lunedì, 20 Settembre 2021
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La prima offensiva turco-tedesca contro il Canale di Suez (febbraio 1915)

La prima offensiva turco-tedesca contro il Canale di Suez (febbraio 1915). L’entrata dell’Impero Ottomano nella I^ guerra mondiale venne forzata da un fattore strategico imprevedibile: l’ingresso negli Stretti di Francesco Lamendola  

L’entrata dell’Impero Ottomano nella prima guerra mondiale a fianco degli Imperi Centrali di Germania e Austria-Ungheria venne forzata da un fattore strategico imprevedibile: l’ingresso negli Stretti (Dardanelli, Mar di Marmara e Bosforo) delle navi da guerra tedesche «Goeben» e «Breslau» al comando dell’ammiraglio Socuchon, l’1 agosto 1914, inseguite da una squadra navale britannica, dopo che esse avevano bombardato i porti francesi di Algeria e Tunisia ed erano poi sfuggite alla caccia delle navi alleate nel Mediterraneo occidentale.

Anche se l’intervento turco ebbe luogo solo il 29 ottobre successivo, con il bombardamento delle città russe sul Mar Nero ad opera della squadra navale ottomana (che era poi, semplicemente, la squadra tedesca del Mediterraneo, dopo che questa aveva alzato la bandiera della Mezzaluna e dopo che i suoi equipaggi avevamo adottato il fez), la Gran Bretagna si rese conto che il Medio Oriente era entrato nel’orbita politico-militare di Berlino e si preoccupò della sicurezza del Canale di Suez, principale via di collegamento marittimo con l’Impero indiano.

A sud-ovest dell’Impero Ottomano vi è l’Egitto, allora nominalmente sottoposto all’autorità del sultano turco ma, di fatto, occupato dagli Inglesi che, dopo aver messo il canale di Suez in stato di difesa da possibili attacchi, prevedibilmente avrebbero lanciato – presto o tardi – un’operazione tendente alla conquista della Palestina. Una offensiva britannica in quel settore, e sia pure a raggio limitato – almeno all’inizio – era poi da attendersi, con quasi assoluta certezza, contro il settore meridionale della Mesopotamia, grazie al dominio incontrastato del Golfo Persico e al possesso di ottime basi navali nelle isole Bahrein e nel Kuwait. Gli interessi petroliferi britannici in questo settore erano troppo vitali e troppo vulnerabili perché a Londra si fosse disposti a lasciare Bassora e la foce dello Shatt-al-Arab (confluenza del Tigri con l’Eufrate) nelle mani dei Turchi.

Infine era da ritenersi possibile, se non addirittura probabile, un tentativo di sbarco anglo-francese sulle estese e pressoché indifese coste mediterranee dell’Impero Ottomano: dalla Penisola di Gallipoli (porta occidentale degli Stretti e, quindi, chiave strategica di Costantinopoli), a Smirne, al Golfo di Iskenderun (Alessandretta), a Tripoli di Siria e a Beirut, esistevano parecchi luoghi che si prestavano ottimamente, dal punto di vista strategico, a uno sbarco in forze alleato. La direzione d’attacco più sensibile per i Turchi sarebbe stata, naturalmente, la Penisola di Gallipoli che, attraverso i Dardanelli e il Mar di Marmara, dava accesso alla capitale dell’Impero e all’unico rifugio sicuro della flotta turco-tedesca (cfr. il nostro articolo «La guerra navale nel Mediterraneo e nel Mar Nero nel 1914», consultabile sul sito dell’Istituto di Cultura e Storia Militare, in cui sono ampiamente descritte le vicende dell’ammiraglio Souchon e dei due modernissimi incrociatori «Goeben e «Breslau», ceduti formalmente dal governo di Berlino a quello di Costantinopoli in vista di una alleanza militare fra i due Paesi). D’altra parte, uno sbarco anglo-francese ad Alessandretta avrebbe potuto contare su un importante fattore di facilitazione: la presenza nella regione di una numerosa comunità armena perseguitata dalla politica nazionalista dei Giovani Turchi e, pertanto, potenzialmente favorevole alla causa dell’Intesa.

Per tutte queste considerazioni sarebbe stato opportuno che lo Stato maggiore ottomano si fosse attenuto a un atteggiamento iniziale sostanzialmente difensivo, cercando di coprire le estese frontiere e, magari, effettuando qualche limitata puntata offensiva a carattere di disturbo, per esempio contro Aden, la nevralgica base inglese situata allo sbocco del Bab-el-Mandeb (tra il mar Rosso e il Golfo di Aden), partendo dalle basi dello Yemen, sentinella turca all’estremità sud-occidentale della Penisola Arabica. E’ vero che le guerre – ammonisce Karl von Clausewitz – non si vincono mettendosi sulla difensiva, a meno che non si disponga di una tale riserva di risorse finanziarie e di materie prime da poter attendere tranquillamente il collasso morale e materiale del nemico (e non era questo il caso della Turchia nel 1914); ma è altrettanto vero che la decisione del triumvirato dei Giovani Turchi (Enver, Talaat e Gemal pascià) di rompere gli indugi ed entrare in guerra contro la Russia era stata dettata da motivi squisitamente politici e non strategici, quindi una condotta di attesa e di logoramento avrebbe avuto il vantaggio di preservare il più a lungo possibile l’integrità dell’Impero, attendendo nel frattempo i possibili effetti della “jiad” proclamata dal sultano contro gli “infedeli” e, soprattutto, la vittoria delle Potenze Centrali in Europa, da cui sarebbe dipeso tutto il resto.

Ciò che indusse i capi militari della Turchia a modificare radicalmente i loro piani iniziali e ad adottare una strategia decisamente offensiva furono essenzialmente due fattori: le pressioni politiche della Germania e dell’Austria-Ungheria, i due partner europei che desideravano alleggerire la pressione dell’Intesa, distogliendo dai teatri di guerra europei quante più forze alleate possibile; e la ghiotta occasione di minacciare le comunicazioni britanniche nel Mar Rosso nei due punti vitali del Canale di Suez e del Bab-el-Mandeb. Il Mar Rosso rivestiva infatti una importanza fondamentale per l’Impero Britannico, essendo la principale via di traffico fra l’India e l’Europa e dovendosi effettuare i trasporti di truppe dai Dominions dell’Australia e della Nuova Zelanda verso il fronte occidentale. Molti esponenti militari del partito dei Giovani Turchi, del resto, erano perfettamente favorevoli a tale imprudente impostazione offensiva della guerra. Enver Pascià, in modo particolare, inseguiva il sogno di costruire un Impero pan-turco che andasse dal mar Egeo al Caspio, al Lago d’Aral e oltre, fino ad abbracciare tutte le popolazioni di lingua turca dell’Asia Centrale, compreso il Sinkiang o Turkestan Cinese. 

Benché gli Inglesi vi esercitassero un dominio effettivo sin dal 1882, l’Egitto rimaneva nominalmente uno Stato vassallo dell’Impero Ottomano, con un “khedivé” teoricamente sottoposto al sultano di Costantinopoli. Il 12 agosto 1914 il governo britannico annunziò che l’Egitto si trovava in stato di guerra e di conseguenza, allorché – il 5 novembre – la Gran Bretagna dichiarò guerra all’Impero Ottomano, il paese venne a trovarsi in una situazione giuridica paradossale, di belligeranza contro il proprio sovrano nominale. In quel momento il “khedivé” Abbas Hilmi, accesamente antibritannico, si trovava a Costantinopoli; e, da lì, lanciò un appello all’Egitto e al Sudan perché insorgessero contro gli occupanti inglesi, prendendo così apertamente posizione a favore di Maometto V e liberando le autorità britanniche del Cairo dall’incresciosa situazione di dover coabitare con un “khedivé” larvatamente fautore dei Turchi. Essi, infatti, senza indugio proclamarono “khedivé” lo zio di Hilmi, Hussein Kemal; allo steso tempo dichiararono decaduto ogni diritto (del resto, puramente formale) del governo di Costantinopoli sull’Egitto e, al suo posto, proclamarono il proprio protettorato. Un’altra misura formale presa dal governo di Londra ai danni dell’Impero Ottomano fu l’annessione, dichiarata il 5 novembre 1914, dell’isola di Cipro, altro teorico possedimento del sultano ove, in realtà, si erano saldamente installati fin dal 1878 (mentre l’Austria occupava la Bosnia-Erzegovina). Hussein Kemal rinunciò al vecchio titolo di “khedivé”, che implicava una dipendenza sia pur formale da Costantinopoli, per assumere quello di sultano dell’Egitto, mentre il console generale lord Kitchener veniva sostituito da un alto commissario britannico, nella persona di sir Henry Mc Mahon.

La situazione politica del Paese era tesa per l’agitazione latente dei nazionalisti egiziani e lo divenne ancor più quando Maometto V proclamò la “guerra santa” (“jiad”) contro gli “infedeli”, ossia gli imperialisti inglesi, francesi e russi; e incitò tutti i musulmani, dal Marocco fino all’India, ad insorgere contro di essi. Pare che specialmente i capi politici e militari della Germania avessero fondato grandi speranze sull’arma della “guerra santa”, i cui effetti fuori dell’Impero Ottomano (ove si ridussero ad alcune manifestazioni di piazza e ad una recrudescenza delle persecuzioni contro gli Armeni, preludio al vero e proprio genocidio del 1915-16) furono, in realtà, limitatissimi. L’inefficacia della “guerra santa”, però, si sarebbe rivelata solo col tempo; per il momento la situazione politico-militare dei Britannici in Egitto si presentava non scevra di pericoli nonostante la presenza di un esercito di ben 100.000 uomini, in maggioranza australiani (e perciò del tutto insensibili al richiamo della propaganda islamica).

Nelle prime settimane di guerra, quando ancora non si era profilata una minaccia diretta contro l’Egitto, tali truppe furono impiegate dagli Inglesi per una dimostrazione di forza nelle strette vie del Cairo, ove gli Australiani, con tutta l’artiglieria da campagna, sfilarono il 17 dicembre 1914. La data era stata scelta sia perché coincideva con la proclamazione del protettorato, sia per prevenire possibili agitazioni provocate dalla sostituzione del “khedivé” e dall’annuncio della “guerra santa”. Si deve ritenere che tale manifestazione non sia rimasta senza risultato perché, effettivamente, i nazionalisti egiziani se ne rimasero tranquilli, sia allora che in seguito; né questo loro atteggiamento può spiegarsi solo con il timore che un eventuale ritorno sotto il vassallaggio turco facesse passare in seconda linea il diffuso risentimento anti-britannico. Oltre ad esibire la propria forza militare, Mc Mahon prese importanti misure precauzionali, come quella di trasferire l’esercito egiziano nel Sudan e mantenere in Egitto soltanto truppe britanniche; neanche quelle indiane vi furono mantenute, perché anch’esse – in teoria – erano giudicate suscettibili di venir conquistate dalla propaganda pan-islamica.
Da parte turca il problema egiziano si presentava sotto un duplice aspetto, politico e militare. Da una parte lanciare un attacco, anche con forze e obiettivi limitati, contro il Canale di Suez avrebbe offerto vantaggi considerevoli, fra i quali quello di tenere vincolate in Egitto importanti forze britanniche che, altrimenti, avrebbero potuto essere dirette contro la Mesopotamia, oppure eseguire uno sbarco in qualche punto strategicamente sensibile della costa ottomana, dai Dardanelli fino ad Alessandretta e oltre. Dall’altra parte un’avanzata turca dalla Palestina verso l’Egitto, anche senza ottenere successi rapidi e decisivi, non avrebbe mancato però di ripercuotersi sulla situazione politica di quel Paese, suscitando forse una rivolta generale contro gli Inglesi. I Tedeschi, da parte loro, nutrivano grandi speranze su un attacco contro il Canale di Suez in cui vedevano, a ragione, il nodo più sensibile del sistema di comunicazioni marittime britanniche, l’unico che le Potenze Centrali o i loro alleati fossero in grado di minacciare da vicino, anche con un modestissimo impiego di forze. Seppure tali speranze erano, in gran parte, esagerate e poco realistiche, non vi è dubbio che una interruzione, anche temporanea, del transito attraverso il canale avrebbe costituito un duro colpo per le necessità economiche e militari della Gran Bretagna oltre che per il suo prestigio; e, come primo effetto, essa avrebbe comportato un notevole ritardo nell’afflusso di truppe, materiali e provvigioni dall’India e dall’Australia, con pesanti conseguenze sia per la situazione dei rifornimenti in Gran Bretagna, sia per quella strettamente militare sul fronte occidentale. 

Alla luce di tali considerazioni, stupisce il fatto che tali ampie possibilità furono, in pratica, quasi sprecate dai Tedeschi i quali, pur premendo insistentemente sullo Stato Maggiore turco perché venisse lanciata una offensiva contro il Canale di Suez, non contribuirono affatto a tale impresa, e ciò anche se sapevano quanto fosse impegnata la Terza Armata sul fronte del Caucaso e quanto gli Austriaci fossero bisognosi di un diversivo che alleviasse urgentemente la stretta operata su di loro dai Russi in Galizia.

In compenso, agenti tedeschi svolsero un ruolo determinante nell’indurre i Senussi della Cirenaica a prendere le armi contro i Britannici e, in collaborazione con agenti turchi, li sobillarono ad attaccare l’Egitto. Tuttavia i risultati, almeno all’inizio, furono assai modesti, anche perché il governo di Vienna, timoroso di offrire all’Italia (cui apparteneva la Cirenaica) un valido pretesto per dichiarare guerra all’Austria-Ungheria, desiderava evitare ogni possibile incidente in Libia e temeva che i Senussi, una volta scatenati contro gli Inglesi, avrebbero poi esteso le loro azioni di guerriglia anche contro gli Italiani.

Il 1° novembre 1914 Enver pascià affidò al suo collega, Gemal Pascià, il comando della Quarta Armata turca dislocata in Siria e Palestina alla quale incombeva il compito di un eventuale attacco contro il Canale di Suez. Gemal Pascià, con l’assistenza del colonnello tedesco von Kress, si accinse ad organizzare le sue forze in vista di una tale campagna, tenendo un occhio sempre rivolto all’atteggiamento delle popolazioni arabe esistenti nell’Impero Ottomano e le cui simpatie, fin dall’inizio delle ostilità, chiaramente non erano dirette verso i loro dominatori turchi. E’ il caso di sottolineare le particolari circostanze nelle quali avvenne la designazione del nuovo comandante della Quarta Armata: essa venne fatta da un ministro della Guerra – Enver Pascià – che si era autonominato tale quello stesso anno e si ricadde sul ministro della Marina – Gemal Pascià -, che, si sarebbe portati a credere, non doveva essere troppo competente in questioni riguardanti l’esercito. Ma è indubbio che dietro tale nomina si celavano complessi giochi politici: fu, quello, il primo passo verso una spartizione del potere in Turchia a livello personale (un po’ come nel secondo triumvirato della tarda Repubblica romana), con cui uno dei tre membri della cricca al potere, che non godeva della completa fiducia degli altri due – Enver e Talaat – rinunciava a porre una sua eventuale candidatura al potere nei palazzi di Costantinopoli, ottenendo in cambio poteri quasi illimitati di proconsole in Siria e Palestina e su una delle grandi unità dell’esercito di stanza nel Medio Oriente.

La preparazione dell’offensiva della Quarta Armata procedette a rilento e, per il resto del 1914, le uniche operazioni degne di nota che si svolsero in quel settore furono quelle navali. L’ammiraglio inglese Peirse giunse a Suez il 1° dicembre con la nave da battaglia «Swiftsure» e raccolse nel Canale varie unità della marina per la difesa in vista di un attacco turco. Per il resto, il dicembre del 1914 fu caratterizzato soltanto dalle ripetute incursioni di due navi da guerra alleate, il «Doris» e l’incrociatore protetto «Askold» della Marina russa, che era arrivato in Egitto da Vladivostok, nell’Estremo Oriente (sia la flotta russa del Baltico, sia quella del Mar Nero erano impossibilitate a guadagnare il mare aperto). Sia il «Doris» che l’«Askold» eseguirono frequenti incursioni lungo la costa della Siria e fin dentro il Golfo di Iskenderun (Alessandretta), che era una delle direzioni d’attacco più sensibili nel “dominio personale” di Gemal Pascià e dell’intero Impero Ottomano. Le operazioni di queste due navi furono grandemente facilitate dalla vicinanza di eccellenti basi strategiche, quali Alessandria d’Egitto e Famagosta sull’isola di Cipro, quest’ultima dominante il litorale turco da Alessandretta a Tripoli di Siria a Beirut; e, inoltre, dal fatto che in tutto il Mediterraneo orientale non vi era più traccia della Marina turca. Essa si era infatti rifugiata nel Mar di Marmara, di dove compiva frequenti crociere contro obiettivi russi nel Mar Nero, ma non poteva tornare nelle acque dell’Egeo e del Mediterraneo, essendole preclusa dal blocco di una squadra anglo-francese l’uscita dallo Stretto dei Dardanelli.

Tale era la situazione strategica generale in cui maturò, nell’Alto Comando ottomano e nei suoi consiglieri tedeschi, l’idea di tentare una offensiva contro il Canale di Suez. Avrebbe dovuto trattarsi, inizialmente, di una operazione dagli obiettivi limitati, mirante a saggiare la consistenza delle difese britanniche e, possibilmente, ad assicurarsi il possesso della via d’acqua, mediante l’attraversamento di essa nelle ore notturne da parte di reparti scelti e di speciali unità di pontieri. Se le cose si fossero svolte in maniera favorevole, allora, e solo allora, sarebbe stato possibile prendere in considerazione una campagna a più vasto raggio, mirante all’invasione dell’Egitto, nel caso che la popolazione di quel Paese fosse insorta contro il dominio britannico in nome del nazionalismo arabo: una carta da usare con estrema prudenza, quest’ultima – come si può ben capire –  da parte dei Turchi.

Scrive Massimo Massara nel suo ottimo libro «La terra troppo promessa» (Milano, Teti Editore, 1979, pp. 177-79):

«La Gran Bretagna – che era stata costretta a richiamare sul fronte europeo minacciato dalla rapidissima avanzata tedesca le truppe metropolitane e che aveva dovuto quindi affidare le posizioni sul fronte turco-egiziano alle forze indiane appoggiate da contingenti australiani e neozelandesi ancora insufficientemente addestrati – fin dai primi giorni della guerra contro la Turchia  dovette rinunciare a operazioni offensive e, abbandonato il deserto del Sinai, ripiegare sulla difesa passive sulla linea stessa del Canale di Suez.

Le truppe indiane furono schierate sulla riva occidentale del Canale, mentre navi da guerra britanniche e francesi prendevano posizione nei punti strategici del Canale in modo da funzionare da batterie galleggianti e mobili capaci di assicurare la  superiorità della potenza di fuoco  ai difensori in caso di un’offensiva ottomana.

Favorito dalla tattica difensiva adottata dai britannici,  Ahmed Cemal Büyük (il  “grande”), ministro della marina e membro anziano  del triumvirato giovane turco che governava l’Impero Ottomano , che dopo lo scoppio della guerra aveva assunto il comando della IV Armata in Siria concentrando nelle sue mani tutti i poteri politici e militari, decise di andare alla conquista del Canale. Il piano delle operazioni venne elaborato  dallo stato maggiore di Cemal formato da ufficiali tedeschi.

Obiettivo principale dell’offensiva era di impadronirsi del tratto del Canale a sud di Ismailia  e di tenerlo sotto controllo il tempo sufficiente per renderlo definitivamente inservibile.  Oltre a questo obiettivo strategico, Cemal nutriva la speranza che un’insurrezione nazionalistica egiziana, organizzata dagli agenti ottomani e da quelli dell’”esploratore” tedesco  barone Oppenheim, sarebbe divampata aprendogli le porte dell’Egitto. Il preventivo invio precauzionale della maggioranza delle truppe egiziane  nel Sudan e la massiccia presenza al Cairo  delle truppe australiane impedirono  l’inizio di qualsiasi moto insurrezionale. L’offensiva turco-tedesca contro il Canale, comandata dallo stesso Cemal che vi impegnò  25.000 uomini, ebbe inizio nella notte del 3 febbraio 1915, ma si infranse rapidamente contro le linee difensive britanniche  senza aver raggiunto nessuno degli obiettivi stabiliti.  La sconfitta non impedì a Cemal Pascià di pubblicare un entusiastico ordine del giorno  nel quale si congratulava con le truppe per aver effettuato con successo  una “ricognizione offensiva contro il Canale”.

Secondo il colonnello tedesco Frrabz Kress von Kressenstein, che fu uno degli organizzatori e dei comandanti dell’impresa,  il fallimento dell’impresa fu dovuto essenzialmente a tre fattori:  una tempesta di sabbia che ritardò il tentativo di passare il Canale fin quando fu quasi giorno;  l’insufficiente addestramento delle truppe ottomane per un’operazione che prevedeva l’attraversamento al buio   di un canale d’acqua largo quasi 100 metri; l’errore commesso  da Cemal di impiegare al primo assalto invece della 10a divisione (formata da soldati turchi), la 25a divisione – comandata dal maggior generale Cemal Pascià Kükük (il “piccolo”) che aveva Kress von Kressenstein come capo di stato maggiore – formata da arabi reclutati nella zona di Damasco, che si rivelarono di scarso affidamento e combattività e in numerosi casi scelsero deliberatamente di arrendersi al nemico.

Secondo gli storici ufficiali britannici della guerra nello scacchiere mediorientale, l’argomentazione che i soldati arabi si sarebbero dimostrati poco sicuri e combattivi non reggerebbe a un’attenta verifica, dato che i prigionieri fuerono solo 279, alcuni dei quali feriti, e 26, che erano riusciti a oltrepassare il Canale, catturati sulla riva africana della via d’acqua. Va però rilevato il fatto, ammesso dagli storici britannici, che la maggior parte dei prigionieri vennero fatti sulla riva asiatica del Canale, che non era tenuta dalle forze britanniche, e dove, dopo la battaglia, vennero inviate pattuglie in avanscoperta. Tenendo conto di questo fatto si può concordare con Kress von Kressenstein che un certo numero di arabi, anche se non eccessivo, preferì arrendesi alle pattuglie nemiche senza combattere,  il che è abbastanza indicativo dello spirito con il quale i soldati arabi inquadrati nell’esercito ottomano partecipavano alla guerra.

Dopo il fallimento dell’offensiva di febbraio, le truppe ottomane si ritirarono sulle posizioni arretrate limitandosi a piccole operazioni che avevano l’obiettivo di trattenere in Egitto, con la minaccia di una nuova offensiva contro il Canale, il maggior numero possibile di truppe alleate in modo da impedire che venissero impiegate nella spedizione di Gallipoli.»

L’impressione che si ricava dall’esame di questa breve campagna militare è che, se i Turchi e i Tedeschi vi avessero creduto sino in fondo, e vi avessero destinato forze più consistenti e meglio addestrate, essa avrebbe potuto sortire risultati assai maggiori e mettere seriamente in crisi il quadro strategico complessivo dell’Intesa, e particolarmente della Gran Bretagna, sia nel Medio Oriente che nell’Africa settentrionale.

Non è possibile fare la storia con i “se” ed è opera oziosa quella di almanaccare su cosa avrebbe potuto accadere nel caso in cui…; il che, d’altra parte, non significa accettare gli eventi come dettati da un fato inesorabile. Non c’era alcuna ragione oggettiva per cui l’offensiva turco-tedesca contro il Canale di Suez dovesse concludersi così miseramente. Port Said, Ismailia e Suez erano alla portata degli attaccanti; e, con essi, il Cairo e il delta del Nilo. Ma l’occasione andò sprecata e i battenti si chiusero, prima che le circostanze favorevoli potessero prolungarsi.

Quando un secondo tentativo venne effettuato, l’anno dopo, il momento propizio era passato: la Gran Bretagna, consapevole del rischio corso e dell’importanza della posta in gioco, aveva provveduto a concentrare un grosso esercito nella zona del Canale, mettendosi al sicuro da eventuali sorprese e creando, anzi, le premesse per una avanzata in direzione della Palestina.

Di fatto, la prima (26 marzo 1917) e la seconda battaglia di Gaza (17-19 aprile) e, successivamente, la battaglia di Beersheba (31 ottobre) e la terza battaglia di Gaza (7 novembre) avrebbero aperto alle forze anglo-australiane e neozelandesi la strada di Gerusalemme, imprimendo una svolta in questo teatro di operazioni

Non fosse altro che per questa ragione – per aver dilazionato, cioè, di un paio d’anni la fatale avanzata britannica verso la Palestina, la Siria e il cuore dell’Impero Ottomano, provocando il collasso di quest’ultimo-, l’offensiva turco-tedesca contro il Canale di Suez conseguì un risultato apprezzabile, anche se di molto inferiore a quello che sarebbe stato forse possibile mediante una direzione strategica più decisa, audace e spregiudicata.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 06/01/2014 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 27 Novembre 2017

Del 15 Ottobre 2020

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