domenica, 13 Giugno 2021
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La prima campagna Austro-Serba (12-24 Agosto 1914)

Nel 1914, la campagna austro-serba fu un episodio marginale e a sé stante, privo di conseguenze dirette sugli altri teatri ma rivelò tuttavia delle crepe di dimensioni inaspettate nella struttura dell’esercito austro-ungarico di Francesco Lamendola  

LA PRIMA CAMPAGNA AUSTRO-SERBA

(12-24 Agosto 1914)

Nel quadro generale delle operazioni sui vari fronti di guerra del 1914, la campagna austro-serba fu un episodio marginale e a sé stante, privo di conseguenze dirette sugli altri teatri d’operazioni. Rivelò, tuttavia, delle crepe di dimensioni inaspettate nella struttura dell’esercito austro-ungarico, che si dimostrò incapace di liquidare la partita con il piccolo ma tenace avversario balcanico e non seppe fare una chiara scelta politico-strategica  tra il fronte serbo e quello russo, molto più decisivo per le sorti della Duplice Monarchia danubiana. Il risultato di tale incertezza fu che gli Austriaci si impegnarono contemporaneamente contro entrambi i nemici, e uscirono gravemente battuti in entrambi i settori. Ma, se la sconfitta con i Russi (nelle battaglie di Lemberg dell’agosto-settembre 1914) non era disonorevole, quella patita contro i Serbi risultava particolarmente umiliante, per chi – come Vienna – aveva provocato una guerra mondiale allo scopo preciso di annientare, una volta per tutte, la detestata minaccia di Belgrado.

INDICE

1.     FATTORI FISICI DEL TEATRO DI GUERRA

2.     I PIANI DEGLI STATI MAGGIORI.

3.     EFFICIENZA DELLE TRUPPE CONTRAPPOSTE

4.     LO SCHIERAMENTO DEGLI ESERCITI

5.     L’INVASIONE DELLA QUINTA ARMATA OLTRE LA DRINA

6.     LA BATTAGLIA DEL CER

7.     LO SGOMBERO DELLA SERBIA

8.     CONCLUSIONI

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     Nell’economia generale della guerra mondiale, da parte austriaca la campagna condotta contro la Serbia nell’agosto 1914 fu un episodio secondario nella cornice del duello principale  austro-russo; e, in tal senso, le conseguenze dell’insuccesso contro il modesto avversario balcanico – che in tutto il mondo suscitò incredulità più ancora che sorpresa – devono essere alquanto ridimensionate. Da parte serba, indubbiamente, fu quello un pepisodio luminoso di tenacia e di coraggio, che però indusse quel popolo a smarrire il senso delle proporzioni,  inebriato com’era da quella insperata vittoria. 

     Da un punto di vista strettamente militare, la prima campagna austro-serba, con le operazioni lungo il fiume Jadar e la battaglia del Cer, offre molteplici motivi d’interesse per la grande ricchezza di intuizioni notevoli e di errori clamorosi, donde scaturì un risultato tanto inatteso. Anche se il terreno montuoso ostacolò non poco  lo sviluppo della manovra,  dalla campagna si possono ricavare non pochi insegnamenti tattici di notevole valore.

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1.     FATTORI FISICI DEL TEATRO DI GUERRA.

     La Serbia nord-occidentale presenta un territorio aspro e semi-selvaggio, in gran parte montuoso e privo di buone vie di comunicazione. Sul lato settentrionale il confine austro-serbo era segnato dal corso di due grandi fiumi, la Sava e il Danubio; su quello occidentale, dalla Drina, il cui corso non è molto ampio (150-200 m.), ma impetuoso e scorre incuneato in una stretta valle fittamente boscosa su entrambe le sponde.  La regioneè attraversata da una serie di catene montuose  ad andamento nordoves-sudest, di altezza decrescente dalla Drina superiore  verso la Sava. Solo nella regione di confine tra il Montenegro e l’Erzegovina si registrano altitudini superiori ai 2.000 metri. Nella zona di confine serbo-bosniaca, invece, la Tara Planina, a ovest di Užice, non raggiunge che i 1.683 m.; la Sokolska Planina, a sud di Krupanj, 881 m.; e la Cer Planina – ove si svolsero i combattimenti decisivi – supera di poco i 700 m. s.l.m. Nonostante la loro modesta elevazione, questi rilievi presentano notevolissime difficoltà logistiche per un esercito numeroso; su di essi si combattè una vera guerra di montagna, quanto mai aspra e difficile.

      Il terreno boscoso, intervallato da siepi e frutteti, interdice quasi del tutto il campo di vista; e, dove il paesaggio non è alberato,  come nella pianura della Macva – nell’angolo formato dalla Sava e dal Danubio – d’estate il granoturco raggiunge un’altezza tale da celare interamente un uomo a cavallo. Inoltre le montagne, pur non essendo elevate, hanno spesso carattere carsico e, specialmente nella stagione estiva, le loro sommità sono aride. Nel 1914 le strade erano scarse e quasi tutte a fondo naturale. Esisteva un’unica linea ferroviaria in tutto il teatro d’operazioni, la Šabac-Lješnica-Loznica, ad un solo binario.

      In un tale ambiente naturale la guerra manovrata poteva trovare ben poco spazio, e un esercito modernamente addestrato ed equipaggiato, abituato al terreno centro-europeo generalmente aperto e dotato di reti stradali e ferroviarie a maglie relativamente fitte,  avrebbe tratto più difficoltà che vantaggi dalla propria stessa organizzazione. Al contrario, la zona di operazioni si prestava moltissimo a una guerra difensiva, condotta da forze pratiche del terreno e dotate di equipaggiamento modesto, ma adeguato alle esigenze ambientali.

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2.     I PIANI DEGLI STATI MAGGIORI.

     Lo Stato maggiore austriaco aveva predisposto due piani di mobilitazione, il piano “R” (Russia) e il piano “B” (Balcani). Il primo, nell’ipotesi della neutralità italiana e romena e dell’ostilità di Russia, Serbia e Montenegro, prevedeva l’invio di nove corpi d’armata in Galizia e di un “gruppo minimo” di tre corpi nei Balcani; altri quattro corpi dovevano costituire una riserva generale. Il secondo, nel caso che anche la Russia fosse rimasta neutrale, prevedeva l’invio di sette corpi contro la Serbia e il Montenegro, e cioè l’VIII e il XIII della Quinta Armata, il XV e il XVI della Sesta, il IV e IX della Seconda, nonché il VII Corpo autonomo.

     Il 26 luglio, data d’inizio della mobilitazione parziale, sembrava essersi verificata l’ipotesi “B” e perciò ebbe inizio la radunata dei sette corpi previsti. Secondo i piani elaborati in tempo di pace, l’offensiva contro la Serbia sarebbe stata sferrata concentricamente da tutte le grandi unità austriache: la Seconda Armata da nord, attraverso la Sava e il Danubio su Belgrado; la Quinta da ovest, attraverso la Drina inferiore, su Valjevo; la Sesta Armata da sud-ovest, attraverso la Drina superiore, verso Užice.

     Il 4 agosto giunse a Vienna il disegno d’operazioni elaborato dal generale Potiorek per l’azione imminente, il quale ricalcava i piani del tempo di pace. Frattanto, però, era apparso evidente che la Russia sarebbe intervenuta in sostegno della Serbia, con conseguente ritiro dai Balcani della Seconda Armata e del VII Corpo. A questo punto, però, il Comando Supremo austriaco, desideroso di mantenere un atteggiamento offensivo contro la Serbia, sia pure con forze limitate, approvò il piano d’operazioni di Potiorek. Quest’ultimo venne però avvertito che la Seconda Armata avrebbe dovuto limitarsi ad operazioni dimostrative, senza attraversare la Sava, al solo scopo di vincolare forze avversarie sul fronte settentrionale serbo e che poi, verso il 18 agosto, avrebbe dovuto iniziare a imbarcarsi sulle tradotte per la Galizia. Questo, però, stravolgeva completamente il piano iniziale, che prevedeva una partecipazione piena ed attiva della Seconda Armata, per cui sarebbe stato logico – a quel punto – rinunciare all’idea di una grande offensiva contro la Serbia e adottare un atteggiamento difensivo, limitandosi a contenere eventuali attacchi nemici. Ora che la priorità assoluta era il fronte russo, l’esercito austriaco avrebbe dovuto concentrare tutte le forze disponibili  in quel teatro, rinviando la partita decisiva con la Serbia e il Montenegro.

      Ciò avrebbe voluto una corretta impostazione politico-strategica. Potiorek, però, non volle rinunciare alla sua progettata offensiva e, pur essendo venuta a mancare una branca della tenaglia, decise che la Quinta Armata avrebbe dovuto ugualmente passare la Drina  per urtare sul fianco lo schieramento serbo, in direzione di Valjevo. Quando fosse giunta in quella zona, anche la Sesta Armata, muovendo dalla regione di Višegrad – staccata, nello spazio, dalla Quinta – avrebbe dovuto avanzare su Užice per impegnare l’avversario e spingersi nel cuore del suo territorio. Doveva trattarsi, in sostanza, di un’offensiva preventiva, dettata in gran parte da motivi politici e precisamente dal timore di un’irruzione in Bosnia dell’esercito serbo. Quivi la situazione era quanto mai tesa: in alcune regioni di confine la popolazione serba era insorta, formando bande armate e cercando di sabotare le già scarse vie di comunicazione. Le stesse Armate Quinta e Sesta erano composte in gran parte da truppe di nazionalità slava, talché il Potiorek ritenne che il modo migliore per eliminare il pericolo di incidenti e sollevazioni fosse quello di andare decisamente incontro all’avversario, e infliggergli una severa sconfitta. Egli sperava, comunque, che almeno aliquote della Seconda Armata, e sia pure temporaneamente, avrebbero tenuto impegnate forze serbe oltre la Sava, distraendole dal settore cruciale dell’altipiano di Valjevo. Alcune brigate da montagna, poi, sarebbero state sufficienti – a suo parere – a tenere in scacco i Montenegrini sulle montagne nella regione di confine dell’Erzegovina, donde non c’era da attendersi un attacco avversario di qualche entità.

     Da parte serba, l’incertezza circa il comportamento degli Austriaci  e le stesse limitate posibilità di manovra dell’esercito serbo consigliavano un atteggiamento difensivo, almeno nelle fasi iniziali. Il capo di Stato Maggiore, voivoda Putnik, concentrò infatti  il grosso del suo esercito (Prima e Seconda Armata) dietro la linea Palanka-Arangjelovac- Lazarevac, donde avrebbe potuto manorare  da una posizione centrale per sferrare il contrattacco alla probabile offensiva austriaca attraverso  il Danubio e la Sava. La Terza Armata serba  era tenuta nell’angolo nord-occidentale, tra la Sava e  la Drina, sempre a scopo difensivo; soltanto il Distaccamento d’Armata Užice (da Rogacica al Passo di Metalka) doveva premere oltre la frontiera, lungo l’asse Višegrad-Sarajevo.

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3.     EFFICIENZA DELLE TRUPPE CONTRAPPOSTE.

     La fanteria austriaca era armata del fucile Mannlicher e delle mitragliatrici Schwartzlose; l’artiglieria da campagna era di limitato valore (pezzo da 76, 5 mm.), ottime invece quella da montagna e quella pesante, sia campale che d’assedio. Estremamente scarso, però, era il munizionamento d’artiglieria all’inizio della guerra: appena 500 colpi per pezzo (contro i 3.000 della Germaniae i 1.000 della Russia). La pur numerosa cavalleria austriaca non ebbe, nella campagna serba, che un impiego assai limitato.

     Le grandi unità austriache, abituate all’ampia manovra e, di conseguenza, legate in buona parte alle esigenze di trasporto dei carreggi, non erano – nel complesso- adatte ad operare in una regione montana ed incolta, percorsa da poche strade malagevoli e quasi ovunque pressoché priva di campo di vista. Lo schieramento sul fronte serbo comprendeva bensì delle ottime brigate da montagna, perfettamente addestrate ed equipaggiate per un tale tipo di guerra, ma esse erano tutte incorporate nella Sesta Armata, la quale doveva operare in una regione più montuosa che non la Quinta ma che aveva, almeno inizialmente, un compito meno importante. Altre erano destinate a compiti puramente difensivi: la protezione di Cattaro e della frontiera della Erzegovina da possibili scorribande dei Montenegrini.

     L’esercito serbo si componeva di 6 divisioni di fanteria dette di 1° bando (ciascuna su 16 battaglioni, 4 squadroni e 9 batterie, più vari elementi tecnici), di 5 di 2° bando (su 12 battaglioni, 4 squadroni e 6 batterie); e di 15 reggimenti di fanteria di 3° bando  (su 4 battagilioni, con complessivi 12 squadroni e 30 batterie antiquate); inoltre 1 divisione di cavalleria e alcune  batterie di cannoni pesanti, obici,  pezzi da campagna, nonché una batteria di mortai da 150 mm. su 6 pezzi, quale riserva d’amata. Le dotazioni di mitragliatrici e cannoni erano più ricche per il 1° bando, meno pr il 2°. Dopo lo scoppio della guerra vennero formati alcuni nuovi reggimenti e battaglioni di marcia.  Il 1° bando aveva uniformi grigio-verdi di campagna, il 2° bando vecchie uniformi azzurre e il 3° vestiva abiti civili e non portava né bracciali né altri contrassegni militari. Ciò  sarebbe stato causa di non pochi equivoci e avrebbe creato all’esercito austriaco – o meglio, contribuito a creare – la pessima fama di avere condotto la guerra in Serbia compiendo numerose atrocità ai danni della popolazione civile.

      L’artiglieria serba era dotata di cannoni a tiro rappido Schneider-Creusot, per i primidue bandi, di cannoni Debange per il terzo .Il munizionamento d’artiglieria era scarso, tuttavia superiore all’austriaco: la riserva era di 750 colpi per pezzo da campagna e 650 per pezzo da montagna. L’armamento era, nel complesso, antiquato; per le armi si attendevano rifornimenti dalla Russia e, per le munizioni, dalla Franciae dalla Gran Bretagna. L’esercito serbo disponeva, inoltre, per i trasporti di 75.000 cavalli e 46.000 buoi da traino. I servizi logistici non erano, quindi, in se stessi adatti a una guerra moderna; e tuttavia, proprio a causa delle particolari condizioni ambientali in cui si svolsero le operazioni finirono per rivelarsi, nel complesso, più pratici ed efficienti di quelli avversari.

     Riassumendo, i Serbi possedevano un vantaggio tattico iniziale non indifferente: quello di disporre di unità maneggevoli e leggere, non appesantite da lunghe teorie di carreggi che ne avrebbero ostacolato la libertà di movimenti. Inoltre l’esercito serbo, animato – a differenza di quello avversario – da un forte spirito nazionale, composto da soldati sobri e tenaci, veterani delle guerre balcaniche del 1912-13, possedeva una indubbia superiorità sulle forze austriache contrapposte: numerica, morale e di esperienza bellica. Da ultimo, i Serbi godevano il favore della popolazione locale, anche nel territorio austriaco prospicente il teatro di operazioni. Ufficiali di Belgrado avevano formato ed armato bande di comitagi nelle zone di confine, sia della Serbia che della Bosnia, con compiti di disturbo e d’informazione alle spalle dell’esercito austriaco.

   Il valore tecnico dell’esercito montenegrino era scarsissimo, tuttavia quest’ultimo era formato da soldati coraggiosi e avvantaggiati dalla perfetta conoscenza del territorio. L’armamento proveniva in gran parte dalla Russia e, per quanto riguarda una parte dell’artiglieria, dall’Italia.  Il numero delle mitragliatrici era assai esiguo.  Mancavano comunque, all’esercito montenegrino – più ancora che a quello serbo – mezzi idonei a una impostazione offensiva della guerra, per cui gli Austriaci non dovevano attendersi, da quel lato, un pericolo immediato.

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4.     LO SCHIERAMENTO DEGLI ESERCITI.

Il comandante nominale dell’esercito austro-ungarico era l’arciduca Federico, con il suo capo di Stato Maggiore, Conrad von Hötzendorf, quale comandante effettivo. Tuttavia, mentre il Comando Supremo si apprestava a partire per la Galizia, diretto a Przemysl – donde doveva dirigere direttamente le operazioni contro la Russia -,il comando delle forze operanti nei Balcani venne affidato al comandante della Sesta Armata e governatore della Bosnia, generale Potiorek. Tali forze comprendevano  le Armate Quinta, Sesta e, temporaneamente,  la Seconda con il VII Corpo autonomo, nonché la flottiglia del Danubio e una parte della marina da guerra (ma solo il Montenegro aveva un piccolo accesso al Mare Adriatico; la Serbia ne era del tutto priva).

     La Sesta Armata (Corpi XV e XVI), comandata direttamente da Potiorek, radunò le sue 6 divisioni di fanteria e una brigata di fanteria di Landsturm a Sarajevo e Mostar, e le portò verso il confine, sull’alta Drina,  tra Višegrad e Foca. La Quinta Armata del generale Frank (VIII e XIII Corpo)  concentrò le sue 4 divisioni di fanteria e 1/2, più 1 brigata da montagna, 1 di Landsturm  e 2 di marcia, più 2 reggimenti Honvéd puredi marcia, nell’angolo tra la Sava e la Drina fino a Zvornik. La Seconda Armata (IV e IX Corpo), con 6 e 1/2 divisioni di fanteria, 1 di cavalleria, 1 brigata di Landsturm e 2 di marcia, nonché 4 reggimenti Honvéd  di marcia, si stava raccogliendo in Sirmia tra la Sava e il Danubio; il VII Corpo autonomo (2 divisioni di fanteria e 2 di cavalleria, 2 brigate di fanteria di Landsturm e 1 di marcia) si radunava oltre il Danubio, fra Pancsova e Orsova.

      Per quanto riguarda la consistenza numerica delle tre armate austriache, la Quinta Armata si accingeva ad attraversare la Drina con  circa 80.000 uomini, la Sesta Armata ammontava a circa 60.000 uomini. Il totale delle forze austriache nei Balcani era, inizialmente,  di 319 battaglioni e 1/2, 60 squadroni, 142 batterie e  342 mitragliatrici, dopo la partenza della Seconda Armata scese a  239 battaglioni e 1/2, 37 squadroni, 101 batterie e 342 mitragliatrici.

   L’esercito serbo era comandato formalmente dal reggente Alessandro e, di fatto, dal suo capo di Stato Maggiore, il voivoda Putnik. La sua Prima Armata (generale Bojovic), radunata a sud della valle del Lug, comprendeva 4 divisioni di fanteria e 1 di cavalleria, per un complesso di 78 battaglioni, 10 squadroni e 37 batterie. Non esisteva, nell’esercito serbo, l’unità corrispondente al corpo d’armata. La Seconda Armata (generale Stepanovic), forte di 4 divisioni comprendenti un numero di unità minori uguale a quello della Prima, si radunò fra Arangjelovac e la Kolubara. La Terza Armata (generale Jurisic-Sturm), su 2 divisioni per un complesso di 42 battaglioni, 6 squadroni e 24 batterie, tenne una divisione di riserva a Valjevo e distese l’altra dietro l’angolo Sava-Drina fino a Ljubovija, a protezione della frontiera. Infine il Distaccamento d’Armata Užice (generale Bozanovic), forte di 2 brigate e 1 divisione di fanteria rinforzata, per un totale di 30 battaglioni, 3 squadroni e 22 batterie, teneva – senza collegamento con le altre armate – la linea Rogacica-Mokragora-Passo di Metalka.

     Complessivamente l’esercito serbo schierava 210 battaglioni, 47 squadroni, 118 batterie e 200 mitragliatrici.

     L’esercito montenegrino – forte di circa 40.000 uomini con 100 cannoni da campagna e 100 da montagna – concentrò tre gruppi ai confini con l’Austria-Ungheria: nel Sangiaccato, per cooperare con i Serbi in direzione di Sarajevo; alla frontiera con l’Erzegovina, peraltro sbarrata dalle fortezze austriache di Trebinje  e Bileca; e infine davanti  alle Bocche di Cattaro. In quest’ultimo settore  la loro posizione era particolarmente favorevole, perché le loro artiglierie potevano, dall’alto del Monte Lovcén (1.749 metri s. l. m.) battere il porto da guerra austriaco di Cattaro (il più importante dell’Adriatico, insieme a Pola), senza dover temere attacchi avversari: infatti proprio al’intangibilità di quel monte l’Italia aveva subordinato  il mantenimento della propria neutralità.

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5.     L’INVASIONE DELLA QUINTA ARMATA OLTRE LA DRINA.

     Il 12 agosto incominciò l’invasione della Serbia con l’attraversamento  della bassa Drina da parte della Quinta Armata austriaca. Sull’estrema ala meridionale, la 42.a Divisione Honvéd  del generale Sarkotic passò la Drina a Zvornik, puntando verso sud, per stabilire un contatto con la Sesta Armata; una parte di essa si mantenne però sulla riva sinistra, poiché la divisione doveva procedere su ambo le sponde.  A nord di essa traversò il fiume la 36.a Divisione del  XIII Corpo; le sue avanguardie, spintesi in ricognizione, vennero respinte dai Serbi.  Il passaggio dell’VIII Corpo, più a nord, fu più difficile, e solo nel tardo pomeriggio le forze di copertura  serbe vennero respinte dalla riva destra; una parte del corpo d’armata dovette trascorrere la notte su un’isola del fiume e sulla riva sinistra. Dovunque il gittamento dei ponti, le marce e la difficoltà dell’avanzata nel fitto sottobosco resero la penetrazione lenta e faticosa.

     Sull’entità e sui movimenti delle forze avversarie quasi nulla si sapeva: anche gli aeroplani, a causa del terreno fittamente alberato e privo di campo di vista, non poterono raccogliere che scarse informazioni. Lungo la Sava, una brigata della Seconda Armata del generale Böhm-Ermolli passò il fiume e si impadronì della città di Šabac. Anche da parte serba, comunque, non venne individuata subito la direzione dell’attacco principale austriaco; le disposizioni date da Putnik confermano, nel complesso, che l’attacco decisivo avversario era atteso da nord, attraverso la Sava e il Danubio. Il generale Jurisic-Sturm doveva inviare rinforzi a Šabac e Loznica, mentre il generale Stepanovic doveva distaccare una divisione della sua Seconda Armata per ricacciare gli Austriaci da Šabac, e due divisioni – insieme alla divisione di cavalleria – a Ub: segno evidente ch’egli si aspettava un’offensiva da Šabac o da Obrenovac su Valjevo. La Prima Armata ebbe ordine di spostarsi a ovest con 3 divisioni per prendere il posto della Seconda.

     Il 13 agosto l’avanzata austriaca proseguì estremamente lenta e impacciata. La giornata fu caldissima e la scarsità d’acqua si fece sentire penosamente, talché la Quinta Armata poté giungere solamente ai piedi delle alture di Lješnica. Tale lentezza favorì notevolmente i Serbi, consentendo loro di far affluire rinforzi da Valjevo in direzione di Šabac e di Loznica.

      Il giorno 14 l’avanzata dell’VIII Corpo fu ancora assai lenta: la 9.a Divisione austriaca respinse le forze di copertura serbe dalle alture a nord-est di Lješnica, mentre la 21.a Divisione Schützen risalì con grande difficoltà le aspre pendici del Cer Planina e fu ancora impossibilitata, come lo era stata il giorno prima, ad appoggiare con l’artiglieria l’avanzata del XIII Corpo, che procedeva più a sud. Ciononostante il generale Frank ordinò l’attacco del XIII Corpo che, sotto la protezione dell’artiglieria rimasta sulla riva sinistra, ingaggiò una lotta accanita coi Serbi, riuscendo a respingerli, verso sera, su Jarebice nella valle dello Jadar.

     Presso la testa di ponte austriaca di Šabac, invece, i Serbi rinunciarono al contrattacco previsto; tuttavia il Comando della Seconda Armata austriaca decise egualmente l’invio di 2 nuove divisioni di rinforzo al di là della Sava.

     Quel giorno il voivoda Putnik poté farsi un’idea piuttosto chiara delle intenzioni dell’avversario e, lasciata davanti a Šabac la Divisione Sumadja di 1° bando, fece avviare la Divisione mista e la Divisione Morava di 1° bando verso la valle dello Jadar, per colpire sul fianco sinistro la Quinta Armata austriaca avanzante oltre la Drina. La divisione di cavalleria doveva tenersi in collegamento con entrambi i gruppi ed esplorare la Macva. La Terza Armata doveva opporsi all’avanzata austriaca frontalmente, dalla valle Jadar presso Jarebice, verso sud; le Divisioni Timok di 1° e 2° bando, appartenenti alla Prima Armata, vennero portate verso Valjevo come riserva generale. L’intero fronte settentrionale lungo la Sava venne quindi assunto dal generale Bojovic, mentre il grosso dell’esercito serbo muoveva verso la Drina fronte a ovest.

     Il giorno 15 gli Austriaci rinforzarono, non molestati, la testa di ponte a Šabac; il loro obiettivo di distrarre importanti forze avversarie verso quel settore poteva, comunque, considerarsi fallito.

      Per quel giorno il generale Frank sperava di raggiungere i seguenti obiettivi: Krupanj con l’11a. Brigata da montagna e la 13.a Brigata di fanteria; Tekeriš con la 9.a Divisione; la strada Šabac-Krupanj oltre il Cer con la 21.a Divisione Schützen; e Desic con la colonna di sinistra degli Schützen boemi. Il Comando della Quinta Armata era convinto che il grosso dell’esercito avversario fosse ancora molto all’interno, e che la lotta decisiva si sarebbe ingaggiata solo a Valjevo. Frattanto la  42.a Divisione Honvéd (Sarkotic), che risaliva la Drina verso Ljubovija, saputo della presenza di un distaccamento serbo a Krupanj, la sera del 15 giunse col grosso  sulle alture a nord-ovest di quella località.  La 9.a Divisione si fermò a notte inoltrata prima d’esser giunta  a Tekeriš; la 21.a Divisione Schützen, dopo una spossante marcia notturna e fra continue scaramucce coi comitagi sul Cer, raggiunse la strada Šabac-Krupanj.

     Dal canto suo Putnik, impressionato dal bombardamento di Obrenovac e Belgrado da parte della Seconda Armata austriaca,  fece fermare a Lazarevac la propria  riserva generale (le due  divisioni Timok) che era stata dapprima diretta su Valjevo. Sicché si può dire che se gli Austriaci erano all’oscuro della posizione dell’avversario, nemmeno i Serbi avevano compreso sino in fondo quale fosse il piano austriaco ed entrambi gli avversari si andavano avviando a uno scontro decisivo praticamente alla cieca.

    Sulle aspre montagne al confine del Montenegro, frattanto,  si stava svolgendo una vera guerra di montagna su scala ridotta. Il generale montenegrino Vojnic aveva occuoato Cajnice e Celebic con 2 brigate.  Dopo alterni combattimenti, resi particolarmente difficili dalla natura del terreno,  il 16 agosto i Montenegrini furono costretti a evacuare Celebic; indi 3 brigate da montagna austriache occuparono il Passo di Metalka  e avanzarono su Boljanic. Venne anche respinto  il Distaccamento serbo Lim, che tentava di congiungersi coi Montenegrini, e i confini dell’Erzegovina furono spazzati dalle modeste forze che vi erano penetrate.

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6.     LA BATTAGLIA DEL CER.

Il 15 agosto la Divisione mistra serba era giunta a Tekeriš e il generale Stepanovic diede disposizioni per l’occupazione  dell’altura delle Rovine, sul Cer, dalle due parti  della Quota trigonometrica 706, “giacché l’esito dell’operazione dipende dal suo possesso.”

     Nel cuore della notte l’avanguardia della 21.a Divisione Schützen, che discendeva il versante del Cer, venne sorpresa da due reggimenti serbi e, dopo aspra lotta, allo spuntar del giorno venne completamente disorganizzata.  Il 16 sopraggiunse il grosso della divisione boema, tanto che la Divisione mistra serba, spossata,  dovette ripiegare. Più a nord, tuttavia,  l’ala sinistra della 21.a Divisione Schützen, sorpresa da un attacco della cavalleria serba e minacciata di avvolgimento, si ritirò  a sua volta verso Lipolist.

     Nel settore di Šabac gli Austriaci effettuarono un’avanzata, con la 7.a Divisione, su Mišar; indi, a sera, convinti di aver raggiunto lo scopo di attrarre su di sé importanti forze avversarie, ripiegarono. In effetti, oltre alla Divisione Sumadja di 1° bando, anche il grosso della divisione di cavalleria serba era stato attratto verso Šabac, ciò che – probabilmente – salvò l’ala sinistra della 21.a Divisione Schützen da una completa disfatta.

     Più a sud, la 9.a Divisione dell’VIII Corpo austriaco  non poté sfruttare il ripiegamento della Divisione mista serba, perché nella valle Jadar venne attaccata sul fronte ed in fianco  dalla Divisione Morava di 1° bando della Seconda Armata serba. Né la 36.a Divisione  del XIII Corpo riuscì a sfondare  a Jarebice le posizioni tenute dalle due divisioni  Drina della Terza Armata. Infine, all’estrema ala meridionale, la 42.a Divisione di Sarkotic respinse i Serbi verso Zavlaka e l’11.a Brigata da montagna austriaca arrivò sulla Jagodina Planina  a ovest di Krupanj.  Le forze di copertura serbe vennero, inoltre, sloggiate dalla zona di Ljubovija.

     Nella notte fra il 16 e il 17 agosto avvennero due fatti importanti: l’evacuazione dell’altura delle Rovine da parte della 21.a Divisione Schützen, avvenuta in seguito ad errate informazioni e che lasciò quell’importante posizione in mano all’avversario, senza colpo ferire; e la ritirata della Terza Armata serba, minacciata a Jarebice di doppio avvolgimento, sulla linea Zavlaka-Belacrkva. Nel settore della Sesta Armata austriaca, il 16 agosto il Distaccamento d’Armata Užice tentò un’offensiva contro Višegrad, venendo respinto dal XV Corpo del generale von Appel. Mentre però il Potiorek, credendo che i Serbi stessero per sferrare il desiderato attacco  contro Sarajevo, si preparava a contrattaccarli in forze, il timore di una loro irruzione tra la Quinta e la Sesta Armata lo indusse a ritirare una brigata da montagna (la 12.a) dal fianco destro del generale Frank e a riportarla verso Mogacica, risalendo lungo la Drina.

     Nel settore di Šabac, nel pomeriggio del 17 il IX Corpo austriaco arretrò sotto l’attacco della Divisione Sumadja di 1° bando, talché il generale Böhm-Ermolli, premuto dalle opposte esortazioni del generale Frank, che ne chiedeva la cooperazione e di Conrad, che lo ammoniva a non ritardare l’imbarco della Seconda Armata sui treni perla Galizia, rotti gli indugi inviò anche il IV Corpo a Šabac.

     Quel giorno la 21.a Divisione Schützen, molestata da incursioni della cavalleria serba, esausta e disorganizzata com’era, non riuscì a fare il minimo progresso verso i suoi obiettivi strategici. Più a sud gli attacchi della 9.a Divisione austriaca contro la Divisione Morava di 1° bando ottennero solo successi parziali poiché i Serbi, avendo occupato l’altura delle Rovine con forze della Divisione mista, battevano con l’artiglieria il fianco sinistro ed il centro della divisione austriaca. Il XIII Corpo del generale Rhemen non impegnò battaglia con la Terza Armata serba ripiegante nella valle dello Jadar, che si attestò sulla linea Zavlaka-Krupanj. All’ala meridionale della Quinta Armata la 13.a Brigata da montagna (composta da truppe di nazionalità croata) cercò di avvolgere l’ala sinistra della Terza Armata serba. La lotta fra i Croati dell’esercito austriaco ed i loro fratelli di razza della Serbia fu combattiuta con furioso accanimento, finché l’arrivo di rinforzi del generale Jurisic-Sturm  costrinse la 13.a Brigata da montagna a ripiegare dalle trincee serbe, che era già riuscita ad occupare. Più a sud, il ritiro della 12.a Brigata da montagna verso Rogacica consentì alle forze serbe di confine di mantenersi sulle alture fra Pecka e Ljubovija. Sull’alta Drina, infine, il Gruppo serbo Užice aveva interrotto l’azione su Višegrad, mentre il Gruppo Lim, premuto dal XVI Corpo austriaco, si dovette attestare  sulle alture a nord-est di Rudo.

     Il 18 agosto la battaglia si riaccese in tre punti distinti del fronte. A sud, gli attacchi del XIII Corpo austriaco contro la Terza Armata austriaca vennero stroncati o fecero pochi progressi, tra Zavlaka e Krupanj, mentre sul fianco sinistro esso era ormai minacciato da una breccia di ben 10 km. prodottasi verso l’VIII Corpo, ciò che gli impedì di sfruttare il successo ottenuto sulla Divisione Drina di 2° bando. Al centro dello schieramento, la 9.a Divisione austriaca passò delle ore critiche, battuta com’era dall’artiglieria serba posta sull’altura delle Rovine e premuta sia dalla Divisione mista che dalla Divisione Morava di 2° bando. Quanto alla 21.a Divisione Schützen, essa non partecipò nemmeno alla lotta perché, scompaginata dai combattimenti dei giorni precedenti, dovette procedere a riorganizzarsi. Sul fronte settentrionale, l’attacco del IV Corpo austriaco (generale Tersztyanszky) oltre Šabac portò allo sfondamento della Divisione Sumadja di 1° bando, che ripiegò, protetta dalla Divisione di cavalleria. Mancando l’inseguimento a fondo, però, il successo austriaco si risolse in una effimera avanzata in un settore non decisivo per l’esito finale della lotta. Sul fronte della Sesta Armata austriaca, infine, il XVI Corpo spinse una brigata da montagna finoa Plevlje, nel Sangiaccato montenegrino, e 6 brigate da montagna a sud-ovest di Rudo.

    Il giorno 19 si decisero le sorti della battaglia. Secondo i piani austriaci, il generale Tersztyanszky  col IV Corpo avrebbe dovuto unirsi, nei giorni 20 e 21, all’offensiva su Valjevo della Quinta Armata, mentre la Sesta avrebbe dovuto passare il Lim e la Drina per iniziare l’offensiva contro Užice. Il generale Potiorek, dunque, sottovalutando la difficile situazione della Quinta Armata al centro del proprio schieramento, faceva affidamento su un’azione risolutiva delle ali, cioè la Seconda Armata a nord e la Sesta Armata a sud-ovest. Al contrario il voivoda Putnik, apprezzata pià esattamente la situazione, concluse che la minaccia sulle proprie ali non era immediatamente pericolosa, e affidò il compito decisivo di rottura alla Seconda Armata del generale Stepanovic (rinforzata dalla Divisione Timok di 1° bando) che doveva attaccare la 9.a Divisione austriaca nel settore nevralgico di Tekeriš.

     Quel giorno i combattimenti intorno a Šabac furono estremamente confusi, e comunque non ebbero carattere risolutivo: la 31.a e la 32.a Divisione del IV Corpo austriaco sfondarono le posizioni della Divisione Sumadja di 1° bando ma, non essendosi subito rese conto del successo ottenuto, si ritirarono. La divisione di cavalleria serba ripiegò sotto la minaccia della 29.a Divisione austriaca e di aliquote della 21. Divsione Schützen.

    Più a sud, il possesso dell’altura delle Rovine diede un vantaggio decisivo ai Serbi, la cui divisione Morava di 1° bando respinse, dopo lunga lotta, la 9.a Divisione austriaca presso Tekeriš; la Divisione mista, sulla sua destra, non fu però in grado di riportare un successo definitivo. Tuttavia il grosso dell’VIII Corpo, battuto, era posto ormai in ritirata e il generale Stepanovic ordinò l’inseguimento, che tuttavia mancò di vigore a causa dell’estrema stanchezza delle truppe.

     A sud il XIII Corpo, che combatteva in  condizioni più fortunate, dovette sospendere definitivamente gli attacchi, nel pomeriggio, a causa del ripiegamento dell’VIII, che aveva lasciato scoperta la sua ala destra; il renerale Rhemen, pertanto, ebbe ordine di ritirare le sue forze a ovest della linea Jarebice-Krupanj. Tutta la Quinta Armata austriaca rifluiva verso la Drina.

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7.     LO SGOMBERO DELLA SERBIA.

     Il 20 agostoi Serbi non riuscirono a disturbare seriamente la ritirata della Quinta Armata che, dopo brevi combattimenti di retroguardia, ripassò la Drina entro la notte e distrusse i ponti alle proprie spalle. Nel settore di Šabac vi fu una enorme confusione fra i vari comandi austriaci d’armata e di corpo d’armata, in merito all’eventuale mantenimento o allo sgombero della testa di ponte, confusione originata dal fatto che non era ben chiaro se il generale Tersztyanszky fosse sottoposto al comando della Quinta Armata, della Seconda o della Sesta (che era anche la sede del comando generale delle forze balcaniche). Si decise, infine, di mantenere Šabac, soprattutto allo scopo di velare la sconfitta subita mediante  l’occupazione di un lembo del territorio serbo: dunque per ragioni politiche e non militari.

    Sull’alta Drina, intanto, si pronunciò – ormai tardivo e ininfluente – l’attacco della Sesta Armata austriaca. Il XV Corpo occupò il 20 agosto, dopo aspra lotta, l’altura di Panoš, sicché l’indomani potè portarsi alla frontiera; il XVI avanzò nel settore Priboj-Uvac-Rudo e respinse il Gruppo serbo Lim, senza però riuscire a batterlo in maniera decisiva; all’estremo sud l’8.a Brigata da montagna austriaca si spinse fino a Nova Varoš. A questo punto l’attacco dovette essere sospeso a causa della sconfitta e della ritirata della Quinta Armata, sicché l’intera Sesta Armata iniziò, il giorno 23, il ripiegamento. Infatti, data la situazione venutasi a creare dopo la battaglia del Cer, non era più possibile per il Comando austriaco pensar di proseguire un attacco a fondo in Serbia con la sola branca meridionale della prevista tenaglia, ossia con la sola Sesta Armata.

     Quanto alla branca settentrionale, a Šabac il generale Tersztyanszky aveva dapprima ritirato il IV Corpo a nord della Sava, lasciando la sola 29.a Divisione a tener la testa di ponte contro la Divisione Sumadja di 1° bando e mezza Divisione Timok di 2° bando. Poi, preoccupato dalla possibilità di rovesci, il 23 agosto riportò in azione il IV Corpo. Tuttavia l’attacco di quest’ultimo non ebbe successo e il IV Corpo venne riportato al di là della Sava; nel pomeriggio del 14 anche la 29.a Divisione ripassò il fiume, togliendo poi il ponte. La prima invasione della Serbia era così terminata.

     Entro il 2 settembre gli Austriaci completarono il rastrellamento delle zone di confine dell’Erzegovina, scacciandone i Montenegrini, e con ciò si chiuse la campagna balcanica anche in quel settore. Nel complesso delle operazioni gli Austriaci avevano avuto circa 22.000 morti e feriti e altrettanti prigionieri; i Serbi avevano perduto 16.000 uomini.

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8.     CONCLUSIONI.

     L’infelice conclusione della campagna contro la Serbia da parte dell’esercito austriaco suscitò stupore e notevole impressione in tutto il mondo, benché in effetti i Serbi avessero fronteggiato l’invasore con forze numericamente superiori e anche più esperte. In questa campagna gli errori strategici si sommarono agli effetti di una situazione politica insostenibile, quella di essere scesa in guerra l’Austria-Ungheria, con milioni di sudditi slavi, contro due nazioni slave – Serbia e Russia – capaci di esercitare il massimo richiamo in termini di panslavismo. In Galizia come nei Balcani si palesò l’inferiroità morale austriaca, a prescindere da ogni considerazione militare di natura strettamente tecnica. Per esempio gli abitanti della città di Pancsova (a nord del Danubio, in territorio sottoposto alla sovranità ungherese) nell’agosto del 1914 manifestarono la propria simpatia per i Serbi e diedero rifugio ai disertori dell’esercito austro-ungarico di nazionalità slava.

     Anche da un punto di vista puramente strategico, comunque, gli Austriaci commisero parecchi errori. Il primo di tutti fu l’irresolutezza nel decidere se dare la priorità al teatro di guerra nord-occidentale (contro la Russia) o sud-occidentale (contro la Serbia e il Montenegro) e la dispersione delle forze derivatane. È vero che la Seconda Armata, se pure non poté influire in maniera decisiva sulla battaglia del Cer, aveva attirato su di sé 2 divisioni serbe, distogliendole  dal settore veramente cruciale della Quinta Armata austriaca; tuttavia, per ottenere questo modesto risultato, dovette impiegare il IV Corpo e parte del IX, e non riuscì a ottenere alcun successo veramente importante. Il mantenimento ostinato della testa di ponte di Šabac, poi, dopo la ritirata delle altre due armate oltre la Drina, costò inutili perdite e provocò un sensibile ritardo nella partenza del IV Corpo, con grave detrimento per le operazioni militari sul ben più importante fronte russo. Aver voluto attaccare il grosso dell’esercito serbo, pur sapendo di non poter contare su una efficace cooperazione della Seconda Arm; e, inoltre, aver voluto portare avanti la Sesta Armata quando già la Quinta si era spinta in pieno territorio nemico e aveva subito un rovescio irrimediabile: questo fu, nello specifico della campagna serba, il doppio errore di Potiorek. Esso lo indusse a distribuire malamente le proprie forze, diluendo l’attacco  in tempi successivi e su un fronte troppo esteso (circa 150 km.) e ciò in una regione, come abbiamo visto, aspra, boscosa e povera di strade.

    La Sesta Armata, inoltre, non tenne impegnato che il Distaccamento d’Armata Užice, ad essa di molto inferiore, e non recò un sollievo significativo alla Quinta Armata, impegnata nel settore nevralgico del teatro di guerra. In tal modo ai 65 battaglioni, 11 squadroni e 1/2 e 37 batterie della Quinta Armata austriaca i Serbi poterono opporre gradatamente 90 battaglioni, 50 squadroni e più di 30 batterie (dati forniti dalla Relazione Ufficiale austriaca). Potiorek, cioè, commise l’errore più grave in cui possa incorrere uno stratega che abbia il vantaggio di scegliere la prima mossa, attaccando per primo: quello di disperdere le proprie forze a un punto tale, da trovarsi poi impegnato nel settore decisivo della battaglia in condizioni di netta inferiorità numerica.

      Tutta la strategia austriaca nel corso della battaglia del Cer fu viziata dal difetto della dipersività, perché Potiorek fece soverchio affidamento su una doppia manovra avvolgente ad ampio raggio e dai tempi relativamente lunghi (proprio come Conrad stava facendo, su scala assai più vasta, sul fronte russo); mentre sembra che non abbia saputo valutare adeguatamente la gravità dlella situazione della Quinta Armata, al centro del proprio schieramento. Il generale Geloso ha giustamente osservato, a proposito del Potiorek, che “la tenacia del carattere e l’intelligenza, più profonda che vivace, fecero sì che egli applicasse troppo rigidamente la dottrina di cui era imbevuto.” Questa rigidità appare la causa strategica prima della sconfitta. È ben vero che Conrad von Hötzendorf, parlando col giornalista Josef Redlich, criticò più tardi l’intera operazione e “disse chiaramentre che la colpa [della sconfitta] era di Potiorek”: ma egli stesso si era assunto, precedentemente, la responsabilità dell’offensiva in Serbia. E, così facendo, aveva avallato i piani di Potiorek – che, lo ripetiamo, avevano molta somiglianza concettuale con i suoi, basati com’erano sulla famosa dottrina della manovra a doppio avvolgimento, tipo “Canne” -; dell’uomo, si noti, che non aveva saputo garantire l’incolumità della persona dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo e già aveva mostrato, in quella circostanza, una incredibile serie di mancanze e di leggerezze nel predisporre l’apparato di informazioni e quello di sicurezza.

     Da parte serba, la vittoria del Cer fu il risultato di molteplici fattori:  la maggior maneggevolezza delle unità serbe rispetto alle austriache;  il vantaggio di poter manovrare per linee interne e di aspettare, su forti posizioni difensive, l’attacco avversario, la perfetta conoscenza del terreno; il più alto spirtito combattivo, effetto della coesione nazionale dell’esercito serbo; ma anche, in definitiva,di una concezione strategica superiore. Certamente il Potiorek, uomo dalla vasta e profonda cultura e dalle notevoli doti intellettuali, era – a livello teorico – uno stratega più preparato del vecchio voivoda Putnik; ma, a somiglianza del Conrad, egli finì per isterilire le proprie capacità, chiudendosi in una rigidità dottrinale che gli fece perdere  il contatto con la situazione reale sul campo di battaglia. Così il suo piano strategico, ottimo in tempo di pace, divenne sorpassato alla prova dei fatti, quando apparve chiaro che la Seconda Armata, destinata al fronte russo, non avrebbe potuto partecipare a fondo all’operazione. Meglio sarebbe stato, a quel punto, tenersi strettamente sulla difensiva; Potiorek, invece, volle lanciare ugualmente la progettata offensiva e andò incontro a un grave insuccesso, cui le truppe furono esposte senza una reale necessità e senza loro colpa.

    Le conseguenze della sconfitta, poi,  furono più dannose sul piano morale che su quello pratico. La perdita di 50.000 uomini messi fuori combattimento (tra morti, feriti e prigionieri) poteva in qualche modo essere colmata da un Impero di oltre 50 milioni d’abitanti. Ma se i soldati potevano essere sostituiti, non altrettanto facilmente si poteva recuperare la considerazione di quegli stessi popoli slavi della Moarchia, il cui vacillante lealismo aveva indotto Potiorek a scatenare l’offensiva.

    Ha scritto in proposito Giuseppe Romolotti: “[…in ultima analisi, dal confronto diretto con gli Slavi del Sud, Vienna non era uscita bene. Reparti fiacchi e svogliati già avevano disertato in Galizia, a favore dei russi, proprio per certo richiamo vago dell’anima slava e della propaganda. Altri reparti, pare, cedettero le armi di fronte ai Serbi [ma l’autore si riferisce alla campagna del novembre-dicembre]. Dunque, era ormai provato che l’organismo ‘a mosaico’ del vecchio Impero stava scricchiolando; che la guerra, lungi dal cementarne la compagine, rivelava più profonde le crepe; e che la decisione di Berchtold e di Conrad di portare gli Asburgo in guerra, per trovare in una vittoria militare l’antico prestigio, era stata una funesta decisione. Questo, che risultò, poi, storicamente confermato dai fatti, apparve chiaro, per molti segni, fin dallo scorcio del ’14, quando, a bilancio dei primi mesi di guerra, Vienna non poteva annoverare se non sconfitte, sia di fronte ai russi, più potenti, sia di fronte ai serbi, molto più deboli. Era un umiliante bilancio, per chi aveva scatenato la guerra. (da 1914, suicidio d’Europa, Milano, 1968, p. 379).

    Il voivoda Putnik era un vecchio soldato, che nelle guerre balcaniche del 1912-13 già aveva portato due volte al trionfo la Serbia: prima contro la Turchia, indi contro la Bulgaria. Nel 1914, di fronte a un avversario modernamente addestrato, la sua strategia avrebbe potuto rivelarsi inefficiente e sorpassata – ciò che accadde, effettivamente, nella successiva campagna invernale contro gli Austriaci, pur se conclusasi anch’essa vittoriosamente – ma per una sorta di “miracolo” sul tipo della battaglia della Marna. Tuttavia, nella battaglia del Cer egli mostrò di saper perseguire con fermezza la ricerca del successo e di possedere una chiarezza  concettuale superiore a quella dell’avversario. Il sangue freddo con cui attese di individuare la direzione principale dell’attacco austriaco, prima di gettare in campo le riserve; la lucidità nel non farsi distrarre né suggestionare dai parziali insuccessi sulle due ali del proprio scieramento; la tenacia ostinata con cui continuò a premere contro il centro dello schieramento avversario, nel settore nevralgico di Tekeriš, fino a strappare la decisione: tutti questi sono meriti che gli devono essere riconosciuti e che lo qualificano come uno stratega degno della vittoria finale. La quale ultima, comunque, fu merito anche e soprattutto del comandante della Seconda Armata serba, il generale Stepanovic, le cui grandi doti militari sarebbero riemerse qualche tempo dopo nel novembre-dicembre 1914), nell’altrettanto fortunata battaglia della Kolubara contro gli Austriaci.

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Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 22/08/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 27 Novembre 2017

Del 16 Ottobre 2020

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