sabato, 25 Settembre 2021

La battaglia di Luck

La battaglia di Luck si combatté in Volinia e Bucovina dal giugno all’ottobre del 1916 e fu una delle più grandi su tutti i fronti della I^ guerra mondiale nessuno si era aspettato un attacco in quel settore ritenuto tranquillo di Francesco Lamendola

LA BATTAGLIA DI LUCK

(Giugno-Ottobre 1916)

La battaglia di Luck si combatté in Volinia e in Bucovina dal giugno all’ottobre del 1916 e fu una delle più grandi su tutti i fronti della prima guerra mondiale. Il generale russo Brusilov lanciò un attacco che, secondo i piani iniziali, avrebbe dovuto essere poco più di un’azione dimostrativa, e invece le sue armate penetrarono a fondo “come un coltello nel burro” delle linee austro-ungariche. In pochi giorni si delinearono le dimensioni di una disfatta senza precedenti per l’esercito di Francesco Giuseppe, che vi perse qualcosa come 700.000 uomini, molti dei quali fatti prigionieri senza quasi aver combattuto. Nessuno si era aspettato un attacco in quel settore del fronte orientale, ritenuto particolarmente tranquillo. L’entità del successo colse impreparati gli stessi vincitori: che, difatti, non seppero sfruttare sino in fondo l’occasione favorevole, e consumarono l’estate e parte dell’autunno nel vano tentativo di coronare lo sfondamento con una grande vittoria strategica. Mano a mano che accorrevano i rinforzi tedeschi, le perdite russe si facevano sempre più gravi e, alla fine, lasciarono l’esercito dello zar completamente esausto, ormai maturo per il crollo finale.

I N D I C E

PARTE PRIMA:  I PIANI E LE FORZE CONTRAPPOSTE

1.     IL PIANO RUSSO

2.     LE POSIZIONI FORTIFICATE AUSTRIACHE

3.     LO SCHIERAMENTO DEGLI ESERCITI

PARTE SECONDA: L’OFFENSIVA DI BRUSILOV

1.     LO SFONDAMENTO DI LUCK

2.     L’ATTACCO DELLE ARMATE RUSSE UNDICESIMA E SETTIMA

3.     LO SFONDAMENTO DI OKNA

PARTE TERZA: LO SFRUTTAMENTO DEL SUCCESSO

1.     L’ALTERNATIVA DELLA STAWKA

2.     RITORNO OFFENSIVO AUSTRO-TEDESCO

3.     RIORGANIZZAZIONE DEI COMANDI AUSTRO-TEDESCHI

4.     PROSECUZIONE DELL’OFFENSIVA RUSSA 

PARTE QUARTA: STABILIZZAZIONE DEL FRONTE

1.     LA BATTAGLIA DI KOWEL

2.     L’ESAURIMENTO DELL’OFENSIVA RUSSA

3.     CONCLUSIONI

PARTE PRIMA

I PIANI E LE FORZE CONTRAPPOSTE

1.     IL PIANO RUSSO.

     Al termine del 1915 l’esercito russo sembrava comletamente disorganizzato e in pratica distrutto come efficiente forza di combattimento. Nel marzo del 1916, attaccando vigorosamente e ostinatamente i Tedeschi presso il Lago Narcocz, esso aveva bensì dimostrato di essere nuovamente in grado di compiere uno sforzo offensivo; ma l’operazione era stata intempestiva e mal condotta, sì da rivelare le consuete carenze nell’azione di comando e confermando la potenza ritenuta insormontabile delle moderne armi difensive, il reticolato e la mitragliatrice. Ciò aveva ingannato la maggioranza dei comandanti avversari circa la reale situazione dell’esercito russo e le sue future possibilità d’azione.

     In realtà, da un punto di vista strettamente tecnico l’esercito russo, nella primavera del 1916, era più forte di quanto non lo fosse mai stato fino ad allora. Il materiale da guerra e le scorte di munizioni erano stati reintegrati, nel corso dell’inverno, con il massiccio aiuti degli alleati occidentali, degli Stati Uniti e del Giappone; dal settembre del 1914 l’artiglieria russa, benché poco numerosa, non aveva mai goduto di una tale disponibilità di munizioni. Ciò che avrebbe potuto non essere più come al principio della guerra, invece, era il morale delle truppe, che nell’estate precedente avevano subito una sconfitta disastrosa, compiuto una ritrata interminabile e sperimentato, impotenti, la schiacciante superiorità dei mezzi offensivi austro-tedeschi. Ma se un avvilimento dello spirito combattivo vi era stato, esso nel 1916 riguardava soltanto le truppe schierate di fronte ai Tedeschi; altrettanto non poteva dirsi di quelle contrapposte agli Austro-Ungarici, contro i quali esse, per lo più, avevano avuto la meglio. Infine, i vuoti aperti nelle unità erano stati colmati grazie alle inesauribili riserve umane del paese; e, a rendere la situazione russa ancora più favorevole, era sopravvenuto l’incauto indebolimento del fronte austriaco, voluto da Conrad per imbastire con larghezza di mezzi la Strafe Expedition (Spedizione punitiva) nel Trentino, contro gli Italiani.

     Il concetto iniziale dell’offensiva progettata dalla Stawka (il Comando Supremo russo) era quello di un attacco principale sul fronte Ovest, in direzione di Vilna, sostenuto sulla destra dalle armate del fronte Nord; il fronte Sud-Ovest – quello, appunto, fronteggiante gli Austriaci – avrebbe dovuto mantenersi sulla difensiva. In tal senso si era pronunciato il generalissimo Alexeiev, nel consiglio di guerra riunito dallo stesso zar Nicola II. All’uopo, tutte le artiglierie pesanti della riserva avrebbero dovuto essere trasferite nel settore del generale Evert, comandante del fronte Ovest. In quella circostanza, però, sia Evert sia Kuroptakin (comandante del Gruppo d’Armate del fronte Nord) avevano espresso forti riserve su tale progetto, motivando il loro atteggiamento negativo con la scarsità di munizionamento per l’artiglieria pesante.

    Al contrario, il generale Brusilov – nuovo comandante del fronte Sud-Ovest – aveva egli solo manifestato volontà offensiva e fiducia nelle risorse e nelle possibilità dell’esercito russo, riuscendo a influenzare in tal senso il consiglio. I piani originari erano stati dunque mutati e, pur lasciando al Gruppo d’Armate del generale Evert il compito principale dell’operazione, si era stabilito che essa sarebbe stata preceduta da un attacco diversivo del Gruppo di Armate del Sud-Ovest, sull’ala sinistra dello schieramento russo. Stabilito ciò, Brusilov aveva convocato i suoi quattro comandanti di armata: Kaledin, Sakharov, Cerbacev e Krylov, comunicando loro la sua intenzione d’intraprendere l’offensiva entro il mese di maggio, quando – terminato il disgelo primaverile – le strade sarebbero state perfettamente agibili. Naturalmente, il compito principale sarebbe toccato all’Ottava Armata del generale Kaledin, essendo questa l’unità di ala destra dell Gruppo d’Armate del Sud-Ovest, dunque in contatto conl’ala sinistra dello schieramento di Evert.

     Per quanto la sua avrebbe dovuto essere soltanto una offensiva dimostrativa, Brusilov ne curò i particolari con una vastità di vedute e una profondità d’intuizione strategica che rivelano una decisione d’impegno assai superiore ai dichiarati compiti di carattere limitato. Davanti alle sue divisioni, l’avversario era attestato su solide posizioni sistemate a difesa; e il terreno, intersecato da numerosi grandi fiumi con corso meridiano e tra loro parallelo, non sembrava offrire condizioni particolarmente favorevoli a una vasta operazione offensiva. Gli Austriaci, se avevano indebolito alquanto il loro schieramento – sottraendovi gran parte dell’artiglieria pesante e alcune unità tra le più fidate -, avevano in compenso approntato, nel corso dei mesi invernali, un gigantesco e meraviglioso dispositivo di difesa, ricalcante le caratteristiche di quelli che, nella guerra di trincea sul fronte occidentale, avevano costantemente dimostrato la terribile potenza difensiva di fortificazioni similari. Voler attaccare in tali condizioni, senza disporre né di una netta superiorità numerica, né di un’artiglieria sufficientemente numerosa per una simile operazione, per di più con truppe inattive da parecchi mesi e, forse, irrimediabilmente sfiduciate, poteva sembrare un azzardo insensato, destinato a venire sanguinosamente stroncato davanti ai reticolati nemici dal tiro dei cannoni e dal fuoco delle mitragliatrici.

     Questi dovettero essere i timori che, all’ultimo momento, sopraffecero il generale Alexeiev, dopo che l’inizio travolgente della Strafe Expedition sull’Altipiano dei Sette Comuni aveva reso improrogabile una pronta e robusta offensiva “di alleggerimento” in favore dell’Italia. Perciò, visto che era assolutamente inevitabile muoversi, egli avrebbe voluto almeno farlo con le minori forze possibili; e pensò di concentrare tutti i mezzi destinati all’offensiva del fronte Sud-Ovest nel solo settore dell’Ottava Armata, la quale soltanto avrebbe preso l’offensia. Ancora una volta, tuttavia, la ferrea volontà del generale Brusilov – che giunse ad offrire le proprie dimissioni alla Stawka – ebbe ragione di ogni titubanza. Egli concordava circa il ruolo prioritario che sarebbe stato affidato all’Ottava Armata; ma pensava che mantenere inattive le altre armate avrebbe significato esporsi a un grave rovescio, consentendo all’avversario di concentrare contro di essa, indisturbato, il meglio dei propri mezzi. Davanti a tale argomentazione, in realtà abbastanza logica, Alexeiev finì per cedere, e venne confermato il piano iniziale che prevedeva una offensiva generale dell’intero Gruppo d’Armate Sud-Ovest, anticipandone l’inizio alla data del 4 giugno.

     Il concetto fondamentale dell’offensiva di Brusilov era al tempo stesso semplice e geniale. Su due elementi  egli basò i propri piani, rivelando perspicacia e abilità: il morale delle proprie truppe e l’originalità del metodo d’attacco. Sul primo punto i meriti di Brusilov sono incontestabili. Nei primi mesi del 1916 egli fu infatti uno dei pochi, anzi dei pochissimi, in Russia, ad essere convinto che i rovesci precedentemente patiti e la grande ritirata del 1915 – in seguito allo sfondamento di Tarnów-Gorlice – non avevano distrutto il morale del soldato russo, e che questo non soffriva (per lo meno nei confronti degli Austriaci) di alcun complesso di inferirorità.  Quanto al secondo punto, la strategia di Brusilov fu straordinariamente indovinata:, pur essendo al tempo stesso elementare. È lecito domandarsi se lo stesso comandante russo avesse previsto, alla vigilia dell’offensiva, l’enorme portata del successo nella prima fase di essa; ma è fuor di dubbio che egli ebbe, fin dal principio, una percezione del valore dell’avversario infinitamente più acuta degli stessi comandanti austriaci. Esistono pochi altri esempi, nella storia militare, di una simile, sbalorditiva intuizione del probabile crollo, da tutti o quasi insospettato, delle difese avversarie sotto il primo urto dell’offensiva. Il morale del soldato russo, nel giugno 1916, era quello del vincitore; e i piani di Brusilov erano quelli di un capo incrollabilmente fiducioso nella vittoria.

     Egli partiva dal giusto concetto che premessa indispensabile al successo fosse impedire all’avversario di localizzare subito la direzione dell’attacco principale e sventare così la sua capacità di inviare rinforzi nei settori più minacciati nelle primissime fasi dell’attacco. Per vanificare quest’ultima possibilità egli volle che vi fosse anzitutto una lunghissima, tremenda preparazione di artiglieria su tutto l’arco del fronte, per aprire i varchi nei reticolati nemici, stroncare sul nascere la reazione della contropreparazione d’artiglieria, e logorare il morale degli Austriaci, mantenendoli a lungo nell’incertezza circa il vero settore dell’attacco. Poi la fanteria avrebbe dovuto semplicemente uscire dalle trincee e avanzare, come per una ricognizione su vastissima scala. Però, al fine di scardinare tutto il dispositivo difensivo dell’avversario, l’attacco non avrebbe dovuto assumere l’aspetto di un’avanzata contemporanea su vari tratti del fronte, né quello mediocremente “classico”, e quindi prevedibile, di  una manovra in due tempi: prima la finta, indi il movimento principale in un’altra direzione, dopo averne distolto le riserve avversarie. Vi sarebbe stata, invece, una serie di colpi successivi, inattesi, in differenti direzioni, in modo da paralizzare  qualsiasi efficace contromisura da parte degli Austriaci. Essi non avrebbero potuto spostare tempestivamente le riserve né le truppe dei settori tranquilli, per il semplice fatto che non si sarebbero stati settori tranquilli.

     Il 4 giugno avrebbero preso l’offensiva l’Undicesima e la Nona Armata, in settori non contigui e, quindi,  in direzioni differenti; il 5 si sarebbe mossa l’Ottava, incaricata dello sforzo principale, e il 6 la Settima Armata, che non era a contatto con l’Ottava.  Un piano geniale, suscettibile di disorientare qualsiasi avversario, specie se legato a consunti schemi di strategia tradizionale e cullato nell’illusione che l’esercito russo non fosse più in grado, dopo la grande ritirata dalla Polonia, di costituire una vera minaccia per il futuro.

2.     LE POSIZIONI FORTIFICATE AUSTRIACHE.

     Dal settembre del 1915, nel corso di ben nove mesi, gli Austro-Ungarici avevano alacremente lavorato per organizzare e fortificare  potentemente le loro posizioni sul fronte russo. I lavori erano stati imponenti e il risultato mirabile: le posizioni austriache nel giugno 1916 erano munitissime e apparentemente imprendibili. Esse erano formate da tre linee successive di difesa, ognuna delle quali contava almeno tre ordini di trincee. Queste ultime erano profonde, collegate fra loro da camminamenti interrati; il loro potenziale difensivo era aumentato  da numerosi ricoveri in cemento, da solidi nidi di mitragliatrici e da osservatori per la direzione del tiro dell’artiglieria. Davanti alle trincee erano state distese molte linee di reticolati, per lo più una ventina, e alcuni tratti di terreno erano stati minati.  I capolinea delle numerose decauville o ferrovie a scartamento ridotto erano stati portati in posizione molto avanzata,  per garantire un pronto ed efficace impiego dell’artiglieria pesante. Cardine della strategia difensiva austriaca, in caso di un attacco russo – giudicato, del resto, molto improbabile – era infatti l’intervento del tiro di sbarramento obliquo, che avrebbe dovuto stroncare qualsisasi avanzata delle fanterie nemiche nel tratto scoperto antistante i reticolati.

     Alcuni particolari rivelano la fiducia illimitata riposta dagli Austriaci nelle proprie fortificazioni. I ricoveri di seconda linea comprendevano bagni e cinematografi; il terreno intorno alle batterie era stato coltivato ad orto e financo a giardino; nelle camere degli ufficiali vi era ogni genere di comodità, compresi quadri, tavolini e pianoforti.  Tutta questa fiducia, si direbbe quasi questo abbandono, sembra però spiegare solo in parte le proporzioni di quella che sarà una vera e propria débâcle. Sarebbe inesatto, infatti, sostenere che l’attacco russo colse gli Austriaci totalmente ignari e impreparati;  al contrario, molti segni avevano ammonito inequivocabilmente i comandanti austriaci che l’avversario stava preparando un’offensiva di ampie dimensioni.

    Tuttavia l’errore primo, a livello strategico generale, fu commesso dal Comando Supremo austriaco allorché esso, al termine della campagna vittoriosa di Tarnów-Gorlice e della gigantesca ritirata imposta all’avversario, ritenne l’esercito russo posto di fatto fuori combattimento per un periodo di tempo esagerato.  Dopo la battaglia di Tarnopol del 6-19 settembre 1915, che aveva segnato l’arresto definitivo dell’avanzata austro-tedesca in Galizia orientale, il fronte russo, che fino a quel momento era stato – e giustamente – l’ossessione dei comandanti austriaci, passò a rivestire un’importanza secondaria a vantaggio di quello serbo nell’autunno 1915, poi di quello italiano.

    Conrad, in particolare, dopo l’offensiva in Trentino e sull’Altipiano dei Sette Comuni contro l’odiato “nenico ereditario” italiano,  sottrasse al fronte russo le migliori divisioni, composte da truppe di nazionalità tedesca e magiara, e buona parte dell’artiglieria pesante, che costituì poi, effettivamente, una grossa sorpresa strategica per l’esercito italiano, ma che sarebbe mancata contro i Russi nel momento decisivo della loro offensiva. Tutte le divisioni rese disponibili dopo la sconfitta e l’occupazione della Serbia e del Montenegro, tra la fine del 1915 e l’inizio del 1916 erano state inviate anch’esse contro l’Italia; altre 5 divisioni erano state ritirate dal fronte russo.

     Difficilmente il Comando Supremo austro-ungarico poteva ignorare l’intensa opera di riorganizzazione dell’esecito rsso. L’offensiva presso il Lago Narocz, poi – quando la Strafe Expedition non era che allo stato di progetto – avrebbe dovuto suonare per le Potenze Centrali come un minaccioso campanello d’allarme. Eppure Conrad era sempre convinto di poter fronteggiare con successo qualsiasi attacco dell’esercito russo, anzi aveva dichiarato al suo collega tedesco Falkenhayn che “un attacco russo in Galizia non avrebbe avuto alcuna prospettiva  di successo, se non da quattro a sei settimane dal momento in cui avremmo saputo che stava per essere lanciato. Questo periodo era il minimo necessario per il concentramento delle forze russe…” (1)

     Pure, da un punto di vista strettamente tecnico Conrad non sembrava avere tutti i torti, se guardava con tanta fiducia all’avvenire sul fronte orientale. Le posizioni austriache erano poderosamente fortificate, l’artiglieria era pur sempre efficiente, e anche numericamente i Russi non avevano un vantaggio schiacciante, anzi non parevano avere in alcun modo un vantaggio sufficiente per tentare una grande operazione di attacco frontale contro posizioni sistemate a difesa. Un anno di vittoriosa resistenza sul Carso e sull’Isonzo contro  un avversario – l’esercito italiano – più numeroso  e meglio equipaggiato, aveva rafforzato grandemente la fiducia austriaca nell’efficacia di una strategia puramente difensiva; e la battaglia di Verdum sul fronte occidentale, iniziata nel febbraio 1916, sembrava esserne una piena conferma.

     Conrad, del resto, era nel complesso un classico stratega tradizionale, capace – sì – di concepire mosse inaspettate dall’avversario – come appunto il trasferimento dell’artiglieria pesante nel difficilissimo terreno dell’Altopiano dei Sette Comuni, dove gli Italiani non avrebbero creduto possibile un concentramento di forze tali da consentire una grande offensiva -, ma non piani strategici rivoluzionari. Josef Redlich, che lo conobbe e lo osservò da vicino come corrispondente di guerre, ha tracciato del Conrad come stratega un ritratto particolarmente acuto: ” A lui manca ogni elemento demonico, è soltanto profondamente tecnico. Nella politica non vede altro che le forze misurabili e soppesabili, corpi d’armata, cannoni, fortezze, ecc.  opinione pubblica, ideale di popolo, tutti i problemi immateriali della politica moderna gli sono ignoti.” (2)

      È un giudizio, peraltro, che si può considerare valido per  tutto l’ambiente degli alti comandi austriaci, che conferma le origini psicologiche e culturali della fiducia di Conrad alla vigiliadell’offensiva Brusilov, ed è molto ineressante perché risale a molto prima di quella data, cioè al settembre del 1914. Egli non riteneva probabile, nel giugno 1916, un attacco nemico sul fronte orientale e, anche quando ne fu informato dagli evidenti preparativi russi, lo attese con fiducia.

    Sulla carta, tutte le circostanze parevano sfavorevoli a un’offensiva contro le munitissime posizioni austriache. Egli non vide o non volle vedere che se l’esercito austriaco schierato in Volinia era, sì, ancora numeroso nonostante i reparti prelevati per l’offensiva contro l’Italia, gran parte delle unità che lo costituivano erano però poco affidabili dal punto di vista politico. Si trattava di reggimenti e divisioni di nazionalità slava che non potevano certo dirsi animati da un alto spirito combattivo, almeno nei confronti del nemico russo (altro discorso per il nemico italiano, “sentito” come potenziale usurpatore della Dalmazia e di altri territori abitati prevalentemente da Croati e Sloveni). La ritirata di Galizia nel settembre 1914 e, soprattutto, l’andamento della battaglia dei Carpazi nei primi quattro mesi del 1915, avrebbero dovuto ammonire Conrad a non fare soverchio affidamento su tali elementi, neppure per compiti strettamente difensivi. A maggior ragione egli avrebbe dovuto lasciarsi consigliare dalla prudenza, avendo di fronte un avversario che, tramite il panslavismo,  era capace di un grande potere di attrazione politica nei confronti delle nazionalità slave della Duplice Monarchia.

     Scrive a questo proposito Martin Gilbert, uno dei maggiori storici inglesi della prima guerra mondiale: “Sul fronte austriaco le truppe russe penetrarono per breve tempo nella Slesia austriaca e per la seconda volta in Ungheria. Il generale Conrad, consapevole che le minoranze etniche dell’impero intendevano approfittare della debolezza dell’Austria, propose il 26 novembre [1914] di imporre la legge marziale in Boemia, Moravia e Slesia. La proposta fu tuttavia respinta da Francesco Giuseppe, il quale era convinto che la guerra non avrebbe sconvolto il suo impero multietnico. Ma ogni volta che concepiva un piano militare, Conrad era costretto a tenere in conto  che non sempre le unità slave – fossero esse costituite da Polacchi, Cechi, Slovacchi, Sloveni o Croati – si sarebbero impegnate a fondo nel combattere contro i Russi.” (3) Evidentemente Conrad, nella primavera del 1916, non aveva molte alternative: se voleva lanciare un’offensiva decisiva contro l’Italia, com’era nei suoi piani, doveva indebolire il fronte orientale e giocare d’azzardo con l’affidabilità delle truppe slave colà dislocate.

     Per quanto riguarda il campo della strategia pura, nemmeno qui sembra che Conrad abbia saputo far tesoro di quelle lezioni che pure gli avevano consentito di riportare, in passato, significativi vantaggi iniziali. La più importante di esse riguardava la sorpresa strategica, e cioè la capacità di sorprendere l’avversario in un momento, in un luogo e in circostanze tali da poterlo colpire del tutto inaspettatamente.  Il generale Cadorna, per esempio, aveva ritenuto “assurda”  una grande offensiva austriaca sui monti del Trentino, se non altro per la mancanza di vie di comunicazione adeguate al concentramento delle truppe e dei materiali; ed era stato sorpreso e – almeno in una prima fase – battuto. Allo stesso modo, Conrad considerava “assurda” l’ipotesi di una offensiva russa in Volinia, e venne a sua volta sorpresoe battuto; ma con conseguenze assai più funeste di quelle che dovette affrontare l’esercito italiano.

3.     LO SCHIERAMENTO DEGLI ESERCITI.

     Secondo il generale Danilov, nel giugno del 1916 sull’intera estensione del fronte russo, dal mar Baltico alla Romania (ancora neutrale, ma per poco) vi erano 55 corpi d’armata e 1/2, dei quali 13 (Dodicesima, Quinta e Prima Armata) fra il Golfo di Riga e Vidzy, formavano il fronte Nord; da Vidzy a Pinsk altri 23 corpi (Seconda, Decima,  Quarta e Terza Armata) costituivano il fronte Ovest;  e infine da Pinsk alla frontiera romena 19 corpi e 1/2  (Ottava, Undicesima, Settima e Nona Armata) presidiavano il fronte Sud-Ovest. (4)

    Quattro armate, dunque, costituivano il gruppo d’esercito del fronte Sud-Ovest, al comando del generale Brusilov. Nel maggio 1916 tale fronte correva, con andamento pressoché meridiano, fra il Pripjat’ e la frontiera romena, passando in prossimità di Pinsk, Rafalówka, Dubno, Tarnopol, e appoggiandosi al Pruth non lungi da Czernowitz (in romeno: Cernauti), capitale della Bucovina austriaca.

     L’ala destra del fronte Sud-Ovest era tenuta dall’Ottava Armata del generale Kaledin, schierata da Rafalówka sullo Styr a Kremenets, e forte di 11 divisioni di fanteria e 4 di cavalleria; inoltre disponeva di un Corpo di riserva per lo sfruttamento in profondità. Più a sud, fra Kremenets e Tarnopol, su di un’estensione molto più breve era schierata l’Undicesima Armata del generale Sakharov, forte di 8 divisioni di fanteria e 1 di cavalleria. Da Tarnopol a Potok vi era la Settima Armata (Cerbacev), con 7 divisioni di fanteria e 3 e 1/2 di cavalleria; e infine da Potok al confine con la Romania era schierata la Nona Armata (Lecitzkij), con 10 divisioni di fanteria e 3 di cavalleria.

    Da parte austro-ungarica, soltanto il fronte da Brody alla Romania era sottoposto direttamente al Comando Supremo dell’arciduca Federico; a nord di Brody, la Quarta Armata  austriaca dipendeva dal generale tedesco von Linsingen, del cui gruppo d’esercito faceva parte.  La Quarta Armata dell’arciduca Giuseppe Ferdinando e il Gruppo d’Armate del generale Böhm-Ermolli fronteggiavano i sette corpi del generale Kaledin. La Quarta Armata era composta da 10 divisioni di fanteria e 1/2 e da 1 divisione di cavalleria. Il Gruppo d’Armate Böhm-Ermolli  (Prima e Seconda Armata) comprendeva 8 divisioni di fanteria e 2 di cavalleria. Di fronte alla Settima Armata russa stava l’Armata tedesca del Sud, al comando del generale tedesco von Bothmer, che in realtà era composta da ben 9 divisioni di fanteria austro-ungariche e 1 sola divisione germanica, più 2 divisioni di cavalleria. Infine l’estrema ala destra austriaca, sino alla frontiera romena, era tenuta dalla Settima Armata austro-ungarica del generale Pflanzer-Baltin, che comprendeva  8 divisioni e 1/2 di fanrteria  e 4 di cavalleria.

     Complessivamente, 38 divisioni divisioni di fanteria russe e 12 di cavalleria facevano fronte a 37 divisioni di fanteria e 9 di cavalleria degli Austro-Ungarici, comprese le forze tedesche a sud di Rafalówka. (5)

     Secondo il generale Andolenko, erano 39 divisioni russe contro 38 divisioni austro-tedesche (questo autore non fornisce i dati relativi alle rispettive forze di cavalleria). (6) Secondo il generale Klembovskij, i Russi disponevano di 512.000 uomini  e gli Austro-tedeschi di 441.000.

     Bisogna comunque tener presente che, se da un lato le divisioni russe  erano più grandi di quelle austriache (e quindi la superiorità numerica dei Russi era, se pure non decisiva, tuttavia superiore  a quanto farebbe pensare il confronto del numero delle divisioni), dall’altro la scarsità di armi da parte russa era tale che alcuni battaglioni venivano inviati al fronte disarmati. Per esempio, la 4.a Divisione tiragliatori  del generale Denikin aveva i reggimenti di fanteria su 4 battaglioni di 1.000 uomini ciascuno, di cui i primi 3 erano armati di fucile e il quarto, per usare le parole dell’addetto militare italiano M. Marsengo, “non è armato che di eroismo e di bastoni e utilizza i fucili dei soldati morti e feriti”. (7)

     Il rapporto tra le forze di artiglieria era decisamente favorevole agli Austriaci (secondo l’Andolenko, 2.600 pezzi contro 1.700); e, oltre a ciò, il notevole potenziale difensivo delle loro fortificazioni costituiva un altro grave elemento di svantaggio per i Russi. Tutto ciò ha indotto il generale Andolenko a sostenere che “alla luce dei documenti dell’epoca appare che tutti i fattori sono sfavorevoli ai Russi. […] Se, malgrado tutto, essi ne escono alla fine vittoriosi è per merito del loro morale, fattore imponderabile che rovescia sui campi di battaglia tutti i calcoli e tutte le previsioni più ragionevoli; esso è più solido di quello dei loro nemici.” (8) Giudizio che adombra una parte della verità e non è possibile accettare interamente, pur restando vero che il più solido morale delle truppe russe ebbe un peso decisivo nel determinare l’esito della battaglia.

     Infatti, più interessante del raffronto tra le forze complessive delle varie armate è quello delle forze impiegate nei singoli settori ove effettivamenrte si pronunciò l’attacco russo. E si dovrà allora constatare che dappertutto i Russi disponevano di una concentrazione locale di uomini e mezzi notevolssima, che assicurava loro una preponderanza schiacciante. L’Ottava Armata di Kaledin, che doveva sferrare l’attacco su Rowno e Luck con 4 Corpi d’Armata (XXX, XXXIX, XL, VIII, più il XXXII dell’Undicesima Armata) poteva mettere insieme 148 battaglioni contro 53 presunti degli Austriaci. L’Undicesima Armata di Sakharov, che doveva attaccare  su Tarnopol con un solo corpo d’armata, disponeva di 32 battaglioni contro 15 presunti. La Settima Armata di Cerbacev, che doveva irrompere con 1 corpo d’armata e 1/2 sul basso Strypa, disponeva di 32 battaglioni e 107 pezzi contro 5 battaglioni e 23 pezzi presunti. Infine la Nona Armata di Lecitzkij, che con 2 corpi d’armata doveva tentare lo sfondamento tra Mitkeu e Dobronoutz, si calcolava che avesse 54.000 fucili e 7.000 sciabole più della Settima Armata austro-ungarica che la fronteggiava, sebbene non vi fosse una grande differenza nel numero di divisioni delle due grandi unità contrapposte. (9)

    Per quanto riguarda il fattore morale, non sarà inutile riportare quanto ha scritto il Nowak (pur tenendo presente che è un apologeta di Conrad) sull’arciduca Giuseppe Ferdinando, comandante della Quarta Armata austriaca. “Egli dimenticò affatto che guerra e morte non sono organizzazioni di divertimento; cominciò ad annoiarsi e cercò di vincere la noia con serate musicali che a poco a poco si mutarono in piccole orgie. Voleva essere popolare fra le truppe, e vide con piacere rappresentare le gaiezze viennesi nelle trincee della gaia Quarta Armata.  Giuseppe Ferdinando fraternizzava con ogni tenente, e insieme bevendo e cantando criticavano l’opera e dicevan roba da chiodi dei generali.  Prima degli altri, vittima dei loro frizzi era il Conrad. […] Era e divenne sempre più il comando della spensieratezza.  Quando Giuseppe Ferdinando era stanco di banchetti e d’amici, usciva a caccia…” (10). Occorre tenere ben presente tutto ciò, per comprendere la subitanea potenza dello sfondamento russo che si sarebbe prodotto di lì a poco.

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PARTE SECONDA

L’OFFENSIVA  DI  BRUSILOV

1.     LO SFONDAMENTO DI LUCK.

     Il 25 maggio Brusilov emanò l’ordine definitivo per l’attacco. Il comandante dell’Ottava Armata russa, generale Kaledin, avrebbe dovuto esercitare il massimo sforzo sulla direttrice Rowno-Luck, attraverso il villaggio di Olyka, prendendo l’offensiva dalla linea  Dubiszcze-Koryto.

    Alle ore 3 antimeridiane del 4 giugno iniziò un bombardamento infernale da parte delle 124 batterie dell’Ottava Armata contro le posizioni austriache: esso durò non poche ore soltanto, come era stata fino allora l’abitudine dei Russi,  ma per ben 48 ore ininterrottamente. Benché non disponessero di molte batterie pesanti, i Russi ottennero ugualmente risultati notevoli con l’impiego a massa  del loro eccellente pezzo da campagna da 76 mm. Scrive il Marsengo, che seguiva personalmente lo svolgimento dell’offensiva sin dalle prime ore: “Il primo colpo di cannone riga il cielo ancora nero e minaccioso. […] il proiettile, compiuta la sua lunga traiettoria,  è caduto ed è scoppiato al punto giusto. Una telefonata avverte che il segno è stato colto. Di lontano, come ovattata, giunge la sorda eco della cannonata di risposta: gli Austro-Ungarici devono essersi svegliati male. Il loro tiro è fiacco e non aumenta con l’aumentare del giorno.” (11)

     Per tutto il giorno gli Austriaci rimasero sotto una terribile pioggia di granate aspettando da un momento all’altro l’attacco, che non arrivava mai; non è vero però, comne si disse in seguito, che le perdite fin dal primo momento furono gravi.  Il tiro di preparazione distrusse i reticolati (cosa tanto più necessaria, in quanto erano spesso  resistenti alle pinze tagliafili), spianò tratti di trincea e interruppe i collegamenti, ma grazie alla solidità dei ricoveri, le perdite non furono alte; notevole, invece, la tensone nervosa. La potenza di fuoco dell’artiglieria russa fu, per i difensori, una sgradita sopresa. Il colonnello russo Haruk ne ha esposto dettagliatamente le modalità d’impiego. “La preparazione d’artiglieria fu eseguita su un fronte molto ampio, quello di quattro armate contemporaneamente.  Così il nemico non poteva individuare la direzione dello sforzo principale, affidato all’Ottava Armata. […] Lo schieramento dell’artiglieria era stato spinto il più possibile vicino al nemico. Tutte le unità di artiglieria partecipavano all’individuazione degli obiettivi. Le resistenze individuate venivano riportate sulla carta e distribuite quindi a tutti i comandanti di compagnia e di batteria.I compiti erano ripartiti con precisone e il problema della cooperazione era risolto sul terreno e realizzato durante lo svolgimento della battaglia grazie alla sovrapposizione degli osservatori. Gli uffciali di collegamento dell’artiglieria avanzavano con le unità di testa. L’attacco era preceduto da una cortina di fuoco mobile ed inquadrato da cortine di protezione.” (12)

    Il Comando della Quarta Armata austro-ungarica prese i primi provvedimenti ma, mancando uno scaglionamento in profondità, era impossibile allestire una fresca massa di manovra nelle retrovie per per sferrare eventuali contrattacchi. La sorpresa dei comandi e l’inadeguatezza delle prime contromisure adottate dagli Austriaci sono rispecchiate in un aneddoto, che subito corse tra le truppe russe. “L’Arciduca della sconfitta”, come veniva da esse ironicamente chiamato Giuseppe Ferdinando a causa dei ripetuti insuccessi subiti, stava festeggiando al quartier generale di Luck il suo giorno onomastico. “Altezza – vennero trafelate le staffette a riferirgli nella notte – i Russi hanno iniziato un bombardamento furioso delle nostre posizioni!”. “Non ve ne preoccupate; fanno sempre così; sparano per un poco e poi smettono”, fu la tranquilla risposta. Ma poche ore dopo egli doveva sgomberare in tutta fretta il proprio Quartier Generale, ormai minacciato. (13)

     Renzo Larco, che nel 1916 riferiva “a caldo” questo aneddoto, ha tracciato un vivo quadro, forse non sempre scrupolosamente realistico, di quelle ore decisive. “[…] gli Austriaci superstiti dovettero restare forzatamente chiusi  nella gabbia della prima linea, che si tramutò in tomba. Degli esploratori si spinsero, infatti, più tardi, fino alle trincee nemiche e riferirono che non vi restavano più che morti e feriti agonizzanti. Tuttavia il Comando ordinò di non passare all’offensiva in quel giorno stesso, per continuare e completare la preparazione col fuoco dell’artiglieria anche sulla seconda linea. […] Alle ore 4 del 5 giugno i cannoni ripresero il fragoroso concerto – che durò cinque ore. […]  Alle otto e tre quarti viene trasmesso l’ordine: “Iniziare il fuoco accelerato!”. Ed ecco arriva anche l’ordine del generale in capo: “Alle nove precise passare all’assalto.” Balza un “hurrà” formidabile. L’artiglieria porta subitamente il fuoco sulla seconda e terza linea  di trincee e le fanterie avanzano sotto l’arco rovente di quella rombante gettata di proiettili. Un minuto; due; tre; quattro… La prima linea di trincee è superata, la seconda poco ne dista ed è superata… Trascorrono altri cinque  minuti eterni. Ecco arriva l’annuncio: “Anche la terza linea è accostata, dominata, occupata, oltrepassata.” (14)

     Il tiro di sbarramento obliquo, sul quale posava tutta la sicurezza austriaca di poter stroncare qualunque attacco dei Russi, non  potè dispiegare efficacemente la sua azione perché le truppe di Brusilov avevano gradualmente portato avanti le loro trincee, sì da arrivare quasi a contatto dei reticolati. Alcuni comandanti austriaci se n’erano avveduti e si erano resi conto che il tratto scoperto, che le fanterie avrebbero dovuto attraversare, risultava così troppo breve perché il tiro obliquo della contropreparazione d’artiglieria potesse impedirne l’avanzata; ma non si era provveduto, anzi molte batterie erano state lasciate in posizione alquanto avanzata.

     Attacchi notturni contro il X Corpo austriaco  presso Olyka-Dubyszcze  erano stati respinti; ma quando, il mattino del 5, venne lanciato l’attacco generale, nel complesso non vi fu che una resistenza sporadica.  La polvere sollevata dal bombardamento, e trasportata dal vento contro le trincee austriache, causò delle infiltrazioni di sabbia negli otturatori dei fucili e delle mitragliatrici, di modo che la fanteria russa potè entrare nelle trincee austriache quasi senza lotta. La 2.a Divisione del X Corpo austriaco non fece neppure in tempo a guarnire le trincee,che già i Russi le avevano occupate; vano risultò un contrattacco lanciato dalla 13.a Divisione Schützen, perché il suo Comando era stato disperso dal fuoco d’artiglieria.  Diverse batterie di prima linea caddero nelle mani dei Russi, altre vennero fatte arretrare precipitosamente; i  difensori, presi prigionieri e quasi impazziti per gli effetti del bombardamento venivano avviati verso le retrovie russe. 

     La nuova posizione della 2.a Divisione venne ancora ripetutamente sfondata; la 70.a Divisione Honvéd del Gruppo Szurmay venne respinta al centro.  La situazione era ormai gravissima; il comandante  del X Corpo chiese e ottenne di arretrare le sue divisioni sulla terza linea; lo stesso avvenne, la notte sul 6, per la 70.a Divisione del Gruppo Szurmay. Il generale Linsingen, che già il 4 giugno aveva richiamato l’arciduca Giuseppe Ferdinando all’opportunità di non portare in linea anzitempo le scarse riserve esistenti, raccolse e inviò in tutta fretta alla Quarta Armata alcuni battaglioni austriaci e tedeschi destinati a formare una nuova unità, la Divisione Smekal,  con cui pensava di contrattaccare l’ala destra dei Russi avanzanti. Tuttavia la gravità della situazione non dovette sfuggire al comandante tedesco, né l’incapacità del Comando della Quarta Armata a fronteggiarla efficacemente: il nervosismo incominciava a dilagare. Egli manifestò pertanto la speranza che “il Comando della Quarta Armata, mediante influenza personale sui comandanti in sottordine, riesca una buona volta a indurre le truppe a tener fermo e abbia riguardo per i gruppi contigui”. (15)  Come dire che i continui cedimenti delle unità della Quarta Armata stavano mettendo in una situazione difficilissima l’intero fronte meridionale, lasciando scoperti i fianchi delle armate schierate ai lati di essa.

     Dopo un breve rallentamento il pomeriggio del 5, causato da un violento temporale che rese intransitabili le strade nonché dal rientro in azione dell’artiglieria austriaca,  l’avanzata russa riprese il giorno 6: nella note gli Austriaci, duramente  provati e scossi nel morale, avevano incominciato la ritirata.

     Grandi risultati sarebbero stati ottenuti in quel momento dal Comando Supremo russo se questo avesse deciso di gettare subito nella breccia, ampia ben 17 km., tutte le forze di cavalleria disponibili; la la 7.a e la 12.a Divisione di cavalleria, essendo ancora lontane, non poterono ancora venire impegnate tempestivamente. Nel mattino, la 7.a Divisione Honvéd subì un nuovo, violento attacco: un suo reggimento ancor fresco cedette completamente, un altro venne sfondato e in gran parte catturato.  I comandi austriaci erano in preda all’ansia e alla confusione e iniziavano la serie degli arretramenti a catena. Il generale Martyny, sentendosi minacciato dal ripiegamento di Szurmay, arretrò le sue 3 divisioni che non erano state attaccate, ciò che obbligò il comando d’armata a decidere l’arretramento anche di tutto il II Corpo. In più occasioni le truppe austriache di nazionalità rutena (ucraina) avevano già abbandonato le armi, senza quasi opporre resistenza. Quel giorno Mosceniza venne occupata dalla 102.a Divisione russa  e Pokhacevo dalla 2.a Divisione tiragliatori; peraltro una parte delle truppe avanzanti si stava abbandonando alla ricerca di liquori nelle trincee austriache occupate, sfuggendo così di mano ai rispettivi comandi e causando ritardi nel proseguimento delle operazioni.

    Maurizio Marsengo ci ha lasciato una pagina indimenticabile su quella giornata. “I cavalli fanno risuonare il terreno del campo di battaglia  con i loro zoccoli e vanno come se li portasse il vento, saltando gli ostacoli delle trincee, gli affusti dei cannoni abbandonati,  i mucchi di cadaveri austriaci  e russi fraternizzati nella morte. È una visione paurosa, orrenda, terrificante che non si cancellerà mai più dalla mia memoria. Molti feriti  gravi giacciono in attesa di essere sgombrati  e coprono con i loro lamenti i rantoli degli agonizzanti.  Sangue ovunque. Quanto dolore, quanta disperazione. È ormai quasi l’imbrunire. Soldati dementi vagano tra le macerie urlando o bestemmiando, piangendo o imprecando, e non riesco più a  distinguere se siano russi o austriaci o tedeschi.  Il cupo orizzonte fiammeggia come per un incendio colossale.” (15)

     Mentre una divisione di cavalleria dell’Ottava Armata, lanciata verso Kowel, veniva respinta da elementi dell’Armata austro-tedesca di Linsingen, la fanteria russa spingeva le sue avanguardie fino a 15 km. da Luck, che dovette essere sgombrata in fretta e furia dal Comando austriaco, e prendeva complessiamente, fra il 5 e il 6 giugno,  15.000 prigionieri, 50 cannoni e 74 mitragliatrici.

    Da parte loro, gli Austriaci raccolsero le unità ancora in grado di combattere sulla terza linea difensiva, che correva intorno a Luck a protezione dei ponti sullo Styr. Essendo fallito l’attacco della 12.a Divisione  di cavalleria mirante ad assicurare fulmineamente il possesso dei ponti, il 7 giugno le fanterie dell’Ottava Armata ripresero l’offensiva contro la terza linea austriaca. La battaglia fu aspra e lungamente incerta: i Russi, che attaccavano senza un adeguato appoggio dell’artiglieria,  vennero fermati per due volte dai reticolati che l’insufficiente bombardamento non aveva danneggiato in misura apprezzabile. Il fuoco delle mitragliatrici mise pertanto in una posizione assai critica i fanti russi, che si appiattivano al suolo, riparandosi come potevano; finché alcuni di loro riuscirono ad aprire dei varchi nei reticolati, tagliandoli con le pinze tagliafili dove possibile, oppure facendoli saltare con le bombe a mano. In parte alla spicciolata, in parte in gruppi più consistenti, essi riuscirono così a penetrare nelle trincee, sopraffacendo rapidamente i pochi Austriaci che le difendevano.

     Vi furono ulteriori arretramenti nel settore del X Corpo, mentre il contrattacco della Divisione Smekal si arenava. Alle ore 14, 30 il Comando Supemo esonerò l’arciduca Giuseppe Ferdinando, sostituendolo col generale ungherese Tersztyanszky (che già era stato a sua volta esoneraro, nell’estate del 1915). Conrad chiese che uguale provvedimento venisse preso dal Comandu Supremo tedesco nei confronti di von Linsingen, ma tutto ciò che potè ottenere fu l’esonero del Capo di Stato maggiore di questi, il maggior generale Stolzmann, e solo più tardi (per la precisione, alla metà di luglio). La grandinata dei siluramenti continuava: il comandante del X Corpo, generale Martyny, venne sostituito dal fedlmaresciallo Csanády (comandante interinale del feldmaresciallo Smekal); esonerato fu pure il suo Capo di Stato maggiore, maggior generale von Kralowetz.

      L’11.a Divisone del X Corpo ripiegava  nella più gran confusione verso i ponti sullo Styr. Per farsi un’idea adeguata della situazione, è sufficiente la breve comunicazione del suo Capo di Stato Maggiore:“È una débâcle; le nostre truppe non valgono più nulla.” (16)

     La testa di ponte era ormai divenuta intenibile e il generale Linsingen dovette acconsentire al ripiegamento della Quarta Armata dietro lo Styr,  su posizioni bene organizzate a difesa.  Quella sera la battaglia di Luck poteva ritenersi vinta in maniera decisiva dai Russi; l’artiglieria austriaca cessò di controbattere con un minimo di efficacia gli attaccanti, che  entrarono nella cittadina di Luck. Il centro della Quarta Armata era stato sfondato e i Russi avevano spinto un cuneo fra essa e il Gruppo d’Armate Böhm-Ermolli; tale cuneo si accentò allorchè l’ala sinistra dell’Ottava Armata di Kaledin rioccupò la cittadina di Dubno, nella Volinia meridionale, il 9 giugno, non trovandovi altro che un cumulo di rovine.

     L’attarversamento dello Styr da parte delle disorganizzate truppe austriache si svolse in una indescrivibile confusione. Il X Corpo, premuto vigorosamente dai Russi, patì nuove perdite, prima di riuscire ad attestarsi in qualche modo sulla riva occidentale del fiume, all’alba dell’8 giugno. Alcuni ponti, però, furono fatti saltare troppo presto (come succederà agli Italiani sul fiume Tagliamento, durante la ritirata da Caporetto). La 7.a Divisione austriaca subì una dura sconfitta sul fiume Ikwa, il pomeriggio del giorno 7. Gli Austro-Ungarici erano ancora troppo scossi e demoralizzati per riuscire ad opporre una valida resistenza: già nella notte fra il 7 e l’8 giugno un reggimento russo attraversò lo Styr a Zydyczyn. Come era da aspettarsi in quella situazione, la ritirata continuò: non perché l’impeto dei Russi fosse travolgente, ma perché le truppe erano ormai allo sbando e anche i comandi avevano perso la testa, rinunciando a qualunque idea di tentare un contrattacco con le unità della riserva strategica. Era una situazione molto simile a quella che si sarebbe prodotta dopo il forzamento dei ponti di Cornino da parte degli Austro-Tedeschi il 2 novembre del 1917, quando la ritirata italiana dovette proseguire fino alla Livenza e poi al Piave, anche se in un primo tempo il Comando Supremo di Cadorna si era illuso di foter fermare l’esercito sul Tagliamento.

     Anche i Russi, comunque, avevano pagato un duro scotto per la vittoria: fino a    quel momento la loro Ottava Armata aveva perduto be 33.000 uomini; ciononostante il morale delle truppe continuava ad essere elevatissimo. L’8 giugno esse giungevano davanti alla sesta posizione austriaca e la sfondavano. Gli Austriaci versavano in condizioni pietose: la 37.a Divisione Honvéd era scesa a una forza di soli 2.500 fucili, mentre la 14.a Divisione Schützen non ne contava più che 1.400. Il generale Kaledin intendeva ora far avanzare anche le ali della sua armata, che aveva spinto innanzi il proprio centro come un cuneo. Il 9 si rinnovarono gli attacchi contro il X Corpo austriaco, che venne nuovamente respinto. Alcune sue unità, lo riferisce la stessa Relazione Ufficiale austriaca, erano ormai in stato di dissoluzione. In mezzo a tanto sfacelo, un successo isolato venne riportato dal Corpo Fath, che riuscì a battere duramente una divisione russa avanzante oltre lo Styr, e a rigettarla al di là del fiume. Ma quel singolo episodio non ebbe la minima influenza sullo svolgimento generale della battaglia: servì solo a dimostrare che i Russi non erano affatto invincibili, e che truppe determinate a combattere e ben condotte dai loro ufficiali avrebbero ancora potuto capovolgere le sorti della lotta. Ma ciò non accadde, perché ormai il “si salvi chi può” si era completamente impadronito dei reparti. Ovunque la piatta campagna della Volinia era rigata da dense colonne di fumo: erano le isbe date alle fiamme dagli Austriaci in fuga con tutti i materiali da guerra, mentre i soldati badavano a salvare solo gli effetti personali e volentieri abbandonavano perfino le armi individualim, quando non attendevano l’arrivo dei Russi per darsi prigionieri in massa.

     Il 9 giugno la breccia si era allargata fino a raggiungere un’ampiezza di ben 85 km. ed una profondità di 48; fra la Quarta Armata e la prima Armata del Gruppo Böhm-Ermolli si era prodotta un’altra breccia di 15 km. Anche se i Russi si stavano lasciando sfuggire una grossa occasione per non essere stati in gradi di incalzare l’avversario in fuga con le 4 divisioni di cavalleria dell’Ottava Armata (che vennero impiegate in maniera malaccorta e delle quali soltanto una poté intervenire tempestivamente nella lotta, e con scarsi risultati), il fronte austriaco in Volinia era giunto al completo collasso. Urgentissime richieste di soccorso partirono subito dal Comando Supremo austro-ungarico a quello tedesco.

      Tali clamorosi risultati non erano stati ottenuti, come si è detto, grazie ad una schiacciante superiorità  numerica. Nei sei giorni che vanno dal 4 al 9 giugno 15 divisioni russe di fanteria e 7 di cavalleria avevano mosso all’attacco contro 12 divisioni austriache di fanteriae 4 di cavalleria. (17)

2.     L’ATTACCO DELLE ARMATE RUSSE UNDICESIMA E SETTIMA.

     Il 4 giugno era incominciata anche l’offensiva da parte di altre due Armate del Gruppo Sud-Ovest: l’Undicesima e la Settima.

     L’attacco dell’Undicesima Armata del generale Sakharov, che doveva svilupparsi sulla direttrice Tarnopol-Lemberg, fu preceduto da un bombardamento neppure paragonabile, per potenza di fuoco, a quello eseguito dall’Ottava Armata: ad esso, infatti, non parteciparono che 20 batterie, che da Tarnopol tirarono verso Zborov e Zolociov. Quel settore era presidiato dalle truppe austro-tedesche dell’Armata del Sud, che opposero una valida resistenza, tanto che l’attacco principale, affidato al solo VI Corpo d’Armata russo, fallì. Frattanto, però, le truppe della 3.a Divisione di fanteria russa erano riuscite ad aprire una breccia, in cui Sakharov gettò tutte le riserve, riuscendo a ottenere qualche vantaggio e occupando i villaggi di Berezce e Radziwilow. Nel complesso, però, l’attacco dell’Undicesima Armata russa si era rivelato infruttuoso.

     Sulla sinistra di essa si prinunciò, il 6 giugno, l’attacco della Settima Armata del generale Cerbacev. Qui il bombardamento era iniziato il 4 giugno ad opera di 40 batterie in direzione di Buczacz. I Russi concentrarono i loro sforzi sull’ala sinistra, ove sfondarono le posizioni avversarie, rigettando gli Austriaci dietro la Strypa. Indi riuscirono a forzare anche questo fiume, ma l’8 giugno i loro progressi vennero arrestati da una serie di contrattacchi.

     Nemmeno l’attacco della Settima Armata, dunque, condotto con mezzi abbastanza limitati e contro truppe dal morale un po’ più solido, era riuscito ad ottenere risultati decisivi. I Russi rivedevano i sanguinosi campi di battaglia della Galizia orientale, ove nell’estate del 1914 avevano riportato le decisive vittorie di Lemberg; ma non furono in grado, in questo settore, di rinnovare quei successi che avevano inflitto all’avversario un colpo da cui non si era mai ripreso interamente.

3.  LO SFONDAMENTO DI OKNA.

     Sul tratto più meridionale del fronte orientale, a sud di Potok e sino alla frontiera romena, i preparativi di attacco della Nona Armata russa non erano passati inosservati nel campo avversario. Il generale Pflanzer-Baltin, comandante della Settima Armata austro-ungarica, aveva notato sia il progressivo spostamento in avanti delle trincee russe, sia la costruzione di posizioni d’assalto, e ne aveva informato il proprio Comando Supremo. Tuttavia non aveva ricevuto rinforzi né in uomini, né in materiali, sebbene difettasse di munizionamento d’artiglieria, soprattutto per gli obici, e nonostante avesse già dovuto cedere buona parte della sua artiglieria pesante per l’offensiva di Conrad nel Tirolo meridionale.

     Il bombardamento dell’artiglieria russa iniziò il 4 giugno, anche con proiettili a gas, contro il Gruppo Benigni: in totale furono ben 64 le batterie russe impiegate dalla Nona Armata. Il colonnello Haruk ha rilevato l’abilità e l’originalità dei metodi con cui esso venne condotto. “Prima dell’inizio dell’attacco Brusilov ha diramato le sue direttive particolareggiate circa le modalità di  attacco. La necessità di una stretta cooperazione tra fanteria e artiglieria era ancora una volta messa in rilievo. Il comando dell’ artiglieria era accentrato Agli ordini dei comandanti di artiglieria dei corpi d’armata erano stati posti raggruppamenti composti da parecchi gruppi, mentre alcune batterie erano state messe a diretta disposizione dei reggimenti di fanteria. […] L’azione dell’artiglieria della Nona Armata presenta ancor oggi un grande interesse. Durante l’azione, che durò sei ore, l’artiglieria spostò due volte il tiro sui rovesci del nemico, che ingannarono l’avversario e gli fecero rivelare anzitempo tutto il suo schieramento di artiglieria e il piano dei fuochi della sua fanteria. Ne conseguì la tempestiva neutralizzazione dei principali elementi dell’organizzazione di fuoco. L’abilità dell’artiglieria e l’alto grado di cooperazione tra essa e la fanteria sono alla base dei brillanti successi riportati dalle Armate Ottava e Nona.” (18)

     In realtà, il bombardamento russo non arrecò gravi perdite all’avversario, nemmeno quello con tiri a gas, giacchè le truppe austriache disponevano di buone maschere (a differenza di quelle italiane a Caporetto, un anno e mezzo dopo). Tuttavia le trincee vennero sconvolte, e notevolissima era stata la tensione nervosa imposta ai difensori.

     L’attacco della Nona Armata, sferrato lo stesso 4 giugno, venne condotto su due obiettivi principali:  l’XI Corpo d’Armata puntava verso Potok e il XLI su Onut. Entrambi furono coronati dal successo e il 10 giugno, presso il villaggio di Okna, in Bucovina, il generale Lecitzkij riportò una vittoria spettacolare, tagliando letteralmente in due la Settima Armata austro-ungarica. Ma come si potè giungere ad un risultato tanto strepitoso e repentino, specie considerando che l’attacco russo -come abbiamo visto – non colse affatto alla sprovvista gli Austriaci? È di estremo interesse seguire questa folgorante battaglia di sfondamento con qualche riguardo ai particolari tattici.

     L’attacco della Nona Armata si era pronunciato sul fronte Dobronoutz-Mitkeu, su di una estensione di 16 km.; lo sforzo principale era toccato all’XI Corpo d’Armata rinforzato, che disponeva di un gruppo d’urto di 2 divisioni e altre 2 di riserva (delle quali una di fanteria ed una di Cosacchi) ed era diretto contro il Gruppo austriaco Benigni. Le fanterie russe si gettarono nelle trincee della 79.a Brigata Honvéd che non erano state ancora neppur guernite, e catturarono ben 7.000 uomini; i resti della brigata non resistettero nemmeno nelle trincee retrostanti. Il tiro di sbarramento obliquo, con cui gli Austriaci avevano creduto di poter infrangere l’attacco, ammutolì ben presto perché i pezzi d’artiglieria leggera, che erano stati sistemati in posizione molto avanzata, dovettero essere portati indietro precipitosamente; ciononostante, 4 batterie caddero in mano ai Russi.  L’afflusso delle riserve sembrò tamponare, sul momento, la falla prodottasi; ma, nel frattempo, anche nel settore contiguo verso nord il fronte austriaco aveva ceduto. Colà la 42.a Divisione austriaca, attaccata presso Onut, lasciò 4.000 prigionieri nelle mani dei Russi e vide pressoché distrutti 2 dei suoi reggimenti.

     Quella sera, un primo bilancio della battaglia permetteva di valutare tutta la gravità della situazione austriaca. I difensori erano bensì riusciti a ricostituire un fronte continuo, pur avendo perduta la posizione principale; ma il Gruppo Benigni aveva dovuto attestarsi su posizioni non organizzate e le sue unità erano in preda alla confusione. Dell’artiglieria austriaca, 32 pezzi erano ora inservibili e 14 erano stati catturati dai Russi: in totale, 1/3 dell’artiglieria del Gruppo Benigni era andata perduta.

     Per colmo di disdetta, proprio in quel drammatico frangente il generale Pflanzer-Baltin era caduto gravemente ammalato al suo Quartier Generale di Kolomea (Kolomyja), sul Pruth. Tale circostanza gli impedì di accorrere sul fronte per rendersi conto personalmente della situazione, ed è probabile che ciò contribuì a far sì ch’egli non afferrasse in tutta la sua portata l’entità del disastro incombente. Tuttavia raccolse tutte le riserve disponibili e si affrettò a spedirle in prima linea, sia per ferrovia che per via ordinaria. Provvedimenti inadeguati: la linea del Dniester era divenuta comunque indifendibile per le demoralizzate truppe austriache le quali, la sera stessa, ripiegavano a mezzogiorno del fiume, senza interferenze da parte dei Russi. Quest’ultima circostanza, sia detto per inciso, sta a significare – come nel caso del forzamento della Strypa ad opera della Settima Armata – che l’avanzata dei Russi non si era trasformata in un inseguimento ravvicinato, e che solo o quasi solo il cedimento morale dei difensori l’aveva trasformata in una grande vittoria strategica.

    Il giorno 6 ripresero gli attacchi russi, ma la battaglia sembrava entrata in una fase di stallo; già 13.000 soldati russi erano stati messi fuori combattimento, e gli altri erano spossati da due giorni di lotta continua. Mentre le truppe del generale Kaledin, però, poterono essere rinforzate dal tempestivo afflusso di complementi, quelle del Gruppo Benigni non ricevettero alcun rinforzo, avendo già portato in linea tutti i complementi; e, per giunta, avevano dovuto cedere truppe al XII Corpo d’Armata. Il 7 giugno i Russi effettuarono un nuovo attacco su Jazlowiec, o, per meglio dire, compirono delle semplici ricognizioni in grande stile; perdettero 6.000 uomini ma produssero lo sfondamento, giacchè  gli Austriaci stavano ormai perdendo rapidamente la loro capacità combattiva. Molti di loro, infatti, gettarono le armi senza opporre resistenza: complessivamente, 9.000 uomini caddero prigionieri dei Russi in due sole giornate, il 6 e il 7 giugno.

     La posizione austriaca nella Bucovina settentrionale sembrava ormai irrimedabilmente compromessa, e il generale Pflanzer-Baltin avrebbe voluto riportare subito tutta la sua armata dietro il Pruth, preparando, eventualmente, un contrattacco. Ma dal Comando Supremo giunse un netto rifiuto alla sua richiesta di autorizzazione, poiché Conrad paventava il prodursi di un’ampia breccia  fra la Settima Armata e l’Armata tedesca del Sud. Nella notte fra il 9 e il 10 giugno, però, il XIII Corpo fu respinto dalla Strypa; il 10 il Gruppo Benigni venne nuovamente sfondato e Dobronoutz occupata dai Russi. Anche qui, tuttavia, gli attaccanti non furono tempestivi nello sviluppare un efficace inseguimento con la cavalleria, che venne rallentato e reso inefficace da svariati fattori: reticolati ancora intatti, terreni pantanosi,  resistenze isolate di unità austriache.

     Il mattino dell’11 la Settima Armata riuscì finalmente a ricostituire un fronte continuo a nord del Pruth, per vederlo scompigliato poco dopo dai nuovi attacchi russi; fra le truppe austriache ormai decimate regnavano lo sbandamento e la confusione più completa.

     Il Falkenhayn, che fin dal giorno 8 aveva chiesto a Conrad di sospendere la Strafe Expedition  nel Tirolo meridionale, promise l’invio di una divisione di rinforzo, ma nel contempo volle che un comandante tedesco, il generale von Seeckt, assumesse la direzione superiore dello Stato Maggiore della Settima Armata. Poco dopo, poi, lo stesso generale Pflanzer-Baltin, che pure godeva la stima di Conrad von Hötzendorf, venne rimosso dal comando dell’armata, su insistente richiesta dei Tedeschi che ritenevano egli avesse perduto la fiducia delle truppe.

      Anche la linea del Pruth risultò non difendibile per le truppe austriache; esse si sfasciarono completamente, ripiegando ancora in disordine. Forzato il fiume, nella notte fra il 16 e il 17 giugno la Nona Armata russa fece il suo ingresso a Czernowitz, la capitale della Bucovina.

     Appena pochi giorni dopo l’inizio dell’offensiva russa, il fronte austro-ungarico in Volinia e Bucovina era crollato quasi di schianto e, benché l’Armata tedesca del Sud di von Bothmer e il Gruppo d’Armate Böhm-Ermolli parassero i colpi in Galizia orientale, le due armate sulle ali estreme dello schieramento a sud di Rafalówka erano state sfondate e respinte in profondità, determinando un accenno di manovra a doppio avvolgimento dei Russi sui due fianchi di Lemberg. L’esercito austro-ungarico aveva subito nel giro di poche ore una disfatta senza precedenti: il generale von Cramon, rappresentante del Comando Supremo tedesco presso quello austriaco, calcola che nel giro di dodici giorni la Quarta Armata perdette il 54% dei suoi effettivi e la Settima Armata il 57%.  Cosa non meno grave, in quelle giornate drammatiche egli annotava: “Il terrore del russo regna nell’esercito austro-ungarico”. (19)

     Secondo i dati forniti dai Russi all’addetto militare italiano, Marsengo, fra il 4 e l’11 giugno le armate del fronte Sud-Ovest avevano catturato 1 generale, 1.649 ufficiali, 106.000 soldati, 124 pezzi d’artiglieria, 190 mitragliatrici e 58 lanciabombe. “Se si pensa che su questo fronte gli Austriaci avevano 434.000 uomini, ne consegue che un quarto delle forze austriache è stato catturato dai Russi, senza calcolare i morti ed i feriti.” (20)

     Non meno grave fu il danno morale che patì l’Austria-Ungheria, compagine plurinazionale alla quale ogni nuova sconfitta o insuccesso (e a quello in Volinia, stava per aggiungersi ora quello in Trentino) provocava nuove, laceranti tensioni interne.

     Ha scritto il tenente Fritz Weber: “[…] nella lontana Volinia, distante milleduecento chilometri in linea d’aria dal Tirolo meridionale, alle 4,30 del mattino del 4 giugno, cominciarono a tuonare le artiglierie russe. Le armate dello Zar, sotto il comando del generale Brusilov, si raccolsero in un ultimo, immenso, disperato sforzo, la cui preparazione aveva richiesto lunghi mesi. I Paesi dell’Intesa avevano mandato ai russi quante più munizioni avevano potuto mettere insieme, affinchè l’alleato orientale disponesse di una sicura superiorità tecnica, oltre che di quella numerica. Le posizioni austriache furono avvolte rapidamente dal fumo e dalla polvere. Le loro batterie poterono opporre soltanto una debole difesa. Anche adesso. come agli inizi della guerra, disponevano di cannoni antiquati e di limitate riserve di munizioni contro tipi moderni e assai più perfezionati e quantitativi sovrabbondanti di proiettili. A questo concentramento di mezzi tecnici per un’offensiva in grande stile si univano i metodi asiatici di attacco; fortissimi reparti di cavalleria balzavano nella fascia di terreno sottoposta al fuoco di sbarramento e, abbandonando i cavalli, si gettavano contro i difensori colti alla sprovvista. La fanteria si riversava nelle brecce aperte in questo modo, incurante delle perdite, travolgendo le batterie e i comandi. In breve, l’attacco diventò un vortice inarrestabile che ingoiò anche le nostre riserve, seminando la più completa distruzione. La disfatta di Luck aprì nel corpo dell’Austria-Ungheria una piaga che non si rimarginò più. Forse, sarebbe stato possibile superare il durissimo colpo dei nostri duecentomila fatti prigionieri dai Russi, ma non fu possibile superare il colpo arrecato al nostro prestigio. Luck diventò il simbolo della “perfidia austriaca”, il simbolo di una volontà combattiva paralizzata anzitempo, della decadenza. L’infamia di Luck restava, la macchia di Luck era incancellabile. E non servì a nulla che i fatti dimostrassero l’inconsistenza delle accuse, non servirono a nulla le prove che le prime vittime dell’assalto dei Russi non erano state ‘traditori Slavi’ bensì i magiari di Székles [Transilvania], i migliori di tutto l’imperial-regio esercito; non servì neppure che questo stesso esercito sostenesse, dopo Luck, altre sei battaglie difensive sull’Isonzo e che, nella settima, sconfiggesse clamorosamente l’Italia” [cioè a Caporetto: ma con l’aiuto, bisogna aggiungere, di 7 divisioni tedesche scelte fra le migliori]. La débâcle di Luck e lo spostamento di forze da esso provocata costituirono la maggiore sciagura che avesse colpito gli Imperi Centrali dopo la battaglia della Marna; e la causa prima andava ricercata nell’abbandono del principio fondamentale della lotta comune. Il cammino che si era concluso in Volinia era incominciato a Verdun e nel Tirolo meridionale”, ossia nella decisione dei Comandi Supremi tedesco ed austriaco di procedere separatamente, nella primavera del 1916, alle offensive in Francia e in Italia, trascurando il fronte orientale. E conclude: “Un errore dettato da un meschino desiderio di rivalsa [di Conrad nei confronti di Falkenhayn] aveva fatto maturare conseguenze di portata universale. La Romania entrò in guerra, l’inferno della Somme divorò le forze della Germania, noi perdemmo Gorizia. Le capacità strategiche contarono sempre meno, mentre il numero, la massa, i mezzi in sovrabbondanza stavano assumendo un ruolo decisivo. Uomini dello stampo di Nielle, il ‘bevitore di sangue’, si abbandonarono ad autentiche orge, la battaglia imperniata sulla superirorità materiale dominò ogni altra considerazione. E, con ciò, la sorte delle Potenze Centrali era praticamente suggellata.  Tutte le altre battaglie, tutte le vittorie dei due anni che seguirono non furono altro che le pietre miliari lungo la strada dell’eroico tramonto.” (21)

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PARTE TERZA

LO SFRUTTAMENTO DEL SUCCESSO

1.     L’ALTERNATIVA DELLA STAWKA.

     Le proprozioni della vittoria colsero alla sprovvista lo stesso Comando Supremo russo. Nessuno, e tanto meno il generalissimo Alexeiev, si era aspettato uno sfondamento così rapido e profondo da parte di un gruppo d’armate che avrebbe dovuto compiere poco più che una semplice dimostrazione.  Brussilov, forse l’unica persona, in Russia e fuori, che avesse  fermamente creduto nei risultati di un’offensiva preparata con estrema determinazione e chiarezza d’intenti -, era più che mai impaziente che gli altri due gruppi di armate, quello del Centro e quello del Nord, prendessero a loro volta l’offensiva. 

    Circostanza degna di nota, egli – che pure aveva riportato un successo tanto brillante e inaspettato – non sembrava intenzionato a trarne tutte le possibilità che direttamente ne conseguivano. La sua offensiva era stata concepita come dimostrativa, quasi una finta destinata a sviare l’attenzione dell’avversario dall’attacco principale, quello delle armate di Evert verso Molodeczno. Il successo strepitoso riportato sul fronte Sud-Ovest non cambiava le cose, per lui l’offensiva su Molodeczno doveva iniziare immediatamente.

     “Brusilov è fuori della grazia di Dio e grida a voce alta e ai quattro venti che è stato tradito. – scriveva Marsengo il 7 giugno da Klevan (25 maggio secondo il vecchio calendario russo) – Non vuole rinforzi, di soldati ne ha fin troppi, e le forze nemiche che lo fronteggiano sono così esigue che egli può averne ragione come e quando crederà. Egli vuole che entrino in azione sul suo fianco il generale Evert e il generale Kuropatkin. Perché non si muovono? Che cosa aspettano? Attendono forse che il nemico, sicuro di aver di fronte niente altro che degli inetti, si concentri tutto quanto sul suo settore e muova alla riscossa? E la Stawka, il Gran Quartier Generale, che cosa fa? E Alexeiev e lo Zar non sanno che cosa avviene? La Russia ha la vittoria in pugno, la vittoria decisiva, e se la lascia sfuggire. Brusilov tempesta di telegrammi il capo di Stato Maggiore e il “generalissimo”, come lo chiama lui con tono spregevole, cioè Nicola II [che aveva assunto il comando nominale dell’esercito dopo il licenziamento del granduca Nicola, in seguito al disastro di Polonia dell’anno precedente]. Ma nessuno gli risponde.” (22)

    E tuttavia il fronte avversario era crollato in Volinia e in Bucovina, la tremenda battaglia di Verdun vanificava la possibilità che partissero sollecitamente consistenti aiuti all’Austria-Ungheria da parte dell’alleato tedesco,  i combattimenti sul fronte del Trentino erano tuttora in corso e si delineava un sostanziale fallimento dell’offensiva voluta da Conrad su Lavarone-Folgaria. Un’occasione unica si presentava ora alla Russia, anche se coglierla avrebbe comportato, necessariamente,  l’abbandono dei piani originari.

    Che poi la riluttanza di Evert e di Kuroptakin ad attaccare fosse originata non da ragioni di ordiune militae, ma da malcelaata gelosia nei confronti del più giovane Brusilov – il cui nome si era sparso per tutta la Russia come quello di un eroe – è un’altra questione. Alexejev, da parte sua, tenne una condotta assai poco ferma verso i propri comandanti d’esercito.  Il nodo da sciogliere era questo: o le armate del Centro e, in misura minore, quelle del Nord, prendevano subito l’offensiva sui rispettivi fronti, oppure l’offensiva di Molodeczno veniva abbandonata e tutte le riserve disponibili dovevano essere inviate a Brusilov con la massima urgenza, per consentirgli di sfruttare a fondo la vittoria. Alexeiev non ordinò a Evert (che era più anziano di lui) di incominciare l’attacco; invece gli chiese, con tono poco deciso, se era pronto ad ad attaccare e se garantiva il successo dell’operazione. Richiesta talmente assurda, da far dubitare che uno stratega di prim’ordine, quale Alexeiev aveva dimostrato di essere, fosse capace di formularla. Evert, naturalmente, rispose che non se la sentiva di garantire il successo; e fece intendere a chiare note che avrebbe preferito non muoversi, adducendo la robustezza delle posizioni difensive tedesche e la scarsa fiducia nella vittoria che animava le sue truppe. Alexeiev non insistette, come effettivamente avrebbe dovuto fare se realmente fosse sato convinto della necessità strategica dell’offensiva su Molodeczno. In questo genere di situazioni un comandante superiore non domanda: ordina.

     Brusilov, già impulsivo e di temperamento “caldo” per sua natura,  era sempre più preoccupato e impaziente a causa dell’inerzia delle armatre del Centro e del Nord. Possediamo la testimonianmza di prima mano del Marsengo, che il 16 giugno (3 giugno secondo il vecchio calendario russo) lo incontrò sul treno speciale del suo Comando, a Berdicev. ” ‘Lo sa quello che ha detto – mi grida quasi sul viso […] il mio caro collega? [cioè il generale Evert, invitato ad attaccare a sua volta] Ha detto che non intende di lavorare pe rla mia gloria. Andiamo, andiamo a colazione! Sono furioso, furioso!’.  Brusilov trema come un leone ferito. Sento la sua febbre allorché mi prende violentemente sotto braccio per accompagnarmi nella vettura ristorante. A tavola, egli non si perita di gridar forte la sua indignazione, e alla presenza degli ufficiali del suo Stato Maggiore che, partecipando alla sua ira, lo approvano. ‘Il generale Alexeieff ha avuto la faccia tosta di consigliarmi di avanzare con una sola armata. È diventato matto? Non sa che questo è impossibile e che i nostri successi degli scorsi giorni si tramuterebbero in un rovescio non mai veduto? Io rettifico la mia frontre e mi par che basti. Ho un disordine spaventoso nelle retrovie ingombrate da un incalcolabile bottino di guerra e da decine e decine di migliaia di prigionieri. Non posso mica cancellarli dalla faccia della terra. E poi, le mie truppe sono stanche, esauste. Vuol forse prendersele sulle ginocchia lo zar per farle riposare? Ordinino a Evert e a quel vecchio temporeggiatore di un Kuropatkin di muoversi e allora vedranno che marcerò anch’io. Alexeiev ha paura di mandare ordini a Evert che è più anziano di lui. Che c’entra l’anzianità? Ne va di mezzo la patria.” (23)

     Il generale Denikin, comandante della 4.a Divisione tiragliatori (e futuro comandante, nella guerra civile russa scoppiata nel 1918, di un esercito “bianco” antibolscevico), deprecò anch’egli un tale modo di comportarsi della Stawka. In un tempo abbastanza breve, tuttavia, Alexeiev finì per prendere la sua decisione: la progettata offensiva su Molodeczno venne definitivamente archiviata e venne deciso d’inviare sul fronte Sud-Ovest tutte le forze che potevano essere sottratte ai gruppi d’armate di Evert e Kuropatkin. Al tempo stesso, e piuttosto contraddittoriamente, la Stawka incaricò Evert di compiere una limitata offensiva in direzione di Bananovici. Ma il problema era che la Russia non disponeva di un sistema ferroviario trasversale adeguato alle necessità del momento, per cui i rinforzi destinati a Brusilov giunsero con un tale ritardo che gli Austro-Ungarici ne furono avvantaggiati più di quanto avessero mai osato sperare. Il 24 giugno la Terza Armata russa del generale Leš, unità d’ala sinistra dello schieramento di Evert, venne fatta passare alle dipendenze di Brusilov per estendere l’offensiva alle Paludi del Pripjat’ e sostenere sulla destra l’azione dell’Ottava Armata.

     È molto difficile, guardando retrospettivamente, giudicare se la decisione della Stawka di rinunciare all’offensiva sul fronte del Centro e di sviluppare quella a Sud-Ovest, fu saggia. Sull’abbandono dell’offensiva verso Molodeczno e sullo spostamento di tutte le riserve verso le armate di Brusilov per potenziare la sua avanzata, gli storici e i critici militari si sono variamente pronunciati. Indubbiamente le dimensioni spettacolari delle vittorie di Luck e di Okna invitavano i Russi a tentare un profondo e tempestivo sfruttamento del successo. D’altra parte si sapeva bene che la limitata potenzialità del sistema ferroviario avrebbe reso una tale operazione pericolosamente lenta, e inoltre avrebbe offerto all’avversario l’opportunità di concentrare su un tratto relativamente limitato del fronte orientale numerosi rinforzi, sguarnendo il settore a nord delle paludi del Pripjat’. Una cosa è certa: sull’esito degli avvenimenti sucessivi pesò, e in maniera determinante, la lentezza con cui affluirono i rinforzi che avrebbero dovuto mettere Brusilov in condizione di imbastire ulteriori operazioni. L’imprevidenza del Ministro della Guerra russo e la grave insufficienza delle infrastrutture di carattere militare, come le ferrovie d’interesse strategico, ancora una volta giocarono un rulo decisivo nel vanificare la vittoria dell’esercito e le geniali intuizioni dei migliori comandanti.

2.     RITORNO OFFENSIVO AUSTRO-TEDESCO.

     Come scrisse Ludendorff, il fronte orientale stava attraversando la crisi più grave che gli Imperi Centrali avessero mai dovuto fronteggiare. L’esercito austro-ungarico si stava letteralmente sfasciando e tuttavia l’andamento delle oprazioni in Francia e in Italia non consentiva un consistente trasferimento di forze all’est. Conrad dovette interrompere, ai primi di giugno, l’offensiva nel Tirolo meridionale; quanto ai Tedeschi si presentava l’impellente necessità di prevenire il crollo dell’alleato, che avrebbe travolto anche loro, e a malincuore racimolarono tutte le forze disponibili per tale bisogna. Complessivamente ben 16 divisioni tedesche vennero fatte affluire a sud del Pripjat’ fino alla metà di luglio: un movimento di truppe gigantesco, quale poche volte si vide in tutto il corso della guerra (ricordiamo, a titolo di esempio, che per il progettato sfondamento di Caporetto i Tedeschi trasferirono sul fronte dell’Isonzo 7 divisioni scelte).

     Hindenburg, il comandante supremo del fronte orientale, e il suo capo di Stato Maggiore, Ludendorff, idearono una manovra mirante a spezzare le branche della tenaglia russa che andava delinenandosi alle due estremità dello schieramento austriaco, in Volinia e in Bucovina. Per ricacciare l’avversario nella direzione di Luck, egli incaricò il generale von Linsingen di lanciare un attacco sui due lati della ferrovia Kowel-Rovno, con l’intento di colpire sul fianco l’Ottava Armata russa avanzante oltre lo Styr. Per arrestare l’irruzione russa in Bucovina fu deciso di eseguire un contrattacco, servendosi sia delle truppe presenti sul posto sia dei rinforzi  che stavano affluendo; il comando di questa seconda operazione sarebbe stato affidato all’erede al trono austriaco, l’arciduca Carlo d’Asburgo.

    In verità, sulla opportunità di una controffensiva in forze nella Bucovina uno stretega dalle capacità eccezionali, quale il Ludendorff, nutriva forti dubbi, che tuttavia non riuscirono a influenzare le decisioni di Hindenburg e di Conrad. Nelle sue memorie egli ha accennato all’argomento, motivando le sue perplessità con argomenti indubbiamente solidi. “Il fronte austriaco a sud del Dniester, che si estendeva dapprima tra il fiume e il confine romeno ad est di Czernowitz, si allargò di molto e si trovò difeso da un numero di soldati troppo limitato. Per la cattiva condizione delle linee ferroviarie fu molto difficile far pervenire rinforzi in queste posizioni: si mandarono però anche truppe tedesche, che furono tolte dal fronte del generale in capo dell’esercito orientale [Hindenburg] e dal fronte dell’ovest e tutte le forze fresche appena arrivate bastarono appena per tenere il fronte. In queste condizioni non si potè pensare a contrattaccare, ciononostante le nostre truppe fecero qualche tentativo d’attacco che restò senza risultato; sarebbe stato più giusto mantenersi puramente sulla difensiva. [Il corsivo è nostro.] I Russi però dovettero superare uguali difficoltà per l’invio di rinforzi dei quali avevano bisogno, e questo aiutò le armate austro-ungariche più della propria resistenza.” (24)

     Senza dubbio pesarono molto, sulla decisine di conrattaccare i Russi anche nella Bucovina, le pressioni del Comando Supremo austro-ungarico, e se ne comprende facilmente la ragione: all’opinione pubblica della Duplice Monarchia importava assai più di vedere allontanata la minaccia russa da una provincia austriaca, la cui capiale era stata occupata, che non dalla lontana Volinia, anche se in quest’ultima direzione la minaccia era assai più immediata e pericolosa. La situazione all’estrema ala destra dello schieramento austriaco, fra il Dniester e la frontiera con la Romania, era – all’indomani della caduta di Czernowitz – alquanto compromessa per le truppe del generale Pflanzer-Baltin. Le perdite della Settima Armata austriaca alla data del 28 giugno erano, secondo il generale Andolenko, di 70.000 uomini, di cui 37.000 prigionieri, contro i 14.000 perduti dai Russi. (25)

     Il 24 giugno l’ala sinistra della Nona Armata russa aveva occupato Kimpolung e premeva verso la Bucovina meridionale; l’ala destra avanzò a occidente fra le valli del Pruth e del Dniester, così dovette allargare progressivamente il proprio fronte, diluendo le sue unità su di un arco troppo esteso. Tuttavia le forze superstiti della Settima Armata austro-ungarica erano ancora troppo scosse e disorganizzate per poter opporre una valida resistenza, e l’invio di rinforzi era reso problematico dall’insufficienza della rete ferroviaria.

     Il contrattacco austriaco era stato fissato pr il 4 luglio; esso avrebbe dovuto essere condotto dall’arciduca Carlo con l’appoggio della nuova armata austro-tedesca di Krevel. Ma i Russi si mossero per primi e il 28 giugno ripartirono all’attacco, sbaragliando l’avversario ancora impreparato e occupando, poco dopo, Kolomea. Ai primi di luglio giunse finalmente l’armata di Krevel; ma, frattanto, la Settima Armata era stata nuovamente sfondata e soccombeva miseramente sotto i colpi di maglio delle divisioni di Lecitzkij. Il generale russo, infatti, aveva voluto attaccare nella valle del Pruth, pur trovandosi impegnato su un fronte eccessivamente esteso e non disponendo ancora dei necessari rinforzi, convinto – e a ragione – che in quel momento il fattore tempo fosse prioritario. Ciò gli permise di affrontare, e di battere, i due avversari separatamente.

     Nei primi giorni di luglio, infatti, anche l’armata di Krevel venne respinta, dopo aver vanamente attaccato in una duplice direzione, verso Kimpolung nella Bucovina meridionale e oltre Delatyn, per allontanare l’ala destra della Nona Armata russa dalle pendici carpatiche. Il 7 luglio le truppe del generale Lecitzkij entrarono a Delatyn, stroncando l’ala sinistra della contromanovra austro-tedesca; anche l’ala destra veniva intanto sopraffatta e tutta la Bucovina meridionale cadeva nelle mani dei Russi, fin nei pressi di Dorna Watra (in romeno: Vat Dornei). Al termine di queste operazioni vi fu una pausa perchè entrambi gli eserciti, spossati dalla lunga lotta su di un difficile terreno montuoso, dovettero fermarsi per attendere rinforzi.

     In Volinia, frattanto, la lotta si era riaccesa con estrema violenza. Il 30 giugno il generale Linsingen sferrò l’attacco in fianco contro l’Ottava Armata, avendo rinforzato la propria armata austro-tedesca con altre 7 divisioni tedesche e 2 divisioni austriache. Dapprima l’attacco, nonostante l’imponente concentramento di mezzi, non produsse la decisione; tuttavia, mentre l’armata di Linsingen premeva sul fiume Stochód, la Quarta Armata austro-ungarica , rinforzata dal X Corpo tedesco, attaccò vigorosamente il centro dell’Ottava Armata russa, tanto che il generale Kaledin passò alcune ore veramente critiche. Vi fu un momento in cui la sconfitta del XLI Corpo russo sembrò decidere le sorti della battaglia a favore degli Austro-Tedeschi. La situazione, invece, venne salvata principalmente per merito del generale Klembovskij. Il 4 luglio un contrattacco delle ali interne dell’Ottava Armata di Kaledin e della Terza Armata di Leš nel gomito dello Styr, fra Luck e Kolki, risolse definitivamente la lotta a favore dei Russi. Kowel, per il momento, era al riparo da una immediata minaccia russa; ma il contrattacco di von Linsingen a sud-est, in direzione di Luck, era completamente fallito; né egli si azzardò a ritentarlo, per tutto il resto del mese di luglio.

3.     RIORGANIZZAZIONE DEI COMANDI AUSTRO-TEDESCHI.

     L’unità di comando dei due eserciti delle Potenze centrali sul fronte orientale era sempre stato l’obiettivo di entrambi gli Stati Maggiori. Nella prima fase della guerra l’Austria-Ungheria aveva svolto il ruolo principale contro la Russia (anche se non vittorioso) e, naturalmente, i suoi capi avevano cercato di ottenere essi stessi tale comando supremo. Il 16 settembre 1914 l’arciduca Federico aveva proposto di estendere il comando austriaco alla Nona Armata di Hindenburg, ottenendo dall’alleato risposta negativa. Poi, soprattutto a partire dalla campagna di Tarnów-Gorlice, l’accresciuta partecipazione tedesca sul fronte orientale aveva cominciato a rovesciare la situazione. Da allora, infatti, Hindenburg e Ludendorff avevano chiesto più volte a Conrad di riunire tutte le forze dei due eserciti alleati sotto il proprio comando, ma avevano urtato contro la forte suscettibilità degli Austriaci. Questo, come si è visto, aveva condotto i due Stati Maggiori generali a procedere ciascuno per proprio conto nel pianificare la campagna del 1916, in un clima di intense gelosie e di malcelata diffidenza reciproca.

     Il già citato Fritz weber, per esempio, accusa esplicitamente sia il Falkenhayn, capo di Stato Maggiore generale tedesco, sia Conrad, suo collega austro-ungarico, di tacite rivalità e meschine ripicche, dettate sia da orgoglio nazionale, sia da ambizione personale, entrambi decisi a “far da soli”: il primo a Verdun, il secondo a Lavarone-Folgaria. Scrive infatti: “Il 21 febbraio 1916, si spalancò la fornace di Verdun e ingoiò con spaventosa rapidità le divisioni di Falkenhayn, i migliori soldati che il miglior esercito della terra avesse mai messo in campo. Uno spettacolo di inaudita  tragicità si svolse davanti agli occhi di coloro che amavano la Germania e che combattevano per lei. L’uomo che teneva nelle proprie mani il destino delle Potenze Centrali [Falkenhayn] aveva abbandonata la strada di Gorlice e di Belgrado [cioè della stretta cooperazione austro-tedesca], aveva rinunciato, per ambizione personale, al principio basilare della lotta comune.[…] Vi sarebbe stata ancora [da parte di Conrad] la possibilità di rinunciare alla progettata offensiva nel Tirolo meridionale e distribuire i reparti ad essa destinati sugli alri fronti [lanciando un attacco decisivo sull’Isonzo]. Cinque divisioni portate in tutta fretta sull’Isonzo  e un nostro attacco che si fosse limitato a penetrare soltanto fino al confine prebellico del Regno  sarebbe costato al nemico centinaia di cannoni e di bombarde  e quantiativi enomi di vettovaglie e di munizioni, l’avrebbe paralizzato senza dubbio per molti mesi… Ma il Comando Supemo non ne volle sapere. L’offensiva del Trentino entrava nel novero dei principi incrollabili la cui applicazione era sempre stata considerata  basilare nel caso di una guerra contro l’Italia. E l’ostinatezza era incoraggiata dall’ambizione personale di certuni, dal loro segreto desiderio di ‘dimostrare’ all’alleato germanico che cosa eravamo capaci di fare per conto nostro, anche senza il suo aiuto. Le esperienze dei due primi anni di guerra furono dimenticate. Anzi, proprio perché Verdun era stata un’amara delusione volevamo  far risaltare su questo sfondo cupo un’azione che sarebbe apparsa tanto più brillante.” (26)

    Dopo la disfatta austriaca di Luck, però, ben 16 divisioni tedesche erano state spostate sul fronte a sud delle paludi del Pripjat’. Il loro intervento aveva salvato l’Austria. È naturale, quindi, che i Tedeschi – in vista di una controffensiva contro i Russi – pretendessero di esercitare un maggiore controllo sul fronte orientale e si opponessero a che ingenti reparti di truppe tedesche rimanessero sotto il comando di generali austro-ungarici che essi ritenevano responsabili del disastro e verso i quali non nutrivano alcuna stima. In particolare, subito dopo lo sfondamento di Luck essi avevano chiesto l’allontanamento dell’arciduca Giuseppe Ferdinando dal comando della Quarta Armata (che egli teneva del settembre 1914), cosa che era stata prontamente eseguita. Anche in Bucovina e nella porzione meridionale della Galizia orientale essi manifestarono la loro insoddisfazione per il fatto che i rinforzi da loro inviati si trovassero alle dipendenze del generale Pflanzer-Baltin.

     Gli Austriaci avevano sempre mantenuto un atteggiamento orgoglioso e insofferente nei confronti dei tentativi egemonci di comando del loro più potente alleato; ma, nelle presenti circostanze, la loro situazione era divenuta talmente debole da rendere indispensabile un sostegno sempre più consistente da parte della Germania, la quale non dava mai nulla senza pretendere, in cambio, responsabilità di comando (sarebbe stato così anche con Francesi e Britannici sul fronte italiano, nella decisiva battaglia di Vittorio Veneto). D’altra parte, il teatro di guerra principale dell’Austria-Ungheria era divenuto, ormai, quello sud-occidentale contro l’Italia; e la caduta di Gorizia, di lì a poco, lo avrebbe confermato clamorosamente. Rientrava inoltre nelle tradizioni dell’esercito austro-ungarico (come, del resto, in quelle di tutti gli eserciti)  che un comandante, il quale subiva un grave rovescio, ne fosse tenuto responsabile ed esonerato, perciò, dal comando o destinato ad altre funzioni. Così si era sostituito l’arciduca Giuseppe Ferdinando col generale Tersztyanszky; tanto più che la Quarta Armata austro-ungarica, dopo aver perduto oltre la metà degli effettivi nelle due prime settimane dell’offensiva russa, ed aver ricevuto il rinforzo del X Corpo tedesco, risultava ormai composta in prevalenza di truppe tedesche. Quanto alla Settima Armata,  essa venne sdoppiata e l’ala orientale, addossata alle pendici dei Carpazi per difenderne i passi, rimase momentaneamente agli ordini del generale Pflanzer-Baltin, che poco dopo venne esonerato e sostituito dal generale von Kirchbach. L’ala occidentale passò agli ordini del generale Köwess, giunto dal fronte del Tirolo meridionale, e formò una nuova Terza Armata incaricata della difesa della regione di Stanislau.

     Alla fine di luglio, un nuovo insuccesso austriaco sul fronte del Gruppo d’Armate Böhm-Ermolli indusse i Tedeschi a chiedere al Conrad che l’intero fronte dal Baltico fino all’altezza di Brody venisse sottoposto al comando supremo di Hindenburg. Gli Austriaci dovettero acconsentire e così la Prima e la Seconda armata austro-ungariche, pur rimanendo agli ordini del generale Böhm-Ermolli, passarono sotto la suprema direzione tedesca. In compenso venne deciso, in un primo tempo, di porre tutto il resto del fronte, da Brody a Dorna Watra, sotto il comando dell’arciduca Carlo: egli avrebbe avuto così la responsabilità dell’Armata tedescadel Sud, della Terza Armata e della Settima; inoltre, di una nuova Dodicesima Armata che doveva essere formata con rinforzi tratti da altri fronti e di cui egli doveva assumere personalmente il comando. Al tempo stesso, però, all’arciduca Carlo venne destinato quale capo di Stato Maggiore un generale tedesco, il von Seeckt. In realtà la Dodicesima Armata non venne mai costituita, perché i rinforzi a ciò destinati dovettero essere immediatamente impiegati in combattimento, mano a mano che arrivavano i vari scaglioni; l’Armata tedesca del Sud e le Armate austro-ungariche Terza e Settima costituirono comunque il Gruppo d’Armate dell’arciduca Carlo, sempre col von Seckt quale capo di Stato Maggiore.

    Non dovette essere facile né piacevole, per gli orgogliosi capi dell’esercito austriaco, rinunciare a gran parte di quell’indipendenza che avevano sino allora conservato sul fronte orientale nei confronti del loro alleato. È molto probabile che l’arciduca Carlo potè evitare un tale destino solo per considerazioni di politica interna, non essendo parso opportuno che il futuro imperatore d’Austria-Ungheria (sarebbe salito al trono alla fine dell’anno) si fosse venuto a trovare, anche solo nominalmente, nella condizione di ricevere ordini da un militare di altra nazionalità.

     La disfatta di Luck, inoltre – unita all’insuccesso della Strafe Expedition nel Tirolo meridionale, alla lunga portò a una completa riorganizzazione dei più alti vertici di comando dell’esercito austro-ungarico. Qualche tempo dopo l’arciduca Federico e lo stesso Conrad von Hötzendorf,dovettero lasciare i rispettivi incarichi; essi, del resto, erano così strettamente legati che l’esonero dell’uno doveva necessariamente coinvolgere anche l’altro. Ha scritto in proposito il von Cramon: “L’arciduca Federico, bravo e leale comandante in capo, testimoniò al suo capo di Stato Maggiore un’amicizia piena di rispetto, amicizia che questi non imparò ad apprezzare al suo giusto valore che molto più tardi, a mio modo di vedere. Benché Conrad fosse sovente molto brusco e anche grossolano nei suoi riguardi, l’arciduca dichiarò sempre con fermezza, quando gli si parlava di cambiare il capo di Stato Maggiore, che lui non si sarebbe mai separato dal suo primo consigliere.” (27) Difatti l’arciduca Federico avrebbe lasciato il suo posto di comandante supremo prima che il nuovo imperatore, Carlo, chiamasse il von Arz a sostituire Conrad quale suo nuovo capo di Stato Maggiore.

4.     PROSECUZIONE DELL’OFFENSIVA RUSSA.

     Il 5 luglio le Armate russe Terza e Ottava ripartirono all’attacco, respingendo le truppe di von Linsingen dietro il fiume Stochód. Subentrò quindi una pausa nei combattimenti, perché i Russi attendevano i rinforzi e i Tedeschi si dedicarono al rafforzamento delle loro linee difensive sullo Stochód. In realtà il Brusilov avrebbe voluto attaccare subito in direzione di Kowel, ma – per esplicito desiderio dello Zar Nicola II – tale azione venne ritardata di ben tre settimane per attendere l’arrivo dell’Armata della Guardia. Anche la Nona Armata, all’estremità meridionale del fronte,  interruppe l’offensiva quando già premeva sulle pendici dei Carpazi, poiché il generale Lecitzkij voleva attendere l’arrivo di rinforzi che gli erano divenuti indispensabili, essendosi la sua linea di combattimento ampliata a dismisura.  Brusilov, però, volle ugualmente mantenere l’iniziativa e pertanto ordinò al generale Sakharov di attaccare verso la frontiera settentrionale della Galizia.  L’Undicesima Armata si era allungata alquanto, rilevando l’ala sinistra dell’Otava fin oltre la cittadina di Dubno, così che ora fronteggiava non solo buona parte dell’Armata tedesca del Sud, ma anche il Gruppo d’Armate Böm-Ermolli.

    Sakharov sferrò l’attacco nella notte fra il 15 e il 16 luglio, sfondando il fronte avversario presso Boromel ed effettuando una rapida conversione verso sud; tale operazione potè essere eseguita anche grazie all’appoggio dell’artiglieria pesante catturata agli Austriaci. Il 28 luglio le truppe russe entravano a Brody, prendendo 40.000 prigionieri e 50 cannoni. Questa grande vittoria, portando i Russi a soli 80 km. da Lemberg e infliggendo un gravissimo rovescio alle truppe di Böhm-Ermolli – che fino ad allora avevano tenuto le loro posizioni – causò molto allarme nei comandi austro-tedeschi e fu l’elemento che determinò l’estensione del comando di Hindenburg fino all’altezza di Brody.

     Frattanto anche la Settima Armata russa aveva preso l’offensiva verso Buczacz, senza però ottenere alcun successo contro l’Armata tedesca del Sud. Vi fu solo un ordinato ripiegamento dell’ala destra di von Bothmer fin presso la foce del torrente Koropiec, dovuto al continuo arretramento degli Austriaci a sud del Dniester. Altrove essa parò tutti i colpi, e il merito di ciò spetta anche alle truppe austro-ungariche che ne facevano parte.

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PARTE QUARTA

STABILIZZAZIONE DEL FRONTE

1.     LA BATTAGLIA DI KOWEL.

     Nella seconda metà di luglio entrò in linea, fra la Terza e l’Ottava Armata russa, l’Armata della Guardia del generale Bezabrazov, composta da truppe adeguatamente istruite e perfettamente equipaggiate, vera unità d’èlite  che spiccava particolarmente, nel contesto dell’esercito russo del 1916. Essa era formata Da 4 Corpi d’Armata (I e II della Guardia, I e XXX Corpo) e da un corpo di cavalleria;  non aveva più preso parte ad operazioni attive da circa sette mesi e gli alti comandi riponevano grandi speranze nel suo prossimo impiego.

     Il generale Brusilov intendeva rompere il fronte austro-tedesco di Linsingen verso nord-ovest, in direzione di Kowel, impiegando le armate Terza, Ottava e della Guardia. Nonostante l’importanza di Kowel quale nodo ferroviario, sembra che il comandante russo abbia trascurato le gravissime difficoltà connesse con l’avanzata attraverso una regione paludosa, dove le piogge avevano – fra l’altro – ingrossato il fiume Stochód, e lungo il quale l’avversario aveva stabilito una solida  linea difensiva.  In quella regione, tra Volinia e Polessia, le uniche vie di comunicazione sono delle strette strade rialzate e il terreno non si presta per nulla a un’offensiva in forze, né all’impiego di grandi masse di cavalleria.  Brusilov, in verità, avrebbe voluto intraprendere l’offensiva già al principio di luglio, dopo aver rintuzzato il ritorno offensivo di von der Marwitz sullo Styr. Infatti, il tempo trascorso in attesa dell’arrivo dell’Armata della Guardia era stato efficacemente messo a profitto dall’avversario per far affluire rinforzi.

     Ha scritto il generale Ludendorff: “Il 28 luglio incominciò il grande attacco russo lungo lo Stochód e contiuò con inaudita forza fino alla sera del 1° agosto.  I Russi concentrarono in quel punto grandi masse di soldati e, senza riguardo alle perdite, li lanciarono continuamente all’assalto, creandoci in molti settori momenti molto difficili. Truppe tedesche di Landwehr dovettero ricacciare il nemico penetrato tra le file degli Austro-Ungarici, ed anche le truppe tedesche perdettero terreno. (28) In realtà, l’attacco russo sullo Stochód non raggiunse guadagni apprezzabili in nessun momento e non fece che toccare perdite sempre più alte, logorando le truppe in uno sforzo ostinato ma poco fruttuoso.

     “I metodi russi – ha scritto uno storico inglese, parlando dell’offensiva sullo Stochód – diventarono ora più ortodossi, incentrati su una serie di attacchi frontali diretti contro il nodo ferroviario di Kowel. Le operazioni consistettero in pesanti bombardamenti e vigorosi attacchi di fanteria,  rinunciando allo stile di Brusilov fatto di elaborati preparativi, dato che richiedevano troppo tempo ed erano poco adatti a forze non addestrate, e quel che aveva funzionato contro gli austriaci non avrebbe funzionato contro i tedeschi. Pertanto i russi adottarono una propria versione delle offensive di usura sul fronte occidentale con successi non superiori, finché, dopo ottobre, Brusilov si volse ad aiutare la Romania.” (29)

     Era incominciato quello che il generale Denikin ha definito “il massacro insensato sulle rive paludose dello Stochód”. L’Armata della Guardia vi perdette in pochissimo tempo decine di migliaia di uomini; la Terza Armata di Leš che, più a nord, cercava di aprirsi la strada di Kowel avvolgendo l’ala sinistra di Linsingen, venne respinta a sua volta e subì perdite ingenti. Brusilov ne fu così contrariato che giunse a tacciare di scarsa combattività i soldati dell’Armata della Guardia, lagnandosi del pari che il ritardo dell’offensiva avesse consentito ai Tedeschi di portare in linea la 121.a Divisione tratta dal fronte occidentale, in Francia. Meglio avrebbe fatto, tuttavia,  a prendersela con se stesso e con la stravagante strategia che lo aveva portato a impantanare due magnifiche armate su un terreno impossibile, in mezzo alle paludi più vaste d’Europa, per giunta nel pieno della stagione estiva, quando esse brulicavano di milioni e milioni d’insetti molesti.

    Il generale Joffre, vincitore della battaglia della Marna nel 1914 e ora comandante supremo dell’esercito francese, scriveva: “La battaglia russa, scatenata due mesi or sono su richiesta degli Italiani, cominciava a sfiatare. Alekseev non vedeva senza disappunto comparire ad ogni istante sul suo fronte nuove disisioni sottratte al fronte italiano.” (30) In realtà, per ragioni di obiettività storica è giusto dire che gli attacchi di Brusilov furono preziosi per la Francia – drammaticamente impegnata a Verdun – non meno che per l’Italia (che, del resto, avevano concordato entrambe, con la Russia, un piano d’operazioni comune per il 1916, basato sul principio del soccorso reciproco fra chi fosse stato assalito dagli eserciti delle Potenze Centrali). “Ancora una volta i russi – scrive lo Stevenson – avrebbero potuto pensare di aver salvato la Francia dalla sconfitta, ma anche questa volta le loro perdite furono enormi”. (31)

    Migliori risultati ottenne l’attacco dell’Ottava Armata di Kaledin  nel saliente di Luck, che mirava a rompere il fronte avversario verso Wladimir-Wolynski per poi convergere, da nord, su Lemberg.  Quel settore era tenuto dalla tartassata Quarta Armata austro-ungarica, ridotta a una forza effettiva di poco superiore a quella d’un solo corpo d’armata. Essa era ormai composta in prevalenza da truppe tedesche, cosa che riusciva quanto mai imbarazzante per il suo focoso comandante ungherese, il generale Tersztyanszky, che per di più (a detta del Ludendorff) mal sopportava di sottostare all’alto comando del generale Linsingen.

     L’attacco russo, benché preceduto da un bombardamento brevissimo, portò così rapidamente allo sfondamento verso Košev, che l’avversario venne posto in rotta precipitosa come lo era stato già nei primi giorni dell’offensiva di Luck. La Quarta Armata austro-ungarica ne uscì praticamente annientata:  essa, che secondo il generale Andolenko contava ancora 38.000 combattenti, dopo poche ore di battaglia era già scesa a soli 17.000; i prigionieri furono 9.000. (32) Questo grande successo, riportato dai gloriosi Corpi russi VIII e XL, non potè tuttavia essere sfruttato per mancanza di riserve e, quando l’attacco potè riprendere, si trovò davanti l’insormontabile resistenza el XL Corpo tedesco e finì per arenarsi anche in questo settore.

     A sud del Dniester la Nona Armata russa, dopo una pausa seguita alla battaglia di Kolomea, ripartì all’attacco il 7 agosto, riportando una serie di successi significativi: il 10 agosto la sua ala destra occupò Stanislau e il 12 le truppe del generale Lecitzkij entrarono a Nadworna, tornando a dilagare sulle pendici dei Carpazi orientali, come era già accaduto nel settembre del 1914. La sconfitta della Terza Armata di Köwess allarmò il von Seeckt e anche il Ludendorff che però, giustamente, non ritenne vi fosse un pericolo imminente d’irruzione della Nona Armata in Ungheria. Era evidente, infatti, che i Russi – anche potendolo – non avrebbero valicato i Carpazi, fino a che tutta la loro ala destra non avesse a sua volta avanzato; diversamente, si sarebbero esposti al pericolo di rimaner tagliati fuori dal resto del loro esercito. Ancora una volta, tuttavia, il Comando Supremo austro-ungarico, ossessionato dalla minaccia incombente sulla Pianura Ungherese – come lo era stato all’epoca della battaglia dei Carpazi, fra gennaio e aprile del 1915 – insistette perché venissero concentrate in quel settore più truppe di quanto fosse necessario. Chiaro esempio di quella emotività e di quella mancanza di padronanza di una retta visione strategica, che già tanti insuccessi aveva causato all’esercito della Duplice Monarchia.

   Ancor meno progressi riuscì a compiere l’offensiva russa nel tratto centrale  del fronte Sud-Ovest, affidata alle Armate Unidcesima e Settima. L’avanzata frontale verso Lemberg si risolse in una logorante battaglia di posizione, che costò ai Russi un numero di perdite sproporzionato all’entità dei vantaggi ottenuti. Soltanto nella prima metà di settembre la Settima Armata di Cerbacev ottenne una importante vittoria sulla Zlota Lipa, avanzando da Monasterzyska fino quasi ad Halicz. Tuttavia, nel complesso, i successi dei Russi si ridussero ad una modesta avanzata sul fronte del Gruppo d’Armata di Böhm-Emolli, che costrinse la contigua Armata tedesca del Sud di von Bothmer ad arretrate dietro la Zlota Lipa; anche perché, frattanto, la Terza Armata austriaca stava ripiegando a sud del Dniester.

2.     L’ESAURIMENTO DELL’OFFENSIVA RUSSA.

     L’offensiva russa in direzione di Kowel era chiaramente entrata nella fase di “stanca” che precede l’imbastitura di nuove operazioni, oppure l’inevitabile riflusso. Ostinatamente proteso a voler ricercare la vittoria nel saliente di Luck a ovest dello Styr, il Brusilov parve non accorgersi che, attaccando incessantemente su un terreno impraticabile un avversario solidamente organizzato a difesa, e non disponendo della superirorità numerica né di quella in artiglieria a ciò necessaria, egli alla fine stava logorando se stesso. Il rapporto numerico e di artigleria fra i due schieramenti era rimasto, suppergiù, quello del giugno: ma l’avversario non era più lo stesso. Le malsicure divisioni austro-ungariche di nazionalità slava, dotate di scarsa artiglieria pesante e con un munizionamento limitato, erano state rimpiazzate quasi ovunque da efficientissime divisioni tedesche, il cui morale era alto e l’armamento eccellente. Infatti non solo la Quarta Armata austro-ungarica (o ciò che di essa restava) era ormai formata in prevalenza da truppe tedesche, ma anche la Seconda Armata del generale Böhm-Ermolli, avendo ricevuto come rinforzo la riserva di cavalleria tedesca, rimaneva austriaca solo di nome. 

     I Russi, comunque, incominciavano a risentire della stanchezza, dopo quasi quattro mesi di battaglia continua; munizioni e materiali, consumati a ritmo industriale, scarseggiavano nuovamente, come nell’autunno del 1915. In queste condizioni appariva gravemente azzardato voler insistere in una offensiva frontale contro solide posizioni, che era già costata tante perdite senza aver consentito alcun successo. Eppure Brusilov gettò nuovamente all’attacco le sue truppe senza curarsi – almeno in apparenza – delle perdite enormi: proprio come aveva fatto il granduca Nicola nei primi mesi del 1915, durante la battaglia dei Carpazi.

     Uno dei maggiori storici militari della prima guerra mondiale, Liddell Hart, ha sottolineato la gravità dell’errore commesso da Brusilov nel sottovalutare le conseguenze di un tale gigantesco bagno di sangue per l’esercito russo. ” Verso la fine di luglio i russi ripresero l’offensiva, dapprima (sotto la guida di Sakharov) nella parte centrale del fronte in direzione di Brody e Lemberg, poi più a nord verso il fiume Stochód e Kowel; questa seconda fase vide impegnata l’armata delle Guardie, da tempo addestrata per i compiti più impegnativi. Ma l’occasione favorevole era ormai svanita, e anche se gli attacchi si trascinarono per tutto il mese di agosto, i guadagni non compensarono le pesanti perdite.  Il tentativo incominciato sotto così buoni auspici nello sfolgorante sole d’estate si spense nelle tristi brume dell’autunno. Tuttavia i suoi effetti furono maggiori di quelli diretti, anche se altri ne beneficiarono. L’offensiva aveva costretto Falkenhayn a ritirare truppe dal fronte occidentale e quindi ad abbandonare il suo piano che prevedeva una replica all’offensiva inglese sulla Somme, come pure la speranza di continuare il processo di logoramento delle forze francesi a Verdun. Aveva spinto la Romania a decidere l’entrata in guerra al fianco delle potenze dell’Intesa, decisione che avrebbe presto pagata assai cara. Infine, provocò la caduta di Falkenhayn, colpevole di aver ‘rovinato la nave per poche lire di pece’. Ma questi effetti indiretti – tra l’altro non tutti positivi – furono pagatia un prezzo troppo elevato. Brusilov aveva conquistato la Bucovina e buona parte della Galizia orientale, ed aveva catturato 350.000 prigionieri, ma per conseguire questo risultato aveva perso più di un milione di uomini, minando così alla base, ancor più sul piano morale che su quello materiale, la capacità di combattimento della Russia. Le conseguenze imminenti dell’offensiva di Brusilov sarebbero state la rivoluzione e il crollo della Russia. Per l’ultima volta la Russia si era sacrificata per i suoi alleati, e non è giusto che i successivi eventi facciano dimenticare questo debito.” (33)

     Fra il 16 e il 20 settembre l’offensiva russa verso Kowel fu ripresa e di nuovo fallì con gravissime perdite.  Il 27 un contrattacco tedesco anticipò  una nuova, progettata offensiva russa, sintomo evidente di quanto le capacità reattive dell’esercito russo stessero scemando rapidamente. L’attacco lanciato da von der Marwitz non raggiunse lo scopo di eliminare il saliente di Luck, tuttavia ritolse all’Ottava Armata di Kaledin i modesti guadagni territoriali, ottenuti ad un prezzo così alto, nei mesi di agosto-settembre. 

      Brusilov, tuttavia, non volle ancora desistere. Il comandante dell’Armata della Guardia, generale Bezabrazov, venne rimosso e sostituito dal generale Gurko. Al principio di ottobre i Russi rinnovarono i loro sforzi verso Kowel, dando origine alle battaglie più sanguinose. Nel corso di esse si distinse il XV Corpo turco, formato da truppe valorose e perfettamente equipaggiate, che Enver Pasciù aveva voluto inviare sul fronte orientale europeo per ragioni non ben chiare, visto che esso sarebbe stato di estrema utilità,in quel momento, in Armenia o in Mesopotamia. Tutti gli attacchi russi vennero stroncati nel sangue; stesso risultato ottenne una nuova offensiva alla metà di ottobre.

     Anche all’altra estremità del fronte russo di Sud-Ovest, nei Carpazi orientali e in Bucovina, l’impeto dell’offensiva russa andava smorzandosi a poco a poco. Dopo la presa di Stansilau e di Nadwórna il generale Lecitzkij aveva riorganizzato la propria armata, convergendo a sud-ovest con il fine specifico di impadronirsi dei passi carpatici onde assicurare la protezione dell’ala sinistra dello schieramento russo.  “I Russi – ha scritto il Ludendorff – verso la fine di agosto e nei primi giorni di settembre combatterono aspramente contro il Gruppo dell’arciduca Carlo nella Galizia orientale e nei Carpazi, tanto che si dovette ritirare l’armata del generale conte von Bothmer dalla Zlota Lipa dietro la Narajowka e si dovette far retrocedere ancora le truppe austro-ungariche sui Carpazi, specialmente sul Passo di Tataren [Jablonica] e ai confini della Bucovina.” (34)

    Il 27 agosto era entrata in guerra la Romania al fianco dell’Intesa, per cui l’ala sinistra della Nona Armata russa venne a saldarsi con l’ala destra delle forze romene operanti dalla Moldavia verso la Transilvania; ma nessuno dei due eserciti riuscì a fare significativi progressi. Anche in quel settore, difatti, erano affluiti importanti rinforzi tedeschi, talché l’intero fronte austro-ungarico passò sotto il comando di Hindenburg, con la sola eccezione delle truppe austriache impegnate sui Carpazi, che rimasero sotto la direzione dell’arciduca Carlo. I sanguinosi attacchi russi al Passo di Jablonica e lungo il crinale dei Carpazi fino a  Karlibaba non ottennero alcun risultato: la frontiera dell’Ungheria, benchè a portata di mano, rimase irraggiungibile per i Russi, come già nel settembre 1914 e nell’aprile 1915. Quegli attacchi, tuttavia, non furono inutili, perché servirono a distogliere importanti forze austro-tedesche dalla campagna contro la Romania; cosa che non impedì agli Imperi Centrali di infliggere una decisiva sconfitta al nuovo avversario, prima che le nevi invernali chiudessero i passi delle Alpi Transilvaniche.

3.     CONCLUSIONI.

     La prima fase della battaglia di Luck, nel giugno-luglio 1916, vide il rientro in azione del’esercito russo, creduto fuori combattimento fin dall’autunno del 1915. Esso sorprese non solo le Potenze Centrali ma anche gli alleati della Russia, e portò notevoli vantaggi materiali. La Volinia centrale, parte della Galizia orientale e quasi tutta la Bucovina vennero riconquistate; Luck e Kolki, Dubno e Brody, Czernowitz e Kolomea, Stanislau, Nadwórna, Kimpolung videro ritornare i Russi vittoriosi. Il colpo inferto all’Austria-Ungheria fu terribile, se pure non risultò fatale: esso fu aggravato a dismisura dalla massa delle truppe slave, specialmente ceche e ucraine, che si arresero volontariamente.

     “Alla fine del mese di giugno – scrive il Posani – le perdite austriache erano altissime: le più alte fino ad allora registrate su qualsiasi fronte: più di 700.000 fra morti, feriti, dispersi e prigionieri; questi ultimi, poi, erano la stragrande maggioranza.” (35)  Questi risultati appaiono tanto più stupefacenti se si considerano le modalità di attacco seguite dalle divisioni russe: preceduto da una prolungata e violenta preparazione di artiglieria, ma senza alcun accenno di manovra avvolgente e anzi senza un vero obietivo di carattere strategico: le fanterie erano semplicemente uscite dalle trincee e si erano impadronite, con pochissima difficiltà, di una delle linee fortificate più potenti d’Europa.

     È estremamente difficile fare un bilancio complessivo delle perdite in tutto il corso dell’offensiva di Brusilov, anche perché non vi è accordo fra gli storici militari sulla data della sua conclusione. L’Andolenko parla di 450.000 prigionieri Austriaci e Tedeschi, 1.000 cannoni e circa 2 milioni di combattenti degli Imperi Centrali posti fuori combattimento; i Russi avrebbero perduto 1 milione e 200.000 uomini solo tra morti e feriti. (36) Il maresciallo Wavell, a sua volta,  stima che i Russi catturarono circa 350.000 prigionieri e oltre 400 cannoni, perdendo a loro volta più d’un milione di soldati.” (37)

     Una cosa appare certa: il brillante successo iniziale di Brusilov si tramutò gradatamente in una battaglia di esaurimento, in cui le armate russe subirono a loro volta perdite enormi senza conseguire risultati adeguati. Certamente una parte della responsabilità spetta a Evert e a Kuropatkin che, rifiutandosi con ostinazione di attaccare a loro volta, permisero ai Tedeschi di trasferire importanti forze nel settore minacciato, a sud del Pripjat’. Anche Brusilov, tuttavia, commise degli errori evidenti, primo fra tutti quello di aver voluto lanciare l’offensiva su Kowel attraverso le paludi dello Stochód. Cosa sarebbe avvenuto se l’Armata della Guardia, anziché mandata a impantanarsi nelle paludi, fosse stata impiegata a massa nell’aperta pianura verso Lemberg per la via di Brody; oppure da Luck su Wladimir-Wolynski e Sokal, dov’era schierata la Quarta Armata austro-ungarica, già in stato di dissoluzione?

     “Mai una semplice azione dimostrativa – scrive Liuddell Hart, parlando dell’offensiva russa di giugno – aveva avuto un successo così strabiliante da quando le mura di Gerico erano cadute al suono delle trombe di Giosué. Se i russi avessero potuto sfruttare l’occasione favorevole, dopo il crollo di ambedue i fianchi le armate austro-tedesche schierate a sud avrebbero corso il rischio di una Tannenberg di proporzioni ancora più gravi. Ma tutte le riserve russe erano ammassate a nord per la prevista grande offensiva, e sebbene questa idea fosse stata prontamente abbandonata, l’inadeguatezza delle linee di comunicazione trasversali impedì di inviarle a Brusilov prima che i tedeschi potessero in tutta fretta far affluire rinforzi per arginare l’avanzante marea russa.” (38)

     Al principio di novembre 140 divisioni russe facevano fronte a 106 divisioni avversarie (di cui 63 tedesche, 41 austro-ungariche, 2 turche). Numericamente i Russi erano ancora i più forti ma, in realtà, i massacri dell’agosto-settembre ne avevano definitivamente minato la capacità combattiva. Ancora una volta i comandanti zaristi avevano sacrificato con noncuranza un numero enorme di soldati, fidando nelle immense riserve umane del Paese; ma questa volta avevano abusato del fattore fondamentale per la tenuta di qualsiasi esercito: il morale. Lo scadimento della disciplina e della volontà combattiva del soldato russo non si manifestarono subito: ancora in novembre, nella battaglia di Karlibaba, egli aveva dato magnifiche prove di valore. Ma il sopraggiungere dell’inverno e lo stato di prostrazione causato dalle gravi perdite e dalla scarsità di munizionamento e altro materiale, agirono con rapidità sorprendente nell’animo già tanto provato del mugik.

     L’anno 1916 si chiudeva, così, lasciando l’esercito russo in condizioni gravissime, sia materiali che morali, aggravate dalle notizie inquietanti che arrivavano dall’interno dell’immenso Paese. Un altro grande passo era stato compiuto verso la dissoluzione d’un organismo che fin dall’inizio della guerra, nell’agosto del 1914, recava in sé i germi dello sfacelo, ma che aveva saputo resistere a ben tre durissimi inverni di guerra, con una risolutezza e una forza d’animo che stupirono profondamente amici e nemici.

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NOTE

1)  Erich Falkenhayn, General Headquarters, 1914-16 and Its Critical Decisions, London, 1919.

2)  Josef Redlich, Das politische Tagebuch Josef Redlich’s, in Mario Schettini, La letteratura della grande guerra, Firenze, 1968.

3) Martin Gilbert, La grande storia della prima guerra mondiale, Milano, 2000 (prima ediz.  1998, in inglese 1994), p. 140.

4) Youri Danilof, La Russie dans la guerre mondiale (1914-1917), Paris, 1927.

5) Archibald Percival Wavell, The Battle of Luck, in Encyclopedia Britannica, ediz. 1961, vol. 14, pp. 463-65.

6) S. Andolenko, Storia dell’esercito russo, Firenze, 1969, p. 371.

7) Maurizio Marsengo, Russia 1915-1917. Dal diario di un addetto militare, in Nuova Antologia (numeri del 1° e del 16 maggio 1935), 1° maggio 1935, p. 25.

8) S. Andolenko, op. cit., p. 371-72.

9) Cfr. A. Bollati, I rovesci più caratteristici degli eserciti nella guerra mondiale 1914-1918, Torino, 1936.

10) Cit. da Aldo Valori, La guerra dei tre Imperi, 1914-1917, Bologna, 1925. È da notare che l’arciduca Giuseppe Ferdinando non era alle dipendenze del Conrad, ma del tedesco Linsingen; il quale pare non conducesse un genere di vita molto diverso  ma possedeva, almeno, delle doti militari che al rampollo degli Asburgo, invece, mancavano.

11) M. Marsengo, op. cit., 1° maggio 1935, p. 24.

12) Cit. da S. Andolenko, Op. cit., p. 373.

13) Renzo Larco, La rinascita dell’esercito russo, in La lettura, settembre 1916.

14) Ibidem.

15) M. Marsengo, cit., 1° maggio 1935, p. 26.

16) Cit. da A. Bollati, Op. cit.

17) Cfr. A. Bollati, Op. cit.

18) Cit. da S. Andolenko, Op. cit., p. 373.

19) A. von Cramon, Quatre ans au G. Q. G. Austro-Hongrois pendant la 1a guerre mondiale comme répresentant du G.Q.G. Allemand, Paris, 1922.

20) M. Marsengo, Op. cit., 1° maggio 1935, p. 28.

21)  Fritz Weber, Dal Monte Nero a Caporetto, Milano, 1967, pp. 188-190.

22) M. Marsengo, Op. cit., 1° maggio 1935, p. 27.

23) Ibidem, p. 30.

24) Erich Ludendorff, I miei ricordi di guerra, 1914-1918, Milano, 1920, vol. 1.

25) S. Andolenko, op. cit., p. 374.

26) F. Weber, op. cit., p. 144, 173-74.

27) A. von Cramon, Op. cit.

28) E. von Ludendorff, Op. cit.

29) David Stevenson, La prima guerra mondiale, Milano, 2004, p. 218.

30) Riportato da S. Andolenko, Storia dell’esercito russo, cit., p. 380.

31) D. Stevenson, Op. cit., p. 219.

32) S. Andolenko, Op. cit., p. 380.

33) Basil H. Liddell Hart, La prima guerra mondiale, 1914-1918, Milano, 1968, pp. 295-96.

34) E.Ludendorff, Op. cit.

35) Riccardo Posani, La grande guerra, 1914-1918, Firenze, 1968 ( 2 voll.), vol. 1, pp. 484-495.

36) S. Andolenko, Op. cit., pp. 381-82.

37) A. P. Wavell, in Encyclopedia Britannica, cit., vol. 14. p. 464.

38) B. H. Liddell Hart, Op. cit., pp. 294-95.

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Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 22/08/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 26 Novembre 2017

Del 15 Ottobre 2020

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