giovedì, 24 Giugno 2021
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Le battaglie di Leopoli (26 Agosto-11 Settembre 1914)

Le due battaglie di Leopoli videro il primo scontro in Galizia fra l’esercito austro-ungarico e quello russo. Si trattò di una delle maggiori battaglie della 1^guerra mondiale in cui furono coinvolti circa 2 milioni di soldati di Francesco Lamendola  

LE BATTAGLIE DI LEOPOLI

(26 Agosto-11 Settembre 1914)

Le due battaglie di Leopoli (in tedesco, Lemberg, combattute fra il 26 agosto e l’11 settembre del 1914, videro il primo grande scontro in Galizia fra l’esercito austro-ungarico e quello russo. Si trattò di una delle maggiori battaglie della prima guerra mondiale, in cui furono coinvolti circa due milioni di soldati, che però – stranamente – è passata quasi sotto silenzio dalle storie generali della guerra 1914-1918, che dedicano il più ampio spazio a quella della Marna e a quelle di Tannenberg e dei Laghi Masuri (vedi, p. es., il classico “I cannoni d’agosto” di Barbara Tuchman). Le battaglie di Leopoli, terminate con il fallimento dell’ambizioso piano strategico di Conrad von Hötzendorf mirante a tagliare alla radice il “saliente polacco” accerchiandovi l’esercito russo, mostrarono l’incapacità dell’Austria a svolgere un ruolo primario sul fronte orientale. A partire da quel momento, la Germania dovette assumersi un ruolo militare crescente anche fra il Mar Baltico e la Romania, divenendo il vero motore trainante deglla macchina bellica degli Imperi Cenrali. E la Russia, che aveva sconfitto gli Austriaci ma non aveva potuto sfruttare a fondo il successo, si avviava a una guerra lunga e logorante, da cui il regime zarista sarebbe uscito distrutto.

INDICE

AVVERTENZA

PARTE PRIMA: GLI ESERCITI E I COMANDI CONTRAPPOSTI

1.     L’ESERCITO AUSTRO-UNGARICO NEL 1914

2.     I COMANDI AUSTRIACI

3.     IL PROBLEMA DELLE TRUPPE SLAVE

4.     L’ESERCITO RUSSO NEL 1914

5.     I COMANDI RUSSI.

PARTE SECONDA: I PIANI DI MOBILITAZIONE E DI AVANZATA

1.  I PIANI DI MOBILITAZIONE AUSTRIACI

2.     IL PIANO DI AVANZATA AUSTRIACO

3.     I PIANI DI MOBILITAZIONE RUSSI

4.     IL PIANO DI AVANZATA RUSSO

PARTE TERZA: LA RADUNATA SUI FRONTI PRELIMINARI

1.     SCHIERAMENTO AUSTRIACO CONTRO LA RUSSIA

2.     SCHIERAMENTO RUSSO CONTRO L’AUSTRIA

3.     VALUTAZIONE DELLE FORZE CONTRAPPOSTE

4.     LA RADUNATA AUSTRIACA IN GALIZIA

5.     I CONTATTI AUSTRO-TEDESCHI PER UNA COOPERAZIONE DELLA OTTAVA ARMATA

6.     LA RADUNATA RUSSA SUL FRONTE SUD-OCCIDENTALE

PARTE QUARTA: LA PRIMA FASE DELLA CAMPAGNA

1.       L’AVANZATA DELLE CAVALLERIE AVVERSARIE E GLI SCONTROI DI FRONIERA

2.       LE ULTIME DISPOSIZIONI DEGLI OPPOSTI COMANDI

3.       BATTAGLIE DI KRASNIK E KOMARÓW

4.       BATTAGLIE DELLA ZLOTA LIPA E DELLA GNILA LIPA (PRIMA BATTAGLIA DI LEOPOLI)

5.       LA BATTAGLIA DAVANTI A LUBLINO

PARTE QUINTA: LA SECONDA FASE DELLA CAMPAGNA

1.       LA CONVERSIONE DELLA QUARTA ARMATA AUSTRO-UNGARICA

2.       LA SECONDA BATTAGLIA DI LEOPOLI

3.       LA RITIRATA AUSTRIACA SULLA LINEA DEL SAN

4.       BILANCIO CONCLUSIVO

PARTE SESTA: ESAME CRITICO DELLA CAMPAGNA AUSTRO-RUSSA NELL’ESTATE 1914, p. 73

1.       LA RADUNATA DEI DUE ESERCITI

2.       LA MINACCIA CONTRO IL FIANCO DESTRO AUSTRIACO

3.       LE BATTAGLIE DI KRASNIK E KOMARÓW

4.       LA SECONDA BATTAGLIA DI LEOPOLI.

5.       GIUDIZI CRITICI 

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AVVERTENZA

Poiché nel 1914 i luoghi in cui si svolse la maggior parte dello scontro austro-russo erano compresi nella parte austriaca della Duplice Monarchia austro-ungherese (Cisleithania), per i nomi geografici si è usata la grafia tedesca, ad eccezione di quelli più conosciuti (Leopoli e non Lemberg, Vienna e non Wien) e di regione o Stato (Galizia e non Galizien, Austria e non Österreich).  Lo stesso principio è stato seguito anche nel caso di località passate  ad altra sovranità e ufficialmente ribattezzate, poiché tali cambiamenti sono posteriori agli avvenimenti qui trattati. Così si è scritto Kaschau e non Košice, Crzernowitz e non  Cernovcy. Lo stesso vale per Leopoli che, compresa oggi entro i confini dell’Ucraina, è stata ribattezzata  L’vov.

Il titolo del presente studio, Le battaglie di Lemberg (26 agosto-11 settembre 1914), specifica il periodo storico per non creare possibili confusioni con una seconda serie di battaglie che si svolsero intorno a Leopoli nel 1915, dopo la grande offensiva austro-tedesca di Tarnów-Gorlice.

PARTE PRIMA

GLI ESERCITI E I COMANDI  CONTRAPPOSTI

1.     L’ESERCITO AUSTRO-UNGARICO NEL 1914.

     Sconfitto nella guerra del 1859 contro la Francia e il Regno di sardegna, in quella del 1866 contro la Prussia e l’Italia, l’esercito austriaco veso la fine dell’Ottocento sembrava avviato verso una lenta ma inarrestabile decadenza.L’arciduca Francesco Ferdinando fu l’artefice della sua totale riorganizzazione, aiutato validamente dal capo di Stato maggiore, generale Conrad von Hötzendorf. Nel 1914, l’opera di riorganizzazione perseguita con chiarezza di vedute e infaticabile energia poteva dirsi compiuta. Alla vigilia della guerra mondiale questo esercito (divenuto austro-ungarico in seguito al compromesso del 1867) era uno dei più potenti del mondo, in grado non solo di difendere l’Impero, ma di minacciare i suoi molti nemici esterni.

     Come è noto, l’Austria-Ungheria possedeva tre eserciti: l’esercito comune austro-ungarico, la milizia territoriale austriaca (Landwehr) e la milizia territoriale ungherese (Honvéd). Infine c’era la Landsturm, composta da truppe scarsamente istruite, meno doate di artiglieria e poco adatte alle grandi operazioni in linea. L’Austria-Ungheria aveva incominciato la mobilitazione parziale contro la Serbia il 25 luglio; il 31 luglio era stata annunciata ufficialmente la mobilitazione generale, essendo apparso inevitabile lo scontro diretto con la Russia. L’esercito mobilitato era forte di 6 armate, 16 corpi d’armata, 49 divisioni di fanteria, 9 divisioni di cavalleria e alcune brigate da montagna e di Landsturm non individsionate. In complesso 1.094 battaglioni, 425 squadroni, 483 batterie con 2.610 pezzi, per un totale di circa 1.400.000 combattenti. (1)

     La fanteria dell’esercito austro-ungarico, composta di truppe perfettamente equipaggiate , era armata del fucile Mannlicher, che godeva di una netta superiorità su quello in dotazione alla fanteria russa. Era inoltre dotata delle eccellenti mitragliatrici Schwartzlose. La cavalleriaera ottima e dotata di grande valore, dimostrandosi a volte fin troppo impetuosa. Come quella russa, costituiva una grande massa particolarmente adatta all’impiego nelle vaste pianura dello scacchiere nord-orientale.  Esisteva però una differenza sostanziale fra le due tattiche delle cavallerie avversarie.  La cavalleria austriaca imbastiva a volte delle operazioni smontata, e nell’impiego a piedi si dimostrava alquanto inefficiente: ciò privò gli Austriaci di un’arma poderosa, al contrario dei Russi che seppero sfruttarla magnificamente. L’artiglieria austriaca era eccellente. Quella da campagna (pezzo da 76,5 mm.) era inferiore alla russa (e anche all’italiana), ma quella da montagna era buona, e ottima quella pesante campale e d’assedio. Una notevole aliquota dell’artiglieria austriaca costituiva l’armamanento delle grandi piazzeforti della Galizia: circa 800 pezzi a Cracovia e quasi 1.000 pezzi a Przemysl; di questi, però, molti erano cannoni di modello antiquato, pezzi a corta gittata di scarsa utilità tranne che per la difesa ravvicinata. Il pezzo di maggior calibro  dell’artiglieria austriaca era il mortaio a 305 mm. costruito dalla Skoda, la famosa fabbria d’armi boema. Durante la campagna di Galizia dell’state 1814 questo pezzo non venne impiegato: la sua funzione principale era lo smantellamento rapido  dei forti e poiché sul fronte russo non esistevano piazze potentemente difese, Conrad prestò a Moltke parecchi questi cannoni (per l’assedio di Liegi) in attesa che fosse disponibile il pezzo da 420 mm. della Krupp di Essen.  Questa artiglieria pesante, che inizialmente  era stata giudicata praticamente inamovibile.,  poteva raggiungere invece una velocità giornaliera di 24-36 km.; e la sua facile avanzata al seguito delle truppe costituì una sorpresa strategica di vaste proprozioni per gli Stati Maggiori alleati in Belgio. Il punto debole dell’artiglieria austriaca era la scarsità di munizionamento. Allo scoppio della guerra in Austria non v’era che una riserva di 500 colpi per pezzo, la metà delle altre grandi potenze e perfino meno della Serbia.  Il formidabile consumo richiesto da una guerra moderna pose molte unità austriache, dopo appena qualche giorno di campagna, in una situazione difficile e imprevista.

1)      Nel 1859 la mobilitazione dell’esercito austriaco era durata cinque mesi e aveva messo in campo, a Solferino,  160.000 soldati (200.000 compresi i pesidi di seconda linea). La mobilitazione del 1866 era duata circa altrettanto e aveva dato, fra i due teatri di guerra boemo e veneto, una forza doppia. Ved. Arturo Colautti, L’Austria in armi, in La Lettura, settembre 1914, pp. 769-778.

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2.     I COMANDI AUSTRIACI.

     Cinque anni prima dello scoppio della guerra mondiale, il vechio imperatore Francesco Giuseppe aveva rinunciato al comando supremo dell’esercito, che era stato assunto dall’arciduca Francesco Ferdinando. Dopo il suo assassinio a Sarajevo, il 31 luglio esso fu affidato al generale di fanteria, arciduca  Federico. Come era già previsto, si trattava di un comando nominale, poiché la condotta effettiva delle operazioni  era esercitata dal capo di Stato Maggiore, generale di fanteria Franz Conrad von Hötzendorf. Nato a Penzing, alle porte di Vienna, l’11 novembre 1852, Conrad era stato nominato capo di Stato maggiore dell’esercito nel 1906, su proposta dell’arciduca ereditario. Tedesco di nazionalità, tipicamente austriaco per sentimenti, egli nutriva una profonda avversione per l’Italia, che considerava  nemica tradizionale della Monarchia asburgica, e verso la Serbia, sede dell’irredentismo fra i popoli slavi meridionali dell’Impero. Secondo Josef Redlich, “l’Austria, per lui, è la patria che vorrebbe proteggere.  Ma a riedificarla a nuovo non ci pensa nemmeno. È un autentico austriaco del nostro tempo: pieno di dubbi riguardo a tutto quello che sia austriaco. Ha assistito a troppe vicende del ‘più alto signore dell’Austria’ per serbare ancora l’infantile fede politica degli ufficiali austriaci. Gli mancano disposizione, comprensione, in breve ogni requisito essenziale, per una grande concezione statale che sia emanazione di popolo.”(2) Di fronte alla forza crescente che andavano acquistando i movimenti centrifughi delle varie nazioni in seno alla Monarchia, egli riteneva che l’unica salvezza consistesse, per l’Austria, nella guerra preventiva contro l’Italia e la Serbia. Nel 1908, durante il terremoto di Messina, poi nel 1911 durante la guerra di Tripoli il Conrad incitò  alla guerra contro l’Italia, finché il ministro Aerenthal, esasperato, ne chiese ed ottenne l’allontanamento dalla carica di capo di Stato Maggiore.  Alla morte del’Aerenthal, però, nel 1912, Conrad fu richiamato.

     Stratega di ampie vedute, audace e risoluto, egli rimase chiuso nello studio delle operazioni militari, perdendo i contatti con i comandi sottoposti e con le truppe; come capo di Stato Maggiore si recò al fronte, durante la guerra mondiale, solo tre volte. La sua collaborazione con l’arciduca Federico fu, peraltro, feconda di risultati: quest’ultimo, infatti, svolgeva le funzioni rappresentative esteriori, intrattenendosi con le truppe molto e volentieri e dando buona prova nel fungere da intermediario fra il suo capo di Stato Maggiore e terzi, soprattutto con lo Stato Maggiore tedesco. All’arciduca Federico, che il Ludendorff giudicò “uomo di animo nobile  e di puri sentimenti militari”, spetta  una parte dei successi ottenuti dal Conrad durante i due anni della loro collaborazione. (3) Come scrive Conrad nelle sue memorie, “la sua personalità calma ed eccellente” fu di grande aiuto al suo capo di Stato Maggiore orgoglioso e ostinato.

     Premessa indispensabile per ottenere buoni risultati era giudicata dal Conrad il più rigido mantenimento dell’ampia sfera di autonomia  di cui godeva il Comando Supremo. Ogni qualvolta interferenze esterne cercavano di limitare quella sfera, anteponendo interessi politici o addirittura privati a quelli di ordine strettamente militare – dai quali ultimi dipendevano le sorti delle operazioni e i destini stessi della Monarchia – Conrad reagì con la massima decisione. Conseguenza di ciò fu che, durante la guerra, l’imperatore, il ministro degli Esteri, Bilinski, i due governi austriaco e ungherese e perfino il ministro della Guerra, barone Alexander Krobatin, furono quasi tenuti all’oscuro dal Comando Supremo circa lo svolgimento delle operazioni.  Con ciò Conrad intendeva sia tutelare gelosamente la propria libertà di azione, sia sventare il pericolo – reale – che la stampa diffondesse imprudentemente  particolari riservati sul prossimo inizio di operazioni militari, il cui successo era legato al mantenimento del massimo segreto.  Ciò attirò sul capo di Stato Maggiore l’ostilità di molte personalità politiche e militari: cosa del resto logica, poiché in Austria-Ungheria non vi fu una vera e propria “dittatuta dei militari”, durante la guerra mondiale, come accadde in Germania sotto il binomio Hindenburg-Ludendorff; e la tradizione politica della Monarchia danubiana, benché autoritaria, non era permeata di militarismo quanto quella tedesca.

     Nell’agosto del 1914 erano alle dipendenze del Comando Supremo le Armate destinate in Galizia (Prima, Seconda, Terza e Quarta), il comando della Sesta Armata nei Balcani (da cui dipendeva anche la Quinta) nonché la marina militare, la quale godeva, tuttavia, di una larga autonomia.

      I singoli comandanti d’armata fornirono una prova assai varia.  È stato affermato che non esisteva, fra i comandanti d’armata austriaci,  l’equivalente di quelli russi.  E in effetti i comandanti russi sul fronte austriaco – Evert, Plehve, Russkij e Brusilov –  erano probabilmente i migliori presenti nell’esercito dello Zar. Non può tuttavia negarsi che generali come Auffenberg, Dankl e Böhm-Ermolli si siano dimostrati anch’essi abili ed energici.

     Allo scoppio della guerra mondiale i comandanti delle Armate austro-ungariche  erano i seuenti: Dankl per la Prima, Auffenberg per la Quarta, Brudermann per la Terza e Böhm-Ermolli per la Seconda (nell’ordine di schieramento, da ovest a est); nei Balcani, Potiorek per la Sesta e Frank per la Quinta.

    Il generale Viktor von Dankl, freiherr (barone) era nato a Udine nel 1854. Scrittore militare e competente in topografia, aveva comandato prima una divisione di cavalleria a Vienna, poi una di cavalleria a Zagabria (in tedesco, Agram) e infine un Corpo d’armata. Comandante abile e deciso, con la sua Prima Armata doveva  svolgere un ruolo essenziale nei piani predisposti  dal Conrad per l’invasione della Russia. Anch’egli non vedeva altra soluzione, ai problemi nazionali dentro e fuori la monarchia, che la “maniera forte”: durante gli anni del suo comando sul fronte orientale (verrà poi trasferito su quello italiano, nello scacchiere del Tirolo meridionale) non godette certo di buona fama presso la popolazione ucraina, poiché i suoi tribunali militari eseguirono molte sentenze capitali sotto l’accusa di spionaggio e tradimento a favore della Russia.

     Il generale di cavalleria Eduard von Böhm-Ermolli , nato nel 1856 ad Ancona, fu dapprima ufficiale  di cavalleria, poi di Stato Maggiore, indi generale dal 1905. Fu poi comandante della 12.a Divisione di fanteria e, nel 19111, del I Corpo d’Armata con sede a Cracovia. Ebbe nell’esercito austriaco fama di condottiero abile e al tempo stesso fortunato; almeno fino a quando, dopo la disfatta di Luck del giugno 1916, i Tedeschi non ne pretesero l’allontananento dal fronte russo, ove comandava un gruppo d’armate.

    Il comandante della Terza Armata, generale di cavalleria Rudolf von Brudermann, era nato nel 1854; insegnante nella scuola di cavalleria di Vienna, era stato promosso generale nel 1910. Era un uomo fine e intelligente, ma mancava di decisione  verso i comandi sottoposti; grave difetto che sarebbe emerso nel corso della campagna di Galizia.

      Infine veniva il generale di fanteria Moritz  von Auffenberg, nato nel 1852 a Troppau nella Slesia, comandante del  XV Corpo d’Armata a Sarajevo nel 1909 e ministro della Guerra nel 1911-12. Nell’agosto del 1914, alla vigilia delle battaglie di Leopoli, Conrad ebbe a lodarlo, ma al Redlich che lo aveva definito un valoroso comandante di truppe, il capo di Stato Maggiore repolicò: “Oh no, è un buon generale di Stato Maggiore, ma quel che più conta ha sempre, in tutto quello che intraprende, fortuna.” (4)

2)      J. Redlich in M. Schettini, La letteratura  della grande guerra, Firenze, 1968, p. 300.

3)      E. Ludendorff, I miei ricordi di guerra 1914-1918, vol. 1.

4)      J. Redlich, in M. Schettini, cit., p. 294.

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3.     IL PROBLEMA DELLE TRUPPE SLAVE.

In Austria-Ungheria le dichiarazioni di guerra alla Serbia (28 luglio) e alla Russia (6 agosto) furono accolte da un’ondata  di manifestazioni di bellicismo e di lealismo dinastico in tutte le principali città. Ma l’atteggiamento delle popolazioni della Duplice Monarchia rispecchiò fedelmente quello delle truppe al fronte: partite, queste ultime, con la convinzione che la guerra sarebbe stata breve e vittoriosa, dopo i primi insuccessi e la ritirata al fiume San il loro morale si deteriorò rapidamente. Emerse allora, in tutta la sua gravità, il problema delle truppe slave, il cui comportamento disciplinato allo scoppio della guerra aveva per un momento tratto in inganno un po’ tutti.

     Nel 1914 l’Autria-Ungheria aveva una popolazione di 52 milioni di abitanti (contro i 171 milioni della Russia, i 66 milioni e 1/2 della Germainai, i 4 e 1/2 della Serbia e i 516.000 del Montenegro).  Di questi, solo 12 milioni erano Tedeschi e 10 milioni erano Magari; i Polacchi, sostanzialmente favorevoli all’Austria, erano 5 milioni.  Soltanto le truppe fornite da queste nazioni potevano considerarsi del tutto sicure, ma nell’impero vi era una popolazione di Cechi e di Slovacchi che assommava complessivamente ad 8 milioni, una sud slava di 7 milioni (fra Sloveni, Croati e Serbi), una ucraina (rutena) di ben 4 milioni; 3 milioni erano i Romeni e circa 750.000 gli Italiani, mentre un altro milione era costituito da nazionalità diverse.  Tutti questi popoli avevano, oltre i confini della Monarchia, la loro patria spirituale fra Stati che parlavano la loro stessa lingua e avevano le stesse tradizioni. L’aver dichiarato guerra alla Serbia e alla Russia aveva posto l’Impero austro-ungarico in una posizione politico-morale quasi insostenibile. 

     Fin dai primi giorni di guerra, nelle regioni di confine della Galizia, della Bucovina, della Croazia, dell’Ungheria meridionale e della Bosnia-Erzegovina vi furono parecchi casi di favoreggiamento del nemico e di aiuto ai disertori austriaci di nazionalità slava da parte delle popolazioni locali. Nelle regioni della Bosnia-Erzegovina poste al confine con il Regno di Serbia si verificò addirittura la sollevazione della popolazione di nazionalità serba, con organizzazione di bande partigiane istruite da ufficiali dell’esercito serbo, atti di sabotaggio e attentati contro le linee di comunicazione.

     Nonostante una certa inquietudine, diffusasi soprattutto  fra i due Corpi d’Armata di Ragusa e di Sarajevo, la mobilitazione dell’esercito austriaco poté svolgersi nel massimo ordine e senza alcun incidente; tuttavia esistevano forti preoccupazioni circa il futuro comportamento delle truppe slave di fronte al nemico. Nell’agosto 1914, prima che iniziassero le grandi battaglie dell’estate, un osservatore italiano, Arturo Colautti, scriveva: “Contro la Russia e magari contro la Serbia, tedeschi, magiari e polacchi si batteranno egregiamente.  Ma, e gli altri? Oggi già si annunciano, massime nei due corpi di Bosnia (VIII e IX) diserzioni ingenti. […] Sui 16 corpi dell’esercito imperiale e reale, di assolutamente integri e sicuri non v’hanno che il II (Vienna), il IV (Budapest), il VI (Kaschau), il X (Przemysl) e il XIV (Innsbruck); il XIII (Zagabria) e i due della Bosnia-Erzegovina e Dalmazia sono per lo meno sospetti; sugli altri regna un’angosciosa incertezza.” (5)

     La situazione era aggravata  dall’odio che gli Ungheresi ostentavano verso gli Slavi e i Romeni, considerati cattivi soldati e sudditi poco leali.  Riferiamo un episodio illuminante accaduto al generale Ludendorff nell’inverno  del 1915 sul fronte austriaco: “Durante il mio giro passai vicino ad una sentinella che mi parlò in una lingua straniera che nemmeno gli ufficiali austro-ungarici che mi accompagnavano riuscirono a capire.  Compresi allora le enormi difficoltà che l’armata austro-ungarica doveva superare…”. (6) E Arnaldo Fraccaroli, giornalista del Corriere della Sera che ebbe il privilegio di visitare il fronte austro-russo durante le battaglie di Leopoli, scriveva: “I soli che abbiano un singolare  sentimento di patria sono i magiari. Gli altri vanno alla guerra perché c’è la guerra e sono soldati. Molti non sanno nemmeno perché la guerra ci sia. […]  Il difficile consiste nel portare questi popoli diversi  a una sola guerra. E l’Austria ci riesce.” (7)

5)      A. Colautti, Op. cit.

6)      E. Ludendorff, Op. cit.

7)      A. Fraccaroli, La presa di Leopoli (Lemberg) e la guerra austro-russa in Galizia, Milano, 1914.

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4.     L’ESERCITO RUSSO NEL 1914.

     La guerra russo-giapponese del 1904-05 era stata una prova umiliante per l’esercito dello Zar: non certo per la mancanza di valore delle truppe, ma per le molte e gravi deficienze rivelate dall’azione di comando. Basandosi su quella campagna, conclusasi in modo infelice per la Russia, in Austria e in Germania si era manifestata la tendenza a sottovalutare le capacità dell’esercito russo. Invece, dopo la guerra e la rivoluzione del 1905, l’esercito russo era stato completamente riorganizzato. Benché le sue deficienze, nel 1914, fossero ancora gravissime,  tuttavia non può negarsi che la sua ritrovata efficienza e l’abilità di molti suoi comandanti abbiano costituito, per i capi militari delle Potenze Centrali, una penosa sorpresa.

     La mobilitazione generale russa venne proclamata il 30 luglio 1914. Fra Europa e Caucaso essa diede 30 corpi d’armata  per un compleso di 96 divisioni di fanteria e 37 di cavalleria, ammontanti a circa 2.700.000 uomini.  Bisogna ppoi aggiungere le truppe territoriali e di complemento e i presidi delle piazzeforte (900.000 uomini). Le truppe asiatiche (5 corpi d’armata e 1/2 della Siberia e 2 del Turkestan) avrebbero potuto giungere sul fronte austro-tedesco solo in un secondo tempo.

     La fanteria russa era composta da soldati sobri, tenaci e coraggiosi: la scarsa istruzione non ne aveva fatto, però, dei combattenti scelti. Era armata del fucile Mossim modello 1891 (inferiore al Mannlicher austriaco) e della mitragliatrice Maxim su treppiede Sokolov modello 1911. Le divisioni di riserva erano di valore alquanto inferiore: nel 1914 erano state costituite 35 divisioni di fanteria di riserva dette “di secondo turno”.

     Una posizione particolare, in seno all’esercito russo, era occupata dalla Guardia Imperiale. Composta da elementi scelti, essa formava l’élite dell’esercito; comprendeva 3 divisioni di fanteria, 1 brigata di tiratori, 2 divisioni e 1 brigata di cavalleria e 1 brigata di Cosacchi, con artiglieria propria e proprie unità tecniche.  Le sue truppe erano perfettamente istruite ed equipaggiate; gli ufficiali, valorosissimi, erano reclutati esclusivamente fra la nobiltà e costituivano il più valido e fedele sostegno del regime imperiale.

     La cavalleria russa era composta da 21 reggimenti di dragoni, 18 di ussari e 17 di ulani; i reggimenti di cavalleria dei Cosacchi erano, in tempo di pace, 51. Era armata del fucile M. 1891 corto, di sciabola e – le prime righe degli squadroni –  di lancia. A differenza della cavalleria austriaca, quella russa combatteva  largamente come fanteria montata e, se impiega a massa come unità d’urto,  decideva quasi sempre le sorti dello scontro.

     Anche l’artiglieria russa era stata  notevolmente riorganizzata dopo la guerra contro il Giappone. Era dotata del pezzo da 76,2 mm. Putilov modello 1902 che, giudicato poi il miglior pezzo da campagna della guerra mondiale, possedeva una chiara superiorità su quello austriaco. L’artiglieria pesante era invece assai scarsa e inferiore all’austriaca. La divisione di fanteria russa disponeva di 6 batterie da 76,2 mm., mentre quella austro-ungarica ne aveva 5 da 76,5 mm. e 2 da 104 mm. Il munizionamento d’artiglieria dell’esercito russo, all’inizio della guerra, era di 1.000 colpi per pezzo: quindi il doppio di quello austriaco, ma sempre enormemente inferiore a quello dell’esercito tedesco (riserva di 3.000 colpi per pezzo). Le fabbriche per la produzione di proiettili, cannoni e fucili erano penosamente inadeguate alle necessità di una guerra di lunga durata: d’altronde era convinzione di tutti gli Stati Maggiori delle potenze belligeranti che la guerra del 1914 sarebbe stata questione di settimane. Ma se entro un tale breve lasso di tempo l’esercito dello Zar non fosse riuscito a strappare una vittoria decisiva sul campo, la crisi di munizionamento (sia di artiglieria che di fucileria) avrebbe posto in maniera drammatica il problema della produzione e del rifornimento.

     Esisteva poi un’altra gave ipoteca, questa di carattere morale, sull’efficienza dell’esercito russo: l’opera di sedizione e di propaganda  pacifista diffusa tra i soldati dagli agenti socialisti. La rivoluzione del 1905 era fallita principalmente perché l’esercito era rimasto fedele allo Zar. Dopo il 1905, i rivoluzionari avevano meditato sulle cause della loro sconfitta e si erano impegnati attivamente nell’opera di decomposizione morale dell’esercito, per non doverselo trovare ancora di fronte quando fosse giunto il momento. Tale opera avrebbe dato i suoi frutti solo dopo tre inverni in trincea, nel 1917: ma sarebbero stati frutti così rapidi e abbondanti da mostrare chiaramente che il germe della dissoluzione covava da tempo nelle file dell’esercito, non risparmiando neppure gli ufficiali e lo stesso Comando Supremo. Furono tuttavia la lunghezza esasperante della guerra e la durezza dei sacrifici da essa imposti a dare il contributo decisivo allo sfaldamento della disciplina militare. All’inizio della campagna del 1914 in Russia, ancor meno che in Austria-Ungheria, gli scricchiolii ammonitori erano quasi impercettibili, anche se poi la catastrofe si produsse con stupefacente rapidità.

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5.     I COMANDI RUSSI.

     I piani russi del tempo di pace prevedevano, nel caso di guerra con le Potenze Centrali, l’assunzione del comando supremo da parte dello stesso imperatore Nicola II, mentre il fronte contro la Germania sarebbe stato comandato da suo zio, il granduca Nicola Nicolaievic Romanov. Invece, all’ultimo momento, lo Zar fu persuaso dell’inopportunità di assumere personalmente il comando in capo, esponendo la sua popolarità ai rischi di una guerra che si annunciava incerta e difficile. Il 3 agosto 1914 il granduca Nicola venne pertanto nominato comandante supremo in via provvisoria, riservandosi lo Zar di assumere, in altro momento, il comando diretto dell’esercito.  Come più tardi riferì egli stesso, al momento di ricevere la nomina il granduca Nicola scoppiò in lacrime, poiché non sapeva come adempiere le sue responsabilità. Tuttavia, durante le battaglie di Leopoli egli mostrò di possedere doti strategiche non indifferenti, e ciò confermò anche in seguito: sia durante la battaglia di Lodz, in cui seppe sventare la minaccia avvolgente di Hindenburg, sia nell’estate del 1915 quando le sue armate, pur battute e costrette a ritirarsi per centinaia di chilometri, riuscirono a sfuggire al colpo mortale e alla totale disorganizzazione, com’era nei piani dell’avversario.

     Di sentimenti accesamente e notoriamente anti-tedeschi,  il granduca Nicola era molto popolare fra le truppe mentre a corte  era sospettato di ambizioni verso il trono, e malvisto perché disprezzava Rasputin, divenuto ormai consigliere intimo di Nicola II e della zarina Alessandra Feodorovna. Sukhomlinov, ministro della Guerra, accolse furibondo la sua nomina a comandante suporemo, perché aveva ambito egli stesso a quella carica.

     Il capo di Stato Maggiore era il generale Janushkevic, con il generale Yuri Danilov quale primo collaboratore. Del granduca Nicola il ministro degli Esteri Sazonov disse all’ambasciatore francese Paléologue: “È energico e gode della fiducia delle truppe; ma non ha né il sapere né il colpo d’occhio che ci vogliono per dirigere operazioni della vastità di quelle attuali.  Come stratega, il generale Alexeiev gli è di molto superiore.” (8)

     Il comandante del fronte sud-occidentale contro l’Austria-Ungheria, generale Nicola Iudovic Ivanov, non era uno stratega, benché fosse un comandante esperto e benvoluto; si era distinto nella guerra contro il Giappone, in cui aveva comandato il III Corpo d’Armata siberiano. Il suo capo di Stato Maggiore, generale Michele Vassilievic Alexeiev, era però uno dei migliori strateghi dell’esercito russo, e i comandanti delle Armate operanti contro l’Austria-Ungheria, Evert (della Quarta) Plehve (Quinta), Russkij (Terza) e Brusilov (Ottava) erano i quattro più abili comandanti d’armata in tutta la Russia.

     La Quarta Armata, all’inizio della campagna del 1914, era comandata  dal generale Zaltza, ma quasi subito, dopo la battaglia di Krasnik, questi venne sostituito dal generale Aleksej Ermolaevic Evert, che era considerato uno dei migliori generali d’armata.

     Il generale Plehve, comandante la Quinta Armata, era anch’egli uno dei comandanti russi più rinomati, e si dimostrò un capo di valore durante la campagna di Galizia nell’agosto 1914.

     Il generale Nikolaj Vladimirovic Russkij (nato il 6 marzo 1854) aveva partecipato, nel 1877-78, alla guerra contro la Turchia, e nel 1904-05 alla guerra contro il Giappone, durante la quale aveva fatto parte del comando della Seconda Armata in Manciuria; nel 1903 era divenuto comandante del XXI Corpo d’Armata di Kiev. Questo eccellente comandante si dimostrò veramente, durante le battaglie di Leopoli, stratega d’alta statura.

    Anche il generale di cavalleria Aleksej Alekseievic Brusilov (nato a Tiflis nel 1853) si rivelò condottiero di  grandi capacità militari, e tali doti avrebbe confermato durante l’offensiva del giugno 1916 contro gli Austriaci quale comandante del gruppo di armate del fronte sud. Quella battaglia, unica fra tutte quelle della prima guerra mondiale, è passata alla storia non con il suo nome geografico (battaglia di Luck, in Volinia), ma col nome del condottiero che vi riportò, almeno nella fase iniziale, un successo veramente strepitoso, tanto più che si trattava di assaltare una linea potentemente fortificata e giudicata da molti imprendibile: “l’offensiva Brusilov”, appunto. L’addetto militare italiano in Russia, Maurizio Marsengo, ha tracciato un vivace ritratto di questo grande generale che, dopo le rivoluzioni del 1917, sarebbe stato accusato di opportunismo politico, poiché sarà uno dei pochissimi ufficiali superiori ad accettare di collaborare con i bolscevichi. “La natura di Brusilov è piena di contrasti. Evidentemente egli è un collerico, un ambizioso sfrenato, un aristocratico chiuso e corazzato in un’albagia  per la quale parlerebbe sempre dall’alto al basso a chicchessia, eppure sa domirarsi, sa sorridere affabilmente e volentieri si abbandona allo scherzo, pur essendo lo scherzo assai lontano dal suo spirito. L’esuberanza sentimentale della sua anima slava al cento per cento  talvolta si rivela improvvisamente con forme esteriori addirittura imprevedibili. Facendomi vedere, per esempio, la sciabola d’onore donatagli dallo Zar, gli occhi gli si riempirono di lacrime. Eppure non ha nessuna tenerezza per lo Zar, anzi ha dimostrato più di una volta e anche palesemente di non amarlo.” (9)

1)       Maurizio Paléologue, La Russia degli Zar durante la Grande Guerra, Firenze, 1929 (2 voll,), vol. 1.

2)       Maurizio Marsengo, Russia 1915-1917. Dal diario di un addetto militare, in La lettura, 1° maggio 1935, pp. 29-30.

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PARTE SECONDA

I PIANI DI MOBILITAZIONE E DI AVANZATA

1.    I PIANI DI MOBILITAZIONE AUSTRIACI.

     In Austria-Ungheria  esistevano due piani di moìbilitazione. Il primo, chiamato “Concentrazione B” (Balcani) era stato predisposto nel caso di un conflitto localmente circoscritto alla Serbia e al Montenegro. Il secondo piano, chiamato “Concentrazione R” (Russia), prevedeva invece il caso che la Duplice Monarchia si fosse trovata in guerra contemporaneamente contro la Russia, la Serbia e il Montenegro.

 il piano di “Cocentrazione B”, le operazioni militari avrebbero dovuto impegnare sette corpi d’armata e cioè le Armate Sesta (XV e XVI Corpo), Quinta (VIII e IIII Corpo), Seconda (IV e IX) e il VII Corpo autonomo, nonché i presidi delle piazze di confine, i monitori della flottiglia del Danubio, le forze navali delle Bocche di Cattaro e una parte delle flotta da guerra.

    Secondo il piao di “Concentrazione R”, dei sedici corpi d’armata disponibili dopo la mobilitazione generale, un “Gruppo Minimo” di tre corpi (il XV, il XVI e il XIII) avrebbe dovuto condurre le operazioni – ovviamente, difensive – contro la Serbia e il  Montenegro, mentre tutti gli altri sarebbero partiti direttamente per la Galizia onde partecipare alla grande offensiva contro la Russia.

    Quando fu ordinata la mobilitazione parziale austriaca il 25 luglio, essa si svole secondo il piano di “Concentrazione B”, poiché i politici di Vienna ritennero che la Russia non avrebbe osato sfidare le Potenze Centrali  e avrebbe lasciato a sé stessa la Serbia, com’era già avvenuto nel 1908 in occasione dell’annessione della Bosnia-Erzegovina da parte dell’Austria-Ungheria. Nei giorni immediatamente successivi, però, apparve chiaro che la Russia si sarebbe mossa in aiuto della Serbia e che, quindi, lo scontro decisivo con essa sarebbe divenuto inevitabile. Perciò una settimana dopo, il 31 luglio, venne ordinata la mobilitazione generale.  L’ipotesi “R” si era realizzata: e tuttavia la mobilitazione era già in pieno svolgimento  secondo la “Concentrazione B”. Infatti nei Balcani si stavano radunando  non solo i tre corpi del “Gruppo Minimo”, bensì i sette previsti dall’ipotesi di guerra contro la sola Serbia e il Montenegro (e con la neutralità russa). Invece  la dichiarazione di guerra alla Russia era stata già decisa. Soltanto, la sua comunicazione ufficiale a Pietroburgo veniva ritardata per il timore di provocare un’incursione improvvisa dei Russi attraverso il confine.  Il calcolo si rivelò errato: tale ritardo si rivelò utile ai Russi almeno altrettanto che agli Austriaci, poiché la Russia, da parte sua, aveva iniziato la mobilitazione fin dal 24 luglio. Perciò, quando la guerra fu dichiarata dall’Austria-Ungheria il 6 agosto, anche l’esercito del granduca Nicola si stava radunando a pieno ritmo, e con una settimana di vantaggio su quello austriaco. Il fatto che la mobilitazione austriaca fosse iniziata secondo le modalità della “Concentrazione B” si rivelò una spina nel fianco per lo Stato Maggiore di Vienna, che stava considerando con crescente preoccupazione la diminuzione di forze che ne sarebbe derivata  nello scontro con la Russia, ben più decisivo di quello con la piccola Serbia. Esso significava che la Seconda Armata, che nell’ipotesi “R” doveva partire  (insieme all’VIII Corpo della Quinta Armata e al VII Corpo autonomo) per il fronte russo, si era invece imbarcata sui treni diretti  verso l’Ungheria meridionale.

     Conrad avrebbe voluto che la Seconda Armata venisse deviata, all’ultimo minuto, sulle linee ferroviarie adducenti alla Galizia, ma il capo del servizio ferroviario di campagna dovette opporsi. Di fronte alle nuove esigenze di una guerra contro la Russia, lo Stato Maggiore ferroviario si assnse bensì  l’onere di procedere a una radunata contro la Russia mentre quella contro la Serbiaera già in corso (un bel pasticcio!), ma a patto che fosse stabilita la data del 4 agosto come primo giorno  della mobilitazione contro la Russia, e che i trasporti per la Galizia incominciassero il 6 agosto. È pur vero che anche nell’ipotesi “R” era previsto che  la Seconda Armata, per non intasare eccessivamente la rete ferroviaria dell’Austria e dell’Ungheria, sarebbe giunta nello scacchiere nord-orientale per ultima, dopo la Quarta, la Prima e la Terza. Se essa, appena sbarcata dalle tradotte in Sirmia e nel Banato, fosse stata rimessa in treno immediatamente e avviata verso la Galizia, avebbe potuto giungervi senza ritardo rispetto alla tabella di marcia prevista dai piani del tempo di pace. Così, ai sette corpi affluenti nei Balcani si sarebbero aggiunti i quattro  destinati in Galizia secondo il piano di “Concentrazione R”, lasciando ai confini serbi solo i tre corpi previsti dal “Gruppo Minimo”. Tale ripartizione delle forze, 1/4 del totale contro la Serbiae 3/4 contro la Russia, rispondeva a una giusta valutazione militare, poiché discendeva dall’esatto apprezzamento dell’assoluta priorità delle operazioni  contro il potentissimo Impero dello Zar.

     D’altra parte, esistevano non poche considerazioni che spingevano  a un’altra possibilità: quella di  liquidare subito la partita con la Serbia, attaccando poi a fondo la Russia. Data la notoria lentezza della mobilitazione russa, il margine di tempo disponibile sembrava abbastanza ragionevole.  Con l’applicazione di questa variante (che però sconvolgeva tutti i piani del tempo di pace), i quattro corpi supplementari destinati allo scacchiere nord-orientale  avrebbero dovuto rimanere nei Balcani per sferrare immediatamente, insieme al “Gruppo Minimo”, un’offensiva decisiva contro la Serbia; frattanto i sette corpi radunati in Galizia avrebbero dovuto mantenere anch’essi una attitudine offensiva, sfruttando la presunta debolezza iniziale della Russia.  Eliminata rapidamente la Serbia, in Galizia sarebero affluiti subito dopo sia i quattro corpi facenti parte dello scaglione “B”, sia – presumibilmente – i tre corpi del cosiddeto Gruppo Minimo”. 

     L’esecuzione di questo audace piano avrebbe alterato considerevolmente la radunata iniziale prevista per i due distinti teatri di guerra, destinandovi nuclei di forze pressoché uguali (sette corpi  contro la Serbia e nove contro la Russia). Potiorek, geloso del Conrad e più che mai deciso a lanciare contro la Serbia la “sua” offensiva, lungamente studiata in tempo di pace, premeva in ogni modo perché si adottase questa soluzione, che gli avrebbe permesso di svolgere un ruolo autonomo e al tempo stesso decisivo nello svolgimento delle operazioni militari.

     Conrad, dopo alcune incertezze, non volle rinunciare alla Seconda Armata sul fronte russo, per tutto il tempo che sarebbe stato necessario a infliggere una sconfitta risolutiva alla Serbia; tuttavia, sotto la spinta degli avvenimenti maturati nei Balcani e sotto la pressione di fattori di politica estera, decise – grave errore – di addivenire a un compromesso, che si può sintetizzare nel modo seguente. Le operazioni effettive contro la Serbia sarebbero state condotte dalla Quinta e dalla Sesta Armata; la Seconda Armata con l’VIII e il VII Corpo, mobilitati con lo “scaglione B”, avrebbero dovuto portare  solo un aiuto indiretto con la loro presenza, inducendo  i Serbi a distaccare parte del loro esercito per fronteggiarli, subito dopo, e senza essersi seriamente impegnati in operazioni effettive.  La Seconda Armata (con l’VIII e il VII Corpo) sarebbe partita per la Galizia verso il 18 agosto, dove già si trovavano due suoi corpi, il III e il XII, partiti con lo scaglione “R”.  Insieme ad essi, Conrad pensò dapprima di richiamare  in Galizia anche l’VIII Corpo della Quinta Armata, ma poi vi rinunciò. In ogni caso, egli sperava (un brutto verbo, per uno stratega che abbia il vantaggio della prima mossa)che la Seconda Armata sarebbe giunta in tempo per partecipare allo scontro decisivo con i Russi.

     Queste variazioni dell’ultima ora, dovute alla circostanza che prima si era incominciata la mobilitazione “B” e poco dopo si era verificata la situazione prevista dal piano “R”, alterarono sensibilmente i piani austriaci iniziali. Infatti le forze destinate ai Balcani comprendevano ora la Quinta Armata (Corpi VIII e XIII) e la Sesta (Corpi XV e VI): in totale 10 divisioni di fanteria, 3 brigate di Landstirm e 2 di marcia. Il “Gruppo Minimo” inizialmente previsto  avrebbe dovuto essere invece formato da 8 divisioni e 6 brigate indipendenti. Tale aumento  delle forze desinate al fronte serbo andò, naturalmente, a scapito  di quelle operanti contro la Russia.  Ancor più grave fu il fatto che, in effetti, la Seconda Armata e il VII Corpo furono in parte assorbiti dalle operazioni in Serbia e non poterono giungere in Galizia che con grave ritardo e poco per volta.

    Riassumendo, si possono individuare almeno tre gravi errori da parte austriaca nella fase iniziale della mobilitazione, dovuti a una concezione militare opportunistica, volta cioè a seguire di volta in volta la strada più facile o, comunque, la più allettante. E cioè

–         un errore politico, nel non aver previsto che la Russia, questa volta (e diversamente dal 1908) non avrebbe mai abbandonato al suo destino la Serbia, nazione da essa protetta per motivi strategici e di prestigio;

–         un primo errore strategico, nel non aver saputo imporre al Potiorek la rinuncia alla prevista offensiva contro la Serbia e l’adozione di una attitudine strettamente difensiva nello scacchiere balcanico;

–         un secondo errore strategico, nell’avere autorizzato un parziale e temporaneo coinvolgimento della Seconda Armata e dei Corpi VII e VIII nell’offensiva contro la Serbia, illudendosi però di poterle impiegare anche in tempo utile per partecipare allo scontro decisivo coi Russi; ciò che significò, in pratica, ritirarli dal fronte serbo prima che avessero potuto dare un contributo efficace all’offensiva di Potiorek, e portarli in Galizia quando ormai la sconfitta dell’ala destra austriaca si profilava come inevitabile.

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2.    IL PIANO DI AVANZATA AUSTRIACO.

     Gli accordi austro-tedeschi del tempo di pace, nel caso di un conflitto contro la Francia e la Russia, affidavano all’Austria-Ungheria una funzione primaria sul fronte orientale. Ciò avrebbe dovuto consentire ai Tedeschi di muovere con la quasi totalità delle loro forze per eliminare rapidamente l’esercito francese, in applicazione del Piano Schlieffen modificato da Moltke junior.  Una volta eliminata la Francia, le armate tedesche sarebbero state immediatamente trasferite all’est per unirsi all’esercito austro-ungarico nell’offensiva decisiva conro la Russia.  Moltke aveva detto a Conrad che contava di completare la campagna contro la Francia entro il 39° giorno dalla mobilitazione, e aveva promesso che, a partire dal 40° giorno, le forze tedesche  avrebbero cominciato ad affluire sul fronte orientale in appoggio alle armate austro-ungariche. Per tutto questo tempo, dunque, le forze di Conrad avrebbero dovuto vincolare la maggior quantità possibile di armate russe, per “coprirele spalle” alla Germania mentre questa era impegnata contro la Francia. Moltke, da parte sua, non aveva preso in considerazione l’eventualità di dover evacuare temporaneamente la Prussia Orientale: la sua difesa sarebbe stata affidata a una intera armata, l’Ottava, affidata al generale Prittwitz von Gaffron.

     Diversamente dai Francesi che, vedendosi attaccati dalla quasi totalità dell’esercito tedesco, chiesero insistentemente  ai Russi di alleggerirli con un’offensiva contro la Prussia Orientale, Conrad si adattò ai piani prestabiliti, secondo i quali nella prima fase della guerra egli non avrebbe dovuto attendersi alcun soccorso da parte delle forze germaniche sul fronte orientale.  Tuttavia, come sarebbe emerso quasi subito nel corso delle operazioni, egli si aspettava una collaborazione molto attiva da parte dell’Ottava Armata di Prittwitz.

     Al capo di Stato Maggiore austriaco si presenavano varie possibilità nella condotta della guerra conro la Russia.  Negli ultimi anni prima della guerra, lo Stato Maggiore austriaco aveva considerato la possibilità  di sfruttare a scopo difensivo le linee fluviali ad andamento  longitudinale della Galizia orientale. La linea del San e del Dniester si presentava come una posizione difensiva naturalmente forte; su di essa sarebbe stato possibile  contenere l’attacco russo e sviluppare delle operazioni limitatamente offensive, per cogliere qualche successo locale. A tal fine era stata organizzata una serie di teste di ponte, da Sieniawa a Nizniow, che potevano essere sfruttate per colpire i Russi sul fianco; la loro capacità di resistenza era, però, assai limitata.  Si sarebbero inoltre potuti sfruttare a scopo difensivo gli affluenti di sinistra del Dniester, i quali formano una serie di solchi profondamente incisi, paralleli fra loro e in parte paludosi: ciò avrebbe offerto soprattutto la possibilità di mantenere il possesso della maggior parte della Galizia orienale, che  una ritirata dietro il Dniester avrebbe lasciato al nemico. Assumere uno schieramento difensivo dietro il San, fra la valle della Vistola e i Carpazi,  avrebbe comportato comunque dei notevoli rischi stategici: l’abbandono di tutta la Galizia orientale e dei passi montani dei Carpazi orientali avrebbe significato, per i Russi, quasi un invito a sfruttare le strade adducenti verso il cuore dell’Ungheria.  La soluzione difensiva, dunque, comportava due gravi conseguenze:  la più evidente era che, attendendo passivamente l’attacco russo, si sarebbe dato all’esercito dello Zar tutto il tempo di portare a termine la sua lenta e ingombrante macchina bellica che però, una volta radunata, avrebbe potuto disporre di una chiara superiorità numerica.  L’altra, prevalentemente di natura politica, era che iniziare la guerra contro la Russia con una ritirata volontaria  e con l’abbandonao di Leopoli, città di 350.000 abitanti e capitale della Galizia,  avrebbe avuto ripercussioni assai dannose fra le nazionalità slave in seno all’Impero asburgico. 

     Conrad, stratega audace e forse un po’ troppo ottimista, non era comunque l’uomo adatto  per una soluzione difensiva; e la dottrina militare di quegli anni ripeteva insistentemente che l’offensiva era la miglior soluzione di tutti i problemi  strategici, in Austria e in Germania non meno che in Francia e in Russia. Soprattutto, un’offensiva iniziale avrebbe consentito di sorprendere l’esercito russo  mentre la sua lenta mobilitazione era ancora in corso, e quindi di poterlo disorganizzare fin dal momento in cui, con l’arrivo dell’alleato tedesco, sarebbe stato possibile infliggergli  il colpo decisivo. La mobilitazione austriaca, più rapida, e la considerazione dell’inferiorità numerica dell’esercito austriaco, che sarebbe aumentata sempre più con il passare del tempo, invitavano Conrad a tentare un attacco immediato.

     Il saliente della Galizia offriva due alternative per una soluzione offensiva. Il fiume Bug divideva in due parti la lunga frontiera austro-russa, che correva per oltre 500 km. da Cracovia fin nei pressi di Czernowitz: rispettivamente la “faccia nord” e la “faccia est”.

     Un’offensiva austriaca attraverso la “faccia est” avrebbe dovuto invadere il Distretto Militare di Kiew e minacciare la stessa Kiew, “madre delle città russe”. Ma, avanzando nelle immense pianure dell’Ucraina, il problema della protezione del fianco sinistro sarebbe stato praticamente insolubile.

     La più ovvia direzione d’attacco per un’invasione della Russia era quella passante per la “faccia nord” della Galizia, fra le valli del Bug e della Vistola. Il primo obiettivo doveva essere la ferrovia Lublino-Cholm, il cui possesso avrebbe praticamente paralizzato la possibilità, da parte russa,  di effettuare rapidi spostamenti laterali, facendo affluire truppe da un’ala all’altra.  Lo Stato Maggiore russo aveva lasciato di proposito quella regione (come anche la zona di confine tra Polonia e Prussia Orientale) priva di buone vie di comunicazione, allo scopo di ostacolare una eventuale avanzata austriaca in direzione di Varsavia. Tuttavia lo Stato Maggiore austro-ungarico aveva optato ugualmente per questa soluzione: un’offensiva per la “faccia nord” avrebbe potuto fruire, infatti, di due importanti circostanze favorevoli.  Sul fianco destro avanzante, la vasta zona paludosa del Pripjat’ avrebbe potuto offrire una notevole protezione naturale, essendo impossibile, per i Russi, manovrare in quel terreno melmoso e privo di una adeguata rete stradale. L’avanzata verso nord degli Austriaci, inoltre, avrebbbe accorciato man mano la distanza dal bastione tedesco della Prussia Orientale, che si protendeva minaccioso sul fianco della Polonia russa. Se l’Ottava armata tedesca di Pritwitz avesse compiuto un’avanzata in direzione di Sedlec, cioè alle spalle di Varsavia, sarebbe stata in grado di costituire la branca settentrionale di una tenaglia, di cui le armate austro-ungariche avanzanti da sud avrebbero formato quella merdionale. Questa grandiosa operazione si sarebbe conclusa con l’accerchiamento e  la distruzione delle armate russe dislocate in Polonia in una sorta di gigantesca battaglia di Canne. Tale piano audacissimo, che anticipava poi quello realmente attuato – pur con diverse modalità e senza la distruzione del nemico – dagli Austro-Tedeschi dopo la battaglia di Tarnów-Gorlice nel 1915 – si basava sul concetto di una attiva cooperazione da parte dell’esercito tedesco. La sua realizzazione, inoltre, presupponeva un’avanzata molto rapida e una resistenza molto debole da parte dei Russi, ancora impegnati nella loro mobilitazione: in pratica, si trattava di un azzardo legato a una lotta contro il tempo. Perrò, come vedremo, i Tedeschi non erano affatto dell’idea di esporre la “faccia est” della Prussia Orientale – né, tanto meno, la Posnania e la via di Berlino – ai rischi di una possibile invasione russa, per correre con la loro unica armata sul fronte est incontro all’avanzata dell’esercito austriaco, in cui non avevano soverchia fiducia. Quindi l’Ottava Armata, secondo loro, doveva restare a sorvegliare i confini della Prussia Orientale e non avventurarsi in una lontana manovra accerchiante dall’anacronistico sapore napoleonico.

    Inoltre, un attacco austriaco sulla “faccia nord” della Galizia avrebbe lasciato esposto il fianco destro dell’ala marciante. Conrad, in verità, aveva considerato questa eventualità, così come quella di un attacco russo dalla Polonia, attraverso la “faccia nord”. Nel primo caso, le armate austriache avrebbero dovuto procurarsi spazio, avanzando a nord e scaglionandosi in profondità sulla destra; nel secondo, l’ala sinistra austriaca avrebbe dovuto eseguire una conversione  per allinearsi con l’ala destra e costituire un fronte in direzione nord-sud. Non è chiaro, però, su che cosa si sarebbe appoggiata l’estrema ala sinsitra austriaca a quel punto, poiché si sarebbe trovata sospesa letteralmente nel vuoto, nelle aperte pianure della Polonia, ed esposta a un avvolgimento avversario partente da Varsavia. Un’offensiva russa partente dalla “faccia est”, comunque, avrebbe avuto certamente il risultato di costringere gli Austriaci ad interrompere la loro avanzata in Polonia: e Conrad non poteva non rendersene conto.  Tuttavia egli aveva immaginato che, se si fosse verificata una tale eventualità,  la Prima e la Quarta Armata, alle quali era affidata l’ala sinistra “marciante” dello schieramento austriaco, sarebbero riuscite per lo meno a portarsi fino alla linea Lublino-Cholm, creando sufficiente spazio sulla “faccia nord” per poter fronteggiare saldamente la minaccia russa da est.

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3.    I PIANI DI MOBILITAZIONE RUSSI.

Il 24 luglio in Russia era stata ordinata la mobilitazione nei quattro distretti militari sud-occidentali adducenti alla frontiera con l’Austia-Ungheria, e cioè quelli di Kiew, Odessa, Mosca e Kazan’, nonché delle flotte da guerra del Baltico e del mar Nero; il 30 luglio l’ordine di mobilitazione era divenuto generale.

     Il 6 agosto, informato del trasporto verso la Francia e il Belgio delle forze tedesche  dislocate al confine orientale (tranne l’Ottava Armata), lo Stato Maggiore russo si rese conto che non v’era da attendersi alcuna offensiva in forze da parte dell’esercito tedesco. In Russia esistevano due piano di radunata, la “G” (Germania) e la “A” (Austria).  In entrambe le ipotesi era prevista la costituzione di due gruppi d’esercito:  uno del nord-ovest, affidato al generale Žilinskij, costituito dalle Armate Prima e Seconda; e uno del sud-ovest (generale Ivanov), costituito dalle armate Quinta, Terza e Ottava.

     Da tale schieramernto risulta evidente l’attitudine del Comando Supremo russo (Stawka) a concentrare lo sforzo principale contro l’Austria-Ungheria. Ma dopo le notizie pervenute alla Stawka il 6 agosto, sarebbe stato possibile lasciare ai confini della Prussia Orientale un velo di forze, per vincolarvi l’Ottava Armata di Prittwitz, e concentrare praticamente tutto l’esercitio russo in una grande offensiva risolutiva contro l’Austria e, in un secondo tempo, rivolgersi contro la Germania. Ciò sarebbe stato tanto più agevole, in quanto le forze tedesche della Prussia Orientale, se anche avessero assunto – cosa ritenuta molto improbabile – un’attitudine offensiva, avanzando avrebbero dovuto temere  irruzioni della cavalleria russa sulle loro vie di comunicazione; e, inoltre, il diverso scartamento delle ferrovie russe (e polacche) rispetto a quelle tedesche avrebbe impedito alle forze di Prittwitz di servirsene per imbastire grandi operazioni offensive. Da qualunque punto di vista si considerassero le cose, dunque, per la Stawka era ovvio che il nemico principale doveva essere l’Austria e che contro di essa, volendo, sarebbe stato possibile scagliare l’esercito russo quasi al completo, almeno nella prima fase dalla guerra.

      Invece il Comando Supremo francese, temendo di essere sopraffatto dall’esercito tedesco dopo che la manovra aggirante del Piano Schlieffen si fu pronunciata attraverso il Belgio e il Lussemburgo, e dopo che l’esercito francese era stato clamorosamente battuto nella battaglia delle frontiere, chiese insistentemente ai Russi di attaccare la Germania anche prima di aver ultimato la propria mobilitazione.  Ciò, del resto, era nello spirito e nella lettera della Convenzione militare franco-russa, sottoscritta fra i governi di Parigi e Pietroburgo nel 1892. Essa stabiliva testualmente che “se la Francia è attaccata dalla Germania, la Russia impiegherà tutte le sue forze disponibili per attacare la Germania.” (10)

    Da queste necessità contrastanti, quella di attaccare la Germania per assolvere agli obblighi dell’alleanza con la Francia, e quella di attaccare l’Austria-Ungheria, ritenuta l’avversario più immediatamente pericoloso, era nato il piano russo. Tale duplice esigenza mise la Stawka in una situazione strategica quanto mai delicata. Da un lato (come avveniva anche in Austria, per il desiderio di eliminare subito la Serbia) il fondamentale principio dell’economia delle forze veniva sacrificato a considerazioni di carattere politico più che militare; all’altro, l’obbligo di attaccare la Germania al più presto per alleggerire la pressione sull’esercito francese imponeva l’imbastitura di un’offensiva in Prussia Orientale con forze ancora incomplete, non potendosi attendere fino al termine della mobilitazione. Queste decisioni, che eccedevano le reali possibilità del pur numeroso esercito russo, delle modeste capacità di trasporto ferroviario del Paese e, in genere, delle infrastrutture militari, furono prese con una certa leggerezza e, alla prova dei fatti, non tardarono a dimostrarsi gravide di conseguenze negative.

     Lo Stato Maggiore di Pietroburgo valutava che gli Imperi Centrali, all’inizio delle operazioni, avrebbero potuto schierare sul fronte orientale  72 divisioni di fanteria, di cui  47 austro-ungariche e 25 tedesche.  La lentezza della mobilitazione russa richiedeva un mese di tempo per poter contrapporre ad esse forze equivalenti, mentre saebbero occorsi ben due mesi per poter completare lo schieramento dell’intero essrcito di campagna.  Tale lentezza era dovuta sia alla massa enorme dei mobilitati, sia alle grandi distanze esistenti fra i centri di reclutamento  e i luoghi di concentrazione stabiliti sia, infine, alla insufficienza della rete ferroviaria russa.  Quest’ultima, nel 1914, aveva una lunghezza di circa 70.000 verste (1 versta= 1 km. circa), con un totale da 1 a 3 km. di strade ferrate per ogni 100 kmq., contro  un totale da 6 a 7 dell’Austria Ungheria e di oltre 11 della Germania per una uguale sperficie. (11) Inoltre, solo il 20-25 % delle ferrovie  russe erano a doppio binario, il resto a binario unico, ciò che raddoppiava i tempi di percorrenza per le truppe e i materiali. (12) Ciò spiega il fatto che tutti i corpi d’armata siberiani e turkestani giunsero al fronte quando la lotta era stata già ingaggiata da tempo.

    Per quanto riguarda il fronte sud-ovest, allo schieramento iniziale delle Armate Quinta, Terza e Ottava si aggiunse la Quarta Armata, come previsto nell’ipotesi “A”, mentre nell’ipotesi “G” la Quarta Armata avrebbe dovuto unirsi al gruppo d’esercito nord-ovest.  Le Armate Quinta e Ottava erano forti di 4 corpi d’armata ciascuna, la Quarta ne aveva 3 e la Terza ne aveva 5. Si consideri, inoltre, che le divisioni russe erano più grandi di quelle austriache.  Il 7 agosto, poi, il granduca Nicola ordinò la costituzione della Nona Armata nella zona di Varsavia per impiegarla, secondo gli sviluppi della situazione, contro l’Austria o contro la Germania.

     Poiché la mobilitazione parziale contro l’Austria-Ungheria era iniziata il 24 luglio, lo Stato Maggiore russo potè contare su un vantaggio considerevole rispetto al proprio antagonista, compensando in buona parte gli effetti della lentezza nella propria mobilitazione. Infatti in Austria la mobilitazione generale non era incominciata che il 31 luglio, e lo Stato Maggiore ferroviario aveva rimandato al 4 agosto il primo giorno  di mobilitazione contro la Russia. Il risultato fu che l’esercito austriaco, pur disponendo di una capacità di mobilitazione più veloce, in effetti potè condurla a termine con soli pochi giorni di vantaggio sull’esercito russo e l’avanzata austriaca incontrò, di conseguenza, una resistenza mano a mano più vigorosa e ostinata.  Ben diversamente sarebbero andate le cose se la mobilitazione austriaca non fosse incominciata secondo il piano di “Concentrazione B”. A questo punto, come ben si vede, uno dei principali presupposti  per la grande offensiva di Conrad – il convincimento di muoversi molto prima dei Russi e di poterli colpire in piena fase di mobilitazione – era così sfumato per l’inettitudine della diplomazia di Vienna. Ma il Comando Supremo austro-ungarico non ebbe il coragio concettuale di trarne le logiche, inevitabili conseguenze: e la progettata offensiva sulla “faccia nord” della Galizia andò avanti, come nulla fosse stato.

10)    S. Andolenko, Storia dell’esercito russo, Firenze, 1969 p. 325.

11)    Esclusa la rete della Finlandia e la ferrovia transiberiana.

12)    Cfr. Amedeo Tosti, Condottieri dei nostri tempi.

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4.    IL PIANO DI AVANZATA RUSSO.

     Il saliente della Galizia offriva al Comando Supremo austriaco delle possibilità tali da poter minacciare i Russi in direzioni per loro assai sensibili. Due imperativi guidavano le decisioni della Stawka:  prevenire l’offensiva austriaca e portare un immediato sollievo indiretto alla Serbia. Ancora una volta, dunque, l’ansia di far presto, di non lasciare mai all’avversario  il vantaggio dell’iniziativa. 

     Il saliente polacco, insidiato a nord e a sud da territori austriaci e tedeschi, poneva lo Stato Maggiore russo in una situazione strategica iniziale piuttosto sfavorevole.  Occorreva innanzitutto rimuovere la minaccia dei due bastioni della Prussia Orientale e della Galizia, dopo di che, assicurata la protezione dei fianchi, si sarebbe potuto  pensare a un’avanzata diretta contro il cuore della Germaia, lungo l’asse Varsavia-Posen-Berlino, e contro l’Ungheria, attraverso i valichi dei Carpazi.  A tal fine tesero tutti gli sforzi diretti dal granduca Nicola  nel 1914 e nel 1915, fino al grande ripiegamento imposto dalla disfatta di Tarnów-Gorlice. Come tutti gli Stati Maggiori europei dell’epoca, anche il russo propendeva senza esitazioni per un piano basato sull’offensiva a oltranza, anzi si può dire che non prese neppure in considerazione la possibilità di incominciare laguerra sulla base di un piano difensivo.

     Il piano russo contro l’Austria-Ungheria prevedeva una offensiva concentrica  su Leopoli della Terza e dell’Ottava Armata avanzanti attraverso la “faccia est” di Galizia, mentre la Quarta Armata, per la “faccia nord”, avrebbe dovuto scendere nella valle del San e forzare questo fiume, per tagliare al grosso austriaco la via della ritirata in direzione di Cracovia. La Quinta Armata avrebbe dovuto dapprima raggiungere la linea Cieszánowa-Rawa Ruska-Magierów, per poi partecipare alle operazioni della Terza Armata sulla sua sinistra, oppure – a seconda dei casi – a quelle della  Quarta Armata alla sua destra, in direzone di Przemysl; oppure ancora  avanzare nella regione fra Leopoli e Przemysl.

     Una funzione decisiva, nei piani russi, era affidata all’ala destra. Se la Quarta Armata – eventualmente appoggiata dalla Quinta – fosse riuscita ad avanzare oltre il San, cadendo sulle linee di comunicazione austriache,  il grosso dell’esercito di Conrad sarebbe stato avvolto e distrutto in una grande battaglia iniziale (similmente a quanto lo Stato Maggiore austriaco aveva a sua volta predisposto nei confronti dell’esercito russo).  Se i resti dell’esercito austriaco sconfitto, poi, non fossero riusciti ad organizzare tempestivamente la difesa dei passi carpatici, le armate dello Zar sarebbero sboccate oltre di essi, dilagando nell’aperta e indifesa Pianura Ungherese, campo di manovra ideale per una grande massa d’invasione dotata d’imponenti unità di cavalleria. Il possesso dei passi dei Carpazi avrebbe offerto ai Russi la duplice possibilità di irrompere verso Budapst e Vienna, mettendo fuori causa l’Austria-Ungheria, e di garantire solidamente il fianco dell’esercito russo schierato dal Mar Baltico alla frontiera romena, preliminare indispensabile (al pari della conquista della Prussia Orientale) per l’imbastitura di un’offensiva a fondo verso Posen e Berlino (come accadrà poi, in circostanze diverse ma non troppo, nei primi mesi del 1945). E così i due gruppi di armate, quello del generale Žilinskij e quello del generale Ivanov, pur operando separatamente nello spazio e disponendo di comandi autonomi, avrebbero dovuto perseguire un’unica grande manovra strategica il cui scopo era la sicurezza delle ali dell’esercito russo e il cui coordiamento spettava al granduca Nicola. Questi aveva stabilito la Stawka nella città di Baranovici, posta all’incirca a eguale distanza dai due fronti, quello di nord-ovest e quello di sud-ovest.

    Il piano di operazioni perle armate del fronte sud-ovest partiva da una concezione errata. Infatti il Comando Supremo russo riteneva che il grosso dell’esercito austriaco si sarebbe schierato sulla “faccia est” di Galizia, quindi con ala destra forte, mentre invece esso si trovava sulla”faccia nord” e la sua ala marciante, sensibilmente più forte, era la sinistra. L’errore, in verità, fu reciproco: avanzando al nord, in Polonia, Conrad credeva di incontrarvi il grosso dell’esercito russo, al punto che nei suoi piani anche una parte dell’ala destra austriaca avrebbe potuto partcipare a tale offensiva: evidentemente perché non riteneva esistesse una reale minacia russa sulla “faccia est” di Galizia.  L’esito delle battaglie di Leopoli fu profondamente influenzato da questo reciproco errore strategico iniziale dei due Stati Maggiori avversari.

     Il piano russo, dunque, prevedeva un’ala sinistra forte (Armate Terza e Ottava) per sostenere l’urto maggiore  col nemico; l’ala destra, invece (Armate Quarta e Quinta), era più debole, poichè il suo compito fondamentale  era quello di cadere alle spalle dell’avversario, e la sua avanzata avrebbe dovuto effettuarsi in una regione creduta difesa da forze avversarie secondarie.

    In Galizia i Russi avrebbero potuto avvantaggiarsi di una situazione locale a loro favorevole: la popolazione rutena (ucraina) delle regioni centrali e orientali, dal fiume San alla frontiera dello Zrucz, era oppressa in patria dall’elemento polacco e quindi parteggiava compattamente per la Russia. Oltre ai Piccoli Russi della Galizia (o Ruteni), una popolazione russa era diffusa anche lungo tutto il versante ungherese dei Carpazi, dalla Slovacchia orientale alla Transilania. Queste popolazioni russe dell’Austria e dell’Ungheria costituivano per la Duplice Monarchia uno spinoso problema politico. Dai Beschidi al fiume Zbrucz, il servizio d’informazioni dell’esercito russo aveva, fra quelle popolazioni, una rete capillare di informatori che desideravano la sconfitta dell’esercito austriaco e lavoravano per facilitarla, trasmettendo, per quanto possibile, informazioni riservate di natura militare. I metodi brutali dell’amministrazione zarista, dopo la conquista della Galizia orientale da parte dell’esercito russo (di cui furono vittime principali gli Ebrei, numerosi in quelle zone), avrebbero rapidamente disilluso le speranze dei Ruteni. Tuttavia, nell’estate del 1914 essi – ignorando che in Ucraina il governo di Pietroburgo non era certo tenero con le istanze autonomiste dei loro fratelli di stirpe – guardavano alla Russia come alla loro possibile liberatrice e costituivano un elemento obiettivodi facilitazione per l’invasione della Galizia.

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PARTE TERZA

LA RADUNATA SUI FRONTI PRELIMINARI

1.     SCHIERAMENTO AUSTRIACO CONTRO LA RUSSIA.

COMANDO SUPREMO

Comandante supremo: gen. arciduca Federico.

Capo di S. M. per tutte le forze armate: gen. Conrad von Hötzendorf.

PRIMA ARMATA

Comandante: gen. Viktor von Dankl.

Corpi: I (Cracovia),  V (Pressburg), X (Prezemysl).

Tot.: 9 divisioni di fanteria, 2 divisioni di cavalleria, Legione Polacca.

TERZA ARMATA

Comandante: gen. Rudolf von Brudermann.

Corpi: XI (Leopoli), XIV (Innsbruck).

Tot.: 6 divisioni di fanteria, 3 divisioni di cavalleria.

DISACCAMENTO D’ARMATA GEN. KÖWESS

Dal 25 agosto SECONDA ARMATA

Comandante. gen.  Eduard von Böhm-Ermolli.

Corpi:  XII (Hermannstadt), II (Graz), VII (Temesvár) (13), IV (Budapest). (14)

Tot.: 13 divisioni  di fanteria, 3 divisioni di cavalleria. (15)

QUARTA ARMATA

Comandante: gen. Moritz von Auffenberg.

Corpi: II (Vienna), VI (Kaschau), IX (Leitmeritz) (16), XVII (17).

Tot.: 9 divisioni di fanteria, 2 divisioni di cavalleria.

DIST. D’ARMATA GEN. KUMMER

2 divisioni di fanteria, 1 divisione di cavalleria.

CORPO D’ARMATA TED. GEN. WOYRSCH

2 divisioni di fanteria (Landwehr).

13)    Il VII Corpo d’Armata giunse dalla Serbia fra il 27 agosto e il 2 settembre.

14)    Il IV Corpo d’Armata giunse dalla Serbia fra il 2 e il 9 settembre.

15)    Prima dell’arrivo del IV e el VII Corpo d’Armata, erano 9 divisioni di fanteria  e 3 divisioni di cavalleria.

16)    Tranne la 29.a Divisione di fanteria, rimasta nei Balcani.

17)    Il XVII Corpo d’Armata venne costituito dopo il 30 agosto.

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2.     SCHIERAMENTO RUSSO CONTRO L’AUSTRIA.

COMANDO SUPREMO

Comandante supremo: granduca Nicola Nicolaevic.

Capo di S. M.: gen. Janushkevic.

Comandante del fronte Sud-Ovest: gen. Ivanov.

Capo di S. M. del fronte Sud-Ovest: gen. Alexeiev.

QUARTA ARMATA

Comandante: gen. Zaltza.

Corpi XIV (Lublino),  XVI (Kazan’), Granatieri (Mosca).

Tot.. 9 divisioni di fanteria, 1 brigata territoriale,  4 e 1/2 divisioni di cavalleria.

QUINTA ARMATA

Comandante:  gen. Plehve.

Corpi: XXV (Mosca), XIX (Varsavia), V (Voronez), XVII (Mosca).

Tot.: 13 divisioni di fanteria, 5 divisioni di cavalleria.

TERZA ARMATA

Comandante: gen. Nikolaj Russkij.

Corpi: XXI (Kiev), XI (Rovno), IX (Kiev), X (Kharkov), III Caucasico (Vladikavkaz).

Tot.: 14 divisioni di fanteria, 4 divisioni di cavalleria.

OTTAVA ARMATA

Comandante: gen. Aleksei Brusilov.

Corpi: VII (Simperopol), XII (Winnitza), VIII (Odessa), XXIV (Samara).

Tot.: 9 divisioni di fanteria, 2 brigate tiragliatori, 5 divisioni di cavalleria.

NONA ARMATA (18)

Comandante: gen. Lecitzkij.

Corpi: I (Pietroburgo), Guardia (Pietroburgo), XVIII (Pietroburgo).

Tot.: 6 divisioni di fanteria.

18)    La Nona Armata venne costituita a partire dal 7 agosto.

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3.     VALUTAZIONE DELLE FORZE CONTRAPPOSTE.

     Esiste una notevole discordanza tra le varie fonti e i vari autori circa l’entità dei due eserciti contrapposti, austriaco e russo, schierati ai confini della Galizia nell’agosto del 1914.

     Il generale S. Andolenko ritiene che, al’inizio della campagna, le forze austro-ungariche fossero superiori a quelle russe del fronte sud-occidentale: precisamente, 41 divisioni contro 38. Nel dettaglio, Andolenko valuta a 28 divisioni la forza delle armate austriache sulla “faccia nord” (compreso il Corpo tedesco del generale Woyrsch) e a 16 divisioni quella delle armate russe loro contrapposte (la Quarta e la Quinta); sulla “faccia est” il rapporto sarebbe stato  di 13 divisioni austriache (Armate  Seconda e Terza) contro 22 divisioni russe (Armate Terza e Ottava). (19)

     Secondo il maresciallo Wavell, invece, i Russi avevano un sia pur esile vantaggio numerico: l’ala avanzante austriaca (ossia la sinistra), che comprendeva 350 battaglioni, 150 squadroni e 150 batterie, era di forza superiore alle Armate russe Quartae Quinta; mentre l’ala difensiva austriaca (la destra), forte di 200 battaglioni, 170 squadroni e 130 batterie, era considerevolmente inferiore alle Armate russe Terza e Ottava. (20)

     La valutazione della Relazione Ufficiale austriaca risulta dal seguente specchietto (21):

                            AUSTRIACI                                            RUSSI

“Faccia nord” di Galizia

Armate Prima e Quarta, Dist. d’Armata                  Armate Quarta e Quinta:

Kummer, C. d’Arm. tedesco Woyrsch:

22 divisioni di fant., 5 divisioni di cav.,                 22 e 1/2 divisioni di fant.

Legione Polacca.                                                     9 e 1/2 divisioni di cav.

“Faccia est” di Galizia

Terza Armata e Dist. d’Arm. Köwess:                     Armate Terza e Ottava

15 divisioni di fant., 6 divisioni di cav.             24 divisioni di fant., 9 divisioni di cav.

Totali

37 divisioni di fant., 11 divisioni di cav.                46 e 1/2 divisioni di fant.

Legione Polacca.                                                     18 e 1/2 divisioni di cav.

     Occorre però rilevare che le divisioni russe iniziarono la battaglia con gli effettivi anora incompleti, perché la mobilitazione era in pieno svolgimento. Così, sulla “faccia nord” di Galizia, dove inizialmente si trovavano a fronte 22 divisioni austriache di fanteria e 5 di cavalleria (più la legione Polacca) e 22 e 1/2 divisioni russe di fanteria e 9 e 1/2 di cavalleria, gli Austro-Ungarici, benché inferiori sulla carta, di fatto erano invece notevolmente superiori.  Ma, si badi, tale situazione era solamente iniziale poiché, mentre le armate austro-ungariche iniziarono la campagna con i loro effettivi al completo, i Russi poterono continuamente alimentare la lotta, immettendo sul campo forze fresche e colmando, così, i vuoti creati dalle prime, pesanti perdite.

     In conclusione, si può affermare che – all’inizio della campagna – la forza numerica dei due avversari differiva di poco, con un piccolo vantaggio probabilmente a favore dei Russi. Su un punto tutte le fonti concordano: mentre sulla “faccia nord” le Armate austriache Prima e Quarta erano superiori alla Quarta e Quinta russe, sulla “faccia est” le Armate russe Terza e Ottava godevano di una netta preponderanza sulla Seconda e Terza austriache, non solo in fatto di fanteria e cavalleria, ma soprattutto di artiglieria. In particolare, la Seconda Armata austriaca (fino al 25 agosto, Distaccamento d’Armata Köwess) era, inizialmente, molto debole: buona parte di essa era ancora fortemente impegnata in Serbia e, dei suoi due corpi radunati in Galizia, il III venne quasi subito trasferito alla Terza Armata, mentre il XII era debole e costituito in prevalenza da truppe di nazionalità romena, quindi non eccessivamente fidate.

19)    S. Andolenko, Op. cit., p. 340.

20)    Mar. Archibald Percival Wavell, Battles of Lember, inEncyclopedia Britannica, ed. 1961, vol. 13, p. 902.

21)    Kriegsarchiv, L”ultima guerra dell’Austria-Uungheria, vol. I e I bis.

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5.     LA RADUNATA AUSTRIACA IN GALIZIA.

     Una rapida avanzata russa contro Leopoli era dal Comando Supremo austriaco ritenuta possibile, anzi addirittura  probabile. Si può quindi facilmente comprendere come il Conrad, vedendo che la mobilitazione iniziata contro la Serbia arrecava un sensibile ritardo nella concentrazione di truppe prevista in Galizia, temesse irruzioni della cavalleria russa prima del 6 agosto. Se ciò fosse avvenuto, non solo il granduca Nicola avrebbe incominciato le operazioni con il vantaggio della prima mossa, ma il possesso di Leopoli e della Galizia orientale sarebbe stato compromesso da uno scacco iniziale che non avrebbe mancato di ripercuotersi sulla situazione politica interna dell’Austria-Ungheria. Se, poi, si pensa al fermo proposito di Conrad di iniziare la campagna con una grande offensiva, si comprende quale allarme dovette suscitare la prospettiva di una irruzione  nemica in Galizia mentre la mobilitazione austriaca era ancora in pieno svolgimento.

     Per non offrire ai Russi una tale possibilità, Conrad fece pressione sul Ministero degli Esteri perché la dichiarazione di guerra alla Russia venisse ritardata il più possibile: e infatti, mentre la Germania aveva dichiarato guerra fin dal 1° agosto, soltanto il mattino del 6 agosto l’ambasciatore austro-ungarico Szápary consegnò al ministro degli Esteri russo una formale dichiarazione di guerra. La nota austriaca affermava: “A causa dell’attitudine minacciosa assunta dalla Russia nel conflitto fra la Monarchia austro-ungarica e la Serbia, e a causa del fatto che in seguito a tale conflitto la Russia, secondo un comunicato del Gabinetto di Berlino, credette di dover aprire le ostilità contro la Germania e che questa si trova per conseguenza in stato di guerra con la detta Potenza, l’Austria-Ungheria si considera ugualmente in stato di guerra con la Russia.” (22).

     In realtà, fino dal 31 agosto i politici di Vienna avevano compreso come lo scontro con la Russia sarebbe stato inevitabile; fino a quella data – strano ma vero – essi si erano ancora illusi di poter condurre una guerra localizzata nei Balcani contro la sola Serbia (e il Montenegro). “L’Austria temeva della Russia come la Germania temeva dell’Inghilterra e l’una e l’altra  cercavano di tenere a bada il più a lungo possibile il proprio nemico capitale e naturale.” (23)  Abbiamo visto, però, come tale ritardo abbia giovato alla Russia non meno che all’Austria, consentendo all’esercito dello Zar di continuare indisturbato la propria mobilitazione.

     L’eventualità di una temuta irruzione della cavalleria russa oltre frontiera indusse comunque lo Stato Maggiore austro-ungarico ad effettuare la radunata in Galizia più all’interno, arretrandola dietro i fiumi San e Dniester. Solo a partire dal 9 agosto le ferrovie adducenti al teatro di guerra nord-orientale lavorarono a pieno ritmo. Le forze austro-ungariche si radunarono secondo il seguente schema:sulla “faccia nord” si radunava l’ala avanzante, il cui fianco sinistro era protetto dal Distaccamento d’Armata Kummer (7.a Divisione di cavalleria, 95.a Divisione di Landsturm austriaca e 106.a Divisione di Landsturm ungherese). Nel settore di Cracovia. La Prima Armata (Dankl) si radunava fra Sieniewa e Lancut, con i Corpi X (Przemysl) , V (Pressburg) e I (Cracovia). Fra Przemysl e Jaroslau, dietro il medio corso del San, si radunava la Quarta Armata (Auffenberg), formata da tre Corpi: il VI (Kaschau), il II (Vienna) e il IX (Leitmeritz). Sulla “faccia est” si radunava l’ala destra austriaca, impropriamente chiamata ala difensiva. La Terza Armata (Brudermann) si radunava in due gruppi: la parte più forte di essa, costituita dal nucleo del XIV Corpo, a Sambor, e la più debole (XI Gruppo) in tre scaglioni verso la frontiera. L’ala destra della TerzaArmata doveva essere coperta dalla Seconda Armata, della quale il IV e il VII Corpo erano ancora impegnati sul teatro di guerra serbo. I due Corpi radunatisi nella Galizia orientale, nel triangolo Stanislau-Stryj-Mikolajów, il XII e il III, formavano inizialmente un Distacamento d’Armata che fu posto agli ordini del comandante dello stesso XII Corpo, il generale ungherese Hermann Köwess von Kowesshàza, poiché il Comando della Seconda Armata si trovava tuttora nei Balcani con il resto dell’armata. Mentre il grosso dell’esercito austro-ungarico si radunava dietro il San e il Dniester, un solo Corpo – l’XI della Terza Armata – si radunava oltre la linea di queste due grandi barriere fluviali, in tre distinti scaglioni: a Czernowitz, a Brzezany e nella stessa Leopoli. Ancora più a nord-est, verso la frontiera, soltanto forze di copertura dovevano proteggere la regione da attacchi di masse di cavalleria avversaria. Se i Russi avessero sferrato un attacco fin dai primi giorni di ostilità, l’XI Corpo (generale Koloszváry)  avrebbe dovuto evitare d’impegnarsi prematuramente in combattimento, ritirandosi verso l’interno.

      Con sorpresa dei Comandi austriaci, la radunata in Galizia potè svolgersi senza molestie; e le scarse forze russe che attraversarono la frontiera furono facilmente ricacciate dalle sole forze di copertura austriache. Tali successi, ottenuti con poche perdite e contro un debole avversario che non intendeva lasciarsi impegnare seriamente, indussero il generale Koloszváry a voler mantenere il posseso di Leopoli finché le armate austriache, radunantesi dietro il San e il Dniester,  non avessero ultimato la mobilitazione e poi, avanzando oltre tale linea, fossero giunte a portata. Il Conrad, tuttavia, non perse di vista l’importanza assolutamente prioritaria di ultimare la radunata senza incidenti e sarebbe stato anche disposto, sia pure a malincuore, a lasciare che i Russi occupassero temporamneamente la capitale della Galizia. Rispose pertanto al generale Koloszváry lodandone le intenzioni, ma ribandendo che la decisione se mantenere Leopoli  davanti a un massiccio attacco avversario (nel quale caso il XIV Corpo, da Sambor, poteva essere portato avanti a sostegno) oppure se evacuarla, spettava unicamente al Comando Supremo.

      Nel pomeriggio del 17 agosto, Conrad con l’arciduca Federico e il loro Stato Maggiore giungevano a Przemysl, la piazzaforte sulle rive del San, e vi ponevano il loro Quartier Generale.

22)    A: Fraccaroli, Op. cit.

23)    Mario Schettini, Estate 1914. Dal dramma di Sarajevo alla guerra, Milano, 1966, p. 210.

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5. I CONTATTI AUSTRO-TEDRESCHI PER UNA COOPERAZIONE DELLA OTTAVA ARMATA.

     In armonia con l’attuazione del piano Schlieffen, in un primo tempo Conrad si adattò a sostenere da solo l’urto del grosso dell’esercito russo, per coprire le spalle alla Germania mentre questa era impegnata contro la Francia. (24) Tuttavia, pur non mettendo in discussione l’entità e la distribuzione delle forze tedesche schierate contro la Russia, egli pensava ad una attiva cooperazione con l’Ottava Armata del generale von Prittwitz, dislocata nella Prussia Orientale. In seguito ad accordi del tempo di pace, il capo di Stato Maggiore austriaco si aspettava un’offensiva dell’Ottava Armata tedesca oltre il fiume Narew, in direzione generale di Siedlec. Anzi, tale avanzata era divenuta una parte essenziale del piano offensivo di Conrad contro la Russia: esso, infatti, prevedeva una manovra della sua ala sinistra per congiungersi con le forze di Prittwitz e tagliare alla radice il saliente polacco.

      Invece, il 3 agosto, giunse a Conrad una lettera di Moltke, che lo informava delle future mosse dell’esercito tedesco sul fronte orientale. Essa compreneva quattro punti principali:

a) L’Ottava Armata avrebbe alleggerito gli Austro-Ungarici vincolando la maggior quantità possibile di forze russe dei gruppi di esercito Nord e Centro;

b) Se i Russi non avessero attaccato subito e con forze molto preponderanti la Prussia Orientale, l’Ottava Armata sarebbe penetrata in Polonia;

c) In ogni caso il Corpo del generale Woyrsch avrebbe incominciato ad avanazare il 12° giorno di mobilitazione, per unirsi all’ala sinistra austro-ungarica; di conseguenza

d) L’esercito austro-ungarico poteva contare su un vigoroso appoggio alla sua offensiva contro la Russia da parte di tutte le forze tedesche radunantesi ad est.

     La lettera, nel complesso, era vaga e poco chiara: vi si parlava di un “appoggio”assai generico da parte delle forze tedesche, ma non si faceva alcun cenno dell’unica cosa che stesse veramente a cuore a Conrad, poiché su di essa egli aveva fondato tutti i suoi piani: l’avanzata dell’Ottava Armata verso Siedlec. L’unica esplicita assicurazione circa un appoggio concreto e immediato si riferiva invece al Corpo d’Armata del generale Woyrsch, composto di due sole divisioni di truppe territoriali! Tutto ciò era in netto contrasto con le aspettative di Conrad, che iniziò una serie di pressanti richieste per ottenere il mantenimento di quelle che egli aveva ritenuto le promesse tedesche del tempo di pace. Dopo avere rinnovato a Moltke, il 3 agosto, la richiesta di effettuare l’offensiva dell’Ottava Armata su Siedlec, il 14 agosto telegrafò direttamente a Marienburg, in Prussia Orientale, presso il Quartier Generale di Prittwitz, chiedendogli la stessa cosa. (25)

      Il 15, un telegramma dell’addetto austriaco al Comando dell’Ottava Armata informò Conrad che le Armate russe Prima e Seconda stavano per sferrare un attacco concentrico, da sud e da est, contro la Prussia Orientale; pertanto non si sarebbero potute imbastire operazioni in direzione di Siedlec se non dopo aver contrattaccato l’armata russa del Njemen. Il giorno stesso, tuttavia, Conrad fece partire una nuova lettera per Marienburg, rinnovando al generale Prittwitz la richiesta di attaccare su Siedlec e perfino oltre quella località, suggerendo che la difesa della Prussia Orientale fosse lasciata alle divisioni di Landwehr e a quelle di riserva. Una lettera con analoghe richieste fu inviata al Comando dell’Ottava Armata il giorno 17 ma, come del resto le altre, non ottenne alcun risultato. Prittwitz aveva ben altre grane a cui pensare. I Russi stavano attaccando la Prussia Orientale molto in anticipo sui tempi previsti, ed egli stesso stava per andare incontro alla preoccupante sconfitta di Gumbinnen (19-20 agosto).

     L’insistenza di Conrad, benché poco realistica, si può facilmente spiegare, considerando l’audacia dei piani da lui predisposti per l’invasione della Polonia e il timore improviso di venire piantato in asso dall’alleato. Ma già il 15° giorno dopo l’inizio della mobilitazione, pur con forze ancora incomplete, la Prima Armata russa iniziava l’attacco sulla “faccia est” della Prussia Orientale, e ne seguì lo scacco dell’Ottava Armata tedesca a Gumbinnen. In una situazione di tal genere era vano attendersi una collaborazione da parte di Prittwitz (sostituito da Hindenburg dopo la sconfitta). Conrad ne prese atto, peraltro continuando a lagnarsi amaramente per la condotta dell’alleato germanico; ma non ebbe il coraggio concettuale di modificare i propri piani, benché essi fossero basati sul presupposto della cooperazione dell’Ottava Armata tedesca.

     Lo stato d’animo del capo di Stato Maggiore austriaco si evince dal tenore di uno sfogo ch’egli fece, al principio di settembre, a Josef Redlich: ” Da settimane tratto con loro [cioè i Tedeschi] per un’energica cooperazione, ma invano.  Noi abbiamo mantenuto scrupolosamente la nostra parola, i Tedeschi no. Anzitutto, non è stata mantenuta la promessa per quanto riguarda la direzione dell’attacco. Invece che contro Varsavia, la lotta viene condotta esclusivamente nella Prussia Orientale. Ora, finalmente, mi danno due divisioni di territoriali come appoggio all’armata di Dankl, il che è poco o niente.” (26)

     D’altra parte, perfino la Relazione Ufficiale austriaca (a lui decisamente favorevole) ammette ch’egli mancava di realismo quando il 15 agosto, informato della minacciosa concentrazione russa sulla “faccia est” di Galizia, Conrad ammetteva che Dankl avrebbe potuto anche non spingersi al di là di Lublino (distante 100 km. dal confine austriaco, presso Rudnik), ma al tempo stesso si aspettava che Prittwitz avanzasse fino a Siedlec (a più di 150 km. in linea d’aria dal confine prussiano) e magari oltre. La realtà è che egli, disposto a giocare il tutto per tutto in una grande offensiva contro la Russia, aveva accettato il rischio di una invasione russa dalla “faccia est” di Galizia (peraltro, come si è detto, da lui ritenuto minimo, giacché si aspettava invece un attacco sulla “faccia nord”) e si attendeva che i Tedeschi fossero disposti a correre un rischio uguale e simmetrico, nei confronti della Prussia Orientale, per spingersi verso la “radice” del saliente polacco, e aiutarlo a reciderla. Dimenticava che se l’Austria-Ungheria poteva sopportare (come di fatto accadde) una ritirata generale dalla Galizia in caso di sconfitta, la Germania ben difficilmente avrebbe potuto lascire che i Russi arrivassero a Königsberg, la cità di Kant (e, in quei giorni, erano arrivati a pochi chilometri da essa), e sia pure come prezzo temporaneo da pagare per una vittoria risolutiva contro la Francia. L’opinione pubblica ne sarebbe rimasta traumatizzata. La Prussia Orientale non era (come la Galizia perl’Austria) una remota provincia, popolata da minoranze di altra nazionalità): era l’antico cuore dello Stato dei Cavalieri Teutonici, un po’ il simbolo del germanesimo nella sua opposizione allo slavismo; nonché uno dei più antichi possedimenti del Regno di Prussia. Il colpo, per il prestigio degli Hohenzollern, sarebbe stato tremendo, senza contare che la conquista russa della Prussia Orientale, rimuovendo quel pericoloso saliente a nord della Polonia, avrebbe spalancato alle armate dello zar le porte della Posnania e la via dell’Oder, quindi di Berlino. “I Cosacchi a Berlino!”: era quello, nella seconda metà di agosto, il grande terrore dei Tedeschi: terrore che solo alcuni osavano esprimere a voce alta, per un senso innato di disciplina e di fiducia assoluta nelle capacità dei propri comandi; ma che strisciava in fondo al cuore di tutti, e lo rodeva con angosciose immagini di rovina e distruzione.

     Piuttosto, ci si potrebbe chiedere se fu saggio, da parte di Conrad, aver basato tutti i suoi piani del tempo di pace su due presupposti eccessivamente ottimistici, e che non ressero alla prova dei fatti: che la Serbia non avrebbe cosituito un problema, lasciandolo libero di scagliare quasi tutto l’esercito contro la Russia, e che l’esercito tedesco avrebbe spinto la sua collaborazione alla sua progettata manovra “napoleonica” di doppio avvolgimento fino al punto di lasciare sguarnita e indifesa una delle sue province più importanti, la Prussia Orientale. In secondo luogo ci si può chiedere se Conrad, una volta che ebbe verificato la fallacia di entrambe queste speranze, non avrebbe fatto meglio a rivedere radicalmente il suo piano stategico conro la Russia, limitandosi, se non alla difensiva dietro il San e il Dniester, a una offensiva limitata sulla “faccia nord”, badando a non scoprire troppo la “faccia est” di Galizia. Ma tutto il suo carattere non brillava e non brillò mai per elasticità e senso di improvvisazione: era uno stratega ostinato fino all’eccesso, come si vide anche più tardi, quando fu a capo del fronte italiano nel settore degli Altipiani. Nel maggio 1916 (con la Strafexpedition), nel novembre-dicembre 1917 (con la prima battaglia del Piave), nel giugno 1918 (con la battaglia del Solstizio): per tre volte mostrò la sua ostinazione, sprecando le opportunità di realizzare una vittoria decisiva in altro settore da quello da lui prescelto.

     Così, pur essendo venuto a mancare un fattore di primaria importanza quale la cooperazione dell’Ottava Armata tedesca, Conrad decise di non modificare i suoi piani per la campagna in Polonia ed intraprese, con le sue sole forze (e con il modestissimo sostegno del gruppo Woyrsch) l’avanzata tra la Vistola e il Bug occidentale, sulla “faccia nord” di Galizia.

24)    È da notarsi che ancora alla fine di luglio, nei piani austriaci, si pensava che sarebbe stata la Germania a “coprire le spalle” all’Austria verso la Russia, mentre questa sarebbe stata occupata a invadere la Serbia.

25)    All’inizio della guerra, il Comando Supremo tedesco fu rappresentato a Przemysl dal ten. Gen. Freytag-Loringhoven, sostituito al principio del 1915 dal von Cramon. Ma gli addetti militari dei due eserciti alleati non svolsero, nel primo periodo della guerra, una funzione effettiva di collegamento fra i due Stati Maggiori. Infatti le comunicazioni fra questi ultimi si svolsero per via diretta, a mezzo di lettere e radiotelegrami.

26)    J. Redlih in M. Scvhettini, La letteratura della Grande Guerra, Firenze, 1968, p. 298.

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6.     LA RADUNATA RUSSA SUL FRONTE SUD-OCCIDENTALE.

     Gli Imperi Centrali avevano contato moltissimo, nella preparazione dei loro piani, sulla lentezza della mobilitazione russa: la Germania per portare il grosso dell’esercito contro la Francia, l’Austria-Ungheria per attaccare un nemico ancora disorganizzato. Invece, tanto Moltke che Conrad dovettero constatare con sorpresa che la mobilitazione russa aveva funzionato, nonostante le gravi difficoltà, come una macchina ben oliata. Inoltre, i Russi poterono giovarsi di un vantaggio di quasi due settimane rispetto all’inizio della mobilitazone austriaca in Galizia. In Austria e in Germania ci si accorse di aver fatto eccessivo afifdamento sulla debolezza iniziale della Russia. Nelle città della Duplice Monarchia, in particolare, e nella stessa Leopoli si era creduto che “Gli Austriaci sarebbero arrivati a Varsavia o a Kiew prima che l’esercito russo fosse riuscito a disporre la metà della concentrazione delle sue forze. La vittoria dei Giapponesi sui Russi [nella guerra del 1904-05] era il grande argomento. Poi si parlava con accento ironico dello sfacelo dell’armata moscovita, rovinata alla Vodka, dissanguata e imbrogliata dagli speculatori, diretta da generali ubbriachi ed epilettici. […] In realtà, in Germania come in Austia-Ungheria, si ignorava la portata dell’opera di riorganizzazione dell’esercito russo dopo l’infelice guerra in Estremo Oriente del 1904-05. Tale riorganizzazione, realizzata in gran parte con le sovvenzioni della Francia, aveva permesso anche di migliorare alquanto le condizioni di radunata sulla fronte russo-austriaca. A ciò si aggiunga la notevole popolarità che la guerra ebbe in Russia nell’agosto del 1914, non tanto contro la Germania, quanto contro l’Austria-Ungheria. In quest’ultima la grande massa del popolo russo identificava il nemico tradizionale, che opprimeva i fratelli slavi e con le sue mire balcaniche tagliava alla Russia la via di Costantinopoli, impedendo di restaurare la croce sulla Chiesa di Santa Sofia e di raggiungere il mare libero. Il ministro degli Esteri russo Sazonov riassunse significativamente tale stato d’animo antiaustriaco all’ambasciatore francese Paléologue: No, certo, non amiamo l’Austria […]e perché dunque dovremmo amarla?  Non ci ha fatto che del male. Quanto poi  al suo venerando Imperatore, se ha ancora la corona sulla testa lo deve proprio a noi. Ricordatevi come ci ha dimostrato la sua riconoscenza nel 1855 [nella guerra di Crimea], nel 1878 [al Congresso di Berlino], nel 1908 [con l’annessione della Bosnia-Erzegovina].” (28)

     Va inoltre ricordato come le Potenze Centrali fossero all’oscuro non solo dei miglioramenti della radunata russa, ma anche degli aumenti riguardanti le forze armate di quel Paese.  In ciò una parte notevole ebbe la rete di spionaggio russa in Austria-Ungheria. Si pensi che l’ex capo dell’Ufficio spionaggio nel Ministero della Guerra austriaco, colonnello Redl, era una spia dei Russi: egli non solo aveva venduto loro il piano di mobilitazione dell’esercito austriaco in tutti i suoi dettagli nonché il piano di avanzata dell’esercito austro-ungarico in caso di guerra contro la Russia, ma aveva altresì intercettato sistematicamente le notizie degli agenti austriaci in Russia riguardanti l’aumento dell’esercito zarista, e segnalato ai Russi le spie che segnalavano con frequenza tali aumenti, in modo che venissero identificate ed eliminate. (29) Quando Redl si tradì e venne scoperto, nel maggio del 1913, non ebbe altra alternativa che quella di suicidarsi: lo stesso Conrad aveva ordinato di “chiudere l’affare Redl”. Ma intanto, allo scoppio della guerra, nel 1914, il numero delle divisioni mobilitate dalla Russia e il loro grado di efficienza costituirono, per gli Stati Maggiori austriaco e tedesco, una penosa sorpresa.

     Per la guerra contro gli Imperi Centrali la Russia mobilitò inizialmente otto armate. Oltre alle quattro destinate a operare contro l’Austria-Ungheria, due si radunarono contro la Germania (la Prima del generale Rennenkampf e la Seconda del generale Samsonov), mentre la Settima Armata (generale Nikitin) venne lasciata nella regione di Odessa e nella Bessarabia per proteggere il confine meridionale da eventuali minacce della Romania e la Sesta (generale von der Flitt) a protezione di Pietroburgo e in Finlandia (con riguardo all’esistenza, in Svezia, di un piccolo ma temibile gruppo di militari filo-tedeschi). Tra il 7 e il 10 agosto, inoltre, il granduca Nicola dispose per la costituzione di altre due armate, che avrebbero dovuto cocentrarsi nella regione di Varsavia: la Nona (generale Lecitzkij) e la Decima; quest’ultima però, dovendo essere costituita con truppe caucasiche, siberiane e turcomanne, non avrebbe potuto essere pronta che in un secondo tempo.

    Sulla “faccia nord” di Galizia si radunavano le Armate russe Quarta e Quinta. La Quarta (generale Zaltza) comprendeva i Corpi XIV (Lublino), XVI (Kazan’) e il Corpo dei Granatieri (Mosca) ed era contrapposta alla Prima austro-ungarica. La Quinta Armata (generale Plehve) era formata dai Corpi XXV (Mosca), XIX (Varsavia), V (Voronez) e XVII (Mosca) ed era contrapposta alla Quarta austro-ungarica. Passando alla “faccia est”, nel cosiddetto “piccolo triangolo fortificato” di Luck-Dubno-Rovno, nella Volinia meridionale, si andava radunando la Terza Armata russa (generale Russkij) forte dei Corpi XXI (Kiew), XI (Rovno), IX (Kiew), X (Kharkov) e del III caucasico (Vladikavkaz); quest’ultimo venne impiegato sulla “faccia nord” in appoggio alla Quarta Armata. A sud-est della Terza Armata si radunava l’Ottava (generale Brusilov) con i Corpi VII (Simferopol), XII (Winniza), VIII (Odessa) e XXIV (Samara). Tutte le armate russe erano dotate di grandi masse di cavalleria.

     Sull’estrema ala destra dello schieramento, la fascia di confine della Polonia occidentale venne evacuata spontaneamente: infatti sin dal 1910, allo scopo di accorciare i fianchi del saliente polacco facilmente minacciabili da nord e da sud, lo Stato Maggiore russo aveva preso il provvedimento di arretrare di un centinaio di chilometri le guarnigioni di frontiera e la zona di radunata. Il provvedimento, che allora aveva scatenato critiche ed infuocate polemiche, nell’estate del 1914 si dimostrò provvidenziale. Infatti già il 4 agosto le forze tedesche, avanzando con stupefacente rapidità, avevano occupato Kalisz, Czenstochau (Czenstokowa) e Bendin. Radunandosi più all’interno, le armate russe migliorarono la propria situazione strategica generale e poterono svolgere il proprio concentramento senza subire alcuna molestia.

            27)  A. Fraccaroli, cit.

28)    M. Paléologue, cit., vol. 1, p. 26.

29)  Cfr. R. H. Berndorff, L’affare Redl, in Storia Illustrata, dicembre 1857, p. 40 sgg.  È da notare, comunque, che nel 1912 anche gli Austriaci erano riusciti a procurarsi copia del piano di mobilitazione russo in caso di guerra contro l’Austria-Ungheria. Inoltre, fino al gennaio del 1914, il principale agente del servizio segreto austriaco in Russia era ricevuto dal ministro della Guerra, Suchomlinov, come intimo sia in casa che in ufficio. Cfr. Barbara W. Tuchman,  1914. I cannoni d’agosto, Milano, 1963, p. 82.

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PARTE QUARTA

LA PRIMA FASE DELLA CAMPAGNA

1.        L’AVANZATA DELLE CAVALLERIE AVVERSARIE E GLI SCONTRI DI FRONTIERA.

     Entrambi gli eserciti avversari disponevano di notevoli masse di cavalleria il cui compito era, nei primi giorni di ostilità, essnezialmente esplorativo.

      Come lo stesso Conrad prevedeva, la cavalleria russa fu pronta ad avanzare prima di quella austriaca, ma la sua avanzata incominciò solo verso il 9 agosto e si svolse dapprima contro la “faccia est” di Galizia, nell’arco di cerchio fra il Bug e il Dniester. Le divisioni di cavalleria russe, penetrando nella Galizia orientale fra Sokal e Chotin, si scontrarono con gendarmi austriaci, guardie di frontiera e truppe di Landsturm, in appoggio alle quali furono fatte avanzare le divisioni di cavalleria costituenti la riserva generale del Comando della Terza Armata, e dietro ad esse la fanteria dell’XI Corpo del generale Kolossváry. Talvolta la cavalleria russa, appoggiata anch’essa da taluni reparti di fanteria, accetò il combattimento, in altri casi preferì ripiegare oltre frontiera, senza impegnarsi nella lotta.  A Brody la 4.a Divisione di cavalleria austriaca (generale von Zaremba) ricacciò, il 15 agosto, l’11.a Divisione di cavalleria russa; a Sokal, invece, la 7.a Divisione di cavalleria russa, rinforzata da aliquote della 17.a divisione di fanteria, si sottrasse dietro  il confine senza combattere, dopo l’arrivo della 2.a Divisione di cavalleria austriaca sostenuta da 2 battaglioni di fanteria.

     A metà mese, gli Austro-Ungarici avevano ultimato il rastrellamento dei confini e le scarse forze russe erano state ricacciate con poche perdite. Risultato notevole, se si pensa che Conrad aveva preventivato l’occupazione temporanea di Lemberg da parte della cavalleria nemica, come si è visto a suo tempo. La mobilitazione austriaca poté quindi svolgersi senza molestie; e il fatto che anche il temuto attacco russo contro Leopoli non ebbe luogo contribuì a rafforzare il morale dei Comandi e delle truppe. Adesso gli Austriaci potevano impiegare a loro volta le proprie divisioni di  cavalleria per attraversare la frontiera e raccogliere informazioni per valutare l’entità delle forze russe contrapposte. Ad esse venne assegnato come obiettivo per l’esplorazione strategica lontana la linea Lublino-Kowel-Luck-Mogilev, distante ra 65 e 100 km. in linea d’aria alla frontiera. Solo uno scarso numero di aeroplani erano disponibili per la ricognizione, e Conrad desiderva che la cavalleria prendesse contatto con le teste delle armate russe che si stavano radunando; ma gli obiettivi strategici si dimostrarono per presto sproporzionati rispetto alle possibilità delle modeste forze impegnate.

      Il 15 agosto la cavalleria austro-ungarica incominciò a sua volta l’avanzata. Sulla “facia est” di Galizia, le divisioni di cavalleria della riserva del Comando del generale Köwess attraversarono lo Zbrucz, che segnava il confine austro-russo. Il 17 agosto esse si spinsero fino a Kamieniec-Podolsk, circa 22 km. oltre la frontiera, ma il giorno stesso l’avanzata su Gorodok si risolse in un insuccesso. Anche l’8.a Divisione di cavalleria di Stanislau (generale Lehmann) fu respinta dalla 10.a Divisione di cavalleria russa. Più a nord, sul fronte della Terza Armata, i combattimenti fra le opposte cavallerie ebbero esito alterno. La 2.a Divisione di cavalleria austriaca, dopo avere rioccupato Sokal, si era spinta fino a Wladimir-Wolynski, dove il 16 era stata arrestata e poi minacciata di avvolgimento da una Divisione mista di cavalleria russa che aveva a sua volta attraversato la frontiera a Rawa Ruska. Sulla “faccia nord” di Galizia la cavalleria austriaca delle Armate Prima e Quarta riuscì ad avanzare ben poco e il 16 agosto si vide impegnata a Krasnik contro ingenti forze della Quarta Armata russa.

     Nel complesso di queste operazioni, la cavalleria russa – largamente impiegata come fanteria montata – prese il sopravvento sull’avversario, mostrando una indiscutibile superiorità. Sul fronte della Terza Armata di Brudermann, la 10.a Divisione di cavalleria russa (generale Keller) avanzò con decisione dopo aver battuto la 2.a austriaca, mentre la Divisone mista di cavalleria russa minacciava, da nord, la stessa Leopoli.  Per respingere la prima, la 4.a Divisione di cavalleria austriaca avanzò a sua volta, scontrandosi con l’avversario il 21 agosto a Jaroslawice. La lotta, svoltasi a cavallo, costituì il più grande combattimento di cavalleria della guerra mondiale 1914-1918, e si risolse con la completa vittoria della 10.a Divisione di cavalleria russa.  Invece la minaccia della Divisione mista sulla capitale della Galizia orientale potè essere sventata.  La 30.a Divisione di fanteria dell’XI Corpo austriaco si schierò a Zólkiew, una ventina di chilometri a nord di Leopoli, sbarrando ai Russi la via per la capitale galiziana e, in uno scontro a Kamionka Strumilova il 21 agosto, questi ultimi perdettero il generale Wannowsky; dopo di che la Divisione mista di cavalleria, minacciata di accerchiamento, riuscì ad aprirsi la via a Turynka dopo un combattimento di sapore quasi biblico, svoltosi nel corso di una eclisse solare. Sulle due ali estreme dello schieramento austriaco, la 1.a Divisione di cavalleria del Distaccamento Köwess ripassò lo Zbrucz, e la 3.a Divisione di cavalleria della Prima Armata di Dankl fu costretta a ripiegare nel settore di Krasnik.

     In complesso, nessuna delle due cavallerie riuscì a raccogliere sufficienti informazioni e quindi i rispettivi Stati Maggiori non poterono chiarire la reale situazione dell’avversario. Da parte russa, l’avanzata delle divisioni di cavalleria in Galizia orientale era stata un provvedimento mirante a mascherare i movimenti dei grossi della fanteria retrostante, piuttosto che a svolgere una vera funzione esplorante, e in questo senso si può dire che raggiunse pienamente i propri scopi.

     Da parte austriaca, l’avanzata della cavalleria oltre frontiera il 15 agosto aveva il compito principale di chiarire l’entità e i movimenti delle armate russe, ma, spingendosi troppo avanti – sempre meno, tuttavia, di quanto avesse ottimisticamente previsto il Comando Supremo – si trovò impegnata in combattimenti di alterna fortuna, subendo gravi perdite e senza peraltro riuscire a raccogliere informazioni che le compensassero. Sulla propria cavalleria, Conrad von Hötzendorf diede questo giudizio: “Le truppe sono eccellenti, la cavalleria tanto prestigiosa da esser costretti a riprenderla, c’è troppo spiritio da cavallerizzi e troppo scarsa riflessione, nei nostri comandanti di cavalleria. Si lanciano al galoppo a corpo perduto, non importa se abbiano di fronte cavalleria o fanteria. Sembra incredibile ma è un fatto che nostri ulani ed ussari hanno effettuato attacchi contro le trincee e le hanno anche prese; certo, le perdite sono anche grandi. Il comandante Froreich, dopo il passaggio del Zbrucz, è caduto in battaglia contro i russi, e il generale Corda è anche lui gravemente ferito.” (30)

     Entrambi gli eserciti si erano trovati disorientati di fronte alle necessità della ricognizione aerea in una guerra moderna. Da pare austriaca, oltre agli apparecchi dell’esercito ci si potè avvalere delle informazioni portate da un dirigibile tedesco. Il 22 agosto il capitano d’aviazione Jenner aveva condotto il pallone Schutte-Lang da Liegnitz, nella Slesia, fino a Przemysl, sorvolando Czenstochau (Czestochowa) e Kielce e constatando l’evacuazione della Polonia sud-occidentale da parte dei Russi. Circa l’aviazione e la ricognizione aerea, Conrad ebbe a lamentare: “Gli aviatori ci fanno degli ottimi servizi., ma ne abbiamo troppo pochi, inoltre il 50% e più vanno perduti. Mi si è chiamato un folle quando ho chiesto 1.200 aerei per l’armata. Ora ci si accorge che avevo ragione…” (31) In queste parole c’è sia la constatazione dell’inadeguatezza delle concezioni tradizionali di fronte al fenomeno di una guerra in gran parte tecnologica, quale si stava annunciando, ove le “gloriose” cariche di cavalleria sarebbero state sostituite, poco alla volta, da bombe a gas, carri armati, sommergibili per la guerra indiscriminata al traffico mercantile; sia la tipica tendenza del capo di Stato Maggiore austriaco a vestire i panni della Cassandra inascoltata, di colui che in tempo di pace aveva fatto ogni sforzo per modernizzare l’esercito, ma era stato incompreso da una classe di politici gretti e avari di pubblico denaro. Ancora una volta, avrebbe dovuto piuttosto chiedersi se fissare alla sua cavalleria un raggio d’esplorazione di quasi 100 km. oltre frontiera non fosse stato un azzardo fuori di ogni ragionevolezza e se, pertanto, le gravi perdite che essa subì fin dai primi giorni di guerra non fossero dovute ai suoi piani velleitari ed irrealistici. E avrebbe dovuto chiedersi se domandare al Ministero della Guerra 1.200 aerei, per averne poi 20 o 30 di impiegabili a guerra iniziata, non fosse uno dei tanti segnali che egli aveva voluto trascinare il governo della Monarchia in una tragica avventura che esso non si sentiva intimamente di affronare, perché sentiva – come di fatto accadde – che l’invadenza politica di un Comando Supremo sconsideratamente aggressivo l’avrebbe portata alla catastrofe finale.

30)    J. Redlich in M. Schettini, Op. cit., p. 291-92.

31)    Ibidem, p. 292. È stato notato, inoltre, che la formazione di guerra austriaca comprendeva, all’inizio del conflitto, solo 42 aeroplani, e di questi solo una parte erano pronti ad essere impiegati.

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2.        LE ULTIME DISPOSIZIONI DEGLI OPPOSTI COMANDI.

L’esito insoddisfacente dell’esplorazione della cavalleria non permise al Comando Supremo austro-ungarico di farsi un’idea chiara della situazione esistente in campo avversario. L’unica informazone sicura era quella riguardante l’evacuazione della Polonia sud-occidentale da parte dei Russi (e il merito di essa non era né della cavalleria, né dell’aviazione austriache, ma di un dirigibile tedesco!). Tale evacuazione facilitava il compito del Distaccamento d’Armata Kummer, che da Cracovia era penetrato, il 17 agosto, oltre frontiera, con l’incarico di passare la Vistola a monte di Ivangorod per sostenere l’azione della Prima Armata sulla sinistra. A sua volta,il generale Kummer aveva alla propria sinistra il corpo di Landwehr tedesca del generale Woyrsch, che puntava su Radom. Come secondo obiettivo, l’avanzata di Kummer e di Woyrsch si proponeva di suscitare dei moti favorevoli all’Austria della popolazione polacca, facendo leva sul risentimento dei patrioti polacchi contro l’oppressione zarista. In realtà, lo stesso Conrad non si faceva delle illusioni in proposito; inoltre nocque molto alla causa il fatto che la Legione Polacca, organizzata il 3 agosto da Jozef Pilsudski per combattere conro i Russi, venne incorporata nella erritoriale galiziana, perdendo la propria autonomia materiale e ideale. (32) L’avanzata delle forze di Kummere di Woyrsch non riuscì, infatti, nell’intento di sollevare la popolazione locale, la quale nutriva verso i Tedeschi un odio maggiore di quello che aveva contro i Russi. L’Austria era ben vista dai Polacchi della Galizia (che la vedevano come una protezione contro la forte minoranza ucraina), ma nella Polonia russa la diffidenza era forte, tanto più che l’Austria si presentava come alleata della Germania, di cui era nota la politica di germanizzazione nei territori della Posnania, Slesia e Prussia.

     Per quanto riguarda la regione tra la Vistola e il Bug, il Comando austriaco venne informato della presenza di notevoli forze russe, valutate a cinque corpi d’armata, ciò che raffozò la decisione di Conrad di iniziare la campagna con una grande offensiva sulla “faccia nord” di Galizia.  I dubbi maggiori riguardavano i movimenti dei Russi fra il Bug e il confine della Romania, ossia sulla “faccia est”. Le scarse informazioni raccolte facevano pensare a un’attitudine offensiva delle truppe russe che si raccoglievano su un fronte preliminare preoccupantemente vicino alla frontiera: a est delo Zbrucz venivano segnalate grosse concentrazioni di forze russe fra Kamieniec-Podolsk e Proskurov.

    Nel primo pomerifggio del 15 agosto pervenne a Vienna un telegramma del console generale austro-ungarico a Iasi (capoluogo della Moldavia, in Romania) nel quale erano indicate le forze delle Armate russe Terza e Ottava (quelle schierate sulla “faccia est”) con la differenza di un solo corpo d’armata. Quindi, a quel punto, non si può dire che Conrad potesse ancora pensare che l’ala marciante russa fosse schierata sulla “faccia nord”, e che ad est non vi fossero che forze secondarie. Poi, improvvisamente, verso il 20 agosto  egli ritenne di attribuire maggiore importanza ad informazioni che parevano indicare l’assenza di cospicue forze russe sulla “faccia est” di Galizia; il 21, il generale Köwess venne informato dell’assenza di importanti forze avversarie fra il Dniester e l’alto Zbrucz.

    Intanto, in Prussia Orientale, si era combattuta la battaglia di Gumbinnen, con esito sfavorevole per i Tedeschi. I Russi, con la Prima Armata di Rennenkampf, erano penetrati profondamente dalla “faccia est” del saliente prussiano, giungendo ormai a pochi chilometri da Königsberg; dalla “faccia sud” anch la Seconda Armata di Samsonov si accingeva a varcare la frontiera, sia pure a ranghi incompleti. L’Ottava Armata di von Prittwitz, pur avendo il vantaggio di potersi muovere per linee interne (grazie anche all’ottima rete ferroviaria ivi esistente), rischiava di trovarsi stretto in una morsa fra due armate nemiche avanzanti ed ebbe una crisi di panico, che indusse il Comando Supremo a rimuoverlo dalle sue funzioni per affidare l’Ottava Armata a un anziano generale ormai in pensione: Paul von Hindenburg. Era quello l’inizio della riscossa tedesca, che sarebbe culminata nei due tremendi capolavori strategici di Tannenberg (26-30 agosto) e dei Laghi Masuri (6-15 settembre): ma in quel momento, verso il 21 agosto, nessuno poteva immaginarlo. In quel momento, l’unica cosa certa era che due poderose armate russe stavano avanzando a tenaglia verso il cuore della Prussia Orientale, e che il generale Moltke, assorbito dalle operazioni sul fronte occidentale, non poteva distogliervi forze importanti per parare la minaccia sul fronte orientale. Che Prittwitz, in quelle circostanze, potesse ancora avere la testa per pensare alla discussa e problematica offensiva in direzione di Siedlec, concordata con gli Austriaci (a loro dire) in tempo di pace, per tagliare alla radice il saliente polacco, è cosa che dovrebbe fare semplicemente sorridere. Eppure Conrad continuavaa crederci, o quantomeno a sperarlo. La cosa sarebbe senz’altro incredibile, se non vi facesse riferimento la stessa Relazione Ufficiale austriaca: egli aveva già avuto notizia della sconfitta di Prittwitz a Gumbinnen e dell’invasione russa della Prussia Orientale, e tuttavia continuava a ritenere possibile un’avanzata tedesca su Siedlec, per realizzare la grande manovra avvolgente contro l’esercito russo in Polonia.

     Si ha l’impressione, studiando il comportamento del Comanbdo Supremo austriaco in quei giorni decisivi, che troppo spesso abbia voluto far coincidere la realtà con i propri desideri, trascurando le notizie allarmanti e sopravvalutando, invece, quelle che meglio si adattavano ai piani prestabiliti. Come stava avvenendo in Serbia negli stessi giorni, il Comando austriaco (di Potiorek, in quel caso) appariva risoluto a voler effettuare una operazione lungamente studiata in tempo di pace, pur essendo notevolmente mutate le condizioniche quei piani avevano determinati.  Né la mancata offensiva tedesca su Siedlec, né le notizie riguardanti il minaccioso e tempestivo schieramento dei Russi, specialmente sulla “faccia est” di Galizia, riuscirono a  influenzare o modificare la decisione di Conrad di incominciare ugualmente l’offensiva in Polonia, dunque sulla “faccia nord”, secondo i piani predisposti in tempo di pace.

     È pur vero che l’avanzata austriaca verso nord doveva servire anche a creare spazio nel caso di un attacco russo da est, ed è altrettanto vero che i Tedeschi avevano sottovalutato non meno degli Austro-Ungarici la possibilità che l’esercito russo fosse pronto ad avanzare molto prima di quanto da loro previsto. Tuttavia, in Galizia come in Serbia nell’azione di comando si palesò l’eccessiva rigidità della dottrina militare austriaca, pur con i dovuti distinguo – non c’è dubbio, ad esempio, che Conrad possedeva un’ampiezza di vedute strategica superiore a quella di Potiorek. Anch’egli, però, sembra aver commesso l’errore di obbedire ciecamente ai principi teorici della propria dottrina militare. Come scrive il generale Geloso a proposito di quest’ultima, “la manovra a doppio avvolgimento [per Conrad] è premessa indispensabile di vittoria: rapporto tra le forze, rapidità di mosse le soggiacciono.” (3) Ora, appunto questi due ultimi fattori sembrano aver pesato troppo poco nelle decisoni del Comando Supremo austriaco: i rapporti di forza, che esso riteneva essere, almeno all’inizio, favorevoli, e la celerità di mosse: ma, in realtà, la mobilitazione contro la Russia era incominciata con troppo ritardo per consentire la riuscita del fattore sorpresa. Ancor più grave il fatto che entrambi questi fattori vennero subordinati al dogma (poiché di un vero dogma si trattava) della manovra a doppio avvolgimento: infatti, in questo caso, tale manovra era illusoria, palesandosi sempre più improbabile (e, a un certo punto, francamente inverosimile) la cooperazione della branca tedesca, partente dalla Prussia Orientale e operante su Siedlec. Possiamo ricordare, di sfuggita, che alcune delle più grandi battaglie della prima guerra mondiale furono vinte senza tener in alcun conto la dottrina della manovra a doppio avvolgimento. Lo sfondamento russo di Luck, nel giugno 1916, che mise fuori combattimento qualcosa come 700.000 soldati austriaci, non fu – dal punto di vista tattico – che una strordinaria ricognizione in forze, preceduta da una efficace  e meticolosa preparazione di artiglieria e da un impiego a massa della cavalleria. La conquista di Riga da parte dei Tedeschi, realizzata il 3 settembre 1917 contro una linea difensiva ben organizzata e contro truppe e comandi che non si lasciarono cogliere impreparati, e coronata il 20 ottobre seguente dallo sbarco sulle isole di Osel, Dagö e Mohn all’ingresso del Golfo di Curlandia, fu un’altra operazione vittoriosa che ebbe un successo strepitoso a dispetto del fatto che bisognava attaccare un fronte lineare e, per giunta, rafforzato da una notevole barriera naturale, quella del fiume Dvina occidentale. Infine la dodicesima battaglia dell’Isonzo, meglio nota in Italia come battaglia di Caporetto, il 24 ottobre 1917, vide gli Austro-Tedeschi realizzare uno sfondamento decisivo – che lasciò nelle loro mani 370.000 prigionieri, 3.200 cannoni, 1.700 bombarde e 3.000 mitragliatrici – non avvenne grazie a una doppia manovra avvolgente ma a una tattica modernissima (sperimentata, appunto, a Riga) basata su di una potente ma breve preparazione di artiglieria e su una fulminea infiltrazione della fanteria nelle retrovie del fronte nemico, sfruttando i fondovalle e trascurando i caposaldi, in modo da far crollare tutto il fronte non con una manovra avvolgente di tipo tradizionale, ma con la minaccia, soprattutto psicologica, della manovra avvolgente, contro la quale truppe e comandi legati a una concezione difensiva “rigida” sono praticamente inermi.

     Anche da parte russa, l’impiego di numerose divisoni di cavalleria si dimostrò del tutto insufficiente a chiarire la posizione e i movimenti dell’esercito avversario. Quanto al principale canale d’informazioni russo in Galizia orientale, ossia la fitta rete di fiduciari ruteni, anch’esso deluse notevolmente le speranze della Stawka e non consentì di conoscere in maniera adeguata la distribuzione delle forze austro-ungariche.  Il fallimento della rete di sionaggio russa in Galizia orientale non può imputarsi soltanto alla durissima azione repressiva delle autorità militari austriache, dal momento che i molti arresti e le condanne a morte non riuscrono a distogliere i Ruteni dal favorire l’esercito russo in ogni modo, anche spingendosi oltre le linee per trasmettere informazioni.

    Il giornalista italiano Arnaldo Fraccaroli, che fu corrispondente di guerra in Galizia nell’agosto 1914, ha scritto un drammatico resoconto sulla sorte delle spie ucraine a Leopoli, in quei giorni. ” […] passava ogni tanto qualche drappello tragico:  fra due linee di soldati con la baionetta inastata procedevano lividi, tremanti, con gli occhi sperduti, gruppi di ruteni arrestati per tradimento e per spionaggio: uomini, donne, vecchi, popi. La gente li guardava intonitita: passavano dei moribondi. Il destino di quei disgraziati non aveva misteri. L’Austria li impiccava: impiccava e fucilava, tutti. Da un mese la forca e i drappelli delle esecuzioni lavoravano in tutta la Galizia, e in Boemia, e nella Bucovina. I ruteni sono russofili. L’Austria aveva detto che i ruteni aiutavano il nemico, che facevano la spia, che tradivano la patria – patria dei ruteni: l’Austria – e li eliminava […]” (34)

     Né giovò alla causa austriaca il fatto che il Comitato Nazionale ruteno della Galizia godesse dell’appoggio finanziario delle autorità austriache e del console generale tedesco a Leopoli, Karl Heinze, e che il vescovo ucraino di Leopoli, conte Roman Andrzej Szeptycki, appoggiasse la causa austriaca nella speranza di portare alla Chiesa uniate della Galizia anche i greco-ortodossi dell’Ucraina russa. (35) Entrambe le iniziative, quella del Comitato nazionale ruteno e quella del vescovo uniate, ebbero ben poco seguito e non modificarono sostanzialmente l’atteggiamento filo-russo dei 4 milioni di Ruteni della Galizia.

     Nonostante la scarsità delle informazioni raccolte, il generale Ivanov, nel suo Quartier Generale in Volinia, il 18 agosto decise di far avanzare immediatamente le sue Armate Terza e Ottava contro la “faccia est” di Galizia. L’irruzione russa oltre la frontiera austriaca ebbe inizio il 22 agosto con l’attraversamento del fiume Zbrucz da parte dei Corpi VII, XIII e VIII dell’Ottava Armata di Brusilov, che occuparono Husiatyn e avanzarono verso il Sereth. Mentre il centro e la destra dell’Ottava Armata, mossisi dalla regione di Proskurov, si spingevano avanti, l’ala sinistra – costituita dal XXIV Corpo – si era trattenuta indietro, a Kamieniec-Podolsk, a protezione del fianco meridionale, temendo forse una possibile contromanovra delle modeste forze austriache che presidiavano Czernowitz e che potevano spingersi, per Chotin, attraverso il Dniester, minacciando di avvolgere l’ala sinistra russa da sud. Il 22 agosto anche la Terza Armata russa passò la frontiera fra Zbaraz (a nord-est di Tarnopol) e il settore di Brody. In quel momento le forze austriache contrapposte, la Terza Armata di Brudermann e il Distaccamento d’Armata del generale Köwess (che aveva ceduto il suo III Corpo all’armata vicina) erano ancora schierati molto all’interno, dietro il Bug occidentale e la Zlota Lipa.

    Sulla “faccia nord” di Galizia, benchè entrambe con forze ancora incomplete, anche la Quarta e la Quinta Armata russa si erano mosse verso la frontiera. La Quarta Armata era giunta, con i suoi reparti avanzati, sulla linea Jozefów-Bychawa, a cavallo della linea Lublino-Krasnik, col XIV Corpo verso la Vistola, il XVI al centro e il Corpo dei Granatieri sulla sinistra. L’avanguardia della quinta Armata, più ad est, aveva raggiunto la linea Krasnostaw-Wladimir Wolynski, a sud della ferrovia Kowel-Lublin.

     Il piano russo era semplice e lineare e, come osserva giustamente il maresciallo Wavell, richiedeva solo capacità di guida da parte dei comandi e lotte e marce continue da parte delle truppe. L’abilità dei comandanti e l’infaticabilità del soldato russo, il forte e paziente mugik, sembravano in grado di assicurare all’esercito dello Zar entrambi i requisiti richiesti. Ma, soprattutto, lo schema d’operazioni della Stawka poteva sfruttare due fattori che, da sempre, costituiscono i migliori alleati  dell’esecito russo: lo spazio e il tempo. La Russia, ‘immensa come lo spazio e paziente come il tempo’, non temeva l’eventualità di ritirate parziali, perché alla fin fine esse non avrebbero fatto altro che aggravare la situazione del nemico, spintosi nelle sue pianure sconfinate, qualora un insuccesso sui fianchi lo avesse costretto a ripiegare.

     Le possibilità di riuscita del piano austriaco erano strettamente legate alla realizzazione di un’avanzata rapida e profonda, per impedire che i due tradizionali alleati dell’esercito russo avessero modo di far sentire tutto il proprio peso. Soprattutto, era necessaria una vittoria decisiva nelle prime settimane della campagna: se avessero mancato di ottenere un rapido successo sull’avversario, le probabilità favorevoli agli Austriaci non avrebbero fatto che diminuire.

34)    A. Fraccaroli, Op. cit.

35)    Cfr. Fritz Fischer, Assalto al potere mondiale. La Germania nella guerra 1914-1918, Torino, 1965, p. 154, 150.

36)    A. P. Wavell, cit., vol, 13, p. 903.

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3.        BATTAGLIE DI KRASNIK E KOMARÓW.

Il 20 agosto il generale Conrad aveva informato i suoi comandanti d’armata che intendeva sferrare l’offensiva verso nord con il concorso di tutte le forze. All’uopo le Armate Prima e Quarta erano giunte il 21 su un fronte preliminare, mentre anche la Terza Armata doveva volgersi verso nord e portarsi sulla linea Kulików-Zólkiew-Magierów, sulla strada Leopoli-Rawa Ruska, poco a nord della capitale della Galizia orientale. Infine il generale Köwess doveva passare a nord del Dniester, schierandosi fra Leopoli e Przemyslány. Tale schieramento veso nord rifletteva ancora una volta il fermo convincimento di Conrad, peraltro difficilmente spiegabile, che nessun pericolo minacciasse la Galizia orientale da est: in tal modo la sua ala destra, già fin troppo debole, veniva a volgere il fianco destro ai Russi che proprio allora erano in procinto da irrompere attraverso la frontiera da Brody, Zbaracz e dal fiume Zbrucz. In pratica, la protezione di Leopoli incombeva ora al solo Distaccamento d’Armata Köwess.

     La notiziadell’invasione russa dalla “faccia est” di Galizia giunse poco dopo al Comando Supremo austro-ungarico, e tuttaia Conrad volle mantenere le disposizioni già date per l’attacco verso nord non solo per la Prima e la Seconda Armata, ma anche per la Terza Armata e perfino per una parte della Seconda (il cui Comando, in trasferimento dall’Ungheria meridionale, era atteso per il 25 a Stanislau). Non solo, ma il III Corpo del generale Köwess venne fatto passare alle dipendenze del Comando della Terza Armata, talché le forze del Distaccamento d’Armata si riducevano ora al XII Corpo (3 divisioni di fanteria), all’11.a Divisione di fanteria della riserva del Comanbdo d’Armata, e a 3 divisioni di cavalleria già notevolmente indebolite. A queste scarse truppe, costituite in maggioranza – per di più – da reggimenti di nazionalità romena non troppo fidati, Conrad ordinò, il 22, di rallentare l’avanzata dei Russi su Tarnopol e poi, se questi avessero puntato direttamente in direzione di Leopoli, di effettuare contro di essi “un attacco poderoso”. Una sola brigata di fanteria di Landsturm  doveva proteggere la frontiera della Bucovina settentrionale, tra i fiumi Pruth e Dniester; ciò che sollevò l’ala sinistra dell’Ottava Armata russa da qualunque minaccia di eventuali contrattacchi partenti da Czernowitz, e consentì anche al XXIV Corpo russo di passare, senza molestie, il fiume Zbrucz.

     Il 23 agosto la Quarta Armata austro-ungarica attraversò senza lotta la difficile zona della Tanew superiore. Sulla sua sinistra, la Prima Armata si era messa in movimento il giorno prima, superando a sua volta la bassura della Tanew e lasciandosi alle spalle quel difficile terreno, in parte boscoso e in parte paludoso, ove la lenta avanzata delle truppe e dei carreggi avrebbe reso gli Austriaci particolarmente vulnerabili ad un attacco russo. Pochi chilometri più a nord, in direzione opposta procedevano gli scaglioni avanzati della Quarta Armata russa. La Prima Armata austro-ungarica aveva appena risalito la soglia collinosa a nord della bassura del San e della Tanew, ritrovando – su quel terreno aperto – lapropria libertà di manovra, quando urtò frontalmente nelle truppe russe che scendevano verso sud. La lotta si accese nelle prime ore del 23 agosto.

     Sull’ala sinistra austriaca, il I Corpo (generale Kirchbach auf Lauterbach) rigettò la 18.a Divisione russa. Al centro il V Corpo (generale Phuallo) occupò le collinee il villaggio di Polichna, sulla strada Janw-Lublino. Sull’ala destra il X Corpo occupò le altrure di Frampol. In quel momento lo schieramento austriaco, allungandosi da Innopol a Frampol, aveva assunto un andamento obliquo da nord-ovest a sud-est. Il generale Dankl pensò di avvolgere i Russi facendo avanzare l’ala sinistra, mentre il centro e la destra avrebbero dovuto limitarsi a tener fermo sulle alture che avevano occpate. Il Distaccamento d’Armata Kummer, che avanzava sulla sinistra della Vistola, avrebbe dovuto passare questo fiume per sostenere sulla sinistra l’azione della Prima Armata.

     Da parte russa, il generale Zaltza rimase notevolmente impressionato dagli scacchi subiti, e il giorno 24 ordinò alla sua Quarta Armata di ripiegare sul fronte Wikolaz-Bychawa-Krzsczónow, a cavallo della Bystrzyca, pensando così di assumere uno schieramento più lineare che impedisse al nemico di sfruttare la propria posizione avanzata verso la Vistola per minacciare di aggiramento la sua ala sinistra (XIV Corpo). In realtà, benchè uscite vittoriose da questo primo violento e improvviso scontro col nemico, le truppe austriache erano già spossate, poiché la lunga marcia di avvicinamento dalla zona di radunata le aveva considerevolmente provate ancor prima che esse prendessero contatto con i Russi. Ciò consentì a questi ultimi di ripiegare senza essere incalzati; e inoltre di fermarsi più a sud della linea prevista da Zaltza.

     Dal canto suo, la Stawka ideò una manovra per rovesciare la situazione ed infliggere un colpo decisivo all’ala sinistra avanzante dell’esercito austriaco. Mentre l’ala sinistra della Quarta Armata russa (Granatieri) si manteneva sull’altura di Goraj (a nord di Frampol), la Quinta Armata del generale Plehve – che, frattanto, stava sboccando a sud senza incontrare avversari – avrebbe sferrato un attacco contro l’ala destra e il rovescio della Quarta Armata austriaca, che essa riteneva trovarsi in quel momento fra Zamosc e Tomaszów.

     Il 25 agosto l’Armata di Dankl sferrò un nuovo attacco sull’ala sinistra, sorprendendo i Russi mentre stavano prendendo posizione e ricacciandoli su tutto il fronte nella direzione generale di Lublino (ove si trovava il Comando del generale Zaltza). La Quarta Armata russa si ritirò sulla linea Belycze-Berzechów-Bychawa-Turobin: l’ala destra (XIV Corpo) ripiegò fin a una ventina di chilometri da Lublino.

     La battaglia di Krasnik, durata dal 23 al 25 agosto, aveva visto contrapposti 104 battaglioni, 100 squadroni e 350 pezzi d’artiglieria della Quarta Armata russa ai 144 battaglioni, 71 squadroni e 350 pezzi della prima Armata austro-ungarica. I due avversari avevano lottato accanitamente, subendo entrambi forti perdite. Il bottino del generale Dankl fu di 6.000 prigionieri e 25 pezzi. La manovra avvolgente da lui progettata sull’ala sinistra era mancata per la stanchezza delle sue truppe e la pronta ritirata dell’avversario. Dal canto suo, la Quarta Armata russa aveva subito un grave scacco, perdendo anche le importanti alture di Goraj e ripiegando a ridosso di Lublino. Il generale Zaltza, che non era riuscito a coordinare l’azione delle sue forze e si era lasciato eccessivamente impressionare dagli insuccessi iniziali, fu rimosso dal comando e sostituito dal generale Evert.

     Il 25 la Quinta Armata russa arrivò sul fronte assegnatole. L’ala destra (XXV Corpo), compiendo una conversione, aveva attraversato la Labunka ad est di Zamosc, spingendosi in direzione dell’ala sinistra della Quarta Armata che era arretrata oltre Turobin. Il centro della Quinta (Corpi XIX e V) scendeva da Zubowice e Warez verso la linea Krasnobród-Tomaszów-Chodywance, col II Corpo sulla sinistra, il IX al centro e il VI sulla destra. Quando il generale Auffenberg seppe che il grosso della Quinta Armata russa era ancora lontano verso nord-est, volle sferrare subito l’attacco contro l’avanguardia avversaria.

     Com’era già accaduto a Krasnik il 23, le due armate si scontrarono il 26 in una battaglia d’incontro. Ad ovest, il II e IX Corpo austro-ungarici rigettarono il XXV Corpo russo fra Deszkowice e Zamosc, mentre a est della strada Rawa Ruska-Zamosc il VI Corpo austriaco arretrò sulla sinistra davanti al XIX russo, mentre guadagnò terreno sulla destra respingendo le truppe del V russo.

     Frattanto, per ordine del Comando Supremo, la Terza Armata austriaca aveva dovuto cedere la sua ala sinistra alla Quarta per assistere Auffenberg nella sua avanzata sulla “faccia nord”.  Le truppe cedute erano la 3.a e l’8.a Divisione di fanteria  del XIV Corpo alpino e la 41.a Divisione di fanteria Honvéd della riserva generale del Comando di Brudermann; esse vennero poste agli ordini del comandante dello stesso XIV Corpo, generale di fanteria arciduca Giuseppe Ferdinando. Dopo aver pernottato il 25 sul fronte Zólkiew-Magierów, il Gruppo Arciduca avanzò il 26 su Mosty Wielkie e Bulyny sulla Rata, ma nel pomerigggio – essendo stato rimesso alle dipendenze della Terza Armata – ritornò verso la linea Zólkiew-Leopoli. Queste disposizioni contraddittorie non consentirono al generale Auffenberg di impiegare efficacemente il Gruppo Arciduca e quindi, per la protezione del proprio fianco destro, egli provvide con il VI Corpo, con la 19.a Divisione di fanteria del XVII Corpo e con il Corpo di cavalleria di Wittmann (formato dalla 6.a e dalla 10.a Divisione di cavalleria).

     Il 27 il generale Plehve ordinò di riprendere l’attacco con il centro e l’ala destra: il XXVII avrebe dovuto intervenire nelle lotte verso Tomaszów, affrettandosi dietro il V. La linea di combattimento veniva così ad assumere una configurazione approssimativamente a forma di “Z”, con il XIX, il V e il XVII Corpo russo che si addentravano verso il gomito della Gotokija, determinando a nord-ovest una breccia verso il XXV Corpo. L’attacco della Quinta Armata russa progredì sensibilmente sull’ala sinistra, dove il Corpo di cavalleria Wittmann si ritirò precipitosamente da Uhnów fino a Rawa Ruska; anche il VI Corpo austriaco dovette, a sua volta, ripiegare.

     All’altra estremità del campo di battaglia, il XXV russo venne cacciato da Zamosc dalla pressione del II Corpo austriaco. Conrad, allora, ordinò al Gruppo Arciduca di ripassare agli ordini di Auffenberg (per la seconda volta in poche ore!), ma l’attacco di esso non poté pronunciarsi che il giorno dopo. Il giorno 28 il V Corpo russo ottenne un successo considerevole contro il VI austriaco, catturando alcune migliaia di prigionieri e parecchi cannoni. Tuttavia, mentre il centro della Quinta Armata russa irrompeva verso sud, sull’ala destra il IX Corpo austriaco aveva occupato le alture di Zamosc, e sulla sinistra il XVII e il Gruppo Arciduca avanzarono battendo il XVII russo, che era arrivato da Sokal. La sera del 28 la “Z” iniziale era diventata una “V” in cui il centro e la sinistra dell’Armata di Plehve erano premuti su tre lati dai corpi di Auffenberg. A nord-ovest la breccia fra XIX e XXV Corpo russo, insidiata dal II austriaco, era ormai ampia una trentina di chilometri. Una breccia ancor più ampia si era aperta frattanto tra la Quinta e la Terza Armata russe, che avevano perso il contatto reciproco; ed un’altra si era prodotta fra la Quarta e la Terza Armata austriache, provocata – quest’ultima – dal ripiegamento di Brudermann e dal contemporaneo assorbimento nella battaglia di Komarów del Gruppo Arciduca, che si era spinto verso nord.

    In quel momento, solo da parte austriaca si ebbe la chiara percezione di ciò che sarebbe potuto accadere nelle prossime ore attorno a Komarów, e la sera del 28 il generale Auffenberg impartì gli ordini per serrare con la massima energia i tre corpi d’armata russi dislocati a cavallo della Huczwa. Dal suo Comando di Cholm, invece, il generale Plehve non afferrò subito la gravità della situazione relativa alla propria armata; ben al contrario, pensò che il XX e il V Corpo russi sarebbero riusciti a strappare la vittoria.

     Il giorno 29 la lotta registrò gli assalti delle due ali avvolgenti della Quarta Armata austriaca. Sul fianco sinistro, il II Corpo austriaco non riuscì a spingere il suo cuneo verso est e sud-est, ma stabilì uno stretto contatto col X Corpo della Prima Armata che stava attaccando il XXV russo verso Krasnostaw. Sul fianco destro il Gruppo Arciduca batté nuovamente il XVII russo, spingendosi verso nord. Più a sud, 3 divisioni di cavalleria e un gruppo di fanteria dovevano proteggere il tergo da eventuali minacce della Terza Armata russa. Al centro, l’attacco del V Corpo russo venne fermato dal VI austriaco, mentre il XIX russo respinse da Komarów il IX austriaco. Per il giorno 30 Auffenberg ordinò il proseguimento dell’azione delle sue ali avvolgenti: ma quel giorno il II Corpo non riuscì a fare alcun progresso e il Gruppo Arciduca, pur riportando un nuovo successo, non potè sfruttarlo per lo stato di esaurimento delle truppe.

     Il generale Plehve, che fino a quel momento si era ostinato a voler mantenere le proprie posizioni, quando seppe della perdita di Krasnostaw, si decise ad ordinare il ripiegamento generale. Deciso a distruggere l’avversario in una battaglia tipo Canne, Auffenberg ordinò per 31 agosto ai Corpi II, IX e XVII di attaccare i Russi insaccati a Komarów, mentre il Gruppo Arciduca doveva spingere a nord-est le sue divisioni di cavalleria, allo scopo di interrompere i ponti sul Bug e tagliare alle forze di Plehve la via della ritirata. Invece l’arretramento del II Corpo austriaco, effettuato il gorno prima nel settore di Zamosc, impedì al IX di avanzare a sua volta. Al centro, il VI Corpo austriaco di Boroevic prese Komarów, respingendone il XIX Corpo russo. Il Gruppo Arciduca, sulla destra, non poté assolvere il proprio compito perché venne fermato dal XVII Corpo russo che combatteva con disperato valore. La mancata interruzione dei ponti sul Bug consentì quindi la ritirata generale della Quinta Armata russa, che quasi per miracolo potè sfuggire, all’ultimo momento, all’accerchiamento. La Quarta Armata austro-ungarica aveva catturato oltre 10.000 prigionieri e circa 150 pezzi d’artiglieria; il generale Auffenberg ricevette dall’imperatore Francesco Giuseppe una delle maggiori decorazioni degli Asburgo.

     Tuttavia la riuscita della “Canne” era mancata proprio quando la distruzione completa della Quinta Armata russa appariva ormai prossima. Attribuire ciò ai contemporanei insuccesi della Terza Armata austro-ungarica, che provocarono il richiamo di Auffenberg, non sarebbe corretto: solo il 31 agosto la pressione del Comando Supremo, causa la sconfitta in Galizia orientale, indusse Auffenberg ad accelerare i tempi, disponendo per il 1° settembre un attacco della sua ala destra verso est. In realtà, a quella data la “Canne” era già sfumata e la battaglia di Komarów, combattuta da entrambe le parti con grandissimo accanimento, stava per risolversi in una vittoria “ordinaria”: il 2 settembre le truppe austriache, avanzando, trovarono le posizioni dei Russi già evacuate. I motivi del mancato accerchiamento vanno individuati nell’estrema spossatezza delle truppe e nel cattivo funzionamento delle ali avvolgenti.

     Le truppe dell’ala sinistra dell’esercito austriaco erano giunte sulla linea del fuoco già stanche per le lunghe marce iniziate dalla zona di radunata dietro il San; e la battaglia di Komarów, che si protrasse dal 26 agosto al 1° settembre, non consentì loro un momento di sosta: dovettero combattere ininterrottamente per una settimana, dopo aver marciato a tappe forzate per parecchi giorni. I progressi del II Corpo sull’ala sinistra furono insignificanti dopo il 26 agosto; sull’ala destra, il Gruppo dell’arciduca Giuseppe Ferdinando – a causa degli andirivieni fatti, e ciò fu colpa di Conrad – non poté intervenire efficacemente che a partire dal 28 agosto. Tuttavia, la mancata interruzione da parte sua dei ponti sul Bug, il 31 agosto, vide sfumare le ultime  possibilità di condurre a termine la distruzione della Quinta Armata russa, che pure era sembrata imminente.

    Da parte russa, fino al 30 agosto il generale Plehve volle resistere ostinatamente, in apparenza senza rendersi conto del gravissimo pericolo cui era esposta la sua armata. Tuttavia, quando ne prese atto, la sua ritirata fu un capolavoro di abilità, anche perché il terreno paludoso della Tanew rendeva il terreno quasi impraticabile. Non vi sono molti altri esempi, nella storia della prima guerra modiale, di una ritirata strategica altrettanto rapida e ordinata, al punto da lasciare di stucco gli inseguitori; fra essi vale la pena di ricordare l’evacuazione della riva destra del Piave, il 21 e 22 giugno 1918, da parte delle forze austriache che avevano conquistato parte del Montello, nell’ultima fase della cosiddetta battaglia del Solstizio: gli Italiani si accorsero della ritirata austriaca solo quando, avanzando verso il fiume, le loro truppe trovarono vuote le posizioni nemiche.

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4.        BATTAGLIE DELLA ZLOTA LIPA E DELLA GNILA LIPA.

La sera del 23 agosto il Comando Supremo austriaco aveva assegnato momentaneamente al Comando della Terza Armata anche il XII Corpo del generale Köwess. Mentre il 22 Conrad aveva pensato d’impiegare nell’offensiva in Polonia anche la Terza Armata e persino frazioni della Seconda, il progredire dell’avanzata russa per la “faccia est” di Galizia lo indusse poi ad affidare alla Terza Armata la protezione del fianco delle due armate avanzanti, la Prima e la Quarta; il generale Böhm-Ermolli doveva, appena giunta a Stanislau, contrattaccare le scarse forze russe avanzanti dallo Zbrucz. Al tempo stesso, però, Conrad indeboliva ulteriormente il suo fianco destro, sottraendo il grosso del XIV Corpo e la 41.a Divisione di fanteria Honvéd al generale Brudermann, per rinforzare Auffenberg duramente impegnato a Komarów. In realtà, nei disegni del capo di Stato Maggiore austriaco la lotta decisiva dove a essere ingaggiata sulla “faccia nord” di Galizia, e il pericolo di un’avanzata russa dalla “faccia est” continuava ad essere alquanto sottovalutato, nonostante le gravi avvisaglie in contrario: il che equivale a dire che Conrad seguì la politica dello struzzo piuttosto che riconsiderare i suoi piani.

    A causa della configurazione della frontiera della Galizia orientale da Brody allo Zbrucz, la Terza Armata russa sopravanzava, a nord, l’avanzata contemporanea dell’Ottava Armata; ma poiché, il 24 agosto, il generale Russkij aveva concesso una sosta alle sue truppe che, marciando fra Styr e Horyn’, erano giunte al corso superiore del Bug, l’avanzata di Brusilov – che aveva continuato l’avanzata – venne ad allinearsi con essa. Conrad, dal suo Quartier genrale di Przemysl  (molto lontano dal teatro di operazioni e molto, troppo immerso nelle sue carte geografiche) continuò, inspiegabilmente, a non darsi troppo pensiero di questa avanzata, tanto è vero che solo il giorno 23 aveva ordinato a Brudermann di non avanzare più verso nord, ma di ricacciare i Russi inoltrantisi da est; dopo di che anche la Terza Armata avrebbe tornato ad affiancare l’azione verso nord della Prima e Quarta Armata. Dunque, se pensava che Brudermann potese non solo ricacciare i Russi avanzanti su Leopoli, ma sbrigarsene pure in pochi giorni e poi riprendere ad affiancare Auffenberg, vuol proprio dire che non aveva la minima idea di quale fosse la situazione che andava maturando sulla “faccia est”.

     La notte sul 25 la Terza Armata russa pernottò sulla linea Radziechów-Toporów-Olesko-Zborów, con il XXI Corpo sull’ala destra, l’XI e il IX al centro e il X sull’ala sinistra. Russkij, dopo avere superato le truppe di copertura austriache più ad est, ebbe l’ordine dalla Stawka di non puntare direttamente su Leopoli, ma di sfilare a nord di essa per essere in grado, dalla zona di Mosty Wielkie, di sostenere la Quinta Armata di Plehve con la quale aveva perduto il contatto. A sud della Terza, l’Ottava Armata di Brusilov pernottò il 25 agosto sulla linea Wybudów-Podhajce-Monasterzyska, fra la Strypa e il torrente Koropiec, in stretto contatto con l’ala sinistra di Russkij. Gli ordini di Brusilov erano di continuare l’avanzata spingendosi fra Leopoli e il Dniester.

     Di fronte a queste forze imponenti (8 corpi d’armata e parecchie divisioni di cavalleria) il generale di Brudermann non disponeva di certo di forze adeguate ai compiti che gli erano stati assegnati. Egli aveva mantenuto l’XI Corpo a protezione di Leopoli, mentre il III si trovava sulla linea Krasno-Gotogórg e il XIII, più a sud, era schierato dietro il corso superiore della Zlota Lipa. Il Comando della Terza Armata era a Leopoli,  quello della Seconda (ancora in trasporto per ferrovia) ad Halicz. L’errore di valutazione  dell’entità delle forze nemiche irrompenti da est, già commeso dal Conrad, sembra aver influito anche sulle decisioni del comandante della Terza Armata: infatti egli ritenne di essere, per il momento, superiore di forze ai Russi  e volle attaccare al più presto. Come se ciò non bastasse, vi era divergenza di vedute fra Conrad, che pensava a uno sfondamento, e Brudermann, che  intendeva operare in maniera avvolgente. Poiché, nel frattempo, la Terza e l’Ottava Armata russe avevano continuato ad avanzare, il 26 e il 27 agosto i due avversari si urtarono in un combattimento d’incontro (così com’era avvenuto a Krasnik e Komarów) cui la storiografia russa ha dato il nome di battaglia della Zlota Lipa, mentre quella austriaca preferisce chiamarla battaglia di Zloczów.

    Il 26 agosto il III Corpo austriaco, dopo una breve avanzata, fu soverchiato dalle forze preponderanti dell’XI e del IX Corpo russi e fu costretto a ripiegare. Il X Corpo della Terza Armata russa e il VII e il XII dell’Ottava avanzarono fra Pomorzany e Brzezany, respingendo il XII di Köwess. Quella notte il generale Brudermann propose al Comando Supremo un ripiegamento generale sul fronte Zólkiew-Leopoli-Mikolajów, che non venne accettato. Evidentemente, Conrad continuava a cullarsi nelle sue illusioni e pensava che Brudermann, preso dall’emotività, esagerasse i rischi della propria situazione.

      L’indomani entrambi gli eserciti ripresero ad avanzare, scontrandosi frontalmente. “Gli Austriaci avevano occupato le colline in vicinanza di Pomorzany e procedevano da ambe le parti della strada di Zloczów per ricacciare gli invasori, ma non poterono insistere nello sforzo perché i Russi, provvisti di artiglieria formidabile, sferravano un inferno di proiettili sulle masse avanzanti”, racconterà un corrispondente di guerra italiano che fu testimone oculare di quella giornata e che ne rimase vivamente impressionato. (37)

     A nord, l’XI Corpo austriaco del generale Kolossvary, battuto, ripiegò fra la Peltew e lo Jaryczovsky Kanal; al centro il III Corpo fu ancora respinto, fra Giliany e Przemyslany;  a sud il XIII fu ributtato dietro la Zlota Lipa.

     Si profilava adesso, per la terza Armata austro-ungarica, una grave minaccia di avvolgimento su entrambi i fianchi. L’ala destra era minacciata dal XII Corpo russo che avanzava verso Rohatyn mentre, più a sud, i Corpi VIII e XXIV di Brusilov si spingevano avanti fra Podhajce e Monasterzyska, senza incontrare resistenza. Sull’ala sinistra, l’insuccesso dell’XI Corpo austriaco apriva all’ala destra del XXI Corpo russo la strada per Kamienka Strumilowa, Zóltance e Leopoli. Tale avanzata costituiva, fra l’altro, una gravissima minaccia per il tergo della Quarta Armata austriaca, tanto più che il XIV Corpo dell’arciduca Giuseppe Ferdinando era stato definitivamente avviato nella lotta di Komarów, scoprendo così del tutto il fianco destro di Auffenberg.

     Così il generale Brudermann, che il 26 agosto aveva sferrato l’attacco pensando di avvolgere i Russi, dovette ora arretrare il centro e l’ala destra della sua armata dietro la Gnila Lipa, per sfuggire al pericolo di avvolgimento che a sua volta lo stava minacciando. Le truppe austriache, che spesso si esponevano al fuoco nemico, attaccando senza neppure attendere i risultati della preparazione di artiglieria, avevano subito perdite assai pesanti e non erano state in grado di contenere l’impeto dei Russi avanzanti con forze di molto superiori. Infatti ai 115 battaglioni, 91 squadroni e 376 pezzi di Brudermann, Russkij (rinforzato da truppe di Brusliov) aveva contrapposto  ben 292 battaglioni, 162 squadroni e 720 pezzi.

    La sera del 28 agosto la Terza Armata austro-ungarica era schierata a semicerchio dalle opere campali di Leopoli presso Winniki fino a Rohatyn, passando per Kurowice, Przemyslany e Firlejów. Nel tratto meridionale del fronte si erano schierati i primi scaglioni del VII Corpo, giunti appena allora in rinforzo direttamente al teatro di guerra balcanico. Il Comando di Brudermann rimasea Leopoli, quello di Böhm-Ermolli fu posto a Stryj. Su questa linea Conrad ordinò alle due armate di “resistere fino all’estremo”.

     Dal canto suo, Russkij avrebbe voluto concedere alle sue truppe, che marciavano e combattevano ormai da diversi giorni, una sosta ristoratrice. Ma mentre il generale Ivanov, dal suo Quartier Generale di Rovno, acconsentì a tale richiesta, il granduca Nicola ordinò di riprendere l’offensiva con il massimo vigore, per “afferrare alla strozza” (era la sua espressione) gli Austriaci che tentavano di fare diga dietro la Gnila Lipa; la Terza Armata doveva puntare ora direttamente su Leopoli, mentre l’Ottava avrebbe dovuto procedere a nord del Dniester. Il ganduca Nicola era preoccupato per l’andamento della battaglia di Komarów e riteneva che, affrettando l’avanzata in Galizia orientale, Conrad avrebbe dovuto indebolire la propria ala marciante per venire in soccorso di Brudermann.

      Il 29 agosto si accese la battaglia della Gnila Lipa. È da notare che, ancora quel giorno, Conrad pensava di poter avvolgere i Russi attaccanti sulla Gnila Lipa: gli avvenimenti delle ore successive fecero sfumare definitivamente tale sua illusione. Al centro, il XII Corpo di Köwess, premuto dal X di Russkij e dal VII di Brusilov, potè a stento sottrarsi a una completa distruzione; a nord, il XXI russo avanzò su Mosty Wielkie per portare soccorso alla Quinta Armata di Plehve accerchiata a Komarów, cosa che fece ricadere principalmente su Brusilov il compito di infrangere definitivamente la resistenza austriaca sulla Gnila Lipa.  Il 30 agosto il XII Corpo austro-ungarico subì un nuovo rovescio e, sulla sua sinistra, anche il III Corpo fu costretto a ripiegare. La lotta era resa particolarmente aspra dal carattere del terreno che, pur non superando i 450 metri d’altitudine s. l. m., aveva caratteri decisamente alpini. Anche l’intervento del VII Corpo della Seconda Armata austro-ungarica si risolse in un insuccesso.

     Nella battaglia della Gnila Lipa (29-30 agosto) le Armate russe Terza e Ottava avevano impiegato 336 battaglioni, 264 squadroni e 1.214 pezzi contro 282 battaglioni, 133 squadroni e 718 pezzi delle Armate austriache Terza e Seconda. Un peso decisivo aveva avuto, nell’esito finale della lotta, la grande superiorità dell’artiglieria russa, che disponeva di un maggior numero di pezzi e di un maggior numero di munizioni di quella avversaria e che, ottimamente servita, aveva causato gravissime perdite alla fanteria austriaca. Secondo l’ambasciatore Paléologue, informato direttamente dal ministro Sazonov, le Armate russe Terza e Ottava, partendo dalla linea Kowel-Rovno-Proskurov, avevano compiuto un’avanzata di 200 km. e catturato 70.000 prigionieri e 300 cannoni. (38) Le due battaglie della Zlota Lipa e della Gnila Lipa costituiscono quella grande azione strategica chiamata prima battaglia di Leopoli (26-30 agosto), che permise ai Russi – poco dopo – di occupare la capitale della Galizia orientale.

     Pare comunque che la Stawka, all’indomani di queste importanti vittorie, non valutasse pienamente l’entità  del proprio successo. Quasi contemporaneamente, infatti, le erano giunte notizie della sconfitta subita dalla Quinta Armata a Komarów, nonché della distruzione – a Tannenberg – della Seconda Armata di Samsonov da parte dell’Ottava Armata tedesca di Hindenburg, con il Ludendorff quale capo di Stato maggiore. Questi due rovesci, verificatisi l’uno sulla “faccia nord” di Galizia e l’altro in Masuria, ai confini tra Prussia Orientale e Polonia, sembravano preludere alla temuta azione a tenaglia degli Austro-Tedeschi sui due fianchi del saliente polaccco. A seguito di questi fatti, la situazione delle armate russe in Polonia pareva divenuta pressoché insostenibile e la Stawka giunse a considerare la possibilità di doverla evacuare per consentir loro di sfuggire a una gigantesca manovra accerchiante.

     In realtà, benché sfavorevole, a uno sguardo più calmo la situazione non appariva poi così critica da giustificare una ritirata generale. Specialmente sul fronte austriaco la sconfitta delle Armate Quarta e Quinta, benché sconvolgesse i piani originari, non pareva irreparabile, tanto più che le vittorie in Galizia orientale offrivano ai Russi la possibilità di minacciare il fianco e il tergo dell’ala sinistra austriaca avanzante. La vera incognita, condizionante tutto l’atteggiamento della Stawka, era costituita dall’Ottava Armata tedesca. Se questa, ultimata il 30 agosto la distruzione quasi totale dell’Armata di Samsonov, si fosse mossa verso il Narew, vi sono pochi dubbi che i Russi avrebbero dovuto sgomberare la Polonia.

     In effetti Moltke, in quel momento, ebbe nelle sue mani – forse senza rendersene conto – il destino immediato del fronte orientale: se avesse agito d’audacia, avviando l’Ottava Armata su Siedlec a costo di consentire ai Russi d’investire Königsnberg e, forse, di occuparla temporaneamente, il saliente polacco sarebbe stato evacuato dal nemico e gli sarebbe caduto in grembo come un frutto maturo; inoltre gli Austriaci, ora impegnati in condizioni di grande incertezza, avrebbero ricevuto un aiuto determinante quando ancora le sorti della lotta sulla “faccia est” di Galizia avrebbero potuto essere rovesciate per mezzo di un successo decisivo sulla “faccia nord”. Ma Moltke, che – ossessionato dal timore dell’invasione russa in Prussia Orientale – aveva appena richiamato alcune divisioni dal fronte occidentale per inviarle a Hindenburg  (e che, sia detto fra parentesi, giunsero troppo tardi per partecipare alla battaglia di Tannenebrg) non era uomo da osare una tale audacia strategica. Era invece un uomo metodico e prudente, molto prudente; i rischi e gli azzardi non facevano parte del suo orizzonte mentale. Di conseguenza  l’Ottava Armata, appena conclusa la battaglia di Tannenberg, ebbe dal Comando Supremo generale l’ordine di volgersi contro la Prima Armata di Rennenkampf che, avanzando dalla “faccia est” della Prussia Orientale, stava per investire Königsberg da est. Era quanto occorreva alla Stawka: infatti lo stesso 31 agosto il granduca Nicola ordinò al generale Ivanov di prendere l’offensiva su tutto il fronte sud-occidentale: solo strappando a ogni costo la vittoria in Galizia si sarebbe potuto evitare una ritirata di grandi proporzioni.

     Ha osservato in proposito il generale Andolenko: “Gli insuccessi iniziali in Galizia vincolano l’atteggiamento dei Russi. Nonostante Tannenberg, l’Ottava Armata tedesca, di mezzi limitati, può essere contenuta dalle truppe che le sono contrapposte; al contrario, la ricchezza di mezzi impiegati dagli Austriaci offre a questi temibili possibilità. – Importa soprattuttoo – scrive il granduca Nicola– strappare una decisione sulle armate austro-ungariche.-” (39)

     Da parte austriaca, la sconfitta nella prima battaglia di Leopoli poneva l’intera esercito di campagna in una situazione densa di pericoli. Le proporzioni impreviste dell’avanzata di Russkij e di Brusilov costituirono senza dubbio un’amara sorpresa per lo Stato Maggiore austriaco. Nonostante i buoni risultati tattici delle azioni di Krasnik e Komarów, mancava adesso il tempo per trasformarle in grandi vittorie strategiche. Occorreva porre un argine all’avanzata russa dalla “faccia est”: e Conrad, che già durante la battaglia della Gnila Lipa aveva cominciato a pensare a una conversione della Quarta armata, per mancanza di altri rinforzi dovette concludere che era quella l’unica soluzione. Pure, egli non sembra ancora disposto a rassegnarsi all’abbandono  di Leopoli, temendo i contraccolpi di natura politica che una simile perdita avrebbe potuto avere sia nel Paese che nello stesso esercito. Perciò venne ordinato all’XI Corpo d’Armata, che nella battaglia della Gnila Lipa era rimasto quasi intatto, di schierarsi a protezione di Leopoli; mentre il III Corpo, più a sud, avrebbe dovuto attaccare sul fianco i Russi avanzanti direttamente su di essa.

    Ancora una volta i calcoli di Conrad erano stati ingiustificatamente ottimistici. L’ala destra dell’esercito austriaco era stata troppo duramente provata per essere in grado di opporsi efficacemente alle forze preponderanti che la fronteggiavano: i Corpi III, XII e VII avevano infatti subito perdite molto gravi, e abbisognavano assolutamente di una sosta per potersi riorganizzare. Inoltre le truppe austriache di nazionalità prevalentemente romena (XII Corpo) e ucraina (XI Corpo), già poco sicure, erano rimaste fortemente scosse da quei primi, gravi insuccessi e dalla palese mancanza di coordinazione con cui erano state impiegate.

     Brudermann,che fin dalla notte sul 26 aveva proposto un ampio ripiegamento, stimò necessario frapporre un ostacolo naturale tra le sue divisioni sconfitte e l’avversario incalzante, e chiese di poter arretrare dietro la Wereszyca. Solo dopo essersi riorganizzate e rese più fiduciose dal prossimo intervento della Quarta Armata, le truppe austriache avrebbero potuto riprendere l’offensiva con qualche  probabilità di successo. Lo Stato maggiore austriaco acconsentì a malincuore, sperando tuttavia che tale evacuazione sarebbe stata solo temporanea e che entro pochi giorni il ritorno offensivo della Quarta e della Terza Armata avrebbe consentito di liberare Leopoli.

      Così, il 3 settembre, gli abitanti della capitale galiziana, che da giorni sentivano tuonare il cannone sempre più vicino, assistettero all’ingresso dell’esercito russo per le strade della loro città. Sentimenti contrastanti li animavano davanti a quello spettacolo: delusione i Polacchi, esultanza i Ruteni, vero e proprio terrore gli Ebrei, cui erano già arrivate le prime notizie di pogrom a danno dei loro correligionari in vari luoghi della Galizia orientale.

37)    A. Fraccaroli, Op. cit.,

38)    M. Paléologue, cit., vol. 1, p. 98. Secondo altra fonte, nelle due vittorie di Krasnik e Komarów gli Austro-Ungarici catturarono 200 pezzi e circa 20.000 prigionieri. Confrontando il numero di cannoni presi al nemico, il bottino d’artiglieria degli Austriaci a Krasnik e Komarów fu notevole in rapporto al numero dei prigionieri; molto più modesto quello dei Russi nelle battaglie della Zlota Lipae della Gnila Lipa.

39)    S. Andolenko, Op. cit., p. 335.

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5.        LA BATTAGLIA DAVANTI A LUBLINO.

      Le truppe della Prima Armata austro-ungarica erano così esauste che il 26 agosto, anziché inseguire a fondo la Quarta Armata russa battuta a Krasnik, si limitarono a una prudente presa di contatto col fronte nemico, senza impegnarsi in combattimenti. Per il 27 agosto, tuttavia, Dankl aveva stabilito di riprendere l’avanzata. La linea austriaca, come anche quella russa contrapposta, era sempre molto obliqua, allungandosi fra il torrente Chodel e il Por.

     Il 27 la battagllia si riaccese. Al centro il V Corpo del generale Phuallo respinse il XVI russo nel settore di Bychawa, appoggiato dalla 46.a Divisione Schützen del I Corpo, ma, sull’ala sinistra austriaca – la più avanzata dello schieramento -, l’attacco del I Corpo fallì davanti al XIV russo. Il 28 la prima Armata austro-ungarica guadagnò ancora terreno, raggiungendo a sera la linea Berzechów-Jablonna-Chimel; ma la sinistra del I Corpo era sempre ferma; e il X Corpo, sulla sinistra dell’armata, era sempre molto arretrato rispetto al centro, in stretto contatto  presso il Wieprz – col II della Quarta Armata. Soprattutto, le truppe erano spossate per le marce e le lotte continue e anche le perdite erano molto forti. A ciò si aggiungevano i problemi logistici connessi con l’avanzata in una regione  priva di ferrovie e con cattive strade; i rifornimenti dovevano affluire su carreggio leggero a trazione animale. Pertanto la sera del 28 Dankl decise di concedere una pausa alle sue truppe molto provate del I e V Corpo: solo il X Corpo, su richiesta di Auffenberg, avrebbe dovuto continuare l’attacco per appoggiare l’azione dell’ala sinistra della Quarta Armata nella battaglia di Komarów.

     Da parte russa, il granduca Nicola rinforzò la Quarta Armata russa con il XVIII Corpo che stava giungendo a Ivangorod e che doveva costituire una massa d’urto da impiegarsi sull’ala destra della Quarta Armata.  Anche il III Corpo caucasico e alcune altre divisioni furono inviati verso le retrovie della Quarta Armata. Il 30 agosto il generale Lecitzkij assunse il comando del XVIII Corpo e del Corpo della Guardia, che formarono la Nona Armata destinata a operare fra la Quarta e la valle della Vistola.

     Per gli Austriaci la battaglia di Komarów, impegnando – oltre alla Quarta Armata – anche l’ala sinistra della Terza (Gruppo arciduca Giuseppe Ferdinando) e l’ala destra della Prima (X Corpo) allontanò notevolmente lo sviluppo delle operazioni dai piani originari, secpndo i quali l’avanzata in Polonia avrebbe dovuto gravitare sulla sinistra (Prima Armata) e non sulla destra. Conrad, inoltre, cominciava finalmente a dubitare di poter realizzare i piani grandiosi e audacissimi di accerchiamento delle armate russe nel saliente polacco.  Tuttavia, è degno di nota il fatto che egli si illudesse ancora che i Tedeschi avrebbero potuto lanciare la tanto desiderata offensiva verso Siedlec; tanto è vero che continuò a telegrafare a Moltke in tal senso fino al 30 agosto. Solo a quella data, cioè solo dopo la conclusione della battaglia di Tanneneberg e dopo che Hinbenburg e Ludendorff ebbero ricevuto l’ordine di volgersi contro la Seconda Armata russa di Rennenkampf, tale speranza cadde definitivamente.

    Sulla sinistra della Prima Armata austro-ungarica il Distaccamento d’Armata del generale Kummer passò la Vistola a Jozefów e si unì alle operazioni contro la Quarta Armata russa. Come non pochi altri comandanti austriaci, Dankl era dominato dalla dottrina della manovra a doppio avvolgimento e pertanto progettava, per il 30 agosto, una manovra di quel genere : sulla destra, il X Corpo avrebbe dovuto avanzare verso Lublino, mentre Kummer, sulla sinistra, avrebbe dovuto spingersi nel tratto fra Wawolnica e Belzyce. In realtà le truppe di Kummer, formate da anziane truppe di Landsturm, male equipaggiate e inadatte alle marce, non erano impiegabili come forze di prima linea in una guerra di movimento. Il mattino del 30 esse subirono un rovescio sulla sinistra e si ritirarono verso Opole; sulla destra poterono mantenere le proprie posizioni a Chodel, appoggiate dal Gruppo Kestranek. In seguito a ciò, Dankl rinunciò a impegnarle in grandi operazioni offensive e le fece arrestare, in attesa dell’arrivo del Corpo di Landwehr tedesca del generale Woyrsch, che – come si ricorderà – era stato posto alle dipendenze degli Austro-Ungarici.

     Diversamente andarono le cose sull’ala destra, ove il X Corpo austriaco conquistò Krasnostaw respingendo il XXV Corpo della Quinta Armata russa e spingendosi, così, a una quindicina di chilometri dalla ferrovia Lublino-Cholm, importantissima arteria per le comunicazioni fra la Quarta e la Quinta Armata russa.  Proseguendo la sua avanzata, il X Corpo raggiunse, il 1° settembre, la linea Czestoborowice-Faislawice, spingendo avanti la propria ala destra ormai in prossimità del nodo ferroviario di Travniki, sulla linea Cholm-Lublino. Il 2 settembre il X Corpo continuò ad attacare in direzione di Lublino ma i Russi, che ricevevano continuamente rinforzi, contrattaccarono, arrestandone i progressi.

     Il 2 settembre la linea di combattimento correva dalla Vistola fino al Wieprz passando per Opole, Wronów, Bychawa, Krzczonów e Faislawice; nel complesso il fronte della Prima Armata austro-ungarica, rispetto alla sera del 28 agosto, era rimasto press’a poco fermo sulla sinistra, aveva perso terreno al centro ed era progredito sulla destra. Il Comando del generale Dankl era stato portato, dopo la battaglia di Krasnik, da Nisko nella stessa Krasnik, a meno di 15 km. dal fronte. Nella notte fra il 2 e il 3 settembre, intanto, il Distaccamento Kummer fu costretto a ripiegare. Il 3 e il 4 settembre le truppe tedesche del Woyrsch passarono la Vistola, giungendo il giorno 5 nelle retrovie della Prima Armata.

     Il 4 settembre si pronunciò decisamente il contrattacco dei Russi con i Corpi XVIII e XIV (Nona Armata di Lecitzkij), XVI, Guardia e Granatieri (Quarta Armata di Evert), XXV e XIX  (Quinta Armata di Plehve), nonché il III Caucasico in arrivo per ferrovia. L’ala sinistra dell’ala destra della Quinta Armata russa, dovette ritirarsi più a sud. Ciò segnò la fine del tentativo, ostinatamente perseguito dagli Austriaci nei giorni precedenti, di aggirare la sinistra di Evert e di irrompere, al tempo stesso, verso l’ormai vicinissima Lublino; e l’inizio del ripiegamento della Prima Armata austro-ungarica.

     Il 5 settembre il X Corpo austriaco ripiegò fino al Por, abbandonando tutto il terreno faticosamente conquistato. Quel giorno ai 285 battaglioni, 70 squadroni e 600 pezzi della Prima Armata si contrapponevano 269 battaglioni, 74 squadroni e 918 pezzi della Quarta e Quinta Armata russe.  Considerando anche i Corpi XXV e XIX di Plehve che partecipavano alle operazioni contro la Prima Armata, i Russi schieravano in totale 22 divisioni di fanteria e 6 e 1/2 di cavalleria contro 13 divisioni di fanteria, 2 divisioni di cavalleria e 5 brigate di Landsturm degli Austriaci. Dunque i rapporti di forze, decisamente favorevoli a Dankl nella battaglia di Krasnik, erano gradatamente mutati fino a rovesciarsi completamente. A partire dal 31 agosto, poi, rassicurato circa la direzione d’attacco di Hindenburg dopo la battaglia di Tannenberg, la Stawka aveva gettato ogni divisione disponibile sul fronte di Evert, rinunciando anche alla progettata offensiva in direzione di Berlino, pur di strappare la vittoria sugli Austriaci. Tali sforzi consentirono a Evert e a Lecitzkij di riprendere l’iniziativa, allontanando definitivamente ogni minaccia dalla ferrovia Cholm-Lublino e dalla stessa città di Lublino, catturando inoltre migliaia di prigionieri, canoni e materiale vario.

     L’offensiva di Dankl aveva raggiunto la fase culminante tra la fine di agosto e l’inizio di settembre; dopo di che, per la sproporzione delle forze e per l’esaurimento delle truppe, non aveva fatto altro che iniziare a regredire. Tuttavia, il 5 settembre la Nona Armata di Lecitzkij venne contrattaccata dal I Corpo austriaco, e il 6 non fu in grado di riprendere l’attacco. Gli Austriaci cominciavano a ripiegare ma, come un leone ferito, erano ancora in grado di fermarsi di tanto in tanto per sferrare delle rudi zampate all’avversario. Inoltre il Corpo d’Armata Woyrsch venne fatto entrare in linea, schierandosi tra il V e il X Corpo austriaci. Il suo arrivo diede un qualche sollievo alle esauste truppe austriache, ma non poteva certo mutare la situazione complessiva della Prima Armata. Si profilava, pertanto, il pieno fallimento del piano di Conrad per l’invasione della Polonia: per essere forte sull’ala sinistra egli aveva indebolito la destra al punto da non poter fronteggiare l’invasione sulla “faccia est” di Galizia né evitare la perdita di Leopoli; ora anche l’ala sinistra veniva fermata e costretta ad arretrare, sia pur lentamente, da forze nemiche rese sempre più forti e aggressive mano a mano che affluivano le riserve generali della Stawka. Così gli Austriaci, che pure avevano iniziato la campagna contro la Russia in condizioni di (sia pur lieve) superiorità numerica, ora si trovavano più deboli nei due settori decisivi del fronte: quello alla sinistra della “faccia nord” e quello alla destra della “faccia est”.

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PARTE QUINTA

LA SECONDAFASE DELLA CAMPAGNA

1.     LA CONVERSIONE DELLA QUARTA ARMATA AUSTRO-UNGARICA.

     Dopo la battaglia di Komarów, Auffenberg avrebbe dovuto incalzare la Quinta Armata russa battuta, ributtandola verso nord e attaccandola continuamente. Ma la contemporanea avanzata, da est, della Terza e Ottava Armata russe – vittoriose sulla Gnila Lipa – e lo spostamento dell’ala settentrionale di Russkij verso Mosty Wielkie costituivano una minaccia immediata per il tergo della Quarta Armata austro-ungarica. Mancava il tempo, insomma, per sfruttare a fondo la vittoria di Komarów mentre, sula destra, Leopoli era sul punto di cadere  e la Seconda e la Terza Armata austriache erano sul punto di venir sopraffatte e travolte. Uno studioso moderno di strategia ha osservato che “era sorta, adesso, la questione se ritirare l’intero esercito austriaco fino alla linea del San, oppure se continuare la battaglia intorno a Leopoli  con un piano differente. Conrad optò per la soluzione più audace e decise di cercare una vittoria immediata.” (40)

     Seconda la Relazione ufficiale austriaca, “Conrad prese una decisione che può considerarsi fra le più geniali ed audaci della guerra mondiale”: lasciate solo forze minime davanti all’Armata di Plehve, il grosso di Auffenberg avrebbe compiuto una conversione per portarsi, il 3 settembre, sulla linea Uhnów-Belzec. Di lì avrebbe sferrato un attacco in fianco contro l’ala destra di Russkij che – si supponeva –  stava avanzando da est a ovest nella zona di Leopoli. Se, frattanto, Brudermann fosse stato incalzato ulteriormente verso l’interno, la Quarta Armata austriaca sarebbe arretrata anch’essa dietro la linea del San, fra Jaroslau e Lezajsk.

     L’inseguimento della Quinta Armata russa e la protezione del fianco e delle spalle di Auffenberg vennero affidati all’arciduca Giuseppe Ferdiando, che per questi gravi compiti poteva disporre del grosso del II e del XIV Corpo d’Armata, forze peraltro già molto indebolite e stanche per le marce continue e i combattimenti ininterrotti sostenuti fino ad allora.

    Conrad aveva sperato di poter mantenere il possesso di Leopoli fino a che la Quarta Armata avesse potuto pronunciare il suo attacco, mentre la Terza e l’Ottava Armata russe sarebbero state impegnate frontalmente  dalla Seconda e Terza Armata austriache. Invece nella notte fra il 1° e il 2 settembre le truppe della Terza Armata di Brudermann, schierate a protezione di Leopoli, furono prese dal panico. Vi furono ripiegamenti precipitosi e solo con molta fatica, il mattino, del 2, esse riuscirono a riordinarsi. A quel punto, tuttavia, era divenuto evidente che volersi ostinare nella resistenza contro un nemico preponderante con quelle truppe scosse e indebolite avrebbe significato esporsi a un disastro; perciò Brudermann chiese e ottenne di poter arretrare tutta la sua armata dietro il fiume Wereszyca e i laghi di Gródek. Più a sud, Böhm-Ermolli doveva portare la sua Seconda Armata verso Drohobycz e Komarno, a cavallo del Dniester, per agire a un tempo a sostegno della Terza Armata e a protezione dei retrostanti passi dei Carpazi.

     Per il 3 settembre, la Quarta Armata austro-ungarica aveva compiuto una completa conversione: i suoi tre Corpi XVII, VI e IX erano schierati fra Korczmin e Tomaszów, a nord della valle paludosa della Solokija, ed erano pronti a scendere verso il tratto Magierów-Niemirów per cadere sul fianco dei Russi avanzanti oltre Leopoli. A sud, la ritirata della Seconda e Terza Armata austriaca poté svolgersi senza molestie da parte dei Russi.

     Frattanto il generale Ivanov aveva preso una serie di provvedimenti per strappare a ogni costo la vittoria in Galizia. All’estrema ala sinistra del suo schieramento, l’Ottava Armata avrebbe dovuto tenere impegnate la Seconda e Terza Armata austriache, mentre forze di cavalleria avrebbero dovuto avanzare minacciando i passi carpatici. La Terza Armata di Russkij, anziché procedere direttamente da est a ovest oltre Leopoli (come credeva Conrad), si era alquanto spostata verso nord-est per investire il fianco destro e il tergo della Quarta Armata austriaca. Sulla “faccia nord” di Galizia, la Quinta Armata russa avrebbe dovuto interrompere il ripiegamento e avanzare sul fronte Turobin-Krasnobrod in appoggio alla Quarta; quest’ultima, insieme alla Nona, avrebbe dovuto attaccare la Prima Armata di Dankl per respingerla verso sud.

    In Galizia orientale, a mezzanotte dal 5 al 6 settembre, la situazione era la seguente. La Terza Armata russa occupava un ampio fronte a nord-vest di Leopoli, con l’ala destra (XXI Corpo) tra Warez e Belz, ; il centro (Corpi XI e IX) sul fronte Bulyny-Krechów, a sud della Rata; e l’ala sinistra (X Corpo e, temporaneamente, XII di Brusilov) davanti a Wiszenka. Di fronte ad essa avanzava – ignare l’una dell’altra –  la Quarta Armata di Auffenberg, con i Corpi IX, VI e XVII schierati sul fronte Niemirów-Huicze, in procinto di scendere a sud-est, proprio contro la linea di Russkij. A nord di essa, il Distaccamento d’Armata Giuseppe Ferdinando, a cavallo della Huczwa, fronteggiava il V Corpo russo (presso Uchanie) e il XVII (a Hrubieszów). All’estremità meridionale del fronte, l’Ottava Armata di Brusilov, tra Janów e Mikolajów, faceva fronte alla Terza Armata austro-ungarica schierata da nord-ovest a sud-est fra Jaworów e i laghi di Gródek, e alla Seconda Armata che occupava la linea della bassa Wereszyca fino alla confluenza con il Dniester.

     Brudermann, frattanto, era stato silurato: l’episodio del panico prodottosi nella Terza Armata davanti a Leopoli, nella notte fra il 1° e il 2 settembre, era stato – probabilmente – l’ultimo elemento che spinse il Comando Supremo ad adottare una tale decisione, piuttosto insolita nel pieno svolgimento di una grande battaglia campale (per fare un confronto, ricordiamo che Luigi Cadorna venne destituito dal Comando Supremo italiano non durante la dodicesima battaglia dell’Isonzo nédurante la ritirata del Friuli, ma solo quando l’esercito si fu attestato dietro il Piave e preparato alla battaglia d’arresto contro gli Austro-Tedeschi). Il comando della Terza Armata venne assunto, il giorno 4 settembre, dal generale di fanteria Svetozar Boroevic von Bojna, di nazionalità croata, che durante la battaglia di Komarów si era distinto quale comandante del VI Corpo di Kaschau agli ordini di Auffenberg. Mente lucida ed energica, Boroevic godeva della stima di Conrad che lo giudicava capace di imporsi ai suoi comandanti di corpo d’armata: ciò che appunto rimproverava di non aver saputo fare al Brudermann. La Terza Armata, adesso, comprendeva peraltro due soli Corpi, il III e l’XI, perché il XII era tornato alle dipendenze della Seconda Armata.

     Mentre una parte del Gruppo Arciduca si scontrava a Zamosc con il XIX Corpo di Plehve, la Quarta Armata austro-ungarica aveva potuto avanzare senza incontrare nemici e, per il 5 settembre, la sua complicata conversione era stata portata a termine. Il giorno 6 essa riprese ad avanzare, spingendo avanti per prima l’ala destra (IX Corpo), mentre la Terza Armata di Boroevic ebbe l’ordine di muovere in avanti a partire dalla propria ala sinistra (XI Corpo). La Terza e la Quarta Armata austro-ungarica stavano ruotando come i battenti di un portone, avvicinando le loro ali interne, contro l’avanzata frontale della Terza Armata russa che esse pensavano avanzasse molto più a sud, verso Jaworów. Ne seguì un urto frontale fra l’ala sinistra di Auffenberg e la destra di Russkij. La sorpresa non fu minore per il comandante russo, che aveva creduto la Quarta Armata austriaca molto più a nord e che aveva pensato di poterla colpire in fianco e sul tergo, cogliendola completamente di sorpresa.

     Era una strana guerra, dove una gigantesca battaglia d’incontro si accendeva alla cieca, fra due grossi eserciti che, marciando, erano rimasti fino all’ultimo minuto l’uno all’oscuro dell’altro; e ciò su un terreno aperto, pianeggiante o collinoso, coperto sì di boschi, ma con le strade ben esposte alla vista. Né l’aviazione, né la cavalleria, né il servizio d’informazioni nelle retrovie nemiche erano stati capaci di procurarsi alcuna notizia utile; nessuno dei due contendenti aveva avuto il benché minimo sentore di quanto si andava preparando. Conrad, con la conversione della sua Quarta Armata, era certo e fiducioso di sorprendere il nemico a ovest di Leopoli; Ivanov, deviando a nord-ovest la sua Quinta Armata, era altrettanto certo d’investire gli Austriaci sul tergo nella regione di Komarów. Il tutto assomigliava più a una battaglia dell’epoca napoleonica, dove – come nel caso di Waterloo – una intera armata poteva piombare inaspettata sul campo di battaglia, prendendo alle spalle l’avversario e capovolgendo le sorti di uno scontro già quasi vinto, senza che alcun segno premonitore avesse tradito il suo avvicinarsi.

40)    A. P. WAVELL, Op. cit., vol.. 13, p. 903.

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2.     LA SECONDA BATTAGLIA DI LEOPOLI.

     Il XVII Corpo austriaco, scontratosi frontalmente con l’XI Corpo russo, rimase inchiodato a est di Rawa Ruska. Invece il centro e la destra della Quarta Armata austro-ungarica, non incontrando resistenza,  avanzarono su Magierów, allineandosi con l’armata di Boroevic. Dal canto suo, Russkij aveva diretto molto a nord il suo XXI Corpo, con l’intenzione di aggirare da nord l’ala sinistra di Auffenberg ferma a Rawa Ruska, e di effettuare uno sfondamento fra Uhnów  e Laszczów per tagliare le comunicazioni fra la Quarta Armata e il Gruppo dell’arciduca Giuseppe Ferdinando. Più a sud il XII Corpo russo, tornato alle dipendenze dell’Ottava Armata, si era limitato a premere verso Janów a es di Leopoli.

     La Terza Armata austriaca raggiunse senza combattimento la linea Gródek-Janów, sulla riva destra della Wereszyca. All’estrema sinistra del fronte dell’Ottava Armata russa, gli Austriaci avevano abbandonato la testa di ponte di Mikolajów sulla riva sinistra del Dniester e le forze di Brusilov erano state così liberate dalla minaccia gravante sul proprio fianco. Il gruppo austriaco Karg, che da Mikolajów avrebbe dovuto attaccare verso Leopoli, fu respinto da due divisioni di Cosacchi nella zona a sud del Dniester.

     Il 7 settembre Conrad, preso atto dell’insuccesso dell’ala sinistra della sua Quarta Armata, mutò ancora una volta i suoi piani. Poiché l’attacco di Auffenberg sul fianco destro di Russkij poteva considerarsi ormai sfumato, la Quarta Armata avrebbe dovuto adesso limitarsi a trattenere i Russi frontalmente, mentre la Terza Armata li avrebbe attaccati al centro e la Seconda Armata, da sud, avrebbe dovuto aggirare l’ala sinistra di Brusilov, puntando su Leopoli. Piano audacissimo mirante a capovolgere le sorti della gigantesca battaglia di Galizia per strappare ad ogni costo la vittoria. Ma il fattore tempo giocava contro gli Austriaci: se la manovra della Seconda e Terza Armata non si fosse pronunciata con fulminea rapidità o se la Quarta Armata avesse nel frattempo ceduto, i rischi sarebbero stati gravissimi. Infatti le forze preponderanti della Nona, Quarta e Quinta Armata russe premevano sempre più sulla Prima Armata austriaca e sul Gruppo dell’arciduca Giuseppe Ferdinando, che non avrebbero certo potuto resistere ancora a lungo; e, quando fossero state costrette a ritirarsi, l’intero schieramento austriaco, da Rawa Ruska alla frontiera romena, sarebbe stato minacciato alle spalle. Perciò, se gli Austriaci non fossero riusciti a strappare la vittoria in Galizia orientale entro pochi giorni, le divisioni di Evert e di Lecitzkij sarebbero scese nella valle del San, sbarrando al grosso austriaco la via della ritirata su Cracovia; e anche la sinistra di Plehve avrebbe potuto intervenire direttamente contro il fianco e il tergo di Auffenberg.

     A mezzanotte del 6 settembre, l’arciduca Giuseppe Ferdinando aveva ricevuto dal Comando Supremo l’ordine di muovere verso la Prima Armata e mettersi alle sue dipendenze,  lasciando forze a potezione delle spalle di Auffenberg. Intanto, però, il 6 e il 7 l’ala sinistra della Quinta Armata russa (Corpi V e XVII) era avanzata per accerchiare il Gruppo Arciduca. Nel pomeriggio del 7 Giuseppe Ferdinando ricevette l’ordine di intervenire, col XIV Corpo, nella battaglia di Rawa Ruska e al tempo stesso d’inviare il II Corpo in appoggio alla Prima Armata di Dankl. Il Comando Supremo non diede più indicazioni relative alla protezione del tergo della Quarta Armata ma l’arciduca, che in quel momento non era in grado di mettersi in contatto con Dankl, anziché inviargli il II Corpo prese l’iniziativa di impiegare quest’ultimo per proteggere il tergo della Quarta Armata, mentre dirigeva il XIV Corpo – come richiestogli – in appoggio dell’ala sinistra di Auffenberg a nord di Rawa Ruska. Da ciò si comprende come, in alcuni settori del lunghissimo fronte che andava dalla Polonia sud-occidentale alla Bucovina, dopo due settimane di marce, combattimenti e contromarce, talune unità cominciassero a disunirsi, gli ordini dei Comandi Supemi giungessero a volte già superati dagli avvenimenti e i singoli comandanti fossero costretti ad agire di propria iniziativa, mentre pericolose falle si aprivano nei due schieramenti e la situazione generale tendeva a farsi sempre più frammentata e, di conseguenza, più confusa.

     L’offensiva della Seconda e della Terza Armata austriache venne lanciata l’8 settembre al di là della Wereszyca. A sud i Corpi XII e VII di Böm-Ermolli presero l’offensiva verso est, partendo dalla linea laghi di Grödek- confluenza del Dniester;  ma, dopo aver ottenuto qualche successo iniziale, dovettero nuovamente arretrare. L’attacco dell’XI e del III Corpo di Boroevic si scontrò frontalmente con quello dei Corpi russi XII e VII dell’ala destra di Brusilov che tentavano di avanzare fra Janów e Gródek per avvolgere gli Austriaci da nord. La Terza Armata di Boroevic non potè raggiungere gli obiettivi stabliti, ma neppure i Russi riuscirono nel loro tentativo, anzi furono minacciati a loro volta di sfondamento.

     Il 9 settembre le due armate austro-ungariche rinnovarono l’attacco. Le divisioni di Böhm-Ermolli ottennero un successo parziale, respingendo i Russi – in parte – dietro lo Szczerek e catturando 4.000 prigionieri e alcuni cannoni. Ma non era certo una vittoria risolutiva, quale sarebbe stata necessaria per prevenire un possibile cedimento dell’ala sinistra in Polonia e, quidi, la minaccia di aggiramento della stessa ala destra.

    In conclusione, l’offensiva austriaca dell’8-9 settembre oltre la Wereszyca si risolse con una assai modesta avanzata della Seconda e Terza Armata, che però non aveva recato alcun sollievo alle truppe, provatissime, della Quarta Armata di Auffenberg. Dal canto suo Brusilov, duramente impegnato dagli assalti frontali di un nemico che solo pochi giorni prima  era stato pesantemente battuto e ricacciato indietro, aveva passato alcune ore critiche e, sebbene gli Austriaci non fossero riuscuti a sfondare, anche i suoi piani per avvolgerli da Janów verso sud erano rimasti frustrati. Tuttavia è un fatto che i Russi, battendosi con grande accanimento, erano riusciti ad ingannare il Boroevic sulla reale entità delle loro forze, inducendolo a sopravvalutarla di molto.  Böhm-Ermolli, infine, aveva sì realizzato alcuni progressi su Dornfeld e Szczerzec ma, non riuscendo ad ampliarli sull’ala destra,  aveva visto venir meno la parte più importante del piano austriaco in quel settore, cioè l’azione avvolgente sulla sinistra del XXIV Corpo russo, in direzione di Leopoli.

     Né le cose erano andate meglio nel settore della Quarta Armata austro-ungarica. Mentre Russkij, con la propria ala destra, tentava di avvolgere la sinistra aversaria a nord-est di Rawa Ruska, Auffenberg aveva a sua volta manovrato per far agire in modo avvolgente le proprie ali.  Ciò, in effetti, contrastava con le istruzioni di Conrad, che pensava di opporre frontalmente la Quarta Armata alla Terza Armata russa. Le ali settentrionali delle due armate contrapposte – la sinistra di Auffenberg e la destra di Russkij – lottarono per riuscire ad aggirarsi reciprocamente; i Rusi, alla fine, ebbero la meglio e riuscirono a fare dei progressi in direzione di Uhnów. A sud, l’ala destra di Auffenberg non riuscì a fare molti progressi. Quanto al Gruppo Arciduca, il 9 settembre – per la minaccia avvolgente dell’ ala a sinistra di Plehve – dovette ritirarsi fino a Lubycza Królewska,  col II Corpo fronte a nord contro il V e il XVII della Quinta Armata russa, e il XIV fronte a nord-est sulla sinistra della Quarta Armata austriaca.

     Sul fronte della prima Armata di Dankl, il mattino del 7 l’ala destra austriaca aveva respinto un attacco a nord-est di Bychawa. Il mattino successivo le truppe di Landwehr tedesca del generale Woyrsch, attaccate a Tarnavka, perdettero parecchi pezzi d’artiglieria; al centro, il V Corpo di Puhallo rimase aggrappato al terreno;  sulla sinistra il I Corpo e il Distaccamento d’Armata Kummer non poterono avanzare. La sera dell’8 settembre la situazione era perciò la seguente. La Nona Armata russa, con i Corpi XVIII e XIV, fronteggiava fra la Vistola e la Bystrzyca il Gruppo Kummer e il I Corpo austriaco; la Quarta Armata russa (Corpi XVI, Guardia Granatieri e III Caucasico) faceva fronte al V Corpo austriaco, al Gruppo Woyrsch e all’ala sinistra del X Corpo, sulla linea Bychawa-Tarnawka-Turobin; la Quinta Armata russa (Corpi XXV e XIX) minacciava la destra del X Corpo austriaco, fra il corso inferiore del Por e Gorajec.

     Il 9 settembre la pressione della Quarta e della Nona Armata russe aumentò ulteriormente. Ad ovest il XVIII Corpo russo fece retrocedere la Landsturm di Kummer fin dietro la Wyznica; ad est i Corpi della Guardia e dei Granatieri inflissero un nuovo rovescio alle forze del Woyrsch. Nel pomeriggio, stante l’aggravarsi della sitauzione generale, Dankl dovette ordinare il ripiegamento dell’intera armata sulla linea Swiecechow-Frampol. Ma tale ripiegamento era una misura ancora inadeguata, davanti alla pressione russa sempre più minacciosa e nello stato di esaurimento in cui si trovava la Prima Armata, dopo diciotto giorni di marce e di lotte ininterrotte. Mentre i Russi facevano affluire sempre nuove unità, gli Austriaci cominciavano ad essere in crisi di munizionamento d’artiglieria. La sera del giorno 9, pertanto, Dankl si vide obbligato a chiedere al Comando Supremo a ritirarsi dietro il San. Conrad, però, non poteva ancora risolversi a un tale passo, che avrebbe comportato quasi automaticamente l’abbandono della lotta e una veloce ritirata di tutte le sue forze dalla Galizia orientale. Rispose pertanto a Dankl che tutto quel che la Prima Armata avrebbe dovuto fare sarebbe stato di ritardare, per quanto possibile – ritardare, non fermare – l’avanzata della Quarta e della Nona Armata russe a nord della Tanew, evitando di impegnarsi a fondo. Solo se fosse apparso assolutamente necessario, egli autorizzava la ritirata dietro il San: quest’ultima linea difensiva, però, avrebbe dovuto essere mantenuta ad ogni costo per coprire il fianco e il tergo delle Armmate Quarta, Terza e Seconda.

     Da parte russa il generale Ivanov, visto l’attacco in fianco della sua Terza Armata trasformarsi in un urto frontale, e fallito inoltre il tentativo di avvolgimento degli Austriaci da parte di Brusilov fra Janów e Gródek, decise di concentrare i propri sforzi  contro due punti dello schieramento avversario: il settore della Prima Armata austriaca, ove – respingendo Dankl – si sarebbe portato un prezioso sollievo  indiretto alle divisioni di Russkij e di Brusilov; e il settore a nord di Rawa Ruska, dove il V e il XVII Corpo della Quinta Armata di Plehve dovevano agire in cooperazione con il XXI della Terza di Russkij, onde avvolgere da nord l’ala destra di Auffenberg. I due corpi di destra della Quinta Armata, invece, avrebbero dovuto sostenere l’azione della Quarta Armata verso la Tanew. Fra la destra e la sinistra della Quinta Armata avrebbe dovuto operare il Corpo di cavalleria del generale Dragomirow, il cui compito era quello di cadere sulla linea di ritirata della Quarta Armata austro-ungarica. Il concetto fondamentale cui si ispirava il piano di Ivanov era, dunque, quello della manovra avvolgente: avvolgimento lontano con la Quarta e la Nona Armata, per interdire all’ala destra austriaca la via della ritirata verso la Galizia occidentale; e avvolgimento diretto dell’avversario, minacciando  il suo punto più debole ed esposto e sfruttando l’ampia breccia prodottasi tra la Prima e la Quarta Armata austriaca. Il tempo lavorava incessantemente a favore dei Russi: se le loro Armate Terza e Ottava fossero riuscite a tener duro, impedendo al nemico di cogliere un successo di vaste proporzioni entro poche ore, la doppia minaccia verso il San e verso Rawa Ruska avrebbe costretto Conrad a ordinare la ritirata generale.

     Da parte austriaca le possibilità di successo, già scarse dopo l’arresto dell’ala sinistra di Auffenberg a Rawa Ruska – il perno della progettata manovra avvolgente della Quarta Armata verso Leopoli – e vista l’esiguità dei successi ottenuti dalle Armate Seconda e Terza nel loro attacco oltre la Wereszyca, si erano adesso ulteriormente ridotte. La ritirata di Dankl e la critica situazione del Gruppo Arciduca ammonivano a non lasciarsi attrarre in una lunga e incerta battaglia fra Rawa Ruska e il Dniester. Una completa vittoria era divenuta, a questo punto, irrealizzabile:  anche se le Armate russe Terza e Ottava fossero state battute, l’avanzata della Quarta e Nona Armata russe avrebbe comunque imposto un ripiegamento dalla Galizia orientale per non lasciarsi tagliare le comunicazioni con Cracovia. Ad onta di tutto ciò, Conrad voleva giocare tutte le sue carte in Galizia orientale per strappare a qualsiasi costo la vittoria davanti a Leopoli: l’audacia sfiorava ormai l’azzardo. Molti condottieri, in passato – osserva la Relazione Ufficiale austriaca – si erano convinti di essere stati battuti prima di aver subito una sconfitta realmente decisiva. Conrad, d’altra parte, stava cadendo nell’eccesso opposto: era già inevitabilmente battuto, ma non voleva ammetterlo. Le possibilità di riuscita del suo piano erano probabilmente inferiori al 10% e riposavano, ancora una volta, sul presupposto di una fulminea celerità di mosse. Non vi erano molti indizi che facessero sperare che l’ala destra austriaca sarebbe riuscita a realizzare un tale, fulmineo sfondamento verso est; e se anche, per avventura, ciò fosse accaduto, è più che dubbio se vi sarebbe stato il tempo di sfruttarlo. Troppo grave era la minaccia sul fianco sinistro, quello di Dankl: le ore erano contate e, se anche il fronte di Russkij e di Brusilov fosse stato spezzato – cosa, ripetiamo, estremamente difficile da prevedersi – non si sarebbe certo potuto sfruttarlo con un inseguimento a fondo, sia per lo sfinimento delle truppe, sia per il pericolo di accercchiamento dalla “faccia nord” di Galizia. Che cosa si ripromettesse Conrad, pertanto, con quest’ultimo, sanguinoso tentativo, non sembra chiaro: forse, solo infliggere dei rudi colpi all’ala sinistra avversaria, prima di procedere comunque a una ritirata generale di ampie dimensioni. Ma, a questo punto, valeva davvero la pena di correre un rischio così grande per guadagnare dei vantaggi così limitati? Non si trattava di un capovolgimento delle buone regole della strategia, secondo le quali deve comunque esistere una ragionevole proporzione nel rapporto tra costi e benefici di una operazione offensiva?

     La sera del 9 settembre Conrad, con l’approvazione dell’arciduca Federico, ordinò un estremo attacco convergente su Leopoli delle Armate Seconda, Terza e del grosso della Quarta; mentre l’ala sinsitra della Quarta Armata ed il Gruppo Arciduca avrebbero dovuto limitarsi a tener fermo, proteggendo così il fianco e il tergo delle altre armate dalla minaccia di aggiramento a nord di Rawa Ruska.

     Il 10 settembre si sferrò l’attacco generale austriaco contro Leopoli. Ma subito esso andò incontro a difficoltà insormontabili: infatti quel mattino stesso la Terza Armata di Boroevic venne contrattaccata e, pur riuscendo, alla fine, a respingere i Russi, non poté ottenere i risultati sperati. Più a sud si pronunciò l’attacco della Seconda Armata di Böm-Ermolli, che poteva disporre anche delle eccellenti truppe ungheresi del IV Corpo di Budapest, i cui ultimi scaglioni erano giunti dalla Serbia solo il giorno precedente. Il Comando Supremo faceva molto affidamento su quelle truppe, ritenute particolarmente fidate e combattive, nonché sull’abilità del loro comandante, il generale Tersztianszky von Nádas. Il IV Corpo, per la verità, veniva da un battesimo del fuoco piuttosto infelice: nei pochi giorni in cui aveva partecipato all’offensiva di Potiorek contro la Serbia, era stato impiegato a spizzichi e senza coordinamento nel settore di Šabac, dove aveva subito perdite piuttosto gravi e aveva dovuto poi essere ritirato in fretta e furia per trasferirsi, lungo la ferrovia, nel lontano scacchiere della Galizia orientale.

     L’attacco del IV Corpo ebbe inizio nel pomeriggio del giorno 10 e incontrò una resistenza fortissima, tuttavia riuscì a progredire nel settore di Einsiedl. Contemporaneamente il XII Corpo austriaco riportò dei successi a sud-ovest di Leopoli, aprendosi la strada in direzione della città fino al villaggio di Stawczany, a circa 15 km. da essa.  Nell’insieme, però, l’attacco dell’ala destra austriaca risultò infruttuoso: né il Gruppo Karg era riuscito a rioccupare la testa di ponte di Mikolajów, né l’ala destra della Seconda Armata aveva potuto raggiungere la linea Navarya-Wolków, come Böm-Ermolli aveva sperato. Dal canto suo, la Terza Armata austriaca non aveva fatto alcun progresso sulla strada Gródek-Leopoli; né la Quarta, a causa di un attacco notturno dei Russi a Magierów, aveva potuto avanzare d’un passo.  Al contrario, l’ala sinistra del Gruppo Arciduca (II Corpo) era stata nuovamente respinta e, sebbene la destra avesse invece resistito, il V e il XVII Corpo di Plehve e la cavalleria di Dragomirow avanzavano verso sud, accentuando la loro manovra avvolgente sul fianco sinistro della Quarta Armata austriaca.

     Nemmeno ora Conrad volle riconoscersi battuto e, sorretto da un ottimismo strategico confinante ormai con l’imprudenza, volle ritentare l’attacco per il giorno 11 settembre. Adesso che la minaccia russa sul fianco sinistro di Auffenberg era aumentata ancor di più e che le speranze di uno sfondamento immediato di Boroevic al centro dello schieramento avversario erano sfumate, tutte le speranze austriache erano ormai concentrate sulla Seconda Armata, che proseguendo la manovra avvolgente della sua ala destra (IV Corpo) avrebbe potuto far crollare da sud la resistenza di Brusilov e permettere, così, anche alla Terza Armata di Boroevic d’irrompere frontalmente verso Leopoli.

     L’11 settembre, pertanto, la gigantesca battaglia si riaccese con estrema violenza. Ma questa volta il IV Corpo di Tersztyanszky non riuscì ad avanzare; anzi, contrattaccato con estremo e inatteso vigore, dovette in parte cedere terreno: e questo insuccesso, di fatto, scrisse la parola fine al tentativo austriaco di strappare la vittoria. Il VII Corpo, invero, riuscì ad avanzare, respingendo le ali interne dell’VIII e del XXIV Corpo russi, ma senza realizzare lo sfondamento. Viceversa il XII Corpo di Köwess, premuto dai Russi con estrema energia, non poté far altro che aggrapparsi disperatamente al terreno, resistendo a mala pena. Nel settore della Terza Armata austro-ungarica, più a nord, i Russi attaccarono a loro volta e, pur non riuscendo a sfondare, costrinsero Boroevic a rallentare la sua azione. Così, benché la situazione tattica degli Austriaci fosse abbastanza favorevole e presentasse delle buone prospettive, la mancanza di un successo risolutivo sommata allo scadere del tempo utile fece sì che, in ultima analisi, i loro parziali successi si risolvessero in un insuccesso strategico.

     Dal canto suo Auffenberg, visti vani gli attacchi della sua ala destra, a Wiszenka, contro il X Corpo russo e inoltre minacciato sull’ala sinistra per la parziale ritirata del Gruppo Arciduca, fu cosretto a ordinare un arretramento di tutta la propria ala sinistra nel settore di Rawa Ruska, davanti alla minaccia d’investimento sul fianco del XVII e del V Corpo russo nonché della cavalleria di Dragomirow.

     Frattanto, la sconsideratezza dei Russi che trasmettevano in chiaro i loro radiotelegrammi aveva permesso agli Austriaci di sapere che i due corpi dell’ala sinistra della loro Quinta Armata erano stati diretti sulla linea di ritirata della Quarta Armata austriaca. Lo stesso 11 settembre il XVII Corpo russo era già arrivato a Brusno e il V aveva raggiunto Cieszánow, mentre il Corpo di cavalleria di Dragomirow si era spinto fino a Lubaczów. Importanti forze russe erano dunque già quasi alle spalle della Quarta Armata austriaca, appoggiate dal XXI Corpo di Russkij che premeva fortemente in direzione di Rawa Ruska. Conrad, allora, pensò di allontanare la minaccia che gravava sul tergo di Auffenberg ordinando, verso mezzogiorno, un attacco del Gruppo Arciduca e di tutte le altre forze disponibili della Quarta Armata. 

    Ancora una volta il capo di Stato Maggiore austriaco dava prova di scarso realismo e mostrava di non conoscere bene la propria situazione o, quantomeno, di sottovalutare l’avversario e di voler assegnare alle proprie truppe dei compiti sproporzionati alle loro forze. Il generale Auffenberg ha scritto in proposito che “il gruppo dell’Arciduca, in quel momento,  ammontava al massimo a 10.000 fucili e 120 pezzi, ed era da 18 giorni in lotta ininterrotta; il voler effettuara con quelle forze, estremamente spossate, un attacco contro tre corpi d’armata avversari avrebbe significato la loro distruzione.” (41) L’attacco dell’arciduca Giuseppe Ferdinando, pertanto, non venne neppure tentato.

     La situazione dell’esercito austriaco era adesso quasi disperata. Sul piano puramente tattico la situazione della Terza e della Seconda Armata non era sfavorevole: Brusilov era fortemente premuto e, se l’avvolgimento della sua ala sinistra era mancato per l’insuccesso del IV Corpo ungherese, l’andamento della battaglia in quel settore non era, nel complesso, più favorevole ai Russi di quanto lo fosse agli Austriaci. Però la situazione strategica generale era minacciosissima, con l’ala sinistra della Quarta Armata direttamente minacciata di avvolgimento e la Prima Armata in piena ritirata davanti alla Quarta e alla Nona russe; mentre due corpi d’arrmata e un corpo di cavalleria dei Russi  erano pronti ad irrompere fra l’armata di Dankl e quella di Auffenberg.

     Finalmente la sera dell’11 settembre, con l’approvazione dell’arciduca Federico, Conrad si decise ad emettere alle sue armate l’ordine di ritirata generale dietro la linea del fiume San.

41)    Moritz Auffenberg, riportato da Kriegsarchiv, l’ultima guerra dell’Austria Ungheria, cit., vol. I. Vedi anche M. Auffenberg, Aus Österreich-Ungarns Teilnahme am Weltkriege, Berlin, 1920; e F. G. Conrad von Hötzendorf, Aus meiner Dienstzeit, 1906-1918, Wien, 1922-25 (5 voll.).

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3.     LA RITIRATA AUSTRIACA SULLA LINEA DEL SAN.

     I punti salienti dell’ordine di ritirata erano:

a)   La prima Armata doveva ritirarsi fra la Vistola e la Trzebosnica, proteggendo Lezajak e facendo affluire, nei limiti del possibile, rinforzi alle teste di ponte di Jaroslau e Sieniewa sul basso corso del San;

b)    La Quarta Armata doveva portarsi col grosso dietro la linea del San, da Jaroslau fino a nord di Przemysl,

c)     La Terza Armata doveva portarsi anch’essa dietro il San, a Przemysl e a sud di essa;

d)    La Seconda Armata doveva portarsi a sud-ovest, fra Nizankowice  e Bilicz, fra il San e il Dniester.

     In realtà Conrad, che aveva prolungato ostinatamente la lotta, correndo pericoli sempre più gravi,  adesso cominciava a rendersi conto che le sue armate avevano subito un colpo troppo duro e abbisognavano assolutamente di una breve pausa per potersi riorganizzare, in vista di una ripresa della lotta. Perciò la linea del San, per quanto naturalmente forte e resa ancor più efficace dalle teste di ponte di Sieniawa, Jaroslau e dalla piazzaforte di Przemysl, probabilmente non avrebbe potuto essere tenuta se i Russi l’avessero attaccata immediatamente. Perciò, il 12 settembre, Conrad abbandonò il proprio Quartier Generale  e lo trasferì a Neu Sandec (Nowy Sacz) sul Dunajec, circa 100 km. più a occidente. Egli pensava  infatti a una ritirata di più vaste proporzioni che, nella Galizia occidentale, avrebbe permesso di accorciare ulteriormente  il fronte da difendere in pianura, mano a mano che questo si fosse avvicinato a Cracovia; sarebbe aumentato, per contro, il fronte rimasto scoperto sui Carpazi, che però sarebbe stato possibile difendere più facilmente e con forze assai minori.

   Lo sganciamento dall’avversario non fu difficile, tuttavia la ritirata fu resa penosissima  dal pessimo stato delle strade causato dalle abbondanti piogge degli ultimi giorni, che le avevano trasformate in autentiche paludi.  Le pesanti colonne dei carreggi e l’enorme massa dei profughi della Galizia orientale aumentavano alquanto le difficoltà del ripiegamento di un intero esercito.

     Per la ritirata, la Prima Armata non poteva disporre che di una rete stradale scarsa e cattiva e di nessuna ferrovia; doveva inoltre attraversare, per la seconda volta, il difficile terreno in corrispondenza della bassura della Tanew. Era indispensabile che l’armata, per disimpegnarsi, non si lasciasse attrarre in combattimenti su quel difficile terreno boscoso e paludoso; inoltre, le truppe erano così stanche e demoralizzate, che una ulteriore scossa avrebbe potuto provocare lo sfacelo, tramutando la ritirata in una rotta. Il generale Dankl emanò precise disposizioni allo scopo di rendere piena autonomia, per la ritirata, a ciascun corpo d’armata, affinché ciascuno provvedesse da sé, in modo del tutto indipendente, all’arretramento sia delle truppe che dei carreggi. Il gruppo Kummer aveva iniziato la ritirata fin dalla sera del 10 settembre, fra Sewieciechów e Goscieradów, lungo la strada Jozefów-Sandomierz, a est della Vistola. Il mattino dell’11 si mossero anche le altre unità della Prima Armata: il I Corpo lungo la strada Krasnik-Zaklikow; il V (insieme al Corpo Woyrsch) lungo la strada da Janów al San;  il X (con la 18.a Brigata di Landwehr tedesca) tra Janów e la Lada, verso Ulanów e  Krzeszów. Per il 13 settembre, tutta la Prima Armata si era portata dietro il San, senza avere abbandonato materiale da guerra: segno che il ripiegamento era avvenuto, nonostante tutto, nel massimo ordine e che l’inseguimento dei Russi era lento e privo di slancio.

     Molto più critica fu la ritirata della Quarta Armata che, trovandosi già minacciata alle spalle dal V e dal XVII Corpo di Plehve e dalla cavalleria di Dragomirow, dovette effettuare un movimento eccentrico, traboccando sulle strade più a sud, lungo le quali carreggi e truppe della Quarta Armata vennero ad ingrossare  la massa della Terza Armata che si ritirava su Przemysl. Fin dal 10 ottobre il Comando della Quarta Armata aveva emanato disposizioni per il trasporto dei carreggi dei singoli corpi d’armata fino al San; ciò, tuttavia, non impedì che, dopo l’11 settembre, nel corso della ritirata si verificassero gravi inconvenienti, e che parte dei carreggi andassero perduti. (42)  Secondo le disposizioni emanate, la protezione del fianco e del tergo spettava sempre al Gruppo Arciduca che, rinforzato da elementi del XVII Corpo e da 6 divisioni di cavalleria, doveva effettuare il ripiegamento a sud della ferrovia Rawa Ruska-Lubaczów e, all’occorrenza, farsi strada combattendo. Ma così come non era stato possibile sferrare l’attacco, l’11 settembre, con quelle forze insufficienti e già duramente provate, così anche ora l’arciduca Giuseppe Ferdinando ritenne impossibile adempiere tale incarico impegnandosi in ulteriori combattimenti, e decise di piegare più a sud, per evitare tale possibilità; le sole divisioni di cavalleria avrebbero dovuto proteggere i fianchi e le spalle.  Ciò provocò una reazione a catena fra gli altri corpi della Quarta Armata che si ritiravano più a sud, i quali dovettero a loro volta piegare a sinistra; ne seguì che l’intera armata fu costretta comprimersi in uno spazio ristretto e, in parte, traboccare nella zona di ritirata assegnata alla Terza Armata.

     Ivanov, dal canto suo, trovata sgombra Rawa Ruska il mattino del 12 settembre, aveva diretto le Armate Quarta, Quinta e Terza in modo da serrare Auffenberg e tentare di accerchiarlo. Fallito questo tentativo, il Comando russo decise innanzi tutto di proseguire l’avanzata, sperando di poter concedere alle sue esauste truppe un riposo non appena  il fronte si fosse stabilizzato. La Nona Armata doveva avanzare su Tarnobrzege Nisko; la Quarta Armata fra la strada Sieniawa-Bilgoraj e il San; la Quinta Armata più a est, fino a Lubaczów; la Terza Armata fra la Lubaczowka e la Wereszyca; l’Ottava Armata fino a Sadowa Wisznia. Il generale Plehve, però, decise di non tener conto di tali istruzioni, secondo le quali non avrebbe dovuto spingersi oltre Lubaczów, e diresse la cavalleria di Dragomirow e i Corpi V e XVII contro il fianco della Quarta Armata austriaca. Il Gruppo Arciduca (Corpi XIV, II e divisioni di cavalleria) dovette sostenere dei combattimenti per coprire l’ala destra di Auffenberg.  Il momento più critico nella ritirata della Quarta Armata austriaca fu quando, premuti a nord dalle forze di Plehve e quasi schiacciati contro la Terza di Boroevic che si stava, anch’essa, ritirando con movimento parallelo, i corpi della Quarta Armata dovettero restringersi in soli 20 km. di larghezza, fra Wk. Oczy e la Wisznya. Ma infine, pur tra mille difficiltà e pericoli, anche la Quarta Armata riuscì a disimpegnarsi portandosi dietro il San.

     La Terza Armata giunse il 15 settembre nel settore di Przemysl, e il grosso della Seconda giunse il 16 nella zona  fra Nizankowice e Stary Sambor.

     Mentre il grosso dell’esercito austro-ungarico si ritirava dietro  la linea del San, attraverso i vasti spazi della Galizia nord-orientale avanzava rapidamente la cavalleria russa verso le pendici dei Carpazi.  Essa tuttavia non costituiva una minaccia reale fino a che i grossi della fanteria non avessero fatto seguito; e infatti le truppe austriache che presidiavano i passi non assommavano alla forza di un corpo d’armata. Il Comando militare di Munkács, al quale incombeva allora la protezione dei Carpazi fra il passo di Uzsok e il passo di Jablonica, disponeva solamente di circa 20 battaglioni. (43)  Nella Bucovina centrale e meridionale la difesa austriaca era stata organizzata, fin dai primi di settembre, con truppe di gendarmeria.

42)    La caotica ritirata della Quarta Armata, con perdita di carreggi e sbandamento di dispersi, indusse l’arciduca Federico a ritenere che il generale Auffenberg avesse perso la fiducia delle truppe e ad imporne a Conrad l’allontanamento, il 1° ottobre 1914. Il Comando della Quarta Armata venne allora assunto dall’arciduca Giuseppe Ferdinando. Un peso importante nella rimozione di Auffenberg dal suo comando ebbero, comunque, le molte inimicizie che egli si era fatto sia come ministro della Guerra, durante l’opera di riorganizzazione dell’esercito (e che, nel 1912, avevano già causato il suo congedo da parte dell’imperatore) sia come comandante d’armata, quando la sua situazione fu aggravata dai suoi antagonisti di corte, gelosi della stima che l’arciduca Francesco Ferdinando, quale capo del partito militare, gli aveva dimostrato prima di cadere assassinato a Sarajevo.

43)    A Munkács non esisteva, prima della guerra, un Comando di Corpo d’Armata; vi si trasferì però il Comando militare di Leopoli dopo l’occupazione della città da parte dei Russi. A ovest del Passo di Uzsok la difesa dei Carpazi incombeva al Comando militare di Kaschau, sede del VI Corpo d’Armata.

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4.     BILANCIO CONCLUSIVO.

Secondo la Relazione Uficiale di Vienna, l’11 settembre l’esercito di campagna austro-ungarico in Galizia e Polonia, compreso il Corpo tedesco del generale Woyrsch ed esclusi i presidi delle piazze e le truppe di tappa, comprendeva in totale 770 battaglioni, 356 squadroni e 377 batterie con 2.098 pezzi. L’esercito russo del fronte sud-ovest, anche per esso non considerando le guarnigioni delle fortezze e le truppe di tappa, schierava 824 battaglioni (fra divisioni di campagna e di riserva), 694 squadroni e 2.888 pezzi. (44)  Da questa valutazione risulta che la fanteria austriaca era di poco inferiore alla russa, ma che in fatto di cavalleria e artiglieria i Russi godevano di una considerevole superiorità sui loro avversari; soprattutto quella di artiglieria risultò decisiva per l’esito della campagna. Arnaldo Fraccaroli, testimone di quella battaglia, ha scritto che “solo chi è stato sulla linea del fuoco in Galizia può avere un’idea della inesauribile riserva di proiettili che dovevano avere i Russi.  Le loro artiglierie – eccellenti, e magnificamente dirette e servite – non conoscono tregua.  Nei duelli con le artiglierie austriache esse rispondono con tiri di batteria ai tiri isolati.[…[(45)

      Fra Rawa Ruska e il Dniester, le Armate austro-ungariche Quarta, Terza e Seconda (quelle schierate fronte fronte ad est), escluso il Gruppo Arciduca, comprendevano 454 battaglioni, 124 squadroni e 213 batterie con  1.232 pezzi; ad esse le Armate russe Terza e Ottava (e non compresi i due corpi di sinistra della Quinta Armata) contrapponevano 352 battaglioni, 267 squadroni e 1.262 pezzi. Dunque nella seconda battaglia di Leopoli (chiamata nella storiografia austriaca battaglia di Leopoli-Rawa Ruska) le forze di Conrad erano nettamente superiori in fanteria (tenendo conto, però, che fra esse vi erano 108 battaglioni di seconda linea); i Russi, invece, erano due volte più forti in cavalleria e quasi pari in artiglieria. In questo settore il Comando austriaco, dopo la conversione della sua Quarta Armata, si aspettava lo sfondamento risolutivo; ma esso non vi fu; anzi vi furono, in alcuni settori, allarmanti segnali di prossimo cedimento. Bisogna concluderne che, in quella fase della grande battaglia, i Russi furono meglio comandati e che seppero battersi con più determinazione e, inoltre, che furono meglio serviti dall’artiglieria e dalla cavalleria.

     Secondo la stessa fonte l’esercito austro-ungarico, che aveva incominciato  la campagna contro la Russia con una forza complessiva di 900.000 uomini, dopo la ritirata al San non ne contava più neppure 600.000.  Le perdite russe sono valutate a 250.000 uomini fra morti, feriti e prigionieri, su un complesso iniziale di circa un milione. Da parte russa, dopo la vittoria la Stawka annunciò la cattura di 100.000 prigionieri, più altri 250.000 soldati austriaci messi fuori combattimento, tra morti e feriti. Entrambi gli eserciti, quindi, avevano subito gravi perdite, ma soprattutto  il morale dell’esercito plurinazionale degli Asburgo aveva subito un colpo irrimediabile. Esso aveva inoltre perduto un grandissimo numero di ufficiali di carriera e di soldati anziani, che non poterono essere più sostituiti per tutta la durata della guerra. Di fatto, dopo le battaglie di Leopoli l’esercito austro-ungarico non fu più in grado di agire da solo contro i Russi, e si trovò a dipendere in misura sempre maggiore dall’alleato tedesco. Di questa opinione fu anche il Ludendorff, che scrisse: “la migliore gioventù del corpo degli ufficiali era caduta e gli ufficiali rimasti, in molti casi, non assolsero il loro compito in maniera soddisfacente e non riuscirono a tener alto lo spirito delle truppe che avevano già molto combattuto.” E altrove egli osserva anche che “l’esercito austro-ungarico “in principio della guerra combatté valorosamente, ma in seguito non seppe superare le difficoltà che furono una conseguenza  delle battaglie di Leopoli.” (46)

     Giuseppe Romolotti scrive che “l’esercito austro-ungarico aveva scricchiolato in modo sinistro.  Compatto e valoroso finché avanzava, minacciava paurosamente di sfaldarsi durante la ritirata.” (47)  Le manchevolezze nell’azione di comando, le marce e le lotte estenuanti e infine la delusione per l’insucceso avevano riaperto i dissidi latenti fra le varie nazionalità dell’esercito (e della Monarchia). Scrive Leo Valiani: “Le diserzioni di soldati cechi sul fronte russo ebbero inizio a fine settembre del ’14. Fra l’immensa massa di prigionieri che l’avanzata russa catturava, i cechi erano assai numerosi e molti d’essi s’offrirono subito come volontari alle autorità militari zariste.” (48) F. K. Von Novak, il cui libro La marcia alla catastrofe fu riconosciuto dal Conrad veritiero (anche perché l’autore era un suo convinto estimatore) afferma che Vienna, in quei giorni di settembre, tremava.

     A conclusione delle battaglie di Leopoli, lo Stato Maggiore russo compilò la seguente narrazione ufficiale:

     “Le forze totali austro-tedesche sorpassavano un milione di uomini e 2.500 cannoni, ossia più di quaranta divisioni di fanteria e undici divisioni di cavalleria, rinforzate  da parecchie divisioni tedesche. Il grosso degli eserciti nemici, forte di 600.000 uomini,  si spiegava nella direzione di Zavichost e  Tomaszów e avanzava s su Cholm e Lublino. Sull’ala destra era protetto dall’esercito di Leopoli, che contava duecento battaglioni, e sull’ala sinistra da parecchie divisioni austro-tedesche, raggruppate intorno a Radom. Il 23 gli eserciti austriaci cominciarono ad avanzare risolutamente per parare il colpo che minacciava la Galizia orientale.  Lo spiegamento delle truppe russe, su un fronte di parecchie centinaia di verste, non era ancora terminato e non abbiamo, quindi, potuto opporre agli austriaci, nella direzione di nord, che delle forze assai inferiori. I primi attacchi nemici furono diretti contro Krasnik.  Però lo sforzo degli eserciti austriaci si spostò ben presto nella direzione  di Tomaszów, ove cominciavano a rinforzarsi. Il 3 settembre, mentre Leopoli cadeva, l’avanzata degli austriaci aveva raggiunto il massimo. La linea di fronte del nemico si estendeva da Opole a Bychawa e si avvicinava a portata di cannone alla stazione di Travniki. Essa avvolgeva Krasnostaw, Zamosc e Hrubieszów e dominava presso Jozefów due ponti costruiti sulla Vistola, per i quali passavano le truppe di Radom che si recavano sul campo di battaglia. Attendendo il risultato delle operazioni del generale Russkij in Galizia, il nostro fianco tendeva rapido al rafforzamento della nostra ala destra. Le ferrovie russe eseguirono questo compito con grande successo. Le nostre truppe della regione di Cholm erano insufficientemente forti e si spiegavano su di un fronte assai esteso. Contro di esse fu diretta l’azione principale degli austriaci. Queste truppe non ricevettero rinforzi, perché l’avanzata degli austriaci anche fino a Cholm non poteva alla fine dei conti che aggravare la loro sconfitta nell’eventualità di un successo dei russi sulle proprie ali. Malgrado la loro insufficienza e benché in linea generale fossero rimaste sulla difensiva, le truppe del centro russo eseguirono con successo un contrattacco presso Lachtowo, ove per sei ore dovettero respingere i continui attacchi del nemico. Soltanto il 4 settembre queste truppe, conformemente agli ordini ricevuti, furono ricondotte un po’ indietro. Questa manovra provocò ai russi una posizione più avvolgente. I successi dei generali Russkij e Brusilov in Galizia ci permisero una offensiva generale. Il centro nemico fu battuto a Sukhvdolje, grazie a una rapida spinta nella direzione di Turobin e di Zamosc e noi riuscimmo a tagliare le comunicazioni fra le truppe di Krasnik e di Tomaszów. Quest’ultima località fu attaccata dal generale Russkij nella direzione sud-ovest ed il 6 settembre gli austriaci furono costretti ad accettare un combattimento su tre fronti.  Noi riuscimmo a respingere l’attacco delle truppe di Krasnik ed il 9 settembre in un assalto impetuoso prendemmo le posizioni del nemico.  Nel fronte Opole-Turobin, su una estensione di sessanta verste, gli austriaci fuggivano abbandonando le armi. Alcuni dei loro corpi, però, continuarono a dirigere violenti attacchi contro la nostra ala sinistra allo scopo di assicurarsi un successo nella direzione di Leopoli; tuttavia il 12 settembre noi passammo all’offensiva anche da questa parte. Ora la battaglia di Galizia, che durava da diciassette giorni, è giunta alla fine.  L’inseguimento del nemico continua.” (49)

     Tuttavia anche l’esercito russo aveva subito gravi perdite e le truppe erano esauste per le marce e le battaglie continue: l’inseguimento degli Austriaci, di conseguenza, mancò di vigore. Il 14 settembre i Russi forzarono il corso inferiore del San, il 18 conquistarono la testa di pote di Sieniawa, il 21 quella di Jaroslau e la sera del 26 completarono l’investimento di Przemysl. Nonostante la lentezza dell’avanzata russa, gli Austro-Ungarici erano troppo scossi e disorganizzati per riprendere la lotta e perciò proseguirono la ritirata verso occidente, arrestandosi infine il 26 settembre sulla lina del Dunajec, a circa 80 km. a est di Cracovia.

     Il 16 settembre il granduca Nicola pubblicò un manifesto rivolto alle nazioni dell’Austria-Ungheria, esortandole ad abbattere il ‘giogo’ degli Asburgo e a darsi il desiderato assetto nazionale. Esso invitava le popolazioni slave e le altre, soggette al dominio austro-magiaro, ad accogliere con favore le armate russe avanzanti, che portavano loro la ‘libertà’. “Fra i soldati cechi, ruteni, serbi dell’esercito degli Asburgo – scvrive Leo Valiani – il manifesto, largamente diffuso, in successive edizioni adatte alla circolazione clandestina, stampate dai servizi di propaganda russi e, oltre che lanciate da aerei, illegalmente introdotte in Austria-Ungheria, ebbe una notevole risonanza.” (50) Tuttavia né il manifesto produsse un fenomeno generale di diserzioni nell’esercito e, quindi, lo sfacelo del fronte, né i contemporanei passi del ministro degli Ester, Sazonov, presso il governo romeno sortirono l’effetto di spingere la Romania a dichiarare la guerra all’Austria-Ungheria. Proprio in quei giorni le operazioni militari si stavano estendendo alla Bucovina, ove i Russi, forzata la linea del Pruth, ne avevano occupata la capitale, Czernowitz: ciò che portava l’estrema ala sinsitra russa avanzante a sfiorare il confine austro-romeno e ad accendere speranze nei Romeni sia della Cisleithania (Bucovina) che della Transleithania (Transilvania, Banato).

     Al governo romeno fu fatto l’invito ad occupare la Transilvania e a partecipare, con le truppe russe, all’occupazione della Bucovina. (51)  Ma il re della Romania, Carlo I, era un grande amico degli Imperi Centrali e non volle rompere la neutralità; né la sua morte, avvenuta l’11 ottobre 1914, valse a far sì che la Romania si decidesse a rompere gli indugi.  Precchi storici militari ritengono che l’intervento romeno, nel settembre 1914, sarebbe stato fatale alla Duplice Monarchia, già battuta in Serbia e in Galizia e fortemente scossa da tali insuccessi. Secondo l’ambasciatore Paléologue, un’occasione assai favorevole per la Romania “si presentò al principio di settembre del 1914, quando i Russi entrarono a Leopoli; in quel momento l’Austria e l’Ungheria, sconcertate e sgomente, erano incapaci di difendere la frontiera dei Carpazi; i Romeni  avrebbero trovato tutte le strade libere.” (52)

     Le battaglie di Leopoli si erano concluse in una grande vittoria per la Russia, che fece passare in secondo piano i disastri in Prussia Orientale; ma quanto tale vittoria avesse provato l’esercito dello Zar e fosse stata pur sempre, in ultima analisi, una vittoria parziale, è dimostrato sia dalla lentezza dell’inseguimento, sia dalla rapidità con cui  l’esercito austriaco seppe riprendersi da quei rovesci. Già il 4 ottobre, per ordine di Conrad, esso partiva nuovamente all’attacco in Galizia, mostrando una capacità di recupero insospettata.

     Entrambi i piani degli Stati Maggiori avversari erano, dunque, falliti, essendo mancata la distruzione dell’esercito nemico.  Agli Austriaci si deve però riconoscere il merito di aver brillantemente assolto la loro parte iniziale nella guerra di coalizione, vincolando a sé la grande massa dell’esercito russo, compresa la Nona Armata che avrebbe dovuto, secondo le intenzioni iniziali della Stawka, condurre l’offensiva contro Berlino.  Dal canto suo la Germania, appena la situazione si fu stabilizzata sul fronte occidentale, accorse in forze per prevenire il crollo dell’alleato austro-ungarico: intervento efficace, ma che avrebbe potuto esserlo infinitamente di più se  fosse stato deciso durante le battaglie di Leopoli, quando l’esercito austriaco non era stato ancora incrinato dalle gravi conseguenze morali e materiali della grande ritirata fino al San e al Dunajec.

44)    In una lettera al suo amico Bolfras, la sera dell’11 settembre Conrad scrisse: “La condotta di guerra dei Tedeschi nella Prussia Orientale, del tutto misconoscente il grande scopo, ha fatto sì che le nostre 40 divisioni e mezza, con 526 battaglioni, si siano trovate di fronte a 47 divisioni e mezza con 752 battaglioni, il che dà una differenza di 226 battaglioni e più di 200.000 uomini a nostro sfavore, e dice tutto […]. Cit. da Kriegsarchiv, L’ultima guerra dell’Austria-Ungheria, vol. I.

45)    A. Fraccaroli, Op. cit.

46)    E. Ludendorff, Op. cit.

47)    Giuseppe Romolotti, 1914, suicidio d’Europa, Milano, 1968, p. 322.

48)    Leo Valiani, La dissoluzione dell’Austria-Ungheria, Milano, 1966, p. 149.

49)    A. Fraccaroli, Op. cit.

50)    L. Valiani, Op. cit., p. 149.

51)    Nel caso della Bucovina, all’esercito romeno si chiedeva di cooperare con quello russo, a differenza che per la Transilvania: evidentemente, il governo di Pietroburgo progettava di annettersi, a guerra finita, una parte di quella provincia, abitata da popolazione di stirpe ucraina. Anche a Leopoli l’occupazione russa aveva avuto carattere permanente, essendo stato nominato un governatore della Galizia nella persona  del generale Bobrinski. Cfr. M. Paléologue, Op. cit., vol. 1, p. 117.

52)    M. Paléologue, Op. cit., vol. 2, p. 154.  Allo scoppio della guerra mondiale, la difesa della Transilvania era affidata al generale Pflanzer-Baltin, ma ben presto, quando i Russi cercarono di oltrepassare i Carpazi orientali, egli fu costretto a volgersi a nord per fronteggiare tale minaccia, sguarnendo così quasi interamente la frontiera con il Regno di Romania.

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PARTE SESTA

ESAME CRITICO DELLA CAMPAGNA AUSTRO-RUSSA NELL’ ESTATE  1914

1.     LA RADUNATA DEI DUE ESERCITI.

     Un fattore decisivo per l’esito della campagna di Galizia fu il ritardo della mobilitazione austro-ungarica e, per contro, la celerità con cui si svolse quella russa. E ciò costituì tanto più una sorpresa, in quanto gli esperti di cose militari di tutto il mondo erano stati certi che l’esercito austro-ungarico avrebbe ultimato la propria radunata con largo anticipo sul proprio antagonista; e appunto su tale sicurezza il Conrad aveva basato i suoi piani di avanzata contro la Russia. Invece la riorganizzazione dell’esercito russo dopo la guerra contro il Giappone e il miglioramento del suo dispositivo di radunata, effettuati in gran parte con l’appoggio finanziario dell’alleato francese, si rivelarono in maniera del tutto inaspettata nell’agosto del 1914. Inoltre l’esercito russo poté giovarsi del fatto di incominciare la propria mobilitazione assai prima di quello austriaco. Infatti l’esercito russo incominciò a mobilitare il 24 luglio, con ben due settimane di anticipo su quello avversario.

     Tutta la questione si riduce all’incertezza in cui per cinque giorni, dal 25 al 30 luglio, versò la diplomazia di Vienna, quand’essa si illudeva ancora di poter scongiurare  una guerra contro la Russia, per attaccare indisturbata la piccola Serbia mentre la Germania le avrebbe coperto le spalle. Se tale illusione fosse scusabile in quanto espressione di una possibilità reale è un problema prettamente politico, benché esistano – in proposito – molti e fondati dubbi. (53) Ma il fatto è che, fino a quel momento, i capi politici e militari dell’Austria-Ungheria avevano fatto affidamento su una guerra locale nei Balcani e, in caso di intervento russo, in una pronta protezione delle spalle da parte dell’alleato tedesco. Invece, quando il confronto diretto con la Russia apparve inevitabile, i poli della questione risultarono invertiti a causa del fermo proposito dello Stato Maggiore tedesco di liquidare innanzitutto la partita con l’esercito francese, proposito – del resto – ben noto a Vienna già dagli anni di pace. “Alla Germania si deve chiedere se ci guarda le spalle!“, aveva esclamato Conrad parlando col Ministro degli Esteri, conte Berchtold, il 28 giugno 1914. (54) Dopo il 1° agosto, invece, apparve chiaro che l’esercito tedesco – in applicazione del “Piano Schlieffen”, non avrebbe guardato le spalle all’Austria verso la Russia; semmai era vero il contrario. Adesso, infatti, era l’Austria-Ungheria che – almeno in primo tempo – doveva assumersi il maggior peso della lotta sul fronte orientale. Sembra incredibile che Conrad, che pure era perfettamente a conoscenza di una tale circostanza, abbia potuto cadere in così profondo malinteso, proprio lui che svolse un ruolo così importante nella fatale decisione di dichiarare la guerra alla Serbia. Certo, sul piano politico-diplomatico, il governo tedesco aveva fatto sapere di esser pronto a “coprire le spalle” all’Austria; anzi, a un certo punto aveva lasciato capire che la Germania non avrebbe compreso il comportamento dell’alleata, se questa si fosse lasciata sfuggire un’occasione tanto favorevole per assestare una dura lezione alla Serbia. Ma è altrettanto vero che, se la Russia fosse intervenuta a sostegno della Serbia, la guerra si sarebbe automaticamente estesa alla sua alleata, la Francia, e dunque che la Germania si sarebbe dovuta destreggiare su due fronti. Nel qual caso avrebbe dato la precedenza a quello occidentale, lasciando l’Austria – sul piano strettamente militare – pressoché sola contro la Russia: e questo per una quarantina di giorni.

    È interessante considerare come, nello Stato Maggiore russo e in quello austriaco, fu risolto il problema della guerra su due fronti (contro Germania e Austria da parte della Russia, e contro Serbia e Russia da parte dell’Austria). Esso, peraltro, venne ad intrecciarsi con considerazioni politiche di varia natura. In entrambi gli Stati Maggiori era profondamente radicata la strategia di incominciare la guerra con una grande offensiva, conformemente ai dogmi della dottrina militare del tempo. Eppure entrambi gli Stati Maggiori, contraddicendo il principio basilare della economia delle forze, vollero impegnarsi in due offensive contemporanee: quello russo contro la Prussia Orientale e contro la Galizia, quello austriaco contro la Serbia e contro la Polonia. Non tener conto di una saggia economia delle proprie forze, significa  diluirle lungo tutta l’estensione del fronte (in questo caso, di due fronti), col risultato di trovarsi senza una forte riserva strategica e con uno schieramento eccessivamente sottile. Di conseguenza, qualsiasi sfondamento in un singolo punto del fronte può tramutarsi in una catastrofe per la mancanza di scaglionamento in profondità e, quindi, per la scarsa elasticità dello schieramento.  Ogni volta che il sano principio dell’economia delle forze viene sacrificato alla pretesa di essere forti dappertutto (o attaccare dappertutto, magari per ragioni politiche piuttosto che militari), il successo viene a mancare.

     Così fu dell’offensiva tedesca in Francia nell’estate del 1914, dove il geniale “azzardo” di Schlieffen, che si basava su una fortissima ala destra  marciante (a rischio d’insuccessi temporanei sull’ala sinistra, molto più debole) era stato sostanzialmente modificato da Molte jr. per l’ossessione di parare una eventuale controffensiva francese in Alsazia e, di conseguenza, per la costante preoccupazione di non esporsi all’imprevisto, di non lasciare nulla al caso, insomma di cercar di azzerare la percentuale di rischio. Ne era conseguito il rafforzamento dell’ala sinistra a scapito della destra e, come risultato finale, l’insuccesso nella battaglia della Marna: insuccesso talmente grave che, in ultima analisi, significò – con quattro anni di anticipo – che la Germania, alla fine, pur vincendo numerose altre battaglie, avrebbe nondimeno perduto la guerra.

    Così fu per lo schieramento serbo dopo la battaglia del Cer (12-24 agosto 1914) allorché, di frontre all’inattesa ripresa dell’attacco da parte austriaca, il comandante serbo Putnik volle cercar di evitare dappertutto l’invasione del suolo patrio e allungò smisuratamente l’estensione lineare del suo esercito per proteggere tutti i confini, riducendolo a un velo sottile che Potiorek sfondò ripetutamente, avanzando fino a Belgrado. Certo, l’esercito serbo seppe riprendersi con stupefacente energia e sconfiggere a sua volta l’invasore (fine dicembre). Ciò non toglie che la strategia imprudente di Putnik l’aveva portato sull’orlo del disastro, e che solo un concorso fortunato di circostanze – fra cui l’esaurimento degli Austriaci e il massiccio afflusso di armi e munizioni anglo-francesi, via Salonicco – poté scongiurare la sua imminente disfatta.

     In definitiva, il principio dell’economia delle forze reca implicita l’accettazione di una certa percentuale di rischio, che i calcoli più rigorosi possono ridurre al minimo ma non mai eliminare del tutto. Ora, tanto lo Stato Maggiore russo che quello austriaco incorsero in tale errore nelle battaglie di Leopoli dell’agosto-settembre 1914: vollero essere forti dappertutto onde azzerare il fattore rischio. La Stawka volle attaccare in Galizia e, contemporaneamente,  in Prussia Orientale. Nel primo caso per un proprio piano strategico, nel secondo per le insistenti sollecitazioni della Francia. Con ciò il granduca Nicola e il generale Januskevic volsero le spalle ai saggi ammonimenti del generale Obrucev, che aveva avvertito: “contro l’Austria o contro la Germania, ma nessuna offensiva contemporanea contro i due avversari: essa supererebbe le nostre possibilità.” (55)

     Il piano di guerra russo fu pertanto contraddistinto da ciò che il generale Andolenko definisce come  “precipitazione e dispersione degli sforzi, ossia attacco prima della completa mobilitazione e, per giunta, attacco contemporaneo contro un duplice avversario. Tuttavia, mentre iniziare l’attacco con forze ancora incomplete poteva essere militarmente giustificato, in Galizia, dall’esigenza di prevenire l’avversario, nel caso della Prussia Orientale esso non era strategicamente necessario, perché l’Ottava Armata tedesca non costituiva una minaccia immediata: esso fu intrapreso con tanta fretta principalmente per le incessanti richieste di aiuto dei Francesi. Le conseguenze di quella decisione della Stawka furono la disfatta di Tanneneberg e la vittoria soltanto parziale in Galizia.

     Per lo Stato maggiore austro-ungarico, le motivazioni che lo indussero a decidere l’offensiva  pressoché contemporanea contro la Russia e contro la Serbia furono sensibilmente vicine a quelle che avevano ispirato la Stawka. Quando apparve inevitabile la guerra contro la Russia, qualsiasi grande operazione nei Balcani avrebbe dovuto essere scartata come dannosa e fuori luogo.  Lo stesso Conrad, parlandone col Redlich, nell’agosto, si era detto “fermo nell’opinione che la guerra russa era quella decisiva, che quindi tutte le forze dovessero essere impiegate sul fronte di guerra nord-orientale. Al sud, era necessario proteggere la frontiera ungaro-craoata e bosniaco-erzegovinica, avanzare anche lentamente, ma non giungere a vere e proprie azioni decisive.” (56) Invece, nella realtà dei fatti, questi giusti criteri vennero messi da parte; e a ciò lo stesso Conrad non può dirsi estraneo. Dopo la sconfitta nella battaglia del Cer contro i Serbi (24 agosto 1914), egli disse bensì apertamente che “la colpa era di Potiorek”; ma egli stesso, in precedenza, quale capo di Sato Maggiore dell’esercito si era assunto la responsabilità di autorizzare l’offensiva contro la Serbia. 

     Così, mentre nel caso della campagna di Galizia lo Stato Maggiore austriaco aveva deciso l’offensiva contro i Russi per ragioni prevalentemente strategiche (non esclusivamente strategiche poiché, come abbiamo visto a suo tempo, porsi sulla difensiva avrebbe significato abbandonare Leopoli all’avversario), in quello della campagna contro la Serbia esso aveva soggiaciuto a considerazioni di carattere eminentemente politico, sia interne che estere: cioè scoraggiare una sollevazione della popolazione serba, specialmente in Bosnia, rafforzando con una vittoria clamorosa i sentimenti di lealismo dinastico; e attrarre dalla propria parte le nazioni balcaniche ancora neutrali ed esitanti su quale schieramento scegliere, specialmente la Bulgaria.

     Per quanto riguarda l’entità delle forze assegnate dai due Stati Maggiori ai  rispettivi teatri di guerra contemporanei, i Russi poterono assicurarsi un importante vantaggio iniziale perché, certi fin dal 6 agosto di poter applicare l’ipotesi di guerra “A”, furono in grado di inviare tutta la Quarta Armata contro la Galizia. Essa, infatti, non doveva essere avviata in linea se non quando si fosse chiarita l’attitudine dei due avversari: se l’Austria, per il momento, non avesse dichiarato la guerra, la Quarta Armata sarebbe stata deviata sul fronte russo-tedesco.

       In campo austriaco, l’aver imbarcato sulle tradotte per i Balcani la Seconda Armata quando fu annunciata la mobilitazione parziale contro la Serbia e il Montenegro, indebolì sensibilmente l’ala destra dello schieramento in Galizia. Prima di essere reimbarcata e trasportata verso il fronte russo, gli avvenimenti frattanto sviluppatisi in Serbia – ossia la prematura offensiva di Potiorek al principio d’agosto –  causarono il parziale assorbimento della Seconda Armata nelle operazioni oltre la Sava. Ciò da un lato provocò un grave ritardo nell’arrivo dei suoi corpi in Galizia orientale (e specialmente del IV Corpo d’Armata di Budapest), dall’altro trattennero definitivamente nei Balcani 80 battaglioni che il piano di guerra “R” destinava, invece, allo scacchiere russo.

53)    Il 7 luglio, durante una riunione del Consiglio dei ministri comune austro-ungarico, ci fu “un lungo dibattito sui rapporti di forza e sul probabile decorso di una guerra europea”, e l’8 luglio Tisza scrisse all’imperatore Francesco Giuseppe che una aggressione contro la Serbia “avrebbe provocato l’intervento della Russia e quindi una guerra mondiale.” Riportato in F. Fischer, Op. cit., p. 59, che cita a sua volta documenti ufficiali austro-ungarici.

54)    M. Schettini, Estate 1914. Dal dramma di Sarajevo alla guerra, Op. cit., p. 124.

55)    Riferito da S. Andolenko, Op. cit., p. 326.

56)    J. Redlich, riportato in M. Schettini, La letteratura della Grande Guerra, cit., p. 292.

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2.     LA MINACCIA CONTRO IL FIANCO DESTRO AUSTRIACO.

     L’insuccesso finale degli Austro-Ungarici fu originato dalle sconfitte subite in Galizia orientale sulla Zlota Lipa e sulla Gnila Lipa, sconfitte che  causarono il richiamo e la conversione della Quarta Armata e, infine, la vittoriosa avanzata russa sulla “faccia nord” di Galizia.

     Abbiamo visto come le informazioni raccolte dalla cavalleria austriaca, benché nel complesso vaghe e insufficienti, fin verso il 20 agosto sembrassero confermare una minacciosa concentrazione russa sulla “faccia est” di Galizia Scrive Riccardo Posani: “Verso la metà del mese di agosto il Comando Supremo austro-ungarico aveva ricevuto notizia di forti concentramenti russi nella regione compresa tra i fiumi Vistola e Bug; inoltre era stato informato che la Terza e l’Ottava Armata russa, dislocate rispettivamente in Volinia ed in Podolia, avevano assunto uno schieramento chiaramente offensivo. Ma il generale Conrad von Hötzendorff non dette alcun peso a queste informazioni e, sempre più convinto della lentezza russa, decise di compiere un’ampia manovra, di sapore quasi napoleonico, per dividere e battere le quattro armate russe che aveva di fronte.” (57)

     È estremamente interessante notare come lo Stato Maggiore austriaco avesse considerato, fin dal tempo di pace, la possibilità di effettuare rapidamente un massiccio schieramento sulla “faccia est” di Galizia. Precisamente, esso aveva calcolato che, sulla fronte Rowno-Proskurov-Kamieniec Podolsk, l’avversario avrebbe potuto concentrare 17 divisioni di fanteria entro il 20° giorno di mobilitazione, e 28 divisioni entro il 30° giorno. (58) Poiché la Terza Armata austro-ungarica e il Distaccamento d’Armata Köwess, prima dell’arrivo del grosso della Seconda Armata dai Balcani (che avvenne fra il 27 agosto e il 9 settembre) disponevano di 15 divisioni di fanteria e 6 di cavalleria, Conrad sapeva che verso la fine di agosto i rapporti di forza sulla “faccia est” di Galizia sarebbero stati decisamente favorevoli ai Russi e, quindi, che se essi avessero iniziato una offensiva in direzione di Leopoli, la sua ala destra avrebbe potuto fare ben poco per contrastarli. Questo è un nodo centrale, e irrisolto, dell’intera campagna: nessun argomento razionale potrà mai render ragione della decisione di Conrad di autorizzare l’azione contro la Serbia da parte di Potiorek, che ritardò l’arrivo della Seconda Armata in Galizia e indebolì ulteriormente la sua ala destra, quando conosceva l’entità della minaccia russa da est.

     Quando la Terza e l’Ottava Armata russe, con forze poderose,  irruppero in Galizia orientale il 22 agosto, solo la Prima Armata  austro-ungarica aveva già incominciato l’avanzata sulla “faccia nord” e Conrad sarebbe stato ancora in tempo a modificare i suoi piani: invece egli preferì continuare a sottovalutare il pericolo. Il 23 agosto anche la Quarta Armata di Auffenberg si mosse attraverso la zona della Tanew superiore; quel giorno, inoltre, fu ordinato a Brudermann di contrattaccare, con la Terza Armata, i Russi penetrati in Galizia da Brody verso est, ma sempre col pensiero di poter poi volgere anche la Terza Armata verso la “faccia nord”, per farla partecipare all’offensiva in Polonia. Questa è la prova del fatto che, a dispetto dei suoi stessi calcoli del tempo di pace e a dispetto delle segnalazioni ricevute, egli incominciò l’invasione della Polonia senza preoccuparsi di quale gravissimo pericolo incombeva sulla sua ala destra.

     Allorché Brudermann, secondo gli ordini ricevuti, sferrò l’attacco sulla Zolta Lipa, gli Austriaci si privarono della possibilità di attendere l’attacco nemico sfruttando, a scopo difensivo, le valli parallele degli affluenti di sinistra del Dniester nonché le eccellenti teste di ponte di Mikolajów, Halicz e Nizniów. Da esse avrebbero potuto colpire a loro volta il fianco destro di Brusilov che avanzava da est a ovest: una occasione magnifica che andò interamente sprecata per l’incomprensibile presunzione di poter non solo respingere i Russi dalla “faccia est”, con un attacco deciso e tuttavia  limitato nel tempo; ma anche di poter poi distogliere la terza Armata da quel settore per farla convergere sulla “faccia nord”.

     È interessante considerare come Brudermann, che disponeva di tre soli corpi d’armata, ancora il 25 agosto si illudesse di poter schierare forze superiori a quelle dei Russi avanzanti da est – otto corpi delle Armate Terza e Ottava – e meditasse di compiere contro di essi una manovra avvolgente. Bisogna poi arrivare alla data del 29 agosto perché il Comando Supremo austriaco cominci ad acquistare il senso della realtà e rinunci a sua volta al progettato avvolgimento dei Russi sulla Gnila Lipa. Inoltre, nocque molto agli Austro-Ungarici la loro notevolissima inferiorità in fatto di artiglieria, che era di ordine quantitativo ma anche qualitativo, per non parlare della loro scarsissima disponibilità di munizionamento. L’attacco austriaco – effettuato per lo più in ordine chiuso, cioè a ranghi compatti – fu stroncato essenzialmente dal fuoco dei cannoni russi, intrinsecamente più maneggevoli e precisi di quelli austriaci e serviti da un personale molto ben addestrato. Se, da ultimo, si tien conto che fra le truppe della Seconda Armata di Böhm-Ermolli vi erano ben 107 battaglioni di Landsturm e di marcia, poco adatti alle fatiche prolungate e, in genere, alle grandi operazioni offensive, si avrà un quadro completo di quanto fosse precaria la situazione dell’ala destra austriaca rispetto ai compiti che Conrad intendeva assegnarle: coprire la “faccia est” e, in un secondo tempo, partecipare con la Terza Armata all’offensiva sulla “faccia nord”.

57)    Riccardo Posani, La Grande Guerra, 1914-1918, Firenze, 1968 (2 voll.), vol, 1, p. 149.

58)    Nella realtà, furono 22 divisioni e 1/2 di fanteria e 9 di cavalleria. Cfr. Kriegsarchiv, op. cit., vol. I. Comunque, quando Conrad attribuiva la sconfitta alla superiorità numerica dei Russi e la quantificava in 226 battagllioni e 200.000 uomini (cfr. nota 44 del presente lavoro) mancava di onestà intellettuale e sommava un ulteriore sbaglio a quelli già commessi: evitando di riflettere seriamente sulle cause strategiche della sconfitta mediante una coraggiosa autocritica, creava i presupposti per reiterare, in futuro, gli stessi errori. Ciò che avverrà non solo sul fronte russo, ma anche su quello italiano; gli insuccessi di Conrad, infatti, sembrano scaturire tutti da una stessa sorgente: la sopravvalutazione delle proprie possibilità e la sottovalutazione del nemico.

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3.     LE BATTAGLIE DI KRASNIK E KOMARÓW.

Le due battaglie di Krasnik e Komarów, con le quali gli Austro-Ungarici incominciarono l’invasione della Russia, furono salutate nella Duplice Monarchia da un’ondata di entusiasmo sproporzionato alle reale portata di quei successi.  Soprattutto la battaglia di Komarów fu presentata all’opinione pubblica come una grande vittoria, per la qual cosa fu poi rimproverato ad Auffenberg di aver descritta al Comando Supremo come poco aderente alla realtà lo stato di disorganizzazione in cui versava la Quinta Armata russa, che – invece – fu in grado di tornare all’attacco con inaspettata rapidità. Come osserva Aldo Valori, le vittorie di Krasnik e Komarów “non furono esaltanti per le truppe, che non ne afferravano esattamente la portata strategica, la quale appariva piuttosto al freddo esame dei Comandi.” (59)  Ebbene anche questo è un fattore di cui occorre tener conto in guerra: la vittoria non infonde energia e volontà combattiva nei soldati, se essi non la percepiscono come tale ma sono invece spossati per le marce continue e, magari, affamati per la difficoltà di assicurare i rifornimenti in prima linea.

      Ora, la situazione della Prima e della Quarta Armata austriache era esattamente questa. Le truppe erano esauste molto prima di incontrare il nemico, anzi ancora prima di passare il San e la Tanew. Indi erano state continuamente impegnate in combattimenti assai duri, nei quali non di rado erano state battute e respinte in scontri di portata locale, che comunque ne avevano incrinato la fiducia iniziale. Benché vincitori – sulla “faccia nord” – fin verso la fine di agosto, gli Austriaci non avevano però il morale dei vincitori né, tanto meno, si sentivano superiori al nemico che avevano di fronte, verso il quale cominciavano anzi a nutrire un timore sempre più inquietante. Oltre al fattore psicologico, peraltro, anche la situazione strategica complessiva dell’ala sinistra austriaca non era certo scevra di gravi pericoli. Le due armate marcianti si trovavano sempre più impegnate in lotte estenuanti di alterna fortuna, con una difficilissima zona boscosa e paludosa alle spalle e con una minaccia sempre più incombente sul loro fianco destro. Secondo un autore italiano, “il 27 la situazione per le due armate austriache non appariva soddisfacente, inquantoché, data la minaccia d’avvolgimento della destra, i successi riportati a Krasnik ed a Zamosc, invece di migliorarla, l’avevano peggiorata [accentuando l’esposizione del fianco destro alla Terza Armata di Russkij], tanto più che alla sinistra anche il I Corpo era stato contrattaccato nella regione di Kotz.” (60)

     A ciò si aggiungano gli inconvenienti connessi con l’avere mutato i piani originari, facendo ora gravitare l’azione principale austriaca verso la Quarta Armata di Auffenberg anziché verso la Prima di Dankl, in conseguenza della battaglia di Komarów: primo fra tutti la minaccia portata sul fianco dalla Terza Armata russa, che obbligò Auffenberg a una prematura interruzione dell’inseguimento, ciò che si sarebbe potuto evitare se il ruolo principale dell’avanzata fosse stato lasciato alla Prima Armata.

     La battaglia di Komarów è interessante perché consente di fare un confronto con quella di Tannenerg, che si svolse proprio negli stessi giorni e in condizioni assai simili – l’una sulla “faccia sud”, l’altra sulla “faccia nord” del saliente polacco – ma che sortì un ben diverso risultato. Senza dubbio Auffenberg era un abile comandante d’armata e perseguì con costanza ed energia l’intento di stringere in una morsa i tre corpi d’armata russi insaccati a Komarów. Ma bisogna notare che lo spettacolare successo riportato a Tanneneberg da Hinbenburg e Ludendorff (su uno schema d’operazioni di Hoffmann) fu reso possibile solo dalla passività di Rennenkampf (Prima Armata russa, sulla “faccia est” della Prussia Orientale), ciò che rese possibile ai Tedeschi condurre sino in fondo l’accerchiamento e la distruzione della Seconda Armata russa di Samsonov. In Galizia, invece, l’incessante avanzata della Terza Armata di Russkij impedì ad Auffenberg, se non di realizzare l’accerchiamento, certo di condurre un vigoroso inseguimento che compensasse la mancata “Canne” di Komarów. Quanto all’insuccesso della manovra avvolgente austriaca, esso è imputabile in parte alla stanchezza delle truppe e in parte all’accanimento della difesa da parte dei Russi e in modo particolare del loro XVII Corpo. A livello di Comandi, un peso decisivo ebbe l’insuccesso dell’arciduca Giuseppe Ferdinando nel compito di sbarrare i ponti sul Bug occidentale e l’abilità dimostrata dal generale Plehve nello svincolarsi da un nemico che lo attanagliava su tre lati, nonché nel compiere una rapida ritirata eccentrica, portando in salvo quasi per miracolo il grosso della Quinta Armata.

   Durante la campagna di Galizia, Conrad elogiò il suo comandante della Prima Armata, dicendo: “I giornali scrivono continuamente della vittoria di Auffenberg. Ma Dankl ha compiuto azioni almeno altrettanto grandi. È continuamente in lotta con un nemico soverchiante. Gli si presentano sempre nuovi corpi d’armata russi, quelli vecchi vengono rabberciati e vi si aggiungono riserve nuove.” (61)  In queste parole può esservi una punta di gelosia nei confronti di Auffenberg, già uomo di fiducia dell’arciduca Francesco Ferdinando e che Conrad si affretterà, dopo la ritirata al San e al Diunajec, a far rimuovere dal comando della Quarta Armata. Anche in seguito, conunque, ebbe modo di esprimere soddisfazione per lo svolgimento delle operazioni in Polonia sud-occidentale da parte di Dankl (che, dopo l’entrata in guerra dell’Italia, verrà trasferito sul fronte del Tirolo meridionale). Per quanto riguarda Auffenberg, invece, nelle sue Memorie scriverà di essersi immaginato l’offensiva della Quarta Armata come un’avanzata su un largo fronte; e, fra i motivi che indussero l’arciduca Federico a chiedere l’esonero del suo comandante, un peso notevole ebbe l’accusa di aver esagerato la portata della propria vittoria sulla Quinta Armata russa. Il generale Auffenberg (che, nell’aprile del 1915, venne arrestato per presunte irregolartà commesse al tempo in cui era stato ministro della Guerra e che, prosciolto per mancanza di prove, non ritornò mai più alla vita pubblica) si difese bensì con vigore negando una simile accusa, ma resta pur sempre il fatto che il pronto ritorno offensivo di Plehve, subito dopo la sconfitta della Quinta Armata russa, giunse per il Comando Supremo austriaco come un fulmine a ciel sereno ovvero, secondo l’espressione adoperata dall’Ufficio storico-militare, come “una mazzata.” (62) Quanto al comandante del VI Corpo austriaco, il generale Adriano Alberti scrive che “Boroevic, generale stimato in pace pr la sua elevata capacità, si era dimostrato a Komarów comandante di corpo d’armata prudente e nello stesso tempo energico e tenace.” (63)

    Da parte russa, le sconfitte di Krasnik e Komarów costituirono un ritardo, ma non uno sconvolgimento irreparabile nello svolgimento dei piani originari per la campagna contro l’Austria. Il provvedimento più importante che esse imposero alla Stawka fu il richiamo della Nona Armata dalla zona di Varsavia, dove il granduca Nicola l’aveva tenuta fino allora per la progettata marcia su Berlino, e il suo ingresso in linea a sostegno dell’ala destra russa dopo gli insuccessi iniziali sulla “faccia nord” di Galizia. Nella prospettiva della guerra comune austro-tedesca sul fronte orientale, il richiamo della Nona Armata russa e l’abbandono del progetto di una offensiva in direzione di Berlino furono senza dubbio un successo rimarchevole: ma quel che la Germania guadagnò, in termini di sicurezza della sua frontiera e della sua stessa capitale, fu pagato a caro prezzo dalla sua alleata, l’Austria-Ungheria. Se i Russi non avessero avuto sotto mano quell’armata nuova di zecca, da gettare nel punto più minacciato del loro schieramento e cogliendo di sorpresa l’avversario, è probabile che la loro ala destra – e particolarmente la Quarta Armata – sarebbe andata incontro a una sconfitta decisiva.

     Un altro provvedimento notevole preso dalla Stawka in quei giorni di fine agosto fu l’esonero del generale Zaltza dal comando della Quarta Armata e la sua sostituzione con il generale Evert. Quest’ultimo era uno dei più apprezzati comandanti  dell’esercito russo; assunto il comando della Quarta Armata il 26 agosto, l’indomani della battaglia di Krasnik, subito si mostrò un degno avversario del generale Dankl.

     Benché inizialmente alquanto inferiori di numero, le truppe della Quarta e Quinta Armata russe si difesero con grande determinazione; la loro ritirata, poi, fu abbastanza profonda e tuttavia consentì di mantenere gli obiettivi strategici principali della manovra austriaca: la città di Lublino e la ferrovia Lublino-Cholm. Come osserva il Tosti, “nella battaglia di Komarów si combatté con estremo valore da una parte e dall’altra. Un Corpo d’Armata russo, il XIX, al comando del generale Gorbatovskij, si difese per tre giorni, benché serrato su tre lati dal nemico.” (64)

59)    Aldo Valori, La guerra dei Tre Imperi, Bologna, 1925.

60)    Enciclopedia Militare, voce Battaglia strategica di Leopoli, vol, IV, pp. 564-566.

61)    J. Redlich, cit. in M. Schettini, La letteratura della Grande Guerra, Op. cit., p.

62)    Kriegsarchiv, Op. cit., vol. I.

63)    Adriano Alberti, voce Boroevic dell’Enciclopedia Italiana, ediz. 1949, vol. VII.

64)    Amedeo Tosti, Storia della guerra mondiale 1914-1918, Milano, Mondadori, 1937 (2 voll.), vol. 1, p. 99.

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4.     LA SECONDA BATTAGLIA DI LEOPOLI.

     La sconfitta definitiva di Brudernann sulla Gnila Lipa segnò la chiusura della grande azione tattica che costituì la prima battaglia di Leopoli. Con la ritirata della Seconda e Terza Armata austriache dietro la linea della Wereszyca, l’ingresso delle truppe russe a Leopoli, la conversione della Quarta Armata austriaca presso Rawa Ruska e la pressoché contemporanea deviazione della Terza Armata russa verso nord-ovest, la campagna di Galizia entrò nella seconda e decisiva fase.

     La conversione della Quarta Armata austriaca fu una operazione complicata e difficile, sebbene fin dai piani del tempo di pace Conrad avesse considerato l’eventualità di una conversione della sua ala avanzante per parare possibili minacce sul fianco destro. Il totale rovesciamento di fronte della Quarta Armata, eseguito con successo dal generale Auffenberg dopo la battaglia di Komarów, privò gli Austriaci dei frutti della loro precedente vittoria e consentì all’intera ala destra dello schieramento russo di riprendere l’offensiva sulla “faccia nord” di Galizia, vanificando i successi austriaci.

     “Il 4 i Russi sviluppano vigorosamente l’attacco della loro Quarta e Quinta Armata nel momento in cui tutto l’esercito austriaco è in movimento per assumere il nuovo schieramento: si ha dunque un complesso di gruppi staccati, lontani, incapaci a prestarsi reciproco appoggio e di svolgere azioni coordinate e per di più tutti, più o meno, seriamente provati. Fortunatamente per essi, l’offensiva russa è lenta e poco vigorosa; e ciò forse in dipendenza del loro proposito di procedere ad un nuovo raggruppamento delle forze e di spostare verso nord-est l’asse di manovra della Terza Armata.” (65)

    Secondo vari storici militari, tuttavia, Conrad avrebbe potuto azzardare ancor di più, facendo convergere insieme alla Quarta Armata anche il II e il XIV Corpo e lasciando di fronte a Plehve soltanto le divisioni di cavalleria del Gruppo arciduca Giuseppe Ferdinando; anche la Relazione Ufficiale austriaca è di questa opinione. In realtà, secondo parecchi critici Conrad commise un errore già solo per il fatto di volere, con un ritorno offensivo, strappare a ogni costo la vittoria nei dintorni di Leopoli. La situazione ormai critica della Prima Armata e del Gruppo Giuseppe Ferdiandno, separati fra loro, premuti da forze preponderanti e non in grado di proteggere efficacemente le retrovie delle armate impegnate fra Rawa Ruska e il Dniester (la Quarta, la Terza e la Seconda) avrebbe dovuto sconsigliare al Capo di Stato Maggiore austriaco un simile progetto.

     Per la stessa ragione, e a maggior motivo, sarebbe stato opportuno interrompere la battaglia assai prima dell’11 settembre: e precisamente a partire dal momento in cui apparve chiaro che l’ala sinistra della Quarta Armata era rimasta “inchiodata” nei pressi di Rawa Ruska e perciò impossibilitata a partecipare al movimento avvolgente previsto per l’intero fronte di Auffenberg.. A partire da quel momento, e cioè il 7 settembre, le prospettive di successo dell’intera campagna non potevano che apparire drasticamente ridotte, per non dire quasi esaurite. Anche il comandante della Quarta Armata, generale Auffenberg, era di tale parere: insistere nella grande battaglia davanti a Leopoli non aveva più senso perché, anche vincendo, non vi sarebbe stato il tempo di sfrurttare il successo. In ogni caso, è certo che dopo l’esito insoddisfacente degli attacchi della Seconda e Terza Armata al di là della Wereszyca, le probabilità favorevoli per la grande operazione disegnata da Conrad erano pressoché sfumate. Quindi l’attacco generale austriaco del 10-11 settembre verso Leopoli fu un’azione priva di obiettivo strategico: un eventuale successo tattico – che, peraltro, non vi fu, e ciò nonostante la loro locale superiorità numerica – non avrebbe mai potuto tradursi in un inseguimento a fondo e, quindi, in una vittoria suscettibile di compensare le gravi perdite subite dagli Austriaci in quel loro estremo tentativo.

      Ma non solo questo difetto d’impostazione generale strategica commise il Conrad, bensì anche uno a livello tattico: l’incapacità di assicurare un’azione unitaria e fortemente coesa delle Armate Seconda e Terza, le quali mossero all’attacco in ordine sparso. Ciascun corpo, ciascun battaglione, ciascun reggimento procedettero in avanti senza che una forte regia riuscisse a tenere stretti in un fascio quei cento diversi comandi subordinati. In altre parole, mancò un efficace coordinamento fra le unità e inevitabilmente gli Austriaci si dispersero in una quantità di azioni isolate, nelle quali  non riuscivano a percepire l’importanza e l’estrema necessità di concordare una grande manovra comune. “La battaglia – scrive uno studioso italiano -, svoltasi lungo un fronte di 350 km., fu combattuta dagli Austriaci con la densità media di tre uomini per metro lineare; non c’erano riserve e la battaglia risultò sminuzzata in azioni singole, conseguenza dell’avere impostato la manovra per la battaglia su movimenti di innumerevoli colonne di divisione, senza scaglionamento in profondità.” (66)

     Da parte sua, il granduca Nicola si dimostrò un abile stratega, riuscendo a coordinare efficacemente gli sforzi delle diverse armate e sferrando sempre l’attacco decisivo, sia nella prima che nella seconda battaglia di Leopoli, contro il punto più vulnerabile dello schieramento avversario.

     Come osserva giustamente il maresciallo Wavell, “l’opportunità di trasformare la ritirata austriaca in una rotta sembra, tuttavia, essere stata mancata quando la Nona Armata da Varsavia rinforzò direttamente la Quarta Armata [dopo la battaglia di Krasnik], invece di essere diretta ad ovest sulla linea di ritirata austriaca.” (67)

    Dei comandanti russi, forse il più abile si dimostrò il generale Russkij, i cui ripetuti tentativi di avvolgere da nord, per Rawa Ruska, la Quarta Armata austro-ungarica ebbero un peso decisivo sull’esito finale della lotta. D’altra parte, la drammatica occupazione di Leopoli da parte della sua Terza Armata, il 3 settembre,  gli creò in Russia un prestigio e una popolarità superiori all’entità reale di quell’avvenimento.  Nell’ottobre 1914 Russkij fu chiamato a comandare il fronte nord-ovest contro la Germania e il comando della Terza Armata venne affidato al generale bulgaro Radko-Dimitriew, passato al servizio della Russia, che già si era distinto nella presa di Leopoli.

     L’esito finale della campagna vide l’insuccesso dei piani originari dei due Stati Maggiori, miranti entrambi all’annientamento dell’avversario. Il granduca Nicola aveva ottenuto una notevole vittoria, che entusiasmò moltissimo l’opinione pubblica in Russia ed ebbe, tra l’altro, l’effetto di far passare quasi insosservato il contemporaneo disastro di Tannenberg (chiamato nella storiografia russa, e con maggior fondamento, battaglia di Soldau; il nome “battaglia di Tanneneberg” venne scelto arbitrariamente dai Tedeschi per vendicare a posteriori la sconfitta subita dai cavalieri dell’Ordine Teutonico da parte del re di Polonia e di Lituania, proprio in quella località, il 15 luglio 1410). Tuttavia il suo obiettivo principale, la distruzione dell’esercito austriaco, non era stato raggiunto.  Prima della guerra, molti in Russia avevano sottovalutato la capacità di resistenza di quel “mosaico di nazionalità”  che era l’esercito di Francesco Giuseppe. “Eppure, nonostante tutte le sue evidenti debolezze – osserva un insigne storico militare britannico -, quel conglomerato eterogeneo di razze resistette agli urti e alle tensioni della guerra in un modo che sorprese e sgomentò i suoi avversari.” (68)

     D’altra parte, neppure gli ambiziosi piani di accerchiamento di Conrad si erano potuti realizzare, e l’esercito russo, pur avendo subito anch’esso perdite gravi ed avendo consumato enormi quantità di munizioni difficilmente sostituibili, era pur sempre un avversario temibilissimo che premeva sui Carpazi e, dalla parte di Cracovia,  minacciava l’invasione della Slesia nonché del cuore stesso della Germania. Sembrava il tanto temuto “rullo compressore” che avanzava, apparentemente irresistibile, lungo tutta l’enorme estensione dal Mar Baltico alla frontiera della Romania. “Ma – scrive giustamente il Posani – sul piatto della bilancia  della guerra non pesano solamente le vittorie sul campo e i territori conquistati; pesa, ed in maniera determinante, il potenziale di un paese.  E quello russo era pericolosamente scarso.” (69)

     Le battaglie di Leopoli sono importanti non tanto perché preanunciarono che, alla lunga, l’Austria-Ungheria avrebbe perso la guerra (e, del resto, la Russia l’avrebbe persa anche prima), quanto perché significarono che la guerra sarebbe continuata.  L’illusione della guerra breve, che si era impadronita di tutti gli Stati Maggiori europei, era bruscamente svanita e gli eserciti si trovarono a dover affrontare le impreviste difficoltà e i sacrifici durissimi di una guerra d’usura, di durata pressoché indefinita.

65)    Enciclopedia Militare, loc. cit.

66)    Ibidem.

67)    A.P. Wavell, Op. cit., vol. 13, p. 903.

68)    B. H. Liddell hat, La prima guerra mondiale 1914-1918, Milano, 1968, p. 63.

69)    R. Posani, Op. cit., vol. 1, p. 153-55.

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5.     GIUDIZI CRITICI.

     Il giornalista italiano Arnaldo Fraccaroli, che fu corrispondente di guerra dal fronte austro-russo nell’agosto-settembre 1914, scrisse: “I soldati russi si battono molto bene. I soldati austriaci si battono molto bene.[…] L’esercito austriaco si è preparato mirabilmente a questa guerra. Gli strateghi da caffè sussulteranno a una simile dichiarazione: se gli austriaci sono battuti, vuol dire che sono male organizzati e che non sanno combattere. Non è vero. Si sono preparati bene, ma con soverchia fiducia. Avevano la certezza di vincere: di vincere facilmente. Tutte le vie della vittoria erano pronte: quelle della ritirata un po’ meno. E ora stanno accorgendosi che questo è un errore…” (70)

     Il generale Danilov diede questo giudizio sulle battaglie di Leopoli:”Le operazioni in Galizia, che si svolgevano suun frinte di 500 chilometri,  sono durate tre settimane ed hanno impegnato masse di milioni di combattenti. Le truppe russe si sono rivelate eccellenti: ben condotte, esse  si rivelarono degne della vittoria. Tutte le armi gareggiarono in ardore ed abnegazione.  L’esercito austriaco era di valore inferiore, ma le sue unità tedesche e ungheresi si batterono con tenacia: era ben comandato ed i suoi capi erano abili ed energici.” (71)

     Il generale Golovin ha scritto: “Durante i primi combattimenti i nostri reggimenti di fanteria si rivelarono più  ‘moderni’ di quelli dei loro avversari. Non soltanto gli Austro-Ungarici, ma anche i Tedeschi si presentavano in formazioni dense, a forma di catene molto fitte, che offrivano buoni bersagli alla nostra artiglieria e ai nostri fanti.” (72)

    Secondo il generale Ludendorff, l’esercito austro ungarico “non era abbastanza forte per poter condurre a termine i suoi piani, forse non era ben organizzato e nella sua patria non aveva, come il nostro esercito, l’esempio che incita a grandi azioni.[…] Lo Stato Magiore austro-ungarico rimaneva estraneo al servizio delle truppe.  Teneva una disciplina ferrea, reprimeva la gioia anche per le singole azioni intraprese e ben riuscite. Bene organizzati erano invece i servizi di retrovia, ma essi esigevano l’opera di un numero enorne di ufficiali…” (73)

     Il maresciallo Wavell, infine, giudica che “il Comando Supremo austro-ungarico appare aver dipeso eccessivamente da una strategia opportunistica. È difficile trovare nella sua organizzazione originaria per la campagna alcuna ricognizione necessaria per quella ‘massa di manovra’, capace di  essere trasferita da un’ala all’altra, che è l’essenza dell’azione per linee interne. Inoltre, l’inefficacia di differire l’azione delle loro masse di cavalleria privò gli Austriaci di un’arma potente.” (74)

     Per quanto riguarda il rendimento delle truppe dei vari distretti russi, il generale Andolenko riporta le interessanti statistiche sovietiche circa il grado di tenacia  fra i vari contingenti, ottenuto confrontando le perdite in morti, feriti e prigionieri.  “I più tenaci sarebbero i Cosacchi del Kuban” (15% di prigionieri contro l’85% di morti e feriti), quindi verrebbero i Cosacchi del Don (30%), i Piccoli Russi (33%), i Grandi Russi (40%), i Polacchi (55%) e i Lituani (65%). È la provincia di Yaroslav, agricola, ma la più istruita della Russia, che ha dato la percentuale più bassa di prigionieri.” (75) Da parte austriaca, secondo la Relazione Ufficiale di Vienna, l’Austria tedesca ebbe 29 morti su ogni 1.000 abitanti nel compleso della guerra 1914-1918, l’Ungheria 28, la croazia 20. E aggiunge: “I Croati hanno fornito all’imperatore e re, fino quasi al termine della guerra mondiale,  soldati insuperabili, cresciuti ancora nelle tradizioni di frontiera. Ai Croati seguono certamente, nella progressione del valore militare, gli Sloveni dell’interno dell’Austria e gli Slovacchi dell’Alta Ungheria. Ma anche i Serbi fecero il loro dovere, per lo meno nei primi periodi della guerra e più tardi ancora contro l’Italia: e appunto la lotta tra i fratelli di stirpe  sulle due rive della Drina fu non di rado condotta con il massimo accanimento.  A qualche distanza seguono i Polacchi della Galizia, il cui slancio è stato indubbiamente sminuito alquanto dall’immediato pericolo dell’invasione russa.[…]  Poco slancio nel rispondere ai loro obblighi di guerra dimostrarono i Romeni del Siebenbürgen.” (76) A quest’ultima affermazione fa eco quanto ha scritto Josef Redlich fin dal settembre 1914:  “Il XII Corpo (Hermannstadt)  pare sia molto debole: ci si lamenta della mancanza di slancio dei Romeni.” (77) Nemmeno i Cechi brillarono per ardore combattivo; gli Ucraini della Galizia orientale fornirono probabilmente le truppe più malsicure. Non abbiamo statistiche precise relative alle truppe di nazionalità italiana (trentini, giuliani e dalmati), ma sembra che esse si siano battute con disciplina sul teatro di guerra russo, subendo forti perdite. (78)

70)    A. Fraccaroli, Op. cit.

71)    Ripotato in S. Andolenko, Op. cit., p. 342.

72)    Ibidem, p. 318.

73)    E. Ludendorff, Op. cit.

74)    A. P, Wavell, Op., cit. , vol. 13, p. 903.

75)    Riportato da S. Andolenko, Op. cit., p. 316.

76)    Kriegsarchiv, L’ultima uerra dell’Austria-Ungheria, cit., vol. I.

77)    M. Schettini, La letteratura della Grande Guerra, cit., p. 297.

78)    Cfr., ad es., Mario Ferruccio Belli, Cortina d’Ampezzo 1914-1918. Dall’Austria all’Italia, Belluno, 1993.

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Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 26/07/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 28 Novembre 2017

Del 15 Ottobre 2020

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