domenica, 19 Settembre 2021
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La seconda offensiva turco-tedesca contro il Canale di Suez (agosto 1916)

La seconda offensiva turco-tedesca contro il Canale di Suez (agosto 1916). I Britannici, nel 1916-17, attesero di avere una superiorità veramente schiacciante, prima di incominciare l’avanzata contro il fronte turco di Francesco Lamendola

Almeno a partire dalla metà del XVIII secolo l’Egitto viene a trovarsi su di una direttrice estremamente sensibile per la potenza militare britannica, poiché controlla la via delle Indie e, quindi, svolge una funzione decisiva nel quadro del dominio navale, del commercio internazionale e della stessa sopravvivenza dell’Inghilterra come grande potenza mondiale.

Napoleone lo aveva compreso, allorché, nel 1798, sbarcò con un esercito in Egitto, mirando ad assestare un colpo risolutivo alla sua principale nemica, l’Inghilterra; e fu appunto grazie al dominio incontrastato dei mari (battaglia di Abukir) che quest’ultima riuscì a sventare la minaccia; così come, in seguito, con la vittoria di Trafalgar riuscì a sventare i progetti d’invasione francesi relativi alle stesse Isole Britanniche.

L’importanza strategica del Canale di Suez per il commercio, l’economia e la sicurezza strategica dell’’Inghilterra crebbe ulteriormente dopo ‘apertura del Canale di Suez da parte di Ferdinand de Lesseps, nel 1869, e soprattutto dopo che Isma’il Pascià, nel 1875, ebbe venduto alla Gran Bretagna la quota delle azioni egiziane del canale e dopo che, nel 1882, i Britannici presero possesso dell’Egitto con la forza, appunto per proteggere il Canale di Suez che una rivolta araba aveva messo in pericolo (occasione in cui l’Italia, invitata a partecipare, rifiutò di unirsi all’Inghilterra, in nome della politica estera delle “mani nette”).

È chiaro, dunque, che, allo scoppio della prima guerra mondiale, per la Gran Bretagna diventava una necessità vitale quella di assicurarsi il pieno e incontrastato possesso del Canale di Suez, tanto più che il libero transito su di esso le avrebbe agevolato di molto, accorciandolo di alcune settimane, il trasferimento di uomini e mezzi provenienti non solo dall’India, ma anche dall’Australia e dalla Nuova Zelanda. Per lo stesso motivo, era da aspettarsi la Turchia avrebbe dovuto approfittare della relativa vicinanza di un obiettivo strategico così importante per mettere in difficoltà gli Inglesi: invece questa sprecò alcuni mesi preziosi e quando si decise a lanciare la prima offensiva, nel febbraio del 1915, le difese britanniche si erano già considerevolmente rafforzate, mandando a vuoto il tentativo.

Nella primavera del 1916 Gemal Pascià, autore della prima offensiva turca, ne preparò una seconda, che, incominciata sotto ottimi auspici, si risolse poi in un completo fallimento, nell’agosto del 1916; dopo di che i Turchi perdettero per sempre l’iniziativa su quel fronte, e i Britannici incominciarono la loro lenta ma graduale e incessante avanzata, che non si sarebbe più fermata sino alla sconfitta totale dell’Impero Ottomano nella prima guerra mondiale.

Della prima offensiva turco-tedesca contro il Canale di Suez abbiamo già parlato; ora descriveremo la seconda, svolgendo poi alcune riflessioni di carattere strategico.

Scrive Massimo Massara nel suo ottimo libro «La terra troppo promessa» (Milano, Teti Editore, 1979, pp. 179-81):

«Alla fine del 1915, temendo una nuova e più massiccia offensiva turco-tedesca, lo stato maggiore britannico decise di creare una poderosa linea difensiva sulla riva asiatica del Canale a una distanza di circa 10 km. dalla via d’acqua.

Secondo le valutazioni dello spionaggio britannico, fatte proprie dal comando inglese in Egitto, e dal ministero della guerra, i turchi sarebbero stati in grado di concentrare per l’attacco al Canale oltre 250.000 uomini» “Sulla base di questa incredibilmente esagerata valutazione, Maxwell convinse il ministro della guerra Kitchener a inviare un flusso praticamente senza fine di truppe per la difesa di Suez. Alla fine dell’anno [1915] almeno 250.000 soldati britannici e coloniali erano stazionati permanentemente in Egitto, sottratti ad altri più cruciali fronti […] vigilando su ogni miglio degli accessi al Canale. Dai tempi di Gallipoli non c’era mai stata una così grande concentrazione di soldati ammassati in un’area tanto limitata  e per uno scopo così inutile” (Howard M. Sachar).

La prevista offensiva delle forze di Cemal Pascià venne ritardata e limitata nelle proporzioni dalla vittoriosa campagna russa che portò il 15 febbraio 1916alla conquista della fortezza di Erzerum e in aprile  all’occupazione di Trebisonda, il miglior porto russo sul mar Nero nella zona di operazioni. Come conseguenza delle vittorie russe, i rinforzi austriaci e tedeschi inviati in Palestina giunsero solo in estate, quando il Sinai era nel periodo di maggior siccità e di maggior caldo , rendendo di fatto impossibile una grande concentrazione di forze.

In attesa dei rinforzi che avrebbero consentito l’offensiva estiva, il 23 aprile reparti turchi comandati dal colonnello Kress von Kressenstein, attaccarono le forze  alleate nella zona di Qatiya, nel Sinai, con un’azione rapida, abile e audace che venne coronata  da pieno successo. L’azione di Quatiya, che provocò l’annientamento  di tre squadroni e mezzo di “Yeomanry” (la guardia nazionale montata) fu il maggior successo  colto dai turco-tedeschi sul fronte del Sinai durante tutta la guerra.

Il 3-4 agosto 1916, forze turche, tedesche e austriache [la 3a divisione turca, un reggimento montato su cammelli, con un certo numero di compagnie mitragliatrici, artiglieria campale pesante da montagna servita da ufficiali  e parte dei soldati tedeschi e austriaci; n. d. A.], al comando di Kress von Kressenstein, attaccarono le posizioni britanniche  nel Sinai, nella zona di Romani, con l’obiettivo di impadronirsi  della posizione di Romani e poi stabilirvi un forte insediamento  davanti a Quantara per sottoporre il Canale al tiro dell’artiglieria pesante. Se l’operazione avesse avuto successo, altre forze sarebbero state fatte affluire  attraverso il deserto del Sinai per un attacco  generale contro il Canale.

Grazie soprattutto alla tenacia e resistenza fisica delle truppe montate australiane e neozelandesi, la battaglia di Romani fu un importantissimo successo per le forze britanniche, che riuscirono ad allontanare ogni minaccia dal Canale per il resto della guerra e poterono iniziare i preparativi per l’invasione della Palestina. Nonostante le gravi perdite subite a Romani e pur essendo incalzato dalle truppe mobili britanniche che si erano lanciate all’inseguimento dei suoi uomini in ritirata, Kress riuscì a evitare l’annientamento del corpo di spedizione che conservò l’essenziale della sua forza e capacità di combattimento.

Mentre le truppe britanniche si apprestavano a scatenare l’offensiva contro el-Arish, in vista dell’avanzata verso la Palestina, sollecitata dal nuovo governo presieduto da Lloyd George, – il quale voleva conseguire in Oriente u successo prestigioso come la conquista di Gerusalemme -, il 21 dicembre gli ottomani abbandonarino questo importante centro, dove avevano il loro principale aeroporto del fronte meridionale. Il 23 la retroguardia ottomana fu sbaragliata a Magdhaba, grazie al fatto che numerosi soldato arabi abbandionarono in blocco le loro posizioni sguarnendo in modo irrimediabile le linee difensive turche.

Entro il mese, le forze ottomane avevano evacuato completamente il Sinai attestandosi ala frontiera della Palestina.»

Studiando la prima e la seconda offensiva contro il Canale di Suez, nel 1915-16, si ha la sensazione che né il Comando turco, né quello tedesco, abbiano avuto la chiara percezione di quanto fosse alta la posta in gioco e di come sarebbe stato importante – e, almeno nel 1914, relativamente a portata di mano – un successo militare nelle operazioni contro il Canale di Suez.

Si può comprendere come i Turchi, entrati in guerra all’improvviso e gravemente impreparati, in seguito ad una decisione unilaterale del triumvirato formato da Enver, Talaat e Gemal e sotto la spinta dell’ammiraglio tedesco Souchon, presentatosi davanti agli Stretti con la sua squadra navale, non abbiano colto fin dall’inizio le potenzialità di una offensiva condotta a fondo verso il Canale e verso l’Egitto; tanto più che l’uomo veramente forte del triumvirato, Enver Pascià, accarezzava sogni di gloria con una improbabile campagna di sapore napoleonico nella regione del Caucaso, contro le armate russe, che poi si risolse in una terribile disfatta. Enver, in effetti, era sedotto dal sogno pan-turanico (vivo allora fra i Giovani Turchi e vivo ancor oggi nella mente di certi intellettuali, militari e statisti turchi), ossia di riunire sotto la sovranità ottomana tutti i popoli di stirpe turca dell’Asia Centrale, sia quelli viventi nell’Impero russo, sia – perfino – quelli sottoposti alla sovranità dell’Impero cinese (nell’odierno Sinkiang o Turkestan orientale. La sua attenzione era dunque calamitata in direzione Nord-est, verso il cuore dell’Asia, e non verso altre e più vitali aree dell’Impero Ottomano, né verso le zone più sensibili dello schieramento avversario, e in primo luogo della Gran Bretagna.

Tali zone erano, appunto, il Canale di Suez e il Golfo Persico: era lì che la relativa vicinanza delle basi turche avrebbe consentito di colpire, nel modo più rapido e agevole, la potenza marittima e gli interessi commerciali e industriali britannici, partendo rispettivamente dalla Palestina e dalla regione di Bassora, nella Mesopotamia inferiore. La prima direttrice di attacco avrebbe potuto mettere in crisi la presenza inglese in Egitto e interdire all’Intesa la navigazione diretta fra il Mediterraneo e il Mar Rosso; la seconda, avrebbe consentito di gettare lo scompiglio nelle basi britanniche nell’area del Golfo e, forse, accendere focolai insurrezionali fra le popolazioni musulmane dell’India, stante la proclamazione della “guerra santa” contro gli infedeli da parte del sultano turco Maometto V.

D’altra parte, nel triumvirato al potere nell’Impero Ottomano ciascuno aveva una propria visione politica e strategica: Enver considerava la Russia come il vero nemico da battere, mentre a vedere il nemico più pericoloso nell’Inghilterra era solo Gemal, forse più per vanità di gloria personale, in quanto comandante della Quarta armata di stanza a Gerusalemme, che per una autentica chiarezza di disegno strategico; o forse perché, in quanto ministro della Marina, giudicava con maggiore realismo l’importanza del potere navale e l’effetto che il dominio dei mari esercita nel corso di una guerra di lunga durata.

Non deve far meraviglia questa confusione di obiettivi tra i capi della Turchia nel 1914: si vedrà di ben peggio nell’Italia del 1940, quando venne sprecata l’occasione irripetibile di occupare subito, con un audace colpo di mano, l’isola di Malta, allora quasi indifesa. Se ciò fosse avvenuto, tutta la guerra nell’Africa Settentrionale e nel settore del Mediterraneo avrebbe avuto un andamento diverso: la flotta inglese del Mediterraneo avrebbe dovuto, probabilmente, uscire da Alessandria e alla Gran Bretagna sarebbe rimasta solo Gibilterra – che, a sua volta, avrebbe potuto essere attaccata da forze aeronavali italo-tedesche, tanto è vero che il progetto fu studiato più volte ancora fino al 1942 (cioè fino alle battaglie navali di Mezzo giugno e di Mezzo agosto) e perfino nel 1943, alla vigilia della disfatta italiana dell’8 settembre.

Quando un governo prende la decisione di entrare in guerra, bisognerebbe che abbia una chiara concezione strategica e politica delle operazioni: in particolare, bisognerebbe saper individuare chiaramente il punto, o i punti, più sensibili dello schieramento avversario, e puntare su di essi con il massimo delle forze a disposizione e nel minor tempo possibile. Altrimenti, meglio sarebbe non fare la guerra: e ciò è tanto più vero per una nazione che decida di gettarsi nella mischia senza essere stata attaccata, e alla quale, pertanto, rimanga la possibilità di conservare la propria neutralità, sia pure pagando un prezzo politico in termini di danno ai propri interessi nazionali e alle proprie necessità vitali.

Quando un governo ha il privilegio di poter decidere il momento in cui entrare in una guerra che sia già in corso, non dovrebbe lasciarsi sfuggire l’occasione di sferrare un colpo fulmineo contro i centri vitali del nemico, approfittando del fatto che questi è già impegnato su altri fronti di operazioni e che non può aver guarnito in maniera adeguata i confini con una nazione che, se pur non amica, non è ancora, però, formalmente ostile.

Per esempio, si può dire che un autentico “varco” esisteva alla frontiera austriaca, nel maggio del 1915: ed è quasi inconcepibile che lo Stato Maggiore italiano, pur sapendo che la guerra era imminente, abbia sprecato quella occasione irripetibile di sfondare una porta praticamente aperta, cioè difesa da poche migliaia di soldati nemici, per poi insistere con una serie di sanguinosissime, inutili “spallate” sul Carso, ossia di assalti frontali in stile ottocentesco (ma nell’era della mitragliatrice e del cannone a tiro rapido!), in cui trovarono la morte decine di migliaia di soldati, per guadagnare solo pochi metri di terreno.

Ma i comandi italiani del 1915 non avevano alcuna seria visione strategica: sognavano Trieste, Lubiana, Vienna e Budapest, ma senza una chiara impostazione strategica; così come non la ebbero nel 1940 – forse perché, in quel caso, si illudevano che la guerra non occorresse farla veramente, e che bastasse attendere la vittoria tedesca e la richiesta di armistizio da parte della Francia e della Gran Bretagna. Si volle attaccare le imprendibili posizioni francesi sulle Alpi, quando i Britannici non avevano che un velo di forze, poco più che simbolico, sia al confine tra la Libia e l’Egitto, sia al confine tra l’Etiopia e il Sudan; e quando, soprattutto, Malta era senza difesa e l’Ammiragliato inglese aveva già preventivato di dover sgombrare dalle proprie navi l’intero Mediterraneo, aspettandosi una fulminea azione della flotta italiana.

La Turchia, dunque, nel 1914 era entrata in guerra senza avere ben chiaro quali fossero i suoi interessi nazionali in gioco e dove andasse concentrata l’azione militare. Una massima strategica fondamentale, chiaramente illustrata da von Clausewitz, ammonisce a non disperdere le proprie forze in campagne divergenti, ma a concentrarle al massimo, per sferrare il colpo con la massima efficacia e rapidità possibili. Una ragionevole valutazione delle proprie e delle altrui forze e la stessa geografia avrebbero dovuto suggerire di mantenersi sulla difensiva contro la Russia e di prendere l’iniziativa contro la Gran Bretagna, ossia contro il Canale di Suez e contro i campi petroliferi del Golfo Persico. Il sultano Maometto V, che poteva anche essere un inetto, ma non uno stupido, aveva ribattuto ai suoi ministri filo-tedeschi, che dicevano di non temere la Russia: “Voi pretendete che la Russia sia debole, il che può anche essere. Ma se anche fosse morta, il solo peso del suo cadavere basterebbe a schiacciarci”.

In questo modo, e soltanto in questo modo, è possibile spiegare l’inerzia, o lo scarso interesse, dimostrato dai Turchi nei confronti di un obiettivo sensibile per il nemico, come il Canale di Suez. Quanto ai Tedeschi, nell’estate e fino al principio di autunno del 1914 essi erano impegnati con tutte le loro forze a vincere la guerra in Europa, sul fronte occidentale; solo in seguito alla sconfitta nella battaglia della Marna e all’esito modesto della “corsa al mare”, sulle coste del Belgio, si risolsero a fare pressioni sul governo di Costantinopoli affinché lanciasse una offensiva contro i Britannici sul Canale di Suez. Ma a quel punto le forze tedesche vennero distratte in misura crescente sul fronte orientale, ove i Russi si erano fatti minacciosi, mentre i gli Austro-Ungarici avevamo mostrato la loro incapacità di svolgere, su di esso, un ruolo primario, anzi avevano bisogno di urgenti soccorsi per non soccombere nella battaglia dei Carpazi; perciò assai modesti furono gli aiuti che la Germania poté inviare alla Turchia per la campagna di Suez.

Così, dopo aver perso molto tempo prezioso, si giunse fino ai primi di febbraio del 1915: solo allora Gemal Pascià, con l’assistenza del colonnello tedesco Kress von Kressenstein, si decise a lanciare l’attacco contro il Canale di Suez, attacco che fu, in realtà, una via di mezzo fra una ricognizione in forze, poco più di una semplice puntata esplorativa, e una offensiva vera e propria, finalizzata all’attraversamento del Canale e alla conquista della sponda occidentale, oltre che di quella orientale. Certo, l’operazione aveva richiesto imponenti sforzi logistici, poiché il Deserto del Sinai era privo di strade e soprattutto di sorgenti d’acqua, per cui sia gli uomini che gli animali (cammelli, cavalli e muli) dovevano procedere molto lentamente, trasportando tutto il necessario dalle lontane retrovie di Gerusalemme. Il tutto si concluse il 2-3 febbraio con un fiasco totale e con la perdita di 2.000 uomini.

Sembra che un fattore importante, se non addirittura decisivo, nel fallimento della prima offensiva turco-tedesca contro il Canale di Suez sia stato dovuto alla conoscenza preventiva dei piani degli attaccanti da parte del Comando britannico. Anche in questo campo si palesò la superiorità britannica in fatto di “intelligence”: nulla di strano, tenendo conto che gli Inglesi seppero sfoderare addirittura, dal fondo dei loro servizi segreti, un personaggio come il colonnello T. E. Lawrence, il quale, anche se non fu, con ogni evidenza, quel Napoleone del deserto che volle far credere nel suo fantasioso resoconto «I sette pilastri della saggezza», certo giocò un ruolo importante nella rivolta delle tribù arabe alle spalle del fronte di guerra ottomano e diede un contributo non piccolo alla vittoriosa conclusione delle campagne del generale Allenby, nel 1918.

Dopo il primo tentativo, un altro anno e  mezzo andò sprecato prima che i Turchi facessero un secondo, serio sforzo in direzione del Canale di Suez; sforzo che, pur essendo preceduto dal brillante successo tattico di Qatiya, in aprile, non fu coronato da alcuna vittoria strategica, anzi, a diciotto mesi esatti dalla prima campagna del Canale (3-5 agosto 1916), vide una netta e irrimediabile sconfitta delle forze turco-tedesche e l’inizio del ripiegamento di queste ultime verso Nord, cioè verso la Palestina meridionale. Già il 9 agosto, pochissimi giorni dopo la battaglia di Romani, i Britannici incominciarono a esercitare con successo l’inseguimento del nemico, costringendo i reparti turchi a sgombrare dalle posizioni di El-Arish.

A patire da quel momento la pressione britannica non fece che crescere e, pur con alcune pause, non si sarebbe più fermata, proseguendo costantemente verso Nord, in direzione della Palestina, della Siria e della stessa Anatolia e portando, infine, nell’ottobre del 1918, alla resa della Turchia davanti alle potenze dell’Intesa (armistizio di Mudros). L’uscita della Russia dalla guerra, dopo che i suoi eserciti erano penetrati in profondità in Anatolia da Nord-Est, non bastò a salvare la Turchia dalla disfatta e il suo antico impero dalla dissoluzione.

Anche i Britannici, comunque, commisero dei gravi errori nel corso delle campagne del Sinai, fra il 1915 e il 1916. Destinarono un numero sproporzionato di truppe alla difesa dell’Egitto e le tennero immobilizzate su un fronte in cui non esistevano seri pericoli da parte dei Turchi, mentre ogni uomo e ogni cannone sarebbero stati necessari per la campagna dei Dardanelli (dal 19 febbraio 1915 al 9 gennaio 1916), che si concluse in un disastro per gli Alleati; mentre, riuscendo, questa avrebbe permesso di colpire al cuore l’Impero Ottomano, minacciando la sua stessa capitale, Costantinopoli. Se la metà delle forze che vennero inutilmente ammassate per la difesa del Canale di Suez fosse stata destinata alla Penisola di Gallipoli e al fronte dei Dardanelli, forse quell’operazione sarebbe riuscita e ciò avrebbe giustificato il fatto di esporsi a un piccolo rischio calcolato dalla parte di Suez. Quando si punta al cuore della macchina bellica nemica, l’eventuale successo scioglie automaticamente ogni altra difficoltà sui fronti secondari (e, in questo senso, Rommel sembrò aver ragione quando affermò che non era più necessario conquistare Malta, mentre egli era lanciato oltre Tobruk, alla conquista dell’Egitto; ma i fatti gli diedero torto allorché rimase bloccato a El-Alamein e il possesso inglese di Malta, causando perdite terribili alla Marina italiana impegnata a rifornirlo attraverso i porti della Libia, si rivelò il fattore decisivo per la sua futura sconfitta).

È essenziale, dunque, concentrare le forze in vista dell’attacco risolutivo; mentre è cosa poco avveduta disperdere le proprie forze su dei fronti secondari, quando è in gioco una battaglia decisiva su quello principale. E il fronte principale degli Alleati contro la Turchia, nel 1915, era quello dei Dardanelli, posto a breve distanza dalla capitale nemica: se la resistenza turco-tedesca fosse stata infranta, sarebbe stato possibile realizzare un collegamento diretto fra gli Alleati occidentali dell’Intesa e la Russia, sempre più a corto di armi e munizioni; e così non solo la Turchia, ma, forse, anche l’Austria-Ungheria e la stessa Germania sarebbero state messe in ginocchio, anticipando, forse, di quasi tre anni la fine della guerra.

Ma i Britannici, nel 1916-17, attesero di avere una superiorità veramente schiacciante, prima di incominciare l’avanzata contro il fronte turco in Palestina; così come, nel 1942-43, attenderanno di avere una superiorità veramente schiacciante prima di incominciare l’offensiva contro l’Afrika Korps di Rommel e contro l’esercito italiano in Africa Settentrionale. È vero che anch’essi, in entrambi i casi, dovevano predisporre i servizi logistici necessari all’avanzata di un grosso esercito attraverso il deserto; ed è vero che, in entrambi i casi, la schiacciante superiorità navale e l’assoluta padronanza dei mari (e dei cieli) rese pressoché inevitabile la loro vittoria finale. Il generale Allenby nel 1918, a Megiddo, e il generale Montgomery nel 1942, a El-Alamein, non potevano non vincere: la loro vittoria non fu gloriosa, ma in compenso era stata preparata con estrema accuratezza e lanciata in maniera di sfruttarne al massimo gli effetti strategici, per infliggere al nemico un colpo risolutivo non solo a livello locale, ma complessivo.

Diceva Napoleone che Dio sta dalla parte dei grossi battaglioni; e così fu sul fronte del Canale di Suez e, poi, in Palestina e Siria, durante la prima guerra mondiale (ma anche sugli altri teatri di guerra: in nessuno dei quali, tranne quello italiano dopo Caporetto, gli Imperi Centrali avevano la superiorità numerica). È pur vero che, in una guerra moderna, Dio sta dalla parte di chi possiede le maggiori risorse industriali e finanziarie: e, per assicurarsi queste ultime, è necessario disporre la superiorità navale, strumento di dominio dei mari.

La Gran Bretagna la ebbe nel 1914-18 (così come l’aveva avuta nel 1798, quando Napoleone invase l’Egitto), così come la ebbe nel 1939-45, specialmente a partire dal 1942. Appunto per questo è interessante lo studio delle campagne turco-tedesche contro il Canale di Suez nella prima guerra mondiale: in quel caso un esercito di terra, anche se di modeste dimensioni, ebbe l’opportunità di infliggere un colpo durissimo alle comunicazioni navali della potenza marittima egemone, la Gran Bretagna, ed ai suoi alleati dell’Intesa; ma non seppe o non poté sfruttarla.

E, a partire da quell’insuccesso, la sconfitta della potenza terrestre da parte della potenza marittima divenne solo una questione di organizzazione, di pazienza, di tempo.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 06/01/2014 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 27 Novembre 2017

Del 15 Ottobre 2020

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