domenica, 28 Febbraio 2021
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La battaglia delle frontiere del 7 e 30 Agosto 1914

7-30 Agosto 1914 le due offensive francesi in Alsazia superiore, la battaglia di Morhange Sarrebourg, battaglia delle Ardenne, battaglia di Charleroi e la battaglia di Mons, la ritirata Franco-Inglese, la battaglia di Le Cateau di Francesco Lamendola

LA  BATTAGLIA  DELLE  FRONTIERE

7-30  AGOSTO  1914

SOMMARIO

1.     LE DUE OFFENSIVE FRANCESI IN ALSAZIA SUPERIORE

2.     LA  BATTAGLIA DI MORHANGE-SARREBOURG

3.     LA BATTAGLIA DELLE ARDENNE

4.     LA BATTAGLIA DI CHARLEROI

5.     LA BATTAGLIA DI MONS

6.     LA RITIRATA FRANCO-INGLESE

7.     LA BATTAGLIA DI LE CATEAU

8.     LA BATTAGLIA DI GUISE

BIBLIOGRAFIA

1.      LE DUE OFFENSIVE FRANCESI IN ALSAZIA SUPERIORE.

Secondo i piani dello Stato maggiore francese l’offensiva dell’ala destra (Prima e Seconda Armata) fra Metz e i Vosgi, cioè a sud della zona fortificata Diedenhofen-Metz, doveva essere preceduta da un’operazione secondaria nell’Alsazia Superiore, tendente ad ancorare l’estrema ala destra francese al Reno e ad assicurare, così, la protezione del fianco di Dubail. Per tale offensiva preliminare il comandante della Prima Armata, gen. Dubail, aveva costituito presso Belfort un Distaccamento d’Armata formato dal VII Corpo e dall’Ottava Divisione di cavalleria, più una brigata della fortezza di Belfort. L’obiettivo di questa offensiva non era puramente strategico, ma altresì politico, poiché un’avanzata nell’Alsazia “irredenta” avrebbe assunto un particolare carattere di revanche e avrebbe dovuto suscitare dei moti anti-tedeschi fra la popolazione che, nella grande maggioranza, era rimasta legata sentimentalmente alla Francia ed ora, in guerra, sembrava parteggiare per la sua causa (caratteristiche analoghe presenta, sul fronte orientale, l’offensiva del Gruppo d’Armata Kummer in Polonia, destinata – nelle speranze degli alti comandi austro-tedeschi, una insurrezione contro la Russia).

Il4 agosto, Joffre impartisce l’ordine di cominciare l’offensiva in Alsazia, e il 5 il gen. Dubail diede le disposizioni per muovere il giorno 7 (cioè appena il settimo giorno dopo l’inizio della mobilitazione: in codice, M+7). In realtà, sia il gen. Dubail sia il gen. Bonneau, comandante del VII Corpo d’Armata, nutrivano forti dubbi circa l’opportunità di una tale operazione, poiché le informazioni raccolte dalla ricognizione sembravano indicare uno sgombero volontario dei reparti contrapposti della Settima Armata tedesca e temevano di lasciarsi attirare in profondità ed essere, poi, attaccati sui fianchi. Ma tali perplessità, che il gen. Dubail aveva fatto presenti al proprio Comando Supremo, vennero da questo decisamente respinte. Infatti i sostenitori dell’offensive àoutrance, e Joffre per primo, giudicarono questo atteggiamento prudente in modo sfavorevole, tanto più che veniva espresso nell’imminenza della campagna; le teorie della Nouvelle èchole sostenevano – invero con qualche ragione – che lo spirito di decisione dei comandi è essenziale alla riuscita di qualsiasi operazione. Pertanto gli ordini di attacco vennero confermati.

Il VII Corpo si mosse il 7 agosto, come previsto; superato il crinale dei Vosgi, le truppe francesi sboccarono verso la valle del Reno e occuparono Altkirch, sulla strada  principale Belfort-Mülhausen, pochi chilometri oltre la frontiera. Solo l’indomani, 8 agosto, il generale Bonneau riprese l’avanzata, impadronendosi senza lotta di Mülhausen (Mulhouse); ma, sempre preoccupato di una eventuale minaccia sui fianchi, confermata piuttosto che smentita dalla debolissima resistenza avversaria, si fermò nuovamente attestandosi a difesa. Di fronte a lui le scarse forze di copertura tedesche si erano ritirate sulla riva destra del Reno; ma il comandante della Settima Armata, gen. Von Heeringen, prendeva immediati provvedimenti per spostare verso Mülhausen il grosso delle sue forze concentrato più a nord, nella regione di Strasburgo (Alsazia Inferiore).

Il 9 agosto si pronunciò la controffensiva del XIV e del XV Corpo tedesco che, dopo aspra lotta, costrinse il VII Corpo francese alla ritirata. Questa poté arrestarsi abbastanza presto, circa 16 km a est di Belfort; ma assai dannose furono per i Francesi le ripercussioni morali dello scacco e l’immediata perdita di Mülhausen appena liberata fu sentita come un doloroso insuccesso. Tali considerazioni non dovettero essere estranee alla decisione di Joffre di riprendere l’offensiva in quel settore, però con forze molto più consistenti. Il primo scontro fra l’esercito tedesco e quello francese si era concluso con una sconfitta del secondo ; e il Comando Supremo di Vitry-le-Francois, che aveva voluto attaccare con forze inadeguate nonostante il parere contrario dei comandanti subordinati, anziché accantonare l’operazione volle riprenderla, destinandovi ingenti forze che avrebbero potuto essere impiegate più utilmente nell’offensiva principale della Prima Armata verso Saarburg. Il VII Corpo venne così rinforzato da ben 4 divisioni (3 delle quali di riserva) formando una nuova grande unità, forte di circa 150.000 uomini, l’Armata di Alsazia, affidata al generale Pau.

Per alcuni giorni il fronte dell’Alsazia Superiore rimase tranquillo; l’armata del generale Pau stava effettuando il concentramento mentre il generale Von Heeringen, ritenendo stornata la minaccia da quella parte e dovendo fronteggiare quella ben più temibile in direzione di Saarburg, tornò a spostare verso nord quasi tutta la sua armata. Da parte sua il Comando Supremo francese, fedele alla massima che il fallimento di un attacco dipende molto più dall’incapacità del comandante che da qualsiasi altra circostanza, si era affrettato a sostituire il generale Bonneau, iniziando quella serie incessante di esoneri e di confinamenti a Limoges con incarichi di retrovia, mediante i quali Joffre intendeva punire inflessibilmente la presunta incapacità dei generali che erano stati sconfitti e, al tempo stesso, renderli inoffensivi concentrandoli tutti in un luogo.

Il 14 agosto il generale Pau rinnovava l’offensiva in Alsazia Superiore e, pur incontrando una scarsa resistenza da parte delle esigue forze tedesche (appena 3 brigate), solamente il giorno 19 tornava ad occupare Mülhausen e finiva per arrestarsi del tutto il giorno 20. A quella data il Comando Supremo francese dovette constatare il fallimento dell’obiettivo principale dell’offensiva, ossia distrarre importanti forze avversarie per alleggerire l’attacco principale di Dubail più a nord. Joffre non ritenne di sfruttare a fondo la facile conquista dell’Alsazia Superiore per far convergere l’armata di Pau contro il fianco della Settima Armata tedesca presso il Monte Donon. Del resto i Francesi non erano riusciti ad acquistare sufficiente spazio verso nord, avendo occupato soltanto Munster a sud-ovest di Colmar. Perciò lo stesso 20 agosto l’Armata di Alsazia venne sciolta e le sue divisioni furono inviate a rinforzare direttamente la Prima Armata o altri settori del fronte. tutte le conquiste fatte vennero abbandonate ad eccezione di un minuscolo lembo dell’Alsazia a nord-ovest di Mülhausen, intorno al villaggio Thann.

Le due offensive iniziali francesi si chiudevano così con un bilancio del tutto passivo. Se nella prima si erano esposte forze inadeguate a subire uno scacco quasi inevitabile, nella seconda si erano impegnate forze cospicue senza ottenere alcun profitto. Inoltre, in questa occasione, Joffre (e fu, per la verità, la sola volta) aveva dato prova di irresolutezza e di una certa indeterminatezza strategica. Dapprima l’armata del generale Pau era stata sottratta al comando del gen. Dubail; poi non si era saputo farla venire tempestivamente a sostegno di quest’ultimo, pur essendo schierata in un settore contiguo; infine essa gli era stata restituita quando ormai era troppo tardi. In pratica, contravvenendo a un principio strategico basilare, si erano lasciate inutilizzate forze considerevoli nel momento decisivo della battaglia in Lorena.

2.      LA BATTAGLIA DI MORHANGE-SARREBOURG.

Il 14 agosto, lo stessogiornoin cui ilgen.Pau riprendeva l’offensiva in Alsazia superiore, la Prima e la Seconda Armata francesi iniziarono l’offensiva principale in Alsazia e Lorena. Obiettivi principali erano Saarebourg (Saarburg) per la Prima Armata e Morhange (Mörchingen) per la Seconda. Il terreno sui cui avrebbe dovuto svolgersi l’avanzata era mosso, collinoso, coperto di boschi, attraversato da fiumi incassato in valli strette e profonde, disseminato di laghi; e, benché le truppe francesi – in omaggio alle teorie della offensive à outrance – fossero pressoché sprovviste di artiglieria pesante, tutto faceva pensare che la loro avanzata, nella soffocante calura estiva, sarebbe stata faticosa e difficile.

Il principe ereditario di Baviera, alle cui dipendenze era stato posta, dal 9 agosto, la Settima Armata del gen. von Heeringen, non poteva opporre che 16 divisioni, fra attive e di riserva, a una trentina di divisioni francesi; ma, di queste ultime, una parte formava l’Armata di Alsazia, destinata in pratica a non essere impiegata, e 3 costituivano le guarnigioni di Verddun, Toul e Nancy. Per un momento, comunque, sembrò a Moltke che l’intero piano di operazioni controla Francia dovesse diventare irrealizzabile: Schlieffen, infatti, aveva ammonito che un’offensiva avversaria in forze nell’Alsazia-Lorena avrebbe privato di ogni efficacia la progettata manovra avvolgente dell’ala destra attraverso il Belgio. Però, dato che in quel settore l’avanzata francese procedeva con molta lentezza re che, per il giorno 18, l’ala destra tedesca sarebbe stata pronta a muoversi, nel capo di Stato maggiore tedesco la fiducia di poter portare a compimento i piani prestabiliti; tantopiù che egli aveva provveduto immediatamente a rafforzare la propria ala sinistra con 6 divisioni d’appoggio, che in precedenza erano state promesse all’alleato austro-ungarico, e che avrebbero poi dovuto essere impiegate a rinforzo dell’ala destra marciante. Anzi Moltke a un certo punto, con la sua caratteristica indecisione fra manovra avvolgente sulla sola destra (Schlieffen) e manovra a doppio avvolgimento, che alla fine avrebbe determinato il fallimento della campagna di Francia pensò di imbastire con l’ala sinistra una controffensiva talmente poderosa, da sfondare il fronte avversario in Lorena e mirare al congiungimento, in quella direzione, con l’ala destra marciante, rendendo completo l’accerchiamento dell’intero esercito francese. Alla fine vi rinunciò, almeno per il momento; però le 6 divisioni del gruppo di riserva rimasero all’ala sinistra: troppe, per svolgere compiti puramente difensivi.

I Francesi, intanto, avanzavano con grande lentezza, tanto più che solo il 18 agosto,ossia cinque giorni dopo aver iniziato l’avanzata, essi poterono disporre di forze completamente concentrate. La Prima Armata di Dubail avanzava oltre la Meurthe e l’alta Saar (Sarre); sulla destra, il  XX Corpo d’Armata scendeva lungo le pendici dei Vosgi per operare ad est di essi, nella valle del Reno. La Seconda Armata di De Castelnau che avrebbe dovuto tenersi in stretto contatto con l’ala sinistra della Prima,in realtà avanzava soltanto con la propria ala destra perché i due corpi di sinistra, secondo le disposizioni del Comando Supremo, erano stati rattenuti sulla riva sinistra della Mosella. In tal modo i Francesi, anziché coprirsi da possibili attacchi in direzione della poderosa fortezza di Metz, si ponevano completamente sulla difensiva. In tal modo la Prima e la Seconda Armata, pur avendo- insieme all’Armata di Alsazia – una netta superiorità complessiva sulle Armate tedesche Sesta e Settima, si trovarono ad avanzare con sole 19 divisioni e cioè con forze non superiori a quelle che l’avversario poteva contrapporre nel settore decisivo della battaglia.

Questo risultato strategico fu opera dell’abilità del Comando Supremo tedesco, sia mediante una dislocazione più “economica” delle forze (nell’Alsazia Superiore erano state lasciate solo 3 deboli brigate a fronteggiare una intera armata avversaria) sia, come si è detto, con l’impiego di 6 divisioni inizialmente destinate all’ala destra (cosa che in seguito, però, si sarebbe rivelata erronea, essendo l’ala destra la chiave della monovra complessiva dell’esercito tedesco). In effetti, però, esso non seppe approfittare del vantaggio ottenuto, poiché l’ala sinistra era adesso anche troppo forte per una semplide difesa, ma pur sempre insufficienti per tentare un vero sfondamento in Lorena, tanto più in un settore presidiato dalle poderose fortezze francesi. Moltke si riprometteva l’annientamento delle due Armate francesi di destra, la Prima e la Seconda, lasciandole avanzare al centro di queldifficile terreno e,poi, contrattaccandole sui fianchi (era sempre l’ossessione di una grande “Canne”); pertanto le forze tedesche ebbero ordine di ripiegare senza opporre una seria resistenza. A dispoetto di ciò, l’avanzata francese fu tutt’altro che rapida, anche perché le retroguardie tedesche fecero larghissimo uso della loro artiglieria, evitando d’impegnarsi a fondo in combattimenti di fanteria. Fu così che la Ventinovesima Divisione di fanteria della Seconda Armata, attaccando presso Lagarde, rimase inchiodata dal tiro dell’artiglieria avversaria e subì perdite enormi, senza avere neppure visto la fanteria nemica.

Sul fronte della Prima Armata, Sarrebourg venne occupata il 18 agosto e anche il Monte Donon venne conquistato; un successo suscettibile d’importanti sviluppi venne riportato sul versante meridionale di questo massiccio, a St. Blaise, ma venne a mancare lo sfruttamento in profondità. Il 19 l’avanzata venne ripresa oltre Sarrebourg, e un contrattacco tedesco venne respinto; tuttavia i Francesi incontravano sempre maggiori difficoltà, sia per le asperità del terreno, sia per l’efficace resistenza opposta dall’avversario. Più a nord, sul fronte della Seconda Armata, il XX Corpo d’Armata del gen. Foch, costituente l’ala destra, aveva occupato il 17 agosto Chateau-Salins, oltrepassandola; al centro il XV e, sulla sinistra, il XVI Corpo avanzarono senza incontrare una decisa resistenza. Invece il IX Corpo venne mantenuto indietro, sul Grand Couronnè de Nancy. Nonostante le forti perdite subite, per il 20 agosto le due armate francesi contavano di proseguire l’avanzata; i furiosi combattimenti del 19, che avevano fatto passare al Comando Supremo francese delle ore di crisi e perfino bloccato in diversi punti l’avanzata, vennero interpretati come un estrema resistenza da parte di un nemico ormai prossimo al punto di rottura e che, sotto una rinnovata, energica spinta, avrebbe ceduto del tutto.

Da parte sua, Moltke avrebbe voluto lasciare che la Prima e la Seconda Armata avanzassero ancora, spingendosi più profondamente nella trappola e allontanandosi ulteriormente dalle proprie basii; ma il principe Rupprecht di Baviera era contrario alla prosecuzione di quel ripiegamento, che agli occhi dei soldati appariva ingiustificato e generava perciò malumore, ed esercitava pressioni sul Comando Supremo per poter contrattaccare al più presto. Moltke non seppe o non volle far prevalere i suoi intendimenti; forse, l’allettante prospettiva della manovra a doppio avvolgimento tornava ad influenzare la sua concezione strategica. Così, alla fine, il principe Rupprecht e il suo Capo di Stato Maggiore, gen. Krafft von Dellmensingen, riuscirono a strappargli la sospirata autorizzazione e contrattaccarono subito.

Il 20 agosto la Sesta e la Settima Armata sferrarono la controffensiva. I Francesi, che avanzavano sui prati e nei boschi con la loro visibilissima uniforme rosso-blu, si trovarono sotto il tiro della micidiale artiglieria avversaria e, per la prima volta, si accorsero a proprie spese che l’élan non era sufficiente ad aver ragione meno impetuoso, ma meglio armato e condotto con più freddezza. Alle 4 del pomeriggio il gen. De Castelnau, fortemente premuto presso Morhange e attaccato anche sull’ala sinistra dalla guarnigione di Metz, era costretto a ordinare la ritirata generale della sua armata. La Prima Armata, nel complesso, si batté con maggior fortuna e, in molti settori, riuscì a respingere l’attacco; ma il cedimento dell’armata contigua aveva frattanto lasciata scoperta la sua ala destra, sicché il 21 anche il gen. Dubail era costretto a ripiegare.

Il complesso di azioni del 20 agosto, che costituirono la battaglia di Morhange-Sarrebourg, si chiuse pertanto con una grave sconfitta dei Francesi, che subirono perdite assai gravi e dovettero cedere tutto il poco terreno così faticosamente conquistato; essi però sfuggirono all’accerchiamento e alla distruzione, principalmente perché il contrattacco tedesco era stato prematuro. La Seconda Armata arrestò la sua ritirata ad ovest della Meurthe e ricevette, come rinforzo, 2 divisioni della riserva e il II Corpo di cavalleria; sulla sinistra venne mantenuta la linea del Grand Couronnè, un anfiteatro di colline che racchiudono la città di Nancy. La Prima Armata che, pur avendo subito gravi perdite, era tuttavia in condizioni migliori della seconda, si attestò su una linea da Dames-aux-Bois al Col du Bonhomme.

È stato affermato che, nella battaglia di Morhange-Sarrebourg, 345.000 Tedeschi sconfissero 456.000 Francesi; ma, come si è visto, in effetti la battaglia decisiva fu sostenuta da due avversari che numericamente si equivalevano. Ciò che mancò ai Francesi fu soprattutto una intelligente azione di comando: dopo aver diviso le proprie forze senza una vera necessitò, Joffre mandò all’attacco due armate secondo gli schemi grandmaisoniani della offensive à outrance, convinto della superiorità dell’ardore offensivo e delle baionette su di un avversario che, pur non possedendo un’artiglieria da campagna efficiente come quella francese, impiegava però largamente quella di medio calibro, regolandone il fuoco con l’osservazione aerea e ottenendo una notevole precisione di tiro. Ma anche i Tedeschi commisero dei gravi errori, primo fra tutti la precipitazione del contrattacco, che impedì loro di cogliere una vittoria forse decisiva. D’altra parte, rigettati fino alle oro basi di partenza ed oltre, ma al tempo stesso addossati alle proprie poderose fortificazioni di frontiera, dopo il rovescio subito i Francesi costituivano una forza combattente più efficiente di prima. Rigettandoli sulla loro linea fortificata senza essere riusciti a distruggerli e nemmeno a disorganizzarli in misura notevole, i Tedeschi a loro volta si trovarono in condizioni di dover attaccare allo scoperto un avversario fortemente arroccato.

A partire dal 23 agosto la lotta si riaccese violenta sul fronte della Prima Armata di Dubail, mentre, più a nord, la Seconda armata di Castelnau era anch’essa fortemente premuta. Il principe Rupprecht di Baviera diresse i suoi maggiori sforzi nell’intervallo fra le linee fortificate Verdun-Toul ed Epinal-Belfort,la cosiddetta Trouée des Charmes, senza però riuscire a strappare risultati decisivi. Nel complesso, in questo settore, il fronte si stava stabilizzando.

3.      LA BATTAGLIA DELLE ARDENNE.

Lo scacco subito in Lorena convinse Joffre che la sua Prima e Seconda armata erano andate a urtare contro il grosso dell’esercito tedesco. D’altra parte, le notizie provenienti dal Belgio sembravano indicare che anche in quella direzione il nemico avanzasse con forze numerose, anche se al Quartier Generale francese si era ben lontani dal sospettare quale enorme spiegamento di uomini e mezzi costituisse l’ala destra tedesca. Questi elementi convinsero Joffre che al centro dello schieramento avversario non dovevano esservi che forze assai deboli, un velo sottile che la sua erza e Quarta Armata avrebbero potuto sfondare con relativa facilità, tagliando fuori in tal modo l’ala destra tedesca penetrata in Belgio o quantomeno l’avrebbe costretta a una precipitosa conversione per coprirsi il fianco. Tale era, difatti, la già ricordata variante del “Piano XVII”  per il caso di una irruzione tedesca attraverso il Belgio (vedi il nostro articolo I piani per il fronte occidentale e l’invasione del Belgio). Joffre, più che mai convinto della bontà di quel piano, ordinò allora alla Terza e Quarta Armata di avanzare verso nord-est, nelle Ardenne, per sfondare il centro avversario e cadere sul fianco della sua ala destra in direzione della Mosa.

Anche questa volta, però, il Comando Supremo francese commise due gravi errori. Dapprima distaccò 3 divisioni di cavalleria alle due ali dello schieramento (la Quarta e la Nona a nord-oves, verso la Mosa, la settima ad est, verso Diedenhofen), privando le due armate di un mezzo poderoso per la ricognizione: ciò che può spiegare come esso rimase fino all’ultimo nella più completa ignoranza circa l’entità delle armate tedesche che avanzavano loro incontro. Poi, proprio alla vigilia della battaglia, sottrasse alla Terza Armata del gen. Ruffey 3 divisioni di riserva che, insieme ad altre 4 divisioni di riserva, andarono a formare una nuova “Armata di Lorena”, sul fianco destro della Terza Armata. L’Armata di Lorena, posta agli ordini del generale Manoury, aveva il compito di difendere l’Hauts de Meuse, sostenere l’armata di Castelnau sulla destra e proteggere il fianco di Ruffey nelle Ardenne sulla sinistra; inoltre, eventualmente, assediare le fortezze di Metz e Diedenhofen.

Sebbene quelle divisioni, composte di riservisti anziani e poco addestrati all’impiego in linea, non costituissero una efficiente forza da combattimento, la sottrazione di 3 divisioni alla Terza Armata e la loro destinazione a compiti puramente difensivi costituì un ulteriore fattore di indebolimento del centro dello schieramento francese, e ricorda l’infelice utilizzazione dell’Armata dell’Alsazia nei giorni decisivi alla vigilia della battaglia di Morhange-Sarrebourg. Così, se all’inizio della campagna la Terza e la Quarta Armata francesi schieravano un numero di divisioni – fra attive e di riserva – pari a quello della Quarta e Quinta Armata tedesche, adesso il rapporto si era spostato a favore di queste ultime, sicché la superiorità numerica che Joffre credeva di possedere era, in realtà,  puramente illusoria. Fu una fortuna per i Francesi, in tali condizioni, che essi non dovettero affrontare anche la Terza Armata di von Hausen la quale, pur trovandosi ad ovest della Mosa, puntava più ad est.

Le Ardenne presentano un terreno poco adatto alla manovra, un succedersi di colline fittamente boscose, interrotte da valli, con una rete stradale insufficiente e malagevole, dove la fitta nebbia impediva la ricgnizione della cavalleria e il terreno mosso rendeva inefficiente ilpur ottimo cannone da 75 mm. francese, che aveva una traiettoria di tiro tesa (cfr. il nostro articolo I piani per il fronte occidentale e l’invasione del Belgio). La Quinta Armata tedesca (kronprinz Guglielmo) e la Quarta (Duca di Württemberg) non erano all’oscura della presenza di grosse unità francesi, ma ne ignortavano l’esatta posizione. Esse avevano incominciato il movimento in avanti verso sud-ovest, tra Diedenhofen e Tintigny, ruotando come una porta sul proprio cardine, per assecondare il ben più ampio movimento avvolgente dell’ala destra della Prima, Seconda e Terza Armata attraverso il Belgio.

Il 21 agosto vi furono alcuni scontri sporadici tra le due parti, con esito incerto, senza portare un chiarimento della situazione. Il 22 la battaglia si accese improvvisa ed ebbe spiccato carattere di battaglia d’incontro: le truppe avanzanti si trovarono improvvisamente sottoposte al tiro dell’artiglieria e subirono forti perdite. Nel settore di Longwy e Virton,la Terza Armata di Ruffey urtò contro la Quinta Armata del principe ereditario tedesco e rimase inchiodata. In alcuni settori, come presso Virton, dov’era il Corpo del generale Sarrail, la lotta non si svolgeva sfavorevolmente per i Francesi; ma, nel complesso, il vantaggio era decisamente per i Tedeschi, anche per la maniera dissennata con cui i valorosi poilus venivano lanciati all’attacco, talvolta senza alcun appoggio dell’artiglieria. A Neufcâteau s’infranse l’offensiva della Quarta Armata francese, condotta dal gen. De Langle de Cary; tutti i suoi Corpi, e specialmente il XVII e il Corpo coloniale, subirono perdite gravissime sotto il fuoco dell’artiglieria del duca di Württemberg. Ad aggravare le cose, la ritirata del IV Corpo da Virton, effettuata anzitempo, mise in una situazione critica l’ala destra della Quarta Armata.

In tal modo i Francesi, che fiduciosamente avevano attaccato il centro dello schieramento tedesco credendo di incontrare solo una modesta resistenza e di poter sboccare sul fianco dell’ala destra avversaria, erano stati a loro volta sorpresi, battuti e costretti alla ritirata. Sela sconfitta francese, anche in questo settore, non si mutò in una rotta, il merito va principalmente al contegno tenuto dalle due armate tedesche, che indugiarono sulle proprie posizioni senza imbastire un immediato inseguimento in profondità; di modo che la resistenza eroica e isolata di alcune unità francesi furono sufficienti a proteggere il ripiegamento del grosso.

Per il 25 agosto la Terza Armata francese si era attestata dietro la Mosa e la Quarta aveva preso posizione fra il Chiers e la Mosa; le loro ali interne si erano strettamente saldate e, da allora, fra esse divenne possibile una stretta cooperazione, cosa che non era avvenuta in precedenza. Come già era avvenuto per l’Armata di Alsazia, a battaglia finita Joffre dovette constatare che il fine strategico per cui era stata costituita l’Armata di Lorena era venuto meno o, comunque, si era alquanto ridimensionato. Pertanto l’armata venne sciolta e una parte fu lasciata a difendere l’Haute-de-Meuse, un’alltra andò a formare il nucleo della futura Sesta Armata al comando del gen. Manoury. Il 26 agosto anche la Quarta Armata arretrò interamente dietro la Mosa, e qui ricevette ordine tassativo di stroncare qualsiasi tentativo avversario di forzare la linea del fiume. In effetti, ruppe della Quarta Armata tedesca riuscirono ad attraversare la Mosa in due punti, respingendo il Corpo coloniale di De Langle de cary che già era stato duramente provato nelle Ardenne; ma i furiosi contrattacchi francesi riuscirono ad arestarne i progressi. Soprattutto sulla sua ala destra, la Quarta Armata respinse validamente gli attacchi e, alla seradel 27, il gen. De Langle de Cary impartiva ordini ambiziosi per rigettare oltre ilfiume la Quarta Armata del duca di Württemberg. Tuttavia l’indomani il Comando Supremo francese pensò bene d’interrompere la battagliadella Mosa, ordinando alla Quarta Armata di effettuare un ordinato ripiegamento fin dietro l’Aisne, che venne iniziato il 29 agosto.

In questa seconda fase della lotta, comunque, i Francesi avevano riacquistato fiducia in se stessi; i loro comandi avevano cominciato ad apprezzare i molti vantaggi della difensiva e a promuovere una più stretta collaborazione sul terreno tra fanteria e artiglieria,  ciò che era mancato nella battaglia di Morhange-Sarrebourg e in quella delle Ardenne; l’impiego massiccio del pezzo da campagna da 75 mm. aveva dato risultati molto positivi, tantopiù che adesso anche l’avversario, trovandosi ad attaccare, commise una serie di errori dovuti all’inesperienza. Nelcomplesso la battaglia della Mosa, anche se terminò con una ulteriore ritirata, non può in alcun modo essere considerata una sconfitta francese, quale ad esempio era stata quella delle Ardenne. Essa determinò, tuttavia, l’apertura di una vasta breccia fra la Quarta e la quinta Armata, cosa estremamente pericolosa e suscettibile di sviluppi imprevedibili, qualora il nemico fosse stato pronto ad approfittarne.

4.      LA BATTAGLIA DI CHARLEROI.

Sembra che in tutto l’esercito francese un solo uomo si sia reso conto, nell’agosto del1914, della vastità del movimento aggirante che i Tedeschi stavano eseguendo attraverso il Belgio e di quanto imponente fosse l’impiego di uomini e mezzi all’ala destra tedesca: il comandante Lanrezac, comandante della Quinta Armata. Fin dall’8 agosto egli aveva inviato il proprio Capo di Stato maggiore al Quartier Generale di Chhtéau-Thierry, per avvertire Jofffe del pericolo di avvolgimento sul suo fianco sinistro; ma non fu creduto. Per poter minacciare un avvolgimento dell’estrema ala sinistra francese, i Tedeschi avrebbero dovuto varcare la Mosa con forze imponenti: cosa ritenuta impossibile, dato che i Francesi ignoravano l’impiego in linea delle divisioni di riserva avversarie. Pertanto, Joffre e i suoi collaboratori ritennero che i Tedschi non avrebbero mai potuto disporre di forze bastanti a guarnire tutta la linea del fronte franco-belga; e che la segnalazione del pericolo di Lanrezac fosse semplicemente un segnale di un suo prossimo cedimento di nervi, prima ancora dell’inizio delle operazioni. Allora egli volle scoraggiare qualsiasi atteggiamento di prudenza da parte dei comandanti in subordine, ribadendo la bontà del Piano XVII: la chiave della vittoria consisteva in sua rigorosa applicazione da parte del Comando Supremo, nello spirito d’iniziativa dei comandanti delle singole armate e nello slancio guerresco dei soldati. Perciò ogni saggio ammonimento venne da lui ignorato  fino al momento in cui le informazioni raccolte sul campo incominciarono a confermare i timori espressi da Lanrezac; anche allora, però, egli vi credette solo in parte, autorizzando il comandate della Quinta Armata non fu autorizzato che a una modesta rettifica di posizionamento, ossia a spostare più ad ovest il proprio corpo d’armata di sinistra: misura ritenuta insufficiente dallo stesso Lanrezac.

D’altra parte, per una eventuale controffensiva in Belgio Joffre faceva affidamento su una attiva cooperazione sia con il Corpo di spedizione britannico, sia con l’esercito belga. E, in entrambi i casi, peccava di eccessivo ottimismo: perché in quel momento l’esercito del re Alberto stava ripiegando su Anversa, attirando bensì da quella parte due corpi d’armata tedeschi di riserva tedeschi (prima il III e poi il IX), ma senza con ciò rallentare l’avanzata dell’ala destra avversaria; mentre, da parte sua, il gen. sir John French gli comunicava che le forze britanniche non sarebbero state pronto ad entrare in azione prima del 24 agosto. Perciò le 13 divisioni dell’armata di Lanrezac , rafforzate da 2 divisioni di riserva, si trovarono ad affrontare non 17 o 18 divisioni tedesche come stimato dal Comando Supremo francese, ma 30. Quanto alle forze alleate, le 4 divisioni britanniche erano ancora in fase di concentrazione e 5 divisioni belghe stavano ripiegando su Anversa, mentre una sola divisione belga rimaneva a Namur in appoggio a quella fortezza, verso l’ala destra della Quinta Armata francese.

Verso lametà del mese, comunque, notizie di una poderosa avanzata tedesca verso la Sambre e la Mosa a sud di Namur (Dinant fu attaccata il 14 agosto) indussero Joffre ad autorizzare un cambiamento di fronte della sua Quinta Armata, in modo che il suo attacco si pronunciasse non già verso est, bensì verso nord, per contrattaccare le forze tedesche che scendevano da Bruxelles. Ma è chiaro che egli non si era ancora reso conto dell’entità della minaccia sul suo fianco sinistro, tanto è vero che l’offensiva nelle Ardenne della Terza e Quarta Armata non venne da lui affatto accantonata. In tal modi si permetteva che si creasse una breccia fra la Quarta e la Quinta Armata; e, quel che è peggio, si lasciava scoperto il fianco destro di quest’ultima dalla parte della cosiddetta “Mosa di Dinant”,ossia il tratto del fiume tra Namur e Meziéres.  Per premunirsi contro una tale minaccia, il I Corpo d’Armata del gen. Franchet d’Esperey venne incaricato della protezione del fianco di  Lanrezac, misura chiaramente non adeguata alle circostanze. L’imprudenza commessa dal Gran Quartier Generale  di Joffre può spiegarsi solamente con la presunzione della debolezza del centro avversario, destinato a venire infranto – secondo i suoi calcoli – dall’attacco della Terza e della Quarta Armata nelle Ardenne. In ogni caso, l’attacco tedesco su Dinant avrebbe dovuto suonare come un campanello d’allarme: ma esso non venne ascoltato. Il 21 agosto Joffre ordinò a Lanrezac di attaccare a nord della Sambre; poi, dal momento che quest’ultimo gli faceva presente che gli Inglesi non erano ancora pronti ad affiancarlo, gli rimise la libertà di attaccare quando lo avesse ritenuto opportuno. Il che aggiunge una nota di indecisione e di incoerenza a una direzione strategica che, fino a quel momento, non aveva peccato certo per elasticità nei rapporti con i comandanti d’armata.

Anche da parte tedesca, però, si commisero degli errori. La Prima Armata di von Kluck, che già aveva dovuto privarsi di importanti aliquote per l’assedio di Anversa, era stata posta alle dipendenze del gen. von Bülow della Seconda, etra i due sorsero ben presto dei forti dissensi. Von Kluck, temperamento audace e impetuoso, avrebbe voluto spingersi più ad ovest possibile, per avvolgere la sinistra del Corpo di spedizione britannico che, il 20 agosto, era segnalato nei pressi di Lilla (mentre invece, a quella data, si trovava già a Mons): intendeva, cioè, rispettare pienamente la direttrice d’avanzata, e soprattutto lo spirito, dell’originario  Piano Schlieffen. Invece von Bülow, comandante abile ma decisamente prudente – e quindi, aldilà di ogni altra considerazione, poco adatto a comandare l’ala destra marciante – era invece preoccupato di non perdere il contatto con la Prima Armata, della quale voleva anzi che intervenisse in appoggio alla propria ala destra (tornando così a spostare il proprio baricentro verso est). Di conseguenza, von Bülow non voleva che la Prima Armata si spingesse troppo ad ovest di Mons: il suo principale obiettivo strategico era quello di mantenere unita e compatta tutta l’ala destra tedesca, evitando che si creassero delle brecce fra le armate; non quello di allargarsi verso il Mare del Nord, per rendere ancora più ampia l’azione di avvolgimento della sinistra avversaria. Per l’azione contro la Quinta Armata francese a sud della Sambre, poi, sarebbe stata necessaria una strettissima cooperazione con la Terza Armata di von Hausen, ciò che effettivamente avrebbe consentito di impegnare frontalmente l’avversario nell’angolo tra la Mosa e la Sambre, e poi di avvolgerlo slla sua destra, forzando la Mosa tra Dinant e Givet. Non esisteva, però, una subordinazione di von Hausen rispetto a von Bülow, né il Quartoer Generale di Moltke ritenne di crearla almeno temporaneamente, in questa decisiva circostanza. Va detto che Moltke, in quel momento, era troppo lontano dal fronte e troppo male informato circa la situazione sul campo per potersi fare un’idea appropriata di come stessero evolvendo le operazioni della sua ala destra. Von Bülow, comunque, di sua iniziativa prese accordi con von Hausen, e i due comandanti stabilirono di effettuare la manovra a tenaglia il giorno 23.

L’armata di Lanrezac non fece in tempo ad attraversare la Sambre, perché fu preceduta dall’avversario. Il giorno 21 la Seconda Armata tedesca raggiunse la linea della Sambre e la superò con le sue avanguardie, mentre ad est veniva a contatto con i forti di Namur e ne iniziava immediatamente il bombardamento con l’artiglieria pesante resa disponibile dalla caduta di Liegi. Così, entro la sera stessa si era assicurata il passaggio attraverso il fiume, un’ottima posizione difensiva sulla quale i Francesi non avevano fatto in tempo ad attestarsi e, per il giorno dopo, sarebbe stata in gradi di iniziare senz’altro l’offensiva contro la Quinta Armata. Il mattino del 22 agosto, poi, la ricognizione tedesca non vide a sud del fiume che scarse forze avversarie, producendo nei comandi la falsa impressione che solo un velo di cavalleria facesse schermo  al grosso della Quinta Armata, che avrebbe dovuto trovarsi ancora più a sud: Perciò al gen. von Bülow sembrò presentarsi la magnifica opportunità di superare senza contrasti quella difficile barriera fluviale. Così, nonostante gli accordi già presi con von Hausen per un attacco coordinato il giorno 23, cioè l’indomani, egli decise di muoversi quel giorno stesso. Al Comando della Terza Armata egli fece richiesta di avanzare verso la Mosa, ma era evidente che, per quel giorno, le divisioni di von Hausen non sarebbero state in grado di gettare tutto il proprio peso nella lotta.

A sud della Sambre, la Quinta Armata francese al completo contrattaccò la Seconda Armata; le truppe di Lanrezac non si erano trincerate, ma battendosi con grande acccanimento impegnarono pesantemente l’avversario. Anche questa vola, però, alla fine i Tedeschi ebbero la meglio: dopo aspra lotta il centro della quinta Armata fu respinto a sud del Marlagne, sulla linea St. Gérard-Nalinnes, dove peraltro riuscì a riorganizzarsi. Sulla sinistra, il III Corpo non riuscì a sloggiare i Tedeschi da Charleroi, ma nel complesso tenne fermo, nonostante le gravi perdite. Quanto alla Terza Armata di von Hausen, informata dell’attacco prematuro di von Bülow essa si portò avanti fino alla riva destra della Mosa, ma fu solo nel corso della notte che essa poté iniziare l’attacco, passando il fiume in alcuni punti, incontrando però la decisa resistenza del I Corpo di Franchet d’Esperey.

Il mattino del 23 agosto l’armata di von Bülow rimase quasi inattiva; impressionato dalla tenace resistenza dell’avversario, il comandante tedesco credette di avere di fronte  a sé forze superiori, e preferì aspettare l’esito della manovra avvolgente di von Hausen: sicché si può dire che, se dapprima era stato eccessivamente precipitoso, ora era passato a una prudenza altrettanto esagerata. La lotta fu invece accanitissima sul fiuanco destro della Quinta Armata francese; in particolare,le truppe di von Hausen effettuarono un pericoloso attacco ad Onhaye, ma vennero ricacciate dal contrattacco di una brigata del valorosissimo I Corpo.

 Nel pomeriggio la Seconda Armata tedesca riprese l’azione, respingendo ancora il centro della Quinta Armata francese; tuttavia, von Bülow rimase nuovamente impressionato dall’efficacia con cui si batteva l’avversario, al punto che richiese a von Hausen di impegnare il fianco della Quinta Armata per alleggerirlo. In quel momento von Hausen aveva già emanato gli ordini perché la Terza Armata si muovesse, all’indomani, verso sud-ovest al fine di cadere sulla linea di ritirata della quinta Armata, invece, l’urgente richiesta di aiuto di von Bülow lo indusse a rinunziarvi, dirigendo l’avanzata direttamente su Mettet. Fu a questo punto che Lanrezac, considerato l’aggravarsi della propria situazione, non ritenne di poter continuare la lotta a sud della Sambre. Le sue truppe erano esauste e avevano subito forti perdite; l’armata di von Hausen minacciava il suo fianco e il tergo dalla parte della Mosa; la Prima Armata di von Kluck era alle prese con il Corpo di spedizione britannico, il quale non dava sufficienti garanzie essere in grado di coprire efficacemente la sua ala sinistra: pertanto, minacciato di doppio avvolgimento, si risolse ad ordinare la sola cosa possibile, ossia la ritirata generale.

La situazione tattica verso nord non era, peraltro, del tutto sfavorevole ai Francesi, poiché anche la seconda Armata tedesca era scossa e stanchissima dopo aver sostenuto una così dura lotta, non era in condizioni molto migliori dell’avversario che ora, davanti ad essa, si stava ritirando. Però da un punto di vista strategico generale la situazione dell’ala sinistra francese si era fatta quasi insostenibile, tanto più dopo che era giunta notizia dei rovesci patti dal centro (Terza e Quarta Armata) nella battaglia delle Ardenne, nonché della breccia che si era formata, e che si andava via via allargando, a sud del I Corpo di Franchet d’Esperey. Da ultimo, la caduta di Namur consentiva all’avversario di immettere nuove forze nella lotta sul proprio fianco destro. Per tutte queste considerazioni, risulta che la decisione del gen. Lanrezac fu saggia e tempestiva, consentendo di preservare l’efficienza combattiva della sua armata in vista di altri compiti, che a breve scadenza si sarebbero presentati.

Il ripiegamento della Quinta Armata, tra Givet e Philippeville, ebbe inizio la sera del 23 agosto, quando già le notti si andavano notevolmente rinfrescando. Esso ebbe luogo senza molestie da parte di un avversario piuttosto incline alla prudenza e si svolse con ordine; in tal modo essa sfuggì alla minaccia di avvolgimento da parte della Terza Armata di von Hausen. La ritirata fu resa ancor più sicura dal fatto che il Corpo britannico del mar sir John French, che stava combattendo duramente a Mos, sulla sinistra di Lanrezac, contro la Prima Armata tedesca non ne fu affatto informato e continuò a lottare fino all’imbrunire; altra cosa è se gli Inglesi gradirono questo modo di agire da parte dei loro alleati.

Anche questa volta la sconfitta francese era stata netta, ma non decisiva: il numero dei prigionieri fatti dai Tedeschi era stato esiguo, segno inequivocabile del fatto che l’esercito francese era tuttora sorretto da un morale complessivamente buono; in definitiva, la Quinta Armata costituiva ancora un efficiente strumento di guerra. E, se lo scopo di una battaglia campale non è quello di guadagnare terreno, ma di distruggere l’avversario o, almeno, di disorganizzarlo seriamente, l’azione appena conclusa dai Tedeschi non poteva nemmeno dirsi una vittoria nel senso pieno della parola, perché era mancato il risultato più importante. La battaglia di Charleroi, però, aveva segnato il definitivo fallimento del tanto decantato Piano XVII,in cui Joffre aveva ciecamente creduto anche dopo la battaglia di Morhange-Sarrebourg; aveva cominciato a dubitare dopo la battaglia delle Ardenne; e aveva in parte riconosciuto inadeguato solo dopo l’insuccesso della Quinta Armata. In quell’uomo tenace, ma dalla visuale poco elastica e poco ampia, anche i fatti più evidenti divenivano oggetto di profonda riflessione solo dopo una lenta elaborazione, che mal si accordava con il rapidissimo evolvere dell’avanzata tedesca. Pertanto il gen. Lanrezac venne da lui accusato di aver eseguito una ritirata non necessaria. La minaccia di avvolgimento costituita dall’armata di von Hausen  sulla sua ala destra venne addirittura irrisa. Nonostante tutto, lo smarrimento degli alti comandi francesi davanti al clamoroso fallimento non solo d un piano strategico, ma di una dottrina militare ritenuti carismatici, esigeva che si scaricassero le responsabilità sui comandanti in subordine: lo spirito ottocentesco della Nouvelle échole non era ancora morto.

5.      LA BATTAGLIA DI MONS.

Il 21 agosto il Corpo di spedizione britannico, che, secondo il Servizio informazioni tedesco stava ancora terminando di sbarcare a Boulogne, si mise in marcia verso le sue posizioni sulla sinistra della Quinta Armata francese, giungendo a Mons il 22 e attestandosi sul Canale omonimo. Sulla destra, fra la testa di ponte di Mons e Condè, vi era il II Corpo d’Armata del en. Smith-Dorrien e la Diciannovesima Brigata di fanteria, sostenuti da una parte dell’Ottantaquattresima Divisione territoriale  francese, sulla sinistra, su di una linea diagonale che andava da Mons  alla Sambre, vi era i lI Corpo del gen. Haig. La Divisione di cavalleria del magg. Gen. Allenby che, insieme all’aviazione, aveva svolto un ruolo decisivo nell’individuare la presenza della Prima Armata tedesca, venne per ora mantenuta nelle retrovie. Secondo i piani originari, il mar. French avrebbe dovuto attaccare a nord del Canale di Mons, in cooperazione con la Quinta Armata francese avanzante oltre la Sambre, alfine di respingere dal Belgio l’ala destra tedesca; ma, giunti sulle proprie posizioni, i Britannici seppero che la Quinta Armata francese non avrebbe potuto attaccare, anzi, che la Seconda Armata di vin Bülow aveva forzato la Sambre con grave pericolo per la loro ala destra. Il gen. Lanrezac chiese addirittura un attacco di alleggerimento inglese contro la destra di von Bülow; sir John French non poté aderire, tuttavia promise di mantenere le sue posizioni a copertura dell’ala sinistra francese per almeno 24 ore.

Da parte loro i Tedeschi erano, come si è visto, gravemente disinformati circa la posizione del Corpo di spedizione britannico: il loro Servizio informazioni aveva subito un autentico collasso in quei primi giorni di guerra, mancando anche gli obiettivi minimi cui era preposto. Per quel che gli era stato comunicato, von Kluck riteneva che esso si trovasse ancora nei dintorni di Lilla; tuttavia, con sicuro intuito, egli avrebbe voluto spostarsi al più presto possibile verso ovest, al fine di avvolgerne l’ala sinistra. A ciò si oppose il gen. Von Bülow il quale, volendo esse efficacemente protetto sulla propria destra, verso Mons, rallentò lo slancio della prima armata, mutando inconsapevolmente la manovra di avvolgimento dei Britannici in un urto frontale. Anche la notevole superiorità numerica della Prima Armata tedesca sul Corpo di spedizione britannico venne alquanto attenuata dal fatto che 2 dei suoi corpi d’armata erano rimasti indietro, uno per l’assedio di Anversa, l’altro per un ritardo di marcia, degli altri 4, poi, solo i 2 centrali vennero effettivamente impegnati nella battaglia, il II e il IV.

Il Canale di Mons è largo circa 20 metri e profondo più di 2; vi erano 16 ponti fra Mons e Condè, ma gli Inglesi ebbero ordine di distruggerli solo all’ultimo momento. Sulla sponda meridionale si era ben trincerato il II Corpo di Smith-Dorrien; alle sue spalle, una catena di colline offriva una eccellente posizione di seconda linea. Abbandonato ogni progetto offensivo, il mar. French attese l’urto della Prima Armata tedesca, che avvenne il mattino del 23 agosto. Il I Corpo del gen. Haig  el a Brigata francese praticamente non vennero impegnati; tutto il peso dell’attacco ricadde sul II Corpo, la cui fucileria causò ai Tedeschi perdite assai gravi. Questi ultimi, avendo urtato all’improvviso nella linea avversaria, si organizzarono in fretta e rinnovarono violenti attacchi, obbligando nel primo pomeriggio i difensori a sgomberare la testa di ponte di Mons e a ripiegare sulla seconda linea difensiva; ma non riuscirono a forzare il canale, molti ponti del quale erano stati distrutti, talvolta in modo fortunoso, dagli Inglesi. Al calar della sera, infine, von Kluck sospese gli attacchi.

La difesa del Corpo britannico era stata brillante: con 2 sole divisioni esso aveva tenuto testa a 6 divisioni avversarie per molte ore; le truppe avevano mostrato di possedere un elevato spirito combattivo. Le perdite, limitate, erano state provocate soprattutto dal tiro degli obici regolato dall’osservazione aerea nemica. Quella sera il Sottocapo di Stato Maggiore del Corpo di spedizione britannico, gen. Wilson, stava proponendo al suo superiore addirittura un contrattacco per l’indomani, quando giunse la notizia che Lanrezac aveva ritirato la sua quinta Armata senza preoccuparsi di avvertire gli alleati che tanto efficacemente avevano protetto il suo fianco sinistro. Sdegnato per un tale comportamento dei Francesi, ultimo anello di una già lunga catena di incomprensioni tra French e Lanrezac, e temendo inoltre di rimanere accerchiato, il comandante inglese ordinò una lunga, velocissima ritirata, che valse a neutralizzare la manovra avvolgente dell’ala destra di von Kluck, pronunciatasi il 24 agosto.

Carattere nervoso e incostante, il mar. French si lasciò andare al pessimismo e, credendosi abbandonato dai Francesi, non pensò che a salvare le forze  affidategli, consigliando lord Kitchener di rafforzare le difese di Le Havre dove, evidentemente, pensava di reimbarcarsi o, quanto meno, di attestarsi a difesa. Fu così che le truppe britanniche, dopo aver sostenuto più che onorevolmente laprima prova del fuoco sul continente europeo dai tempi di Waterloo (esclusa la guerra di Crimea), iniziarono una ritirata così precipitosa che minacciò di rendere irrimediabile lo stato di diffidenza e incomprensione già esistente tra Inglesi e Francesi e, cosa ancor più grave, di compromettere seriamente i collegamenti col fianco della Quinta Armata di Lanrezac e, in prospettiva, l’esito finale della campagna.

6.      LA RITIRATA FRANCO-INGLESE.

Fra il 20 e il 23 agosto, nel giro di poche ore, aveva sanzionato, con la sconfitta e l’invasione del suolo patrio, il fallimento di un piano strategico, di una dottrina militare e, più ancora, un tipo di organizzazione e una mentalità nei quali la Francia aveva creduto ciecamente per decenni, nell’attesa impaziente della revanche.  Da Altkirch a Mons, su di una immensa estensione, l’attacco alleato era stato infranto e ricacciato; tuttavia le armate si erano disimpegnate abbastanza facilmente e avevano conservato sostanzialmente intatta la loro capacità combattiva. Non c’erano stati fenomeni di sbandamento fra le truppe; esse si erano lanciate in battaglia con l’ardore irresistibile dei tempi napoleonici; nella ritirata non vi erano stati panico e disperazione, solo una grande amarezza per l’abbandono di lembi del territorio nazionale. Lo stesso Joffre, che non era uno stratega ed aveva visto sfasciarsi sotto i suoi occhi il solo piano strategico esistente (poiché in tempo di pace si era giudicato disdicevole occuparsi del problema difensivo) era riuscito a conservare una calma ammirevole e una perfetta padronanza di sé. La sua idea era adesso di proseguire la ritirata della propria ala sinistra fino alla linea Amiens-Reims, evitando assolutamente di lasciarsi attrarre in una battaglia generale prima del tempo; e costituire frattanto una  nuova grande unità sull’ala più esterna e scoperta,  la Sesta Armata, con funzione di fresca massa di manovra. Nel frattempo, la linea Verdun-Belfort avrebbe dovuto essere tenuta a ogni costo: del resto, tutte le armate dell’ala destra francese stavano dando buona prova nella battaglia difensiva sulla Mosa, sul Grand Couronnè da Nancy, sulla Meurthe. Poi, riorganizzate e ristorate, le armate dell’ala sinistra avrebbero dovuto passare decisamente al contrattacco dell’ala destra tedesca. Gli Inglesi, trovandosi fra la Sesta e la Quinta Armata, nonostante le preoccupazione del mar. French sarebbero stati così rassicurati che non si sarebbero più trovati esposti a loro insaputa e, al tempo stesso, invogliati ad unirsi al contrattacco.

Tuttavia, se le truppe erano ancor animate da un alto spirito combattivo e il comandante supremo era calmissimo, all’interno del paese, e soprattutto a Parigi, si andavano diffondendo agitazione e timore a seguito delle non liete notizie dal fronte e dell’avvicinarsi minaccioso delle armate tedesche alla capitale della Francia. Joffre, fino al momento della ritirata, aveva tenuto talmente all’oscuro la stampa e lo stesso governo circa l’andamento della campagna, che già alcuni ministri si erano lamentati di essere meglio informati sui movimenti dell’esercito avversario, che del proprio; e fu allora, il 25 agosto, che risuonò come una bomba la notizia della sconfitta che, sul momento, parve (e non era) una débâcle. Lo sgomento della pubblica opinione voleva dei responsabili; i ministri erano esasperati e, in molti casi, indignati dal contegno apparentemente indifferente di Joffre, giungendo ad accusarlo apertamente di idiozia e incapacità; da più parti si chiedeva la sua testa. Il ministro della Guerra, Messimy, che ne aveva tentato una difesa all’Eliseo, il 26 agosto era stato costretto alla dimissioni e sostituito da Millerand. Quest’ultimo già il 27 agosto si recò al Gran Quartier Generale di Vitry-le-François e fu ricevuto cordialmente da Joffre che, in quella visita, candidamente vide “un segno di cortesia e non di sfiducia”. La calma imperturbabile di Joffre, che già aveva avuto un benefico effetto al Comando Supremo in preda al nervosismo, impressionò favorevolmente Millerand che lo lasciò al suo posto.

La calma di Joffre, in realtà, derivava principalmente dalla fiducia nel morale ancor saldo delle truppe, nonostante che i metodi grandmaisoniani con i quali erano state gettate allo sbaraglio, decimandole, avessero fatto di tutto per avvilirne gli animi. In compenso il comandante supremo si era finalmente convinto ad abbandonare le pericolose teorie dell’offensive à outrance, insistendo per una più stretta cooperazione tra fanteria e artiglieria e vietando tassativamente gli attacchi in ordine chiuso. Era stata necessaria una catena ininterrotta di insuccessi militari per indurre i capi a rivedere le proprie convinzioni; in compenso, se pure alcuni continuavano a pensare che un ritorno offensivo nel più tipico stile della Nouvelle échole costituisse l’ultima possibilità di ripresa, nel complesso si cominciava a far tesoro di quelle prime, drammatiche esperienze della guerra reale, e non di quella studiata puramente a tavolino.

Joffre, peraltro, continuava a sostenere (lo avrebbe fatto anche dopo la fine della guerra) che il fallimento del Piano XVII era stato provocato da un difetto di esecuzione; e, dopo avere esonerato un numero altissimo di generali, inviandoli tutti a Limoges, aveva chiaramente manifestato la sua propensione a scaricare sulle truppe la responsabilità dei rovesci. Al ministro della Guerra Messimy (prima che questi fosse costretto alle dimissioni) aveva addirittura scritto:

“I nostri corpi d’armata, nonostante la superiorità numerica che era stata loro garantita (sic), non hanno manifestato in aperta campagna le qualità offensive che ci avevano fatto sperare i parziali successi dell’inizio…”.

Era il linguaggio tipico di chi, non possedendo l’umiltà e, forse, neppure l’intelligenza per riconoscere i propri errori, scaricava ogni colpa sui fedeli esecutori della sua volontà, giungendo a misconoscere i prodigi di valore che i poilous, anche se malcondotti, avevano compiuto. Eppure, nonostante questi apprezzamenti irresponsabili (che ricordano un po’ quelli fatti dal gen. Cadorna sull’esercito italiano all’indomani di Caporetto), Joffre possedeva quelle doti di fermezza e d’incrollabile fiducia di cui la Francia aveva, in quel momento, bisogno. Ha rilevato acutamente Henry Isselin che

“(…) una sensibilità attenta e un assoluto difetto d’immaginazione fanno sì che gli avvenimenti giungano allo spirito di Joffre ridotti alla loro natura di fatti obiettivi e spogli di qualsiasi risonanza tragica. Nessun meccanismo interno gli rappresenta le immagini crudeli della guerra e della sconfitta: così, Joffre giunge per vie inconsuete a quella forma di fermezza d’animo che generalmente è l’impronta dei grandi caratteri.”

Nel campo avversario, invece, Moltke stava incominciando a manifestare quelle debolezze di carattere, la cui completa mancanza in Joffre avrebbe tanto contribuito alla salvezza dell’esercito francese. Tutti i comandati d’armata tedeschi, perdendo il senso delle proporzioni, avevano descritto al Gran Quartier Generale le vittorie riportate come travolgenti e decisive; non si erano resi conto che la capacità combattiva dell’avversario non era stata affatto spezzata, e che il suo morale continuava ad essere alto. Di conseguenza, essi erano inclini a ritenere che, per giungere al completo annientamento dell’esercito francese, sarebbe stato sufficiente condurre un vigoroso inseguimento, proseguendo verso la meta agognata di Parigi che sembrava offrirsi loro aperta e indifesa.

Moltke aveva finalmente spostato il proprio Quartier Generale da Coblenza a Lussemburgo. Sottraendosi così all’ingombrante presenza del kaiser e della corte; ma era ancora troppo lontano dal fronte e, non avendo contatti diretti con i suoi comandanti di armata, era costretto ad accettare come veritiere le loro versioni dei fatti. Una delle ragioni per le quali non voleva spostarsi da Lussemburgo era la sua riluttanza ad allontanarsi dall’ala sinistra del suo esercito, sulla quale continuava a fondare pericolose speranze di uno sfondamento in Lorena (era allora in corso la lotta accanitissima per il possesso della Trouée des Charmes). Probabilmente, l’illusione di poter attuare un doppio avvolgimento dello schieramento avversario gli derivava propria dalla scarsa conoscenza della situazione reale. Gli annunci entusiastici di vittoria da parte di von Kluck e di von Bülow non gli permisero di comprendere che, in realtà, il margine di superiorità della sua ala destra sulla sinistra franco-inglese si era eccessivamente assottigliato; che le armate di French e Lanrezac avevano lasciato delle perdite sul terreno, ma nel complesso erano sfuggite al pericolo mortale dell’aggiramento e della distruzione; che, davanti al mancato successo decisivo della sua ala destra era ancor più azzardato pensare a un ulteriore sfondamento sulla sinistra.

Se si fosse recato personalmente al fronte e avesse parlato con i suoi generali, avrebbe dovuto constatare immediatamente una contraddizione fra i rapporti di grandi vittorie che quelli gli avevano inviato ed il numero veramente esiguo dei prigionieri catturati al nemico: circa 20.000 lungo tutto il vastissimo arco del fronte, dal confine svizzero a Mons. Allora avrebbe forse compreso che quelle magnifiche truppe, che il principe Rupprecht di Baviera gettava incessantemente in una serie di impossibili attacchi frontali contro le fortificazioni più poderose d’Europa, sarebbero state assai meglio impiegate destinandole a rinforzare l’ala destra, poiché la battaglia delle frontiere non era stata decisiva e quest’ultima si sarebbe verosimilmente combattuta entro breve, proprio alla sua ala destra, in direzione di Parigi. Le divisioni di von Kluck e di von Bülow, d’altra parte, erano ormai spossate dalle lunghe marce, quelle dell’estrema ala destra dovendo compiere fino a 40 km. al giorno, e, come delresto quelle alleae, erano malnutrite; illoro morale, tuttavia, era altissimo, sostenuto dalla certezza di una rapida vittoria e  dell’ingresso trionfale a Parigi, come nel 1871.

7.      LA BATTAGLIA DI LE CATEAU.

Dopo la battaglia di Mos, il mar. French fu dapprima tentato di ripiegare con il Cprpo di spedizione britannico entro la fortezza di Maubeuge; vi rinunciò rammentando il fatale errore di Bazaine che, nel1870, si era chiuso in Metz; e anche perché le fortezze in genere, dopo la caduta di Liegi, avevano perso molta della considerazione in cui erano state tenute dagli esperti di cose militari. Pertanto la ritirata degli Inglesi proseguì nella direzione generale di sud-ovest, premuti costantemente da vicino dalle divisioni di von Kluck, tanto che solo mediante un impiego abile e audace della cavalleria e dell’artiglieria a cavallo essi avevano potuto allontanarsi da Mons dopo la battaglia. Per portarsi nella zona di Bavai verso Le Cateau, il Corpo di spedizione britannico si trovò davanti alla grande foresta di Mormal, il cui interno era privo di strade, e dovette dividersi: il II Corpo di Smith-Dorrien e la Divisione di cavalleria di Allenby presero la strada a ovest della foresta, mentre il I Corpo di Haig prese per quella ad est.

La sera del 1°agosto le truppe del I Corpo raggiunsero Landrecies, dove ebbero uno scontro assai confuso con avanguardie del IV Corpo tedesco, che vennero respinte; questo episodio, comunque, mise in evidenza l’estrema vicinanza dell’armata di von Kluck e aumentò il nervosismo del mar. French e del suo Stato maggiore (trasferitosi da Le Cateau a St. Quentin). Ancora più allarmante fu quanto accadde al II Corpo presso Le Cateau, ove venne quasi raggiunto dal II e IV Corpo tedeschi a ovest della città; le truppe inglesi raggiunsero solo nella notte, parzialmente, le posizioni loro assegnate e si trovarono talmente vicine all’avversario che il proseguire la ritirata l’indomani avrebbe significato esporle alla distruzione. D’altra parte, alle ore 21,00, il gen. Smith-Dorrien aveva ricevuto l’ordine esplicito di non impegnare battaglia il giorno successivo, ma di continuare il movimento di ritirata. Smith-Dorrien si consultò con il magg. Gen. Allenby, comandante la Divisione di cavalleria, e col comandante della Quarta Divisione di fanteria, inviata dall’Inghilterra e giunta appena quel pomeriggio :né l’uno né l’altro erano alle sue dirette dipendenza, nella critica situazione, essi acconsentirono a sostenerlo nella attaglia che egli intendeva dare l’indomani per disimpegnarsi, sebbene non fossero premute da vicino quanto lo era il II Corpo. Fu così che la decisione di fermarsi e di combattere contro forze superiori venne presa, con notevole coraggio,  sotto la responsabilità personale del gen. Smith-Dorrien: essa salvò il II Corpo britannico dalla distruzione quasi certa.

La battaglia ebbe inizio nelle prime ore del mattino del26 agosto, con l’attacco della Prima Armata tedesca cnrola Quarta Divisione (gen. Snow) che, dopo un primo arretramento, riuscì a contenere gli assalti, e contro la Quinta Divisione, che si difese con minor fortuna e subì un rovescio. Nemmeno qui, tuttavia, i Tedeschi riuscirono a cogliere un successo decisivo, anche perché furono arrestati dall’intervento della cavalleria di Allenby. La Terza Divisione, al centro dello schieramento britannico, venne scarsamente impegnata. In realtà il gen. von Kluck, come già era accaduto a Mons, non aveva potuto gettare nella lotta che modeste aliquote della sua armata: circa 3 divisioni in tutto, e sia pure con molta artiglieria: quindi con forze non superiori a quelle dell’avversario. La situazione degli Inglesi, comunque, si aggravò rapidamente per un accenno di manovra a doppio avvolgimento da parte di un corpo tedesco che, da Landrecies, minacciava la loro ala destra, e di un altro che muoveva contro la Quarta Divisione sulla sinistra. Fin dal primo pomeriggio Smith-Dorrien ordinò la ritirata generale, che fu effettuata con successo lasciando sul terreno o nelle mani del nemico 8.000 uomini e 34 pezzi. Alcuni reparti, però, non poterono essere informati di quell’ordine o lo furono troppo tardi, venendo distrutti pressoché interamente.

La ritirata inglese era stata resa possibile anche dal valoroso appoggio offerto dal Gruppo d’Armata francese del gen. d’Amade, formato da 3 divisioni di truppe territoriali, che venne pesantemente impegnato dal II Corpo d’Armata di von Bülow. I Tedeschi, tuttavia, dopo aspra lotta avevano già respinto i Francesi e stavano per irrompere contro l’ala sinistra inglese, allorché vennero nuovamente trattenuti dal Corpo di cavalleria del gen. Sordet. Le truppe di Smith-Dorrien proseguirono il ripiegamento nella note, nonostante la spossatezza, riuscendo così a sottrarsi alla minaccia diretta dei loro inseguitori: risultato tanto più apprezzabile in quanto le strade intasate da colonne di profughi civili rendevano ancor più difficili i loro movimenti.

La battaglia di Le Cateau fu un episodio privo di particolare importanza strategica; non pose fine alla ritirata inglese ma permise di continuarla in condizioni meno precarie. Fu una tipica azione di sganciamento, neppure paragonabile a quella effettuata dalla Quinta Armata francese a Guise: infatti non era stata voluta né dal mar. French, né tantomeno dal Comando Supremo francese. La direzione tattica dispiegata da Smith-Dorrien era stata però eccellente; i soldati inglesi e francesi vi diedero prova di ottime capacità combattive, cosa che mal si accordava con la presunzione di von Kluck – e, quindi, di Molte – di essere lanciato all’inseguimento di un avversario ormai sull’orlo della disfatta totale.

8.      LA BATTAGLIA DI GUISE.

La Sesta Armata di Manoury aveva incominciato a scaricarsi dai treni ad Arras il 26 agosto e tuttavia, nonostante l’efficienza con cui le ferrovie francesi assolsero il compito del suo trasporto, la rapidità con cui stava avanzando la Prima Armata tedesca minacciava di non darle neppure il tempo di entrare in linea, all’estrema ala sinistra dello schieramento alleato. Inoltre, la sconfitta del II Corpo britannico a Le Cateau, esagerata in un primo tempo da voci che parlavano di una sua totale distruzione, unita all’impressione che il Corpo di spedizione britannico si stesse saldando, indussero il gen. Joffre ad effettuare un rapido ed energico contrattacco della sua Quinta Armata contro la Seconda di von Bülow. Egli non si riprometteva alcun risultato decisivo da una tale azione; il suo intendimento era solo quello di scompaginare l’ala destra tedesca o, almeno, di rallentarne la marcia, per dar tempo alla Sesta Armata di Manoury di concentrarsi e al corpo di sir John French di riorganizzarsi, alfine di potersi attestare, meno premuti, sulla linea Amiens-La Fére-Laon.-Reims e, di lì, sferrare poi il contrattacco decisivo.

La decisione di riportare all’attacco delle truppe che erano già state battute e volte in ritirata e la cui estrema stanchezza pareva sconsigliarne l’impiego in linea rivela l’esattezza della valutazione di Joffre circa le condizioni, morali e materiali, dei soldati francesi. A dispetto delle apparenze e perfino del parere di Lanrezac, il comandante dell’armata che avrebbe dovuto sferrare il contrattacco, egli intuì che le truppe potevano e volevano battersi ancora e che l’avversario, imbaldanzito dalla rapida avanzata vittoriosa, si stava esponendo ad un ritorno offensivo francese, che lo avrebbe colto del tutto alla sprovvista. La battaglia di Guise va vista in questa luce: non fu, come gli storici francesi sostengono, una vittoria francese, perché si sapeva fin dall’inizio che, se anche il contrattacco fosse riuscito, non vi sarebbe state le condizioni per sfruttarlo; ma fu una brillante intuizione di Joffre che trovò, nel pur riluttante Lanrezac, un capo abile ed energico. Era però prevedibile che la battaglia non avrebbe potuto mutare il corso della ritirata generale perché Joffre, tentando di convincere gli Inglesi a sostenere la sua azione, o, almeno, a non comprometterla con una ritirata intempestiva, aveva urtato nel deciso rifiuto di sir John French che, ormai completamente sfiduciato, non intendeva esporre in alcun modo le sue divisioni al pericolo di subire un nuovo rovescio. Certamente il comandante britannico dovette avere ben presenti, in quei giorni pieni d’angoscia e di incertezze, le istruzioni ricevute da lord Kitchener nell’assumere il comando del Coprpo di spedizione: esso, al momento, costituiva l’unica forza militare che l’Impero più vasto del mondo fosse in grado di mettere in campo ed esporlo alla distruzione avrebbe significato privare la Gran Bretagna delle armi con cui proseguire la lotta.  Però vari fatti stanno a indicare che il maresciallo, dopo Mons, dopo il “tradimento” di Lanrezac e, più ancora, dopo Le Cateau, aveva perduta la quella calma e quella lucidità di visione che sono necessarie ad un capo sul campo di battaglia. Egli descrisse la situazione delle sue truppe come più grave di quanto fosse in realtà; d’altra parte, Kitchener non gli aveva mai detto di pensare al reimbarco, quando i Tedeschi erano a poco più di 100 km. da Parigi e l’esercito francese era ancora in grado di battersi e desideroso di farlo. In realtà, nella conferenza di St. Quentin Joffre non riuscì nemmeno a persuadere il mar. French ad accettare le direttive dell’«Ordine generale numero 2», ossia la prossima manovra controffensiva dell’ala sinistra alleata. È ben vero che il gen. Haig, il cui I Corpo era contiguo alla Quinta Armata francese, aveva promesso di appoggiare il contrattacco di Lanrezac; ma il mar. French vi si oppose, ,anzi .- nonostante una seconda conferenza con Joffre a Compiégne – ordinò il proseguimento della ritirata.

Ricevuto l’ordine di attacco il 27, dapprima Lanrezac protestò energicamente; poi, dopo una visita di Joffre al suo Quartier Generale dovette cedere, effettuando la conversione della Quinta Armata al fine di cadere il 29 sul fianco delle forze tedesche che premevano gli Inglesi ad ovest dell’Oise. Von Bülow, effettivamente, era assai lontano dall’immaginare quali fossero le intenzioni dell’avversario; anzi, il 28 egli  l’ala sinistra della sua Seconda Armata attraversò l’Oise ad est dellansa di Guise,mentre l’ala destra si spinse verso St. Quentin per unirsi alla Prima Armata di von Kluck nell’avvolgimento del Corpo di spedizione britannico. Nello stesso tempo,si preparava ad attaccare la fortezza di La Fére. Giova ricordare che, dal 27 agosto, egli non aveva piùla suprema direzione della Prima Armata; dopo molte insistenze, von Kluck aveva ottenuto dalproprio Comando Supremo di poter agire in iena indipendenza. Così, avvicinandosi a Parigi e alla battaglia decisiva, le tre armate tedesche dell’ala destra rimasero prive di una suprema direzione che ne coordinasse i movimenti e le azioni.

Il 29 agosto, mentre la sinistra di von Bülow marciava a sud dell’Oise fra Guise ed Etréaupont la destra, verso St. Quentin, venne sorpresa dal contrattacco francese sulla riva destra del fiume,in direzione dell’alta Somme. Parve, per un momento, che la quinta Armata francese potesse addirittura tagliare in due la seconda Armata tedesca; solo la disperata resistenza dell’ala destra di von Bülow permise ai rinforzi d’intervenire, mentre l’ala sinistra attaccava in forze la destra dei Francesi. Davanti alla minaccia, Lanrezac reagì molto abilmente: l’attacco su St. Quentin venne sospeso e il principale sforzo della Quinta Armata venne diretto sull’ala destra, dove le forze di von Bülow avevano già ottenuto dei successi. Il contrattacco francese in quel settore fu coronato dal successo e i Tedeschi vennero respinti; si distinse particolarmente il gen. Franchet d’Esperey, comandante il I Corpo d’Armata. Il successo tattico ottenuto a Guise non poté essere sfruttato, perché verso St. Quentin i Francesi dovettero ripiegare sulla riva sinistra dell’Oise e perché sia il Corpo di spedizione britannico, sia la Quarta Armata francese in ritirata lasciavano esposti entrambi i fianchi della Quinta Armata. Il 30 agosto Joffre ordinò a Lanrezac di ritirarsi, cosa che poté essere effettuata senza molestie.

In tal modo l’ala sinistra dello schieramento alleato proseguiva la grande ritirata, voltandosi di tanto in tanto per assestare dei colpi selvaggi agli inseguitori, ma senza poter mutare sostanzialmente la situazione; svaniva altresì la speranza di Joffre di potersi fermare tra Amiens e Reims per sferrare un contrattacco generale. Orami Parigi era vicina e, nel campo alleato, dopo l’esaltazione di Guise gli animi ricaddero nel cupo abbattimento seguito all’inizio della ritirata generale dalle frontiere. Quanto alla Sesta Armata di Manoury, sorpresa dalla destra di von Kluck presso Amiens mentre era ancora in fase di concentrazione, essa venne sconfitta e respinta con gravi perdite, sicché anche la speranza di attestarsi sulla Somme, all’estrema ala sinistra francese, svanì bruscamente.

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Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 14 Aprile 2016

Del 15 Ottobre 2020

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