domenica, 13 Giugno 2021
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Con un falso telegramma dello spionaggio inglese von Spee fu preso in trappola alle Falkland

Con un falso telegramma dello spionaggio inglese von Spee fu preso in trappola alle Falkland nella I^guerra mondiale come nella II^i servizi segreti britannici mostrarono un grado di preparazione superiore a quello dei tedeschi di Francesco Lamendola

Il capitano Franz Dagobert Johannes von Rintelen (1878-1949), membro del Servizio Segreto della Marina imperiale germanica, svolse un ruolo importante, anche se poco noto, nella guerra che oppose lo spionaggio tedesco a quelli dell’Intesa nella prima fase del Primo conflitto mondiale, fra il 1915 e il 1916.

Negli Stati Uniti d’America organizzò attentati e soprattutto scioperi e boicottaggi portuali per ostacolare e ritardare l’invio di materiale bellico dai porti atlantici di quella nazione alla Gran Bretagna, facendo leva soprattutto sul malcontento politico e sindacale dei lavoratori, sui sentimenti isolazionisti di buona parte dell’opinione pubblica statunitense e soprattutto sulla forte ostilità verso l’Inghilterra da parte degli operai e degli scaricatori americani di origine irlandese, desiderosi di favorire la causa indipendentista della loro isola.

Gli Stati Uniti erano ancora formalmente neutrali (e lo rimasero fino al 7 aprile del 1917, quando dichiararono guerra alla Germania, mentre la dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria ebbe luogo nel dicembre dello stesso anno), ma già – come, del resto, sarebbe accaduto anche nella Seconda guerra mondiale – il loro governo propendeva tacitamente per la causa alleata e praticava una politica favorevole all’esportazione di materiale bellico verso la Gran Bretagna e la Francia. Fu poi la campagna sottomarina indiscriminata da parte della Germania, e soprattutto “l’affare Zimmermann”, a indurre il presidente Woodrow Wilson, rieletto nel 1916 dopo una campagna elettorale ispirata al neutralismo, a deporre la finzione giuridica della neutralità e a scendere apertamente in campo, gettando sul piatto della bilancia tutto il peso finanziario, industriale e militare della nazione, ciò che significò l’inizio della fine per gli Imperi centrali.

Un altro ambito di attività di von Rintelen consistette nell’avviare cauti approcci diplomatici con l’ex presidente messicano, Victoriano Huerta, che nel luglio del 1914 era stato costretto dalla rivoluzione a lasciare il suo Paese (proprio fuggendo a bordo di un incrociatore messogli a disposizione dal governo imperiale tedesco, il «Dresden»), al fine di aiutarlo a riprendere il potere e spingerlo, poi, ad intraprendere una guerra contro gli Stati Uniti, facendogli sperare in un recupero di due degli Stai americani del Sud-ovest che il Messico aveva perduto con il Trattato di Guadalupe-Hidalgo del 1848: l’Arizona e il New Mexico. La Germania avrebbe offerto al Messico sostegno finanziario e l’invio di sottomarini e navi da guerra per sostenere l’attacco messicano; avrebbe favorito un passaggio di campo del Giappone, che, voltosi contro la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, avrebbe a sua volta dovuto attaccare le posizioni dell’Intesa nell’Oceano Pacifico (cosa che sarebbe realmente accaduta, ma solo nel dicembre del 1941); infine avrebbe tenuto impegnata la flotta statunitense mediante la guerra sottomarina indiscriminata, mentre il Messico avrebbe impegnato le forze terrestri americane.

Von Rintelen si rendeva conto che la neutralità degli Stati Uniti non sarebbe durata indefinitamente e considerava inevitabile che il Governo americano, prima o poi, rompesse gli indugi ed entrasse in guerra: la carta messicana, pertanto, andava giocata nella prospettiva che ciò accadesse, invero senza tener conto del fatto che avrebbe potuto essere proprio quella ad offrire al governo americano il desiderato pretesto per l’intervento. Di fatto fu proprio quel che avvenne, allorché fu reso noto il contenuto del “telegramma Zimmermann”, decrittato dagli Inglesi e trasmesso alle autorità americane, nel quale al New Mexico e all’Arizona il ministro degli Esteri tedesco, Arthur Zimmermann, aveva aggiunto, per invogliare il presidente Venustiano Carranza, anche il Texas, (perduto con i Trattati di Velasco del 1836, sotto la presidenza di Santa Anna); ma ciò avvenne solamente due anni dopo. Il telegramma fu intercettato e messo in chiaro dagli Inglesi fin da subito, nel gennaio 1917, e trasmesso al governo statunitense, che, dopo qualche esitazione (soprattutto perché, all’inizio, dubitava della sua autenticità) lo ritrasmise alla stampa americana il 1° marzo, che lo pubblicò immediatamente, suscitando una ondata di indignazione popolare e offrendo a Wilson l’atteso pretesto per l’intervento in guerra (più o meno come l’attacco di Pearl Harbour, ventiquattro anni dopo, lo avrebbe offerto a F. D. Roosevelt, lui pure rieletto alla presidenza dopo aver promesso che avrebbe conservato la neutralità americana).

Ma a quel punto il gioco era passato dalle abili mani di Rintelen in quelle, assai più goffe, del ministro tedesco a Berlino e del suo ambasciatore in Messico, Heinrich von Eckardt, i quali furono così sprovveduti da continuare le loro conversazioni telegrafiche servendosi sempre del medesimo codice, pur sospettando quel che effettivamente era avvenuto: cioè che i Britannici avevano trovato il modo di metterlo in chiaro (altra impressionante analogia con quanto avverrà nella Seconda guerra mondiale e di cui non solo la Marina tedesca, ma anche quella italiana, avrebbero fatto amaramente le spese, in seguito alla decrittazione del codice “Enigma” da parte dei servizi segreti polacchi, sotto la direzione del matematico Marian Rejewski, ancora prima che la guerra fosse effettivamente incominciata).

Il tentativo di Rintelen di coinvolgere il Messico era frattanto fallito, perché, dopo un incontro preliminare con Huerta, avvenuto a New York, in un albergo di Manattan, nel quale il primo offerse al secondo una bella somma di denaro (argomento cui Huerta era assai sensibile), i servizi segreti americani, venuti a giorno della cosa, pedinarono l’ex dittatore messicano e lo arrestarono presso il confine, prima che potesse rientrare in Messico, rinchiudendolo nella prigione di Fort Bliss. Rilasciato, Huerta morì pochi giorni dopo, il 13 gennaio 1916, in modo piuttosto misterioso: ufficialmente il certificato di morte parlava di cirrosi epatica (l’ex dittatore era notoriamente alcolizzato), ma non furono in pochi a sospettare che fosse stato avvelenato dai servizi segreti americani durante la detenzione. Eppure, neanche la sua morte valse a interrompere le trame tedesche, sempre più irrealistiche e azzardate, miranti a trascinare il Messico (e, se possibile, anche il Giappone: soprassedendo all’occupazione nipponica di Tsingtao e delle Isole Marianne, Palau, Marshall e Caroline) in una guerra contro gli Stati Uniti, per vincolare le forze statunitensi che, altrimenti, avrebbero preso la via del fronte occidentale. Il tentativo, come abbiamo detto, venne ripetuto con Carranza; il quale, però, dopo aver sottoposto la proposta germanica ai suoi consiglieri politici e militari, che espressero parere negativo, declinò ufficialmente l’offerta, il 14 aprile del 1917: cioè, ironia della sorte, una settimana dopo che il governo di Washington aveva ormai dichiarato la guerra a quello di Berlino.

Rintelen, intanto, era stato catturato, a quanto pare per una inconcepibile imprudenza, o leggerezza, del suo superiore, Franz von Papen (che sarebbe stato cancelliere tedesco dal giugno al novembre 1932, poco prima dell’avvento dei nazisti al potere), addetto militare presso l’ambasciata tedesca di Washington. Espulso dagli Stati Uniti nel dicembre 1915 come “persona non grata”, von Papen, nell’ottobre del 1918, era in servizio come ufficiale di collegamento presso l’esercito turco in Palestina, allorché il fronte fu spezzato dall’offensiva del generale Allenby e, nella fuga precipitosa, lasciò nella sua tenda delicatissimi documenti segreti, che caddero nelle mani degli Inglesi, compromettendo definitivamente Rintelen. Questi era stato arrestato dagli Inglesi mentre rientrava, sotto falsa identità (e con un passaporto svizzero) in Germania, passando proprio per la Gran Bretagna (non c’erano, del resto, molti altri modi di farlo, a parte i sommergibili, dato che le rotte atlantiche erano totalmente controllate dalla Flotta britannica), e da lì tradotto nuovamente negli Stati Uniti, processato per avere organizzato atti di sabotaggio – fra i quali il famoso attentato di Black Tom del 30 luglio 1916, che aveva provocato gravi danni materiali e causato sette morti – e condannato a quattro anni di lavori forzati, da scontarsi nel penitenziario di Atlanta, in Georgia, in mezzo ai criminali comuni, come tale essendo stato considerato.

Invano egli aveva protestato la sua qualità di ufficiale dell’esercito tedesco: poiché gli Stati Uniti, all’epoca della sua attività spionistica e terroristica, erano ancora neutrali, le sue azioni vennero giudicate con il metro della criminalità comune. Scontò interamente la pena, sopportando un regime carcerario durissimo, e rientrando in Germania solo nel 1921, per trovare, con cocente delusione, un Paese che desiderava solo dimenticare la guerra e coloro che vi avevano creduto e partecipato. Rintelen era convinto che il governo tedesco si fosse “dimenticato” di lui, omettendo di compiere qualsiasi passo diplomatico in suo favore, per le manovre di von Papen – tutt’altro che desideroso di vedere riaperta quella vecchia storia, da cui non sarebbe uscito con onore – che ebbero l’effetto di screditarlo interamente presso le autorità di Weimar.

Più tardi von Rintelen decise di lasciare definitivamente la Germania, che aveva servito con tanta fedeltà e abnegazione, per stabilirsi in Gran Bretagna, ove, frattanto, si era fatto nuovi amici, a cominciare dai suoi ex avversari del Servizio segreto inglese, fra i quali l’ammiraglio Sir William Reginald Hall, già capo del Servizio Informazione della marina britannica. L’ex agente tedesco visse ritirato e morì, totalmente dimenticato, il 30 maggio 1949 (era nato il 19 agosto 1878 in una famiglia di banchieri con notevoli agganci negli Stati Uniti: e per quel motivo era stato destinato allo spionaggio nel Paese nordamericano).

Nel 1933 aveva dato alle stampe, a Londra, per i tipi della Penguin Books, il suo interessante libro di memorie: «The Dark Invader: War-Time Reminiscences of A German Naval Intelligence Officer»; libro che venne tradotto prontamente in Italia, nella versione di Mario Bacchelli, dall’editore Arnoldo Mondadori. In esso, fra le altre cose, l’Autore forniva una versione fino ad allora sconosciuta – e anche in seguito, a quel che ci risulta, pressoché  ignorata – dell’antefatto relativo alla battaglia navale delle Isole Falkland (8 dicembre 1914), nella quale la Squadra degli incrociatori tedeschi dell’Estremo Oriente, comandata dal vice-ammiraglio conte Maximilian von Spee, era stata pressoché interamente distrutta da una squadra britannica, assai più potente, comandata dall’ammiraglio sir Doveton Sturdee.

Gli studiosi di storia navale si sono sempre domandati quale prodigiosa somma di circostanze fece sì che la potentissima squadra britannica, forte di due navi da battaglia, l’«Invincible» e l’«Inflexible», giungesse a Port Stanley meno di ventiquattr’ore prima che la squadra tedesca, la cui posizione era, teoricamente, ignorata da tutti, e questo da circa un mese (dopo la visita di von Spee alla colonia tedesca di Valparaiso, all’indomani della vittoriosa battaglia di Coronel del 1° novembre), si presentasse davanti al porto, con l’intenzione di bombardarlo, distruggere la stazione radiotelegrafico e prendere prigioniero il governatore britannico delle Isole Falkland, come ritorsione per la cattura del governatore tedesco di Samoa da parte dei Britannici. Possibile che la Dea Bendata si fosse divertita a giocare uno scherzo così tragicamente improbabile all’ammiraglio tedesco, dopo averlo assistito durante la sua lunghissima crociera, dalle coste della Cina fino alle acque dell’Oceano Atlantico, quando ormai gli si dischiudeva l’ultimo tratto di navigazione per il rientro in patria, forzando il blocco alleato? Possibile, in altri termini, che si fosse trattato di una inverosimile, e tuttavia casuale, coincidenza, sia di tempo che di luogo? Oppure all’Ammiragliato britannico era perfettamente informati su dove e quando individuare von Spee e questo addirittura in anticipo, sì da poter organizzare nel modo più accurato la trappola da cui la sua squadra doveva uscire totalmente annientata?

Ebbene, le memorie di von Rintelen offrono una risposta a questi interrogativi. Durante il periodo della sua detenzione provvisoria in Inghilterra, e prima di essere estradato negli Stati Uniti d’America, l’ufficiale tedesco venne interrogato da alcuni alti ufficiali del Servizio Informazioni della Marina britannica, alla presenza dell’ammiraglio Hall. Costoro lavoravano nella Stanza 40 (Room 40), nome convenzionale del controspionaggio navale; e avevano avuto la straordinaria fortuna di venire a conoscenza del codice segreto della Marina germanica fin dai primissimi giorni di guerra, grazie al fatto che l’incrociatore leggero «Magdeburg» si era arenato sulle coste del Golfo di Finlandia, al largo di Kronstadt, il 26 agosto 1914, e i Russi vi avevano trovato il codice e lo avevano prontamente trasmesso a Londra, ove era stato decrittato. Fra parentesi, i Tedeschi furono così poco astuti che non lo cambiarono mai, per tutta la durata del conflitto, benché Rintelen fosse venuto a conoscenza del fatto che gli Inglesi ormai lo conoscevano e lo avesse tempestivamente segnalato a Berlino, scongiurando il proprio Servizio segreto navale di modificarlo, ma senza ottenere alcun risultato: sicché per oltre quattro ani, fino al novembre del 1918, la Flotta britannica fu preventivamente informata di tutti i movimenti della flotta tedesca.

Fu uno degli ufficiali britannici della Stanza 40, lord Richard Herschell, e poi lo stesso ammiraglio Hall, che, nel corso degli interrogatori a von Rintelen, dissero a quest’ultimo come stavano le cose riguardo al codice segreto tedesco, e inoltre gli rivelarono i particolari inediti su come era avvenuta la distruzione della squadra navale di von Spee, argomento da noi già trattato in un apposito saggio (cfr. «L’ultima crociera dell’ammiraglio Spee. Battaglie navali di Coronel e Falkland (novembre-dicembre 1914)», pubblicato parzialmente sul sito di Arianna Editrice, in data 23/08/2007, e integralmente sul sito del Centro Studi La Runa, in data 27/12/2009).

Così, dunque, si espressero l’ammiraglio Hall e il suo aiutante lord Herschell, parlando con il prigioniero Franz von Rintelen (op. cit., Verona, 1934, pp. 193-199):

«L’ammiraglio Spee stava incrociando con la sua squadra chi sa dove, e a Londra non si riusciva ad avere nessuna notizia certa sulla sua posizione. [Segue la descrizione di come Hall fece costruire due finte corazzate tipo Dreadnought, in legno, e i come le fece spostare nell’Egeo, per sostituire segretamente l’«Invincible» e l’«Inflexible», allora adibite al blocco dei Dardanelli, per evitare la fuga del «Goeben», e inviarle nell’Atlantico, a caccia di von Spee.]

I vascelli di legno si stavano tuttora cullando sulle onde, e non avevano ancora e gettate le ancore, quando l’”Invincible” e l’”Inflexible” presero il largo e si fecero strada inosservato attraverso il Mediterraneo, mentre il servizio di informazioni germanico non aveva la più lontana idea del fatto che due pericolosi nemici fossero partiti alla ricerca dell’ammiraglio Spe. Passato lo Stretto di Gibilterra, volsero le prue direttamente al Sud-Ovest.

Come lord Herschell fu giunto a questo punto, lo interruppi: “Perché proprio a Sud-ovest? Sapevano dunque dove si trovava Spee?”

“Noi sapevamo dove egli SI SAREBBE TROVATO.” Replicò Herschell, guardando l’ammiraglio Hall.

L’Ammiraglio continuò a guardar fisso davanti a sé: “Gli avevo telegrafato” disse piano “per fargli sapere dove gli incrociatori inglesi lo avrebbero trovato; ed egli non mancò all’appuntamento.”

Scostai la seggiola dalla tavola e mi misi a ridere: “Scusatemi, sir Reginald, non è molto cortese da parte vostra di gabbare in questo modo un povero prigioniero. Non v’aspetterete che io creda a quel che dite?”

Guardai il viso grave dell’Ammiraglio, e fui istintivamente sicuro che quel che m’aveva raccontato era vero; ma non potevo concepire come gli fosse riuscito di mandare un telegramma a Spee. Che cosa mai intendeva? Egli proseguì, e io cominciai a capire.

Costo non avevano fatte mai le cose a mezzo. I nostri a New York erano negligenti per quel che riguardava il cifrario, e gli Inglesi avevano prese le loro precauzioni per assicurarsi che i due incrociatori non fallissero il proprio obiettivo: sapevano quel che stavano facendo. Io sospettavo già che essi fossero in possesso del cifrario segreto germanico, e al lume di questa presunzione cominciai a capire quel che avevano fatto. Spee con la sua squadra era ben costretto a comparire da qualche parte, e le maggiori probabilità erano che ciò avvenisse al largo della costa occidentale del Sud America. La supposizione era esatta: la sera del 1° novembre 1914 giunse la notizia, terribile per gli Inglesi, che Spee aveva distrutto la squadra del’ammiraglio  Cradock al largo di Coronel, e che s’era allontanato a tutto vapore dal teatro della battaglia, in direzione di Valparaiso. La notizia del suo arrivo in quel porto fu, naturalmente, trasmessa immediatamente per cablogramma. A Londra sapevano che egli era sbarcato con i suoi ufficiali e che era stato festeggiato dalla colonia tedesca. Egli era dunque a Valparaiso. Hall cominciò a ricostruire sulla tavola il proprio piano d’azione, servendosi di oggetti vari:

“Qui c’era Valparaiso” (una scatola di fiammiferi); “qui i due incrociatori” (e un’altra scatola di fiammiferi rappresentava Berlino). “Qui c’era Berlino: qui Valparaiso e il conte Spee. Qui i due incrociatori. Qui Berlino, e a Berlino c’era..”

“Il vostro uomo?” saltai su io.

“Il mio uomo” disse Hall con calma, “il mio agente”.

 Io gli avevo ordinato di trovare in che modo i telegrammi erano spediti dall’Ammiragliato tedesco alle navi che si trovavamo ancora per il mondo, ed egli m’informò che il metodo era semplicissimo: quando s’aveva da spedire uno di tali telegrammi, si mandava un messaggero dall’Ammiragliato a consegnarlo all’Ufficio centrale telegrafico. S’usavano moduli specifici e i telegrammi dovevano esser muniti del bollo dell’ufficio di censura. Io non so come ci riuscì il mio agente, né penso che ciò avrebbe potuto interessarmi; quel che so è che egli era in possesso tanto dei moduli quanto del bollo, né dubito che egli li abbia usati. Vi rammentate che Spee era ancorato con la propria squadra  al largo di Valparaiso [in realtà, si trovava davanti alla costa occidentale dell’isola di Mas a Fuera, nell’arcipelago Juan Fernandez, circa 850 km. a Ovest di Valparaiso]. Non appena ebbi questa informazione, ordinai al mio agente di Berlino di agire. Da qualche settimana egli aveva un telegramma che io gli avevo mandato da Londra, scritto secondo il cifrario di Boy-Ed; in esso si davano all’ammiraglio Spee ordini precisi di fare immediatamente rotta per le isole Falkland e di distruggere la radio di Port Stanley.”

“Non avete bisogno di raccontarmi il resto” dissi io con profonda emozione. “Conosco quel che successe poi, giacché a quel tempo ero in servizio all’Ammiragliato di Berlino.”

Dopo aver avuto a Valparaiso un colloquio col ministro di Germania presso il Cile, Spee convocò a una conferenza il proprio Capo di Stato Maggiore e i comandanti dei suoi incrociatori. Tutti costoro cercarono di dissuaderlo dal portare a compimento il piano che egli aveva loro spiegato, di girare cioè attorno al Capo Horn e di far rotta verso le Falkland! Il Capo di Stato Maggiore sosteneva che tale rotta poteva portarli ad incontrare gravi pericoli: la squadra avrebbe potuto essere messa fuori di combattimento, e distrutta la sua efficienza per ulteriori operazioni di guerra [e qui si potrebbe aggiungere che essa aveva sparato, nella pur brevissima battaglia di Coronel, circa metà dei suoi proiettili d’artiglieria, per cui si trovava in difetto di munizionamento nel caso di un nuovo scontro di vaste proporzioni.] Spee non rivelò d’aver ricevuto un telegramma segreto, indirizzato: “All’Ammiraglio Comandante della Squadra – PERSONALE”, e si limitò a dire ai suoi ufficiali che intendeva di svolgere il proprio piano originale. L’ordine a cui egli stava obbedendo era, tuttavia, falso.

I fatti si svolsero secondo i propositi di Hall. L’ammiraglio Sturdee, con l’”Invincible” e l’”Inflexible”, comparve il 7 dicembre all’appuntamento che era stato “fissato” per l’Ammiraglio tedesco; e non più di dodici ore più tardi le due squadre entrarono in combattimento. La lotta a morte della squadra germanica contro un’artiglieria di calibro superiore non durò che poche ore, press’a poco fino a mezzogiorno dell’8 dicembre 1914 [errore: lo «Scharnhorst», nave ammiraglia di Spee, andò a picco alle 16,17, con tutto l’equipaggio; il suo gemello «Gneisenau» alle 18,02; il «Nürnberg» alle 19,27 e il «Leipzig»alle 21,23].

Il Kaiser aggiunse alla relazione del disastro una nota scritta di suo pugno: “Resta un enigma perché Spee si sia indotto ad attaccare le isole Falkland. Vedi Mahan: Strategia Navale”. (Questo autore stabilisce in termini non dubbi che non è compito d’una nave attaccare fortificazioni terrestri).»

Fa uno strano effetto, per il pubblico “ingenuo”, scoprire che le battaglie, in guerra – o, almeno, che le operazioni navali dell’ormai lontano 1914 – non sono vinte dal più forte, o dal più coraggioso, o dal meglio preparato, ma dai servizi segreti, ancora prima che venga sparato un solo colpo di cannone. Fa impressione l’idea che un oscuro agente britannico, infiltrato nell’Ammiragliato di Berlino, sia riuscito, con tanta apparente facilità, a perforare il segreto del cifrario tedesco e abbia reso possibile a un ammiraglio inglese di “convocare”  la squadra tedesca, di cui nessuno conosceva l’esatta posizione, né, tanto meno, le future intenzioni, nel luogo e nel momento da lui desiderati, per farla cadere in trappola e annientarla, praticamente  senza colpo ferire. Davanti alle artiglierie da 305 mm. dei due incrociatori da battaglia di Sturdee, ben poco potevano fare i cannoni da 210 mm. degli incrociatori corazzati di von Spee, la cui gittata, oltretutto, era molto inferiore a quella nemica, sicché potevano trovarsi sotto il tiro, senza poter nemmeno rispondere; così come i 23,5 nodi di velocità delle navi tedesche (qualche cosa di meno gli incrociatori leggeri) non potevano consentire alcuna speranza di salvezza, se fossero state inseguite da un avversario che poteva svilupparne da 25,5 a più di 26.

Dal punto di vista tattico, la battaglia delle Isole Falkland non ebbe storia: una volta “agganciate” le navi di von Spee, l’esito dello scontro era assolutamente scontato, a dispetto del fatto che il tiro degli artiglieri tedeschi si rivelò molto più preciso di quello dei loro avversari: si può dire che essi facevano centro ad ogni colpo, mentre molti furono i proiettili britannici andati fuori bersaglio – almeno finché gli incrociatori di von Spee non furono inquadrati, danneggiati e finalmente immobilizzati dai grossi calibri, dopo di che fu praticamente un tiro al piccione, proprio come sarebbe accaduto alle navi italiane incappate nella trappola di Capo Matapan, nella Seconda guerra mondiale, il 29 marzo 1941; o come accadde al gioiello della Marina del Terzo Reich, la corazzata «Bismarck», due mesi dopo, il 27 maggio 1941, allorché fu colpita al timone da un siluro aereo e ridotta a girare in circolo, senza potersi allontanare (cfr. su quest’ultimo argomento il nostro precedente articolo: «La caccia alla corazzata “Bismarck” drammatico episodio della seconda guerra mondiale», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 13/10/2008).

Nella Prima guerra mondiale, dunque, come, del resto nella Seconda, i servizi segreti britannici mostrarono un grado di preparazione e di efficienza di molto superiore a quello dei servizi segreti tedeschi, e ciò ebbe un peso, in alcuni casi, assolutamente decisivo sull’esito delle operazioni belliche, in special modo di quelle navali (e l’esito finale della lotta, non lo si dimentichi, dipendeva appunto dalle operazioni navali, mediante le quali le potenze alleate riuscirono a conservare il controllo del commercio marittimo).

È difficile sopravvalutare il peso che tale fattore ebbe sull’andamento e sul risultato della guerra, poiché si trattò di un fattore determinante. Può darsi che la vittoria finale degli Alleati non sarebbe stata evitata, ma solo ritardata, da un diverso andamento delle operazioni navali (e questo vale per entrambi i conflitti mondiali), data la sproporzione complessiva dei rispettivi schieramenti, sia a livello finanziario e industriale, sia a livello del potenziale demografico. La storia, tuttavia – è superfluo ricordarlo – non si fa con i “se”. Bisogna solo prendere atto che von Spee fu attirato con l’astuzia in una trappola addirittura diabolica, e che i suoi bellissimi incrociatori e i suoi valorosi equipaggi andarono incontro alla totale distruzione, non tanto per delle deficienze o per degli errori di ordine militare (anche se un errore, probabilmente, vi fu: quello di non avere attaccato gli incrociatori di Sturdee non appena avvistati dal «Gneisenau», mentre erano alla fonda a Port Stanley, impegnati a imbarcare carbone e, dunque, temporaneamente immobilizzati), ma per la straordinaria abilità mostrata dai servizi segreti navali britannici, frutto di una lunga tradizione e di una plurisecolare esperienza. Fattori, questi, immateriali, che non si possono improvvisare, e che la Marina imperiale germanica (così come sarebbe stato, vent’anni dopo, per la regia Marina italiana) non possedeva, perché ancora tropo giovane.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 16 Giugno 2015

Del 15 Ottobre 2020

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