.000 fucili                                                156.000 fucili

     ARMATA TEDESCA DEL SUD               Ala sinistra dell’OTTAVA ARMATA

                    Gen. Linsingen                             e parte dell’UNDICESIMAARMATA

                      47.000 fucili                                                  44.000 fucili

  DISTACCAMENTO D’ARMATA         NONA ARMATA E GRUPO DNIESTER               

             Gen. Pflanzer-Baltin                                         Gen. Lecitzkij

                       75.000 fucili                                            100-120.000 fucili

                  TOTALE: 418.000                                  TOTALE: 440-460.000

NOTE

42)  Arrigo Petacco, Le grandi battaglie del ventesimo secolo, cit., vol. 1, pp. 238-39.

43)  Giusepppe Romolotti, 1914, suicidio d’Europa, Milano, 1968, p. 328.

44)  A. von Cramon, Op. cit.

45)  G. Romolotti, Op. cit., p. 312.

46)  Kriegsarchiv, l’ultima guerra dell’Austria-Ungheria, cit., vol. II.

3.     LA BATTAGLIA DI PASQUA (1-13 APRILE).

     Nei giorni intorno alla pasqua si combatté la battaglia decisiva nei Carpazi. I Russi premevano soprattutto contro la seconda Armata austriaca, e già intravedevano un successo clamoroso.  I loro comandanti sembravano tanto presi dal miraggio della Pianura Ungherese da non vedere il terribile logoramento a cui sottoponevano le loro truppe ormai sfinite. 

      Scrive il generale Andolenko: “Il 12 aprile i Carpazi sono finalmente superati ed i Russi penetrano in Ungheria; ma la spossatezza delle truppe è tale che la Stawka ordina di sospendere le operazioni.  ‘Tutti questi combattimenti – osserva il generale Golovin – , ci hanno fatto spendere le nostre ultime munizioni disponibili. Oramai noi eravamo di fronte ad una catastrofe inevitabile’.” (47) Dal canto suo Conrad, con il nuovo Corpo dei Beschidi in arrivo, intendeva sbarrare a ogni costo la via all’avversario ed, eventualmente, contrattaccarlo.

      Al centro della Seconda Armata austriaca il XVIII ed il V Corpo furono costretti a ripiegare nuovamente, talché – essendo giunta l’armata quasi al punto di rottura, fu necessario effettuare l’arretramento dietro la cresta dei Carpazi. Ad est venne mantenuto soltanto il possesso del passo di Uzsok, chiave strategica della valle dell’Ung, da parte del Gruppo  Szurmay, che passò alle dipendenze dell’Armata tedesca del Sud. Il 5 aprile il centro e la destra della seconda Armata  raggiunsero la nuova linea difensiva. Sul frinte della Terza Armata, a Zboró, il 2 aprile il 28. Reggimento fanteria di Praga  passò, in ventiquattr’ore, da 2.000 uomini a soli 150 e un distaccamento russo non superiore a un battaglione lo catturò, sennza che esso sparasse un colpo: a tal punto era giunta l’agitazione politica fra le truppe austriache di nazionalità slava. (48)

      Il 5 aprile il XVII Corpo austriaco subì un nuovo scacco: Sztropkó dovette essere evacuata. Ad est della val Laborcza, l’ala sinistra della Terza Armata era in posizione criticissima e l’arrivo del Corpo dei Beschidi giunse appena in tempo  per salvarla dal collasso. Con le nuove divisioni tedesche vennero sferrati dei contrattacchi e fermati definitivamente gli attacchi russi del 12 e 13 aprile.

      Nella sola settimana di Pasqua le perdite russe furono stimate in 40.000 uomini, dei quali 8.500 prigionieri: segno che le terribili privazioni e le lotte incessanti non coronate da un successo tangibile avevano cominciato a demoralizzare anche gli attaccanti, inducendo taluni reparti a deporre le armi.  Anche la Seconda Armata austriaca e l’ala sinistra dell’Armata tedesca del Sud  furono vigorosamente attaccate dal 6 aprile e dovettero ripiegare, tuttavia il Gruppo Szurmay riuscì a conservare il controllo del Passo di Uzsok. Il giorno 9 le truppe di Linsingen contrattaccarono e  occuparono lo Zwinin.

      La battaglia di pasqua si era conclusa con un risultato storico: l’arresto definitivo dei Russi nella loro avanzata verso la Pianura Ungherese e l’esaurimento delle loro ultime energie in una lotta in cui mostrarono coraggio e determinazione, ma scarsa previdenza da parte dei comandi. Nella seconda metà di aprile la lotta nei Carpazi scemò e andò spegnendosi, dopo quasi tre mesi di battaglia ininterrotta. Entrambi gli avversari erano completamente esausti: Ivanov sin dal 10 aprile aveva ammesso la necessità di sospendere l’offensiva per riordinare le truppe e concedere loro un po’ di riposo, per organizzare gli approvvigionamenti e attendere l’arrivo di rinforzi; e perfino Conrad, che aveva progettato un contrattacco generale per il giorno 20, dovette abbandonare tale velleitario proposito e prender atto dello sfinimento del suo esercito.

      All’estremità orientale del fronte, l’ala destra della Nona Armata russa compì una ulteriore avanzata; l’ala sinistra, invece, subì uno scacco presso Nowosjelica, a est di Czernowitz, ma la situazione potè essere ristabilita grazie alle cariche del II e III Corpo di cavalleria russi.  L’ala destra del Distaccamento d’Armata Pflanzer-Baltin, battuta, dovette ritirarsi sulle proprie posizioni fortificate, ma potè mantenere il possesso della capitale, Czernowitz, e della maggior parte della Bucovina settentrionale. Da parte loro, i Russi non furono però in grado di sfruttare il successo; ma al generale Lecitzkij, in vista di ulteriori operazioni, vennero destinati due nuovi Corpi d’Armata, il XXXIII e il XXXII, quest’ultimo composto di truppe territoriali e destinato al settore a nord di Chotin, sull’estrema ala sinistra dello schieramento russo.

      Le perdite complessive dei due eserciti nella battaglia dei Carpazi furono enormi. secondo la Relazione ufficiale austriaca, quelle dell’esercito di Francesco Giuseppe  toccarono i 700-800.000 uomini (compresa la guarnigione di Przemysl) tra morti, feriti, ammalati e prigionieri. Sulle perdite russe si posseggono dati ancora più incerti, molto probabilmente esse furono ancora più gravi di quelle austriache. Secondo le fonti sovietiche, l’esercito russo perdette dall’agosto 1914 all’aprile 1915 qualcosa come 1.200.000 uomini fra morti, feriti e prigionieri; ma il generale inglese Knox (all’epoca addetto militare della Gran Bretagna in Russia) stima le perdite reali superiori del 15-30%, e la Relazione Ufficiale austriaca addirittura del 60 o 70% (cioè 1.800.000-2.000.000. e forse più). Gravissime furono inoltre le perdite di materiale bellico, specialmente di munizioni, che – a causa della paurosa insufficienza della produzione – inducevano alle più nere previsioni per il futuro. Ma, più di ogni altra cosa, un gravissimo trauma morale fu inferto alla compagine dell’esercito imperiale russo  dall’esperienza delle terribili sofferenze, materiali e morali, di quella interminabile battaglia d’inverno, il cui ricordo si impresse indelebilmente nell’animo dei soldati

NOTE

47)  S. Andolenko, Op. cit., p. 357.

48) Il von Cramon riferisce che nel 1919, nei combattimenti accesisi fra Cechi e Ungheresi, quel reggimento fuggirà davanti al nemico, confermando – a suo parere – che i germi del tradimento ne avevano completamente minato la capacità combattiva. D’altra parte le truppe del 28. Reggimento fanteria di Praga, che fu dichiarato sciolto dall’imperatore e decaduto nel diritto alla propria bandiera (la notizia della resa in massa era trapelata negli ambienti politici di Vienna) sul frinte italiano, più tardi, si sarebbero battute valorosamente. Cfr. R. Plaschka, Zur Vorgeschichte des Überganges von Einheiten des Infanterieregiments Nr. 28, in Oesterreich und Europa, Festgabe für Hugo Hantsch, Vienna, 1965.

&    &    &    &    &

PARTE  QUINTA

ESAME CRITICO DELLA BATTAGLIA DEI CARPAZI

1.     LA DIREZIONE D’ATTACCO AUSTRIACA.

      Tutti gli storici militari sono partiti, giustamente, dalla critica dei motivi stessi che indussero i due Stati maggiori, il russo e l’austriaco,  a intraprendere un’offensiva di vaste dimensioni su quel tipo di terreno e in quella stagione. Gettare due eserciti assai numerosi in una lunghissima battaglia invernale, su di un difficile terreno montuoso privo di risorse, quando già il loro semplice approvvigionamento presentava difficoltà logistiche enormi, appare un’imprudenza dettata da ottimismo ingiustificato.  Né giova obiettare che entrambi gli Stati Maggiori contavano su un rapido sfondamento verso la pianura, poiché – mano a mano che la resistenza dell’avversario si irrigidiva – apparve evidente che i due eserciti si stavano logorando in una lotta sempre più lunga e ostinata, ma dall’esito sempre più incerto.

      Da parte austriaca, appare evidente che il Conrad attribuì una importanza esagerata alla liberazione di Przemysl. Era stato un grave errore, alla vigilia del secondo assedio della piazzaforte sul San, lasciarvi una guarnigione così numerosa, sia perle difficoltà di approvvigionamento che ne derivavano, sia per il danno che una eventuale resa della piazza avrebbe comportato. Ma, una volta che un tale errore era stato commesso, sarebbe stato meglio non aggravarlo, legando al destino della piazzaforte le operazioni dell’esercito di campagna.

      Per di più, nella elaborazione stessa del piano operativo, si commisero – prima ancora che nella sua esecuzione – svariati errori sia in campo puramente tattico e strategico, sia dal punto di vista umano. Tutta la concezione di Conrad von Hötzendorf per la grande battaglia dei Carpazi sembra essere stata viziata da molteplici errori circa la direzione più opportuna per l’attacco, la concentrazione delle forze, la valutazione delle proprie risorse e infine circa le difficoltà del teatro operativo. In campo più propriamente strategico i critici hanno sottolineato, in particolare, l’errore di considerare la via più breve nello spazio per giungere a Przemysl, anche se – per le evidenti difficoltà connesse al superamento di una imponente catena montuosa in pieno inverno – essa non offriva serie garanzie di essere anche la via più breve nel tempo. Abbiamo già osservato come, ricorrendo alla macellazione dei cavalli, la guarnigione di Przemysl fosse in grado di prolungare la propria resistenza fin verso la metà di marzo: di conseguenza non c’era l’assillo dell’urgenza che sia nella prima, sia nella seconda offensiva austriaca pare abbia pesato in maniera determinante a decidere Conrad a scatenare un’offensiva partente da basi più lontane che non quelle dei Beschidi, ma in posizione più favorevole dal punto di vista del terreno.

      Acute e pertinenti le osservazioni svolte in proposito dal tenente colonnello Cesare Reisoli: “L’assillo della via più breve aveva indotto a lanciare la famosa massa di venti divisioni in traverso a uno dei settori più impervi del sistema montuoso, quando la stessa liberazione di Prezmysl avrebbe potuto essere perseguita scegliendo una meno ardua direzione d’offensiva, o dal fronte della Quarta Armata verso est, o da quello del Distaccamento d’Armata Pflanzer-Baltin verso nord-ovest con tendenza a manovrare la debole ala sinistra avversaria alquanto più ad oriente di come doveva manovrarla l’Armata del Sud dalla difficilissima zona di Wyszkòw. Vero è che in ordine a queste due altre soluzioni han voluto essere obiettate, per la prima  le difficoltà di un attacco frontale contro le posizioni “apprestate” di Dimitriev, e per la seconda l’insufficienza della ferrovia Máramaros Sziget- Delatyn a fronteggiarne le esigenze. Ma va pur considerato che, dopo tutto, la Quarta Armata, notevolmente diminuita di potenza pei rinforzi ceduti a Boroevic e Böhm-Ermolli, finiva per esser chiamata essa stessa ad attaccare in direzione di Gorlice-Jaslo e, pur non riuscendo a forzare le linee russe, provava che le difficoltà da vincere nella zona non erano certo superiori a quelle incontrate nei settori della Seconda e Terza; talché un’adeguata concentrazione di mezzi e di sforzi sul suo fronte di battaglia avrebbe probabilmente consentito di superarle, come del resto dovevano dimostrare le operazioni del successivo maggio.” (49)

      Per quanto riguarda, poi, le pretese difficoltà di lanciare una offensiva austriaca imperniata sul Distaccamento d’Armata Pflanzer-Baltin e partente, quindi, dalla Galizia sud-orientale, regione povera di vie di comunicazione, lo stesso Autore ha fatto notare come per l’offensiva di fine febbraio della Seconda Armata si era pur corso il rischio di attaccare là dove si disponeva di un’unica arteria, la strada di Cisna, e di nessuna ferrovia! A ciò si può aggiungere che i bei successi riportati dalle truppe del Pflanzer-Baltin furono lasciati strategicamente sterili, perché il Comando Supremo austriaco dapprima non le rinforzò adeguatamente, quando era ancora possibile un’irruzione fulminea su Dolina, indi si decise ad inviare dei rinforzi solo quando esse, attaccate dalle forze superiori di Lecitzkij, non poteva far altro che mettersi sulla difensiva ed erano quindi sfumatela ampie possibilità dischiusesi dopo il forzamento dei monti.

      È poi degno di rilievo il fatto che Conrad, dopo aver commesso ripetutamente l’errore di portare all’attacco l’esercito di campagna per la via più breve attraverso i monti, quando  – a metà marzo – apparve chiaro che non era più possibile soccorrere Przemysl dall’esterno, consigliò a Kusmanek di tentare la sortita verso sud, ossia verso i Carpazi, sempre per la via più breve. La sortita era condannata in partenza per la spossatezza della guarnigione, tuttavia Kusmanek fu saggio nel volerla almeno tentare verso Stanislau, compiendo così un giro molto più lungo, ma privo di grandi difficoltà sul terreno.

      Altri errori vennero commesi dal Comando Supremo austriaco nella concentrazione e distribuzione delle forze per la prima offensiva di fine gennaio. A ragione il Bollati ha rilevato come, fin dall’inizio, Conrad avrebbe dovuto rinforzare il suo “cuneo d’urto” (Terza Armata e Armata del Sud) con forze trate dalla Quarta Armata, profittando della passività di Radko-Dimitriev sul Dunajec. Inoltre, all’interno di talemassa d’urto la distribuzione delle truppe avrebbe potuto essere alquanto più razionale (e, vorremmo dire, più logica), concentrando lo sforzo sulle ali interne di Boroevic e di Linsingen, piuttosto che assegnando loro, come avvenne, delle direttrici d’attacco divergenti. Il risultato di tale strategia fu che entrambe le armate risultarono troppo deboli per prevalere; e l’una venne subito contrattaccata e respinta, l’altra non riuscì a fare progressi risolutivi. È da notare che il Falkenhayn, il quale inizialmente si era opposto all’intera operazione dei Carpazi – vedendo in ciò più giusto del pur abilissimo Ludendorff -, quando poi aveva finito, obtorto collo, per acconsentirvi, aveva suggerito di concentrare le forze d’attacco sulle ali interne di quelle due armate. Ma le sue indicazioni vennero accolte dal Conrad solo parzialmente poiché, se è vero che l’ala destra della Terza Armata austriaca attaccò, effettivamente, prima della sinistra, scarsa o meglio nulla fu la cooperazione con l’Armata tedesca del Sud, e debole l’azione congiunta alla “cerniera” del Passo di Uzsok.

NOTE

49) Cesare Reisoli, La grande guerra dal baltico al mar nero sul fronte orientale, Bologna, 1939.

2.  CARENZE NELL’AZIONE DI COMANDO.

      Dopo aver commesso tali errori nell’ideazione e nella progettazione dell’offensiva, altri ne commise il Comando Supremo austriaco nella direzione delle operazioni. C’è qualcosa di vero nell’accusa mossa dal von Cramon ai comandanti delle singole unità, di essersi sovente lasciati prendere dal panico a causa della “sindrome da aggiramento”, ogni qual volta i Russi riuscivano a spingere un cuneo nelle linee austriache. Il fenomeno è noto e fu caratteristico della prima guerra mondiale, specialmente là dove una lunga abitudine alla guerra di posizione aveva condizionato psicologicamente i comandi di battaglione, di divisione e di corpo d’armata a una visione statica delle operazioni, basata, in caso di offensiva nemica contro posizioni difensive predisposte, su una difesa rigida del terreno. Possibilmente col concorso dell’artiglieria. Se tale concorso veniva meno, o se alcuni tratti della linea difensiva cedevano, subito i comandi delle singole unità si facevano prendere dal timore di rimanere isolati, aggirati e infine attaccati da tergo. Questo è precisamente quanto accadde a Riga, sul fronte russo-tedesco, nel settembre del 1917; e, nell’ottobre successivo, a Caporetto.  Sia gli Austriaci sui Carpazi che gli Italiani a Caporetto, inoltre, erano assuefatti a concepire la difesa di un fronte montuoso come basata essenzialmente sulle vette dominanti ed erano, quindi, impreparati a reagire con prontezza ad attacchi lanciati sul fondo delle valli, apparentemente in spregio a tutti gli insegnamenti della tattica allora riconosciuti come universalmente validi.  Si pensava che solo chi tiene le cime dei monti, domina veramente la situazione, e che solo un nemico che fosse anche un aspirante suicida avrebbe potuto commettere la follia di trascurare tali posizioni dominanti, per spingersi dentro le valli oltre la portata del fuoco di sbarramento delle proprie artiglierie.

      Ciò detto, bisogna però aggiungere che l’errore più grave fu quello commesso dal Conrad nel non aver saputo rendersi conto di quanto fosse scemato lo spirito combattivo delle truppe e di quanto fosse ormai scosso il morale dei comandi subordinati, a cause delle incessanti sconfitte e ritirate verificatesi dall’agosto del 1914; sconfitte e rirate in cui l’esercito austro-ungarico aveva perduto i suoi effettivi migliori, sia fra la truppa che fra gli ufficiali, e che in ultima analisi erano state la conseguenza dei piani “napoleonici”, ossia eccessivamente ambiziosi, da lui stesso concepiti ed attuati. Da questo punto di vista l’accusa mossa al Conrad dai suoi colleghi tedeschi, di non aver saputo misurare le proprie forze né  distribuirle ed impiegarle, è certamente pertinente. La strategia non è una scienza astratta, fatta solo di piani costruiti a tavolino, ma deve necessariamente sposarsi a una capacità di valutazione obiettiva delle proprie forze e di quelle avversarie, in modo da saper commisurare i fini ai mezzi di cui si dispone e agli ostacoli che è necessario fronteggiare.

      Scrive ancora il generale von Cramon: ” Le truppe non erano state responsabili el primo insuccesso [nel gennaio 1915]”; e “quanto alla seconda offensiva [del febbraio], sarebbe stato preferibile non attuarla.” Per concludere con queste acute osservazioni:“Conrad era proclive ad imbastire le sue operazioni  senza tener conto delle truppe: egli comandava, per così dire, sorvolando su di esse, e dimenticando che qualsiasi decisione non si trasforma in azione se non per effetto della forza viva della massa. Qualunque truppa dalla quale si esiga incessantemente più di ciò che essa, con la sua migliore volontà, può dare, perde ardore e fiducia: ed è così che nei Carpazi si sono seppellite qualità la cui scomparsa si tradusse in debolezza da parte delle truppe.” (50)

      In ciò appunto si manifestava quel certo esagerato ottimismo, quel “tecnicismo” caratteristici di Conrad come stratega, che – aggravati da una passionalità che lo portava, ad esempio, a sottovalutare quei nemici che disistimava – come  i Serbi e, più tadi, gli Italiani – lo inducevano a commettere gravi errori di valutazione: sia nel sopravvalutare le proprie forze, sia nel sottostimare la capacità combattiva dell’avversario. Inoltre, non si era reso conto fino a che punto la sconfitta nelle battaglie di Lemberg dell’agosto-settembre 1914 avesse inciso sul morale e sull’efficienza materiale del suo esercito. Le truppe austro-ungariche che, nei primi mesi del 1915, affrontarono la battaglia dei Carpazi,, non erano più le stesse che avevano raggiunto il fronte nell’estate precedente, piene di ingenuo entusiasmo e convinte (come, del resto, quelle delle altre Potenze) di giungere velocemente a una vittoria risolutiva. Inoltre il tarlo degli antagonismi nazionali tendeva a sgretolarne la compattezza e le capacità combattive; né ci si poteva aspettare qualcosa di diverso in un esercito in cui gli ufficiali ungheresi solevano esprimere opinioni del tipo: “lo slavo non è un uomo”, o insulti come “il fetente valacco” [ossia, romeno]. (51) Ora il Capo di Stato maggiore, anche fu costretto a prendere atto delle evidenti manifestazioni del fenomeno, che culminarono nelle diserzioni dell’aprile 1915 sui Carpazi (e, più ancora, del giugno 1916 nella battaglia di Luck), ma in pratica non seppe mai trarne le doverose conclusioni sulle possibilità complessive d’impiego delle divisioni, dei battaglioni e dei reggimenti di nazionalità slava.

      Quanto ai comandanti d’armata, neppure verso di loro Conrad seppe proporzionare la realtà ai propri desideri: la stessa relazione ufficiale austriaca afferma che Böhm-Ermolli, alla vigilia della seconda offensiva, “non si faceva illusioni”; e Kusmanek, nell’imminenza dell’ultima sortita, radiotelegrafava all’imperatore che la guarnigione “voleva cercar di rendere ancora un servizio all’esercito di campagna prima di subire il suo presumibile destino: non avevano certo il morale del vincitore. Kusmanek non aveva nemmeno quello di chi spera, ad ogni modo, di avere qualche sia pur esile possibilità di rompere l’accerchiamento: come, ad esempio, l’avevano i soldati e gli ufficiali tedeschi accerchiati a Stalingrado alla fine di  novembre del 1942, che in una situazione altrettanto critica non erano affatto rassegnati all’inevitabile destino – o almeno non lo erano, prima che l’ordine di Hitler di resistere sul posto non togliesse loro ogni ragionevole speranza. (52) Eppure tanta ignoranza del reale stato d’animo dei propri comandanti e delle proprie truppe non stupisce, considerando che in tutta la durata della guerra Conrad si sarebbe recato a visitare il fronte personalmente solo tre volte. È evidente che, isolandosi fino a tal punto dalla realtà concreta della guerra, egli aveva perso ogni contatto con la situazione reale.

      Né mancarono le polemiche e i contrasti fra i vari comandi, come quello fra Conrad e Boroevic in febbraio; o quello, assai increscioso, fra von Linsingen e Böhm-Ermolli (che giunse a chiedere, senza ottenerlo, l’esonero dal comando) ai primi di aprile; mentre ancor oggi gli storici austriaci e tedeschi si palleggiano, cpon reciproche accuse, la responsabilità dell’insuccesso.

      Le condizioni climatiche e ambientali non consentirono molta libertà di manovra e non erano idonee a mettere in evidenza l’abilità tattica da parte dei comandanti. Nel complesso il generale Boroevic fu probabilmente l’uomo più adatto per dirigere le operazioni dell’armata più importante. A differenza della maggior parte dei comandanti austriaci (come Dankl, Auffenberg e lo stesso Conrad) egli non era succube di quanto la accademie militari presentavano come il principe di tutti i dogmi strategici: la classica manovra a doppio avvolgimento, come era stata tentata a Krasnik, a Komarów e, in più vaste proporzioni, a Lemberg. Nella battaglia dei Carpazi emersero le sue doti più consone alla situazione: quelle del difensore ostinato, ma elastico, disposto a effettuare ritirate parziali pur di mantenere integra l’efficienza cobattiva delle proprie truppe (come si vedrà nella battaglia di Gorizia e, poi, in quella della Bainsizza, sul fronte italiano dell’Isonzo).

      Per quel che riguarda l’abilità di manovra, l’unico comandante austriaco che ebbe l’opportunità di mettersi in luce fu il Pflanzer-Baltin, le cui operazioni si svilupparono quasi interamente al di là della catena montuosa. Anche se la sua azione avvolgente su Dolina, perno strategica dell’ala sinistra russa, venne a mancare nel momento decisivo, la lotta da lui abilmente guidata nel marzo e nell’aprile contro forze assai superiori fu un piccolo capolavoro di abilità tattica. Per inciso, possiamo ricordare che nella fatale battaglia di Luck (che fu per l’esercito austro-ungarico, dal punto di vista morale, quello che sarà la battaglia di Stalingrado per l’esercito tedesco nella seconda guerra mondiale) Pflanzer-Baltin non fu altrettanto fortunato, anzi l’alleato era talmente convinto che egli avesse perduto la fiducia dei soldati, da chiederne categoricamente la sostituzione.

      Concludendo, riportiamo le osservazioni del generale Bollati sulle cause dell’insuccesso austriaco nella battaglia dei Carpazi:

      “- direzione d’attacco influenzata dal concetto di liberare la piazza di Przemysl;

– offensiva prematura della terza Armata austro-ungarica (nella prima offensiva) senza attendere che potessero entrare in azione i gruppi più ad est;

– mancato sfruttamento dei progressi fatti dal Gruppo Pflanzer-Baltin:

– mancanza di artiglieria da montagna sufficiente ad appoggiare le fanterie in quel terreno poco praticabile alle artiglierie da campagna (la maggior parte delle batterie da montagna austro-ungariche era rimasta sul fronte balcanico, e i Tedeschi non ne avevano);

– mancanza di equipaggiamenti e dotazioni invernali, tanto più sensibile per il fatto che buona parte delle truppe  (ed in particolare le tedesche) non era avvezza alla lotta di montagna;

– mancanza di predisposizioni di carattere logistico in fatto di sfruttamento del legname (53);

– erronea valutazione complessiva delle possibilità di movimento, di lotta e di capacità di resistenza fisica per le masse e per gli individui, in terreno montano e nel cuore dell’inverno;

– insufficiente azione del comando;

– ripercussione delle sfavorevoli e penose conseguenze su contingenti politicamente poco fidati.” (54)

NOTE:

50) A. von Cramon, Op. cit.

51) Del disprezzo che gli Ungheresi “ostentano per gli Slavi e, in particolare, per i Cechi, giudicati cattivi sudditi e cattivi soldati” sono vivida testimonianza anche le pagine della più famosa opera letteraria ambientata sullo sfondo della guerra austro-russa nei Carpazi, Il buon soldato Sc’vèjk di Jaroslav Hašek; ved. l’Introduzione di Clara Bovero all’ediz. ital. Firenze, 1970, p. XII.

52) Fra le tante testimonianze in proposito, citiamo quella di Joachim Wieder, Stalingrado, morte di un esercito, Milano, 1972, p. 16: “Eravamo perfettamente consci della serietà della nostra situazione e della durezza dei combattimenti che ci aspettavano e che forse avrebbero richiesto ingenti sacrifici di uomini e di materiale, sapevamo però che il grosso delle nostre divisini avrebbero combattuto disperatamente  per aprirsi un varco. […] Il morale della truppa, anche dei reparti più duramente colpiti, era buono.”

53) Ciò fu tanto più deplorevole in quanto il terreno delle operazioni offriva ricchissime risorse in fatto di legname, per la presenza di vasti e fitti boschi.

54) A. Bollati, I rovesci più caratteristici degli eserciti nella guerra mondiale 1914-1918, cit.

3.  IL SECONDO ASSEDIO DI PRZEMYSL.

La lunghissima resistenza di Przemysl durante il secondo assedio suscitò grande impressione e un senso di rispetto per i sacrifici degli sfortunati difensori. D’altra parte, abbiamo già notato che il prolungarsi dell’investimento fu dovuto alla mancanza di artiglieria d’assedio dell’Undicesima Armata di Selivanov. Dal punto di vista dei benefici che la resistenza della piazza arrecò all’esercito austriaco, tuttavia,  è stata osservato che essi furono in realtà assai modesti, poiché  Przemysl non arrecò danni apprezzabili all’esercito russo. Le comunicazioni fra Lemberg e il Dunajec, che la piazza avrebbe dovuto interrompere o almeno ostacolare,  vennero assicurate dai Russi mediante la costruzione di tronchi ferroviari che la aggiravano, tenendosi fuori della portata dei suoi cannoni. 

      Oltre a ciò, come ha osservato il maresciallo Wavell, nel secondo assedio il generale Selivanov pose semplicemente un blocco  con truppe di seconda linea, talché non un solo uomo impegnato nei Carpazi e lungo il Dunajec dovette essere distolto per i compiti dell’assedio. (55) Dopo aver commesso una vera follia tentando l’assalto, fra il 5 e il 7 ottobre 1914, senza l’appoggio dell’artiglieria pesante, nel secondo assedio i Russi presero la fortezza per fame e, in tal modo, conseguirono il massimo risultato con un limitato impiego di forze e praticamente senza subire perdite.  D’altra parte, considerato quanto gli si sarebbero rivelati utili gli sforzi affrettati compiuti dagli Austriaci per reintegrare le scorte di Przemysl alla vigilia del secondo assedio, è probabile che, disponendo di maggiori dotazioni di vettovaglie e munizioni, la fortezza non sarebbe mai caduta. Dopo lo sfondamento di Tarnów-Gorlice, infatti, il 3 giugno 1915 i Russi dovettero abbandonare definitivamente Przemysl: erano passati poco più di due mesi dalla capitolazione di Kusmanek e, considerando che il secondo assedio era durato quattro mesi e mezzo (dal 6 novembre 1914 al 22 marzo 1915), non vi è motivi di dubitare che la piazza avrebbe potuto resistere altri due mesi.

      Da parte austriaca sembra che siano stai commessi molti errori durante  i mesi dell’assedio. Abbiamo già visto come la sorte di Przemysl abbia letteralmente ossessionato Conrad, inducendolo a lanciare  il suo esercito di campagna in una logorante battaglia  invernale sui Carpazi coperti di neve.  Alla fine della battaglia, le perdite dell’esercito austriaco erano state enormemente superiori a quelle causate dalla resa della guarnigione di Przemysl, in soccorso della quale esso si era prodigato e dissanguato. Inoltre, quando – alla metà di marzo – questi sforzi ostinati, ma condotti poco abilmente, si risolsero in un fallimento e i viveri della fortezza erano pressoché esauriti, il Comando Supremo austriaco non volle risparmiare all’esausta guarnigione ulteriori ed inutili sofferenze. Avrebbe potuto autorizzarla ad arrendersi per tempo; invece rimandò fino al 20 marzo. Da ultimo, esso chiese a Kusmanek di effettuare una sortita le cui possibilità di successo erano praticamente pari a zero, esponendo la guarnigione ad ulteriori gravissime perdite e a un grave rovescio.  La stessa Relazione Ufficiale di Vienna depreca questo comportamento del Comando Supremo. Del resto la sortita del 19 marzo, che lo sfortunato generale Kusmanek effettuò soprattutto  per portare un aiuto indiretto alle armate di campagna in lotta disperata sui monti, non servì a distrarre alcuna unità dattiva dell’esercito russo per respingerla. (56) al contrario, dopo la resa della fortezza fu l’Undicesima armata del generale Selivanov  che, quasi al completo, poté andare a rinforzare  l’Ottava e la Terza Armata, mettendo gravemente in crisi l’esercito austriaco.

      Un ultimo errore, ma non il meno rave, commise il Conrad  durante l’assedio di Przemysl: quello di  tentarne la liberazione perlavia più breve, urtando le forti posizioni russe sui Carpazi, fra il Passo di Dukla  e il passo di Uzsok, dove le sue forze subirono perdite sempre più gravi e furono sul punto di soccombere in quelle durissime lotte invernali.  Tutte queste furono le conseguenza negativa di una decisone infelice: quella di legare le operazioni di un esercito di campagna alla sorte di una piazzaforte.

NOTE:

55)  A. P. Wavell, Sieges of Przemysl, in Enc. Brit., vol. 18, pp. 661-62.

56) Al generale Hermann Kusmanek von Burgneustädten (che era una conoscenza personale dell’imperatore francesco Giuseppe per essere stato presidente dell’Ufficio presidiale del Ministero della guerra) venne in seguito assegnata la croce di Cavaliere Teresiano.

4.     L’OFFENSIVA RUSSA.

Come Conrad, anche il generale Ivanov e il granduca Nicola furono eccessivamente ottimisti, e forse avventati, nel volersi impegnare in una offensiva nei Carpazi, mantenendo ininterrottamente l’iniziativa per un mese, dal 20 marzo al 20 aprile, dopo che nei mesi di gennaio-marzo le due offensive austriache li avevano costetti  a una lotta asperima, se pure non sfortunata. Al principio del 1915 la Stawka dovette sottovalutare la capacità di resistenza del multinazionale eserciti asburgico, e ritenne che una robusta offensiva attraverso i Carpazi avrebbe raggiunto rapidamente i grandi obiettivi danubiani, mettendo l’Austria in ginocchio.  Ma, in tale apprezzamento della situazione, essa non vide lo stato di  esaurimento del proprio esercito e, soprattutto,  la gravissima deficienza del munizionamento.  Il generale inglese Knox osservò a tal proposito: “Le forze dell’esercito russo sono grandi soltanto sulla carta.”

      Abbiamo inoltre visto come, nel corso dell’operazione,  l’identità di vedute tra Ivanov e il granduca Nicola fosse più apparente che reale; e come, finendo per prevalere la volontà del primo,  la Stawka fosse in realtà alla semplice funzione di avallare le decisioni prese dal Comando del fronte sud-occidentale e di provvedere all’invio dei rinforzi, anche se gli sviluppi della situazione si scostavano alquanto dai suoi intendimenti originari. Giustamente il Danilov ha rilevato a questo proposito che ciò costituiva “il lato difettoso dell’organizzazione delle nostre armate di campagna, e specialmente la loro divisione in due soli gruppi d’armate, il che li rendeva troppo importanti e di conseguenza troppo indipendenti.” (57)

      Alle ripercussioni morali delle gravi privazioni subite dalle truppe durante la battaglia si aggiunse, poi, la coscienza della propria penosa inferiorità in campo tecnico e organizzativo rispetto all’avversario, inferiorità che anche il semplice soldato poteva platealmente constatare di persona. Un ussaro della 17. Divisione di cavalleria, del generale Dragomirow, il futuro generale sovietico A. V. Gorbatov, riferisce questa esperienza personale fatta vicino al passo di Dukla: “(…) mi trovai in mezzo alle trincee, che fino a poco tempo prima erano state occupate dai Russi. Le trincee non erano profonde e le loro pareti stavano sfaldandosi. Mi colpì particolarmente la grande quantità di bossoli sparsi qua e là, e a mucchi là dove, evidentemente, erano state piazzate le mitragliatrici. Tutt’intorno giacevano abbandonate vanghe, zaini vuoti e divise insanguinate. Vidi anche molte tombe, e nessuna di esse era stata segnata da un’iscrizione, o da un cippo. Impressionante era la vista dei cadaveri ricoperti di terra alla meno peggio: qua e là spuntava una spalla, sporgevano piedi scalzi, mani; talvolta si scorgeva un viso… Volli passare nelle trincee del nemico, da dove, durante la battaglia, era stato diretto il fuoco contro i nostri. Quamdo mi trovai nelle trincee tedesche, provai un’impressione altrettanto forte, ma in senso del tutto diverso: erano profonde, conle pareti imbrigliate da rami intrecciati; la pulizia era assoluta, e non v’era traccia di oggetti appartenenti ai soldati, né di bossoli.  Mi spinsi giù nella valle fino al grande cimitero tedesco, nel quale ogni tomba era stata disposta con cura e su ognuna di esse era infissa una croce con il nome del caduto.” (58)

      E il generale Stackelberg, a Pietroburgo, confidava al’ambasciatore francese Paléologue: “La Russia va incontro alla disfatta e alla rivoluzione; noi non vinceremo mai i Tedeschi, non ce la possiamo con essi. (…) La storia ci prova che la Russia non è mai così forte come al principio di una guerra.  (…)  Noi non abbiamo quella meravigliosa facoltà di adattamento che permette a voialtri, Francesi e Inglesi, di porre riparo, in piena guerra, a tuti i vostri errori del tempo di pace. Da noi la guerra non fa che rendere più gravi i difetti del regime perché impone ai nostri burocrati un compito per il quale sono assolutamente incapaci. (…)  Non possiamo fare la pace  senza disonorarci e la continuazione della guerra ci conduce fatalmentea una catastrofe.” (59)

     Il solo importante successo conseguito dai Russi nella battaglia dei Carpazi, ad onte di tutti i loro sforzi e le sofferenze terribili alle quali si sottoposero, fu la cattura di Przemysl con tutta la sua numerosa guarnigione: fu il più grosso successo del 1915, ma anche l’ultimo, perché Ivanov – magnetizzato dal miraggio della Pianura Ungherese che già le sue avanguardie potevano intravedere – spostò ingenti truppe e artiglierie dalll’ala destra della Terza Armata per gettarli ben addentro nelle valli carpatiche sulla sinistra del proprio schieramento. Con ciò egli stesso aveva creato i presupposti per una grande offensiva avversaria sul fronte del Dunajec: e sarà lo sfondamento disastroso di Tarnów-Gorlice.

NOTE

57) Y. Danilov, Op. cit.

58) A. V. Gorbatov, Anni e guerre, 1899-1945, trad. ital. 1965.

59) Maurice Paléologue,  La Russia degli Zar, ecc., cit., vol. 1, pp. 307-08.

&    &    &    &    &

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 22/08/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 26 Novembre 2017

Del 15 Ottobre 2020

Most Popular

Recent Comments