lunedì, 20 Settembre 2021
HomeSTORIAStoria militare e battaglie navaliLa seconda e la terza campagna Austro-Serba (settembre - dicembre 1914)

La seconda e la terza campagna Austro-Serba (settembre – dicembre 1914)

Dopo l’articolo”La prima campagna austro-serba, 12-24 agosto 1914″ completiamo qui il quadro generale delle operazioni sul fronte balcanico descrivendo il secondo ed il terzo tentativo austriaco di conquistare la Serbia di Francesco Lamendola  

LA  SECONDA E  LA  TERZA CAMPAGNA  AUSTRO-SERBA

(settembre – dicembre 1914)

Ci siamo già occupati specificamente del primo tentativo di invasione austriaco della Serbia nelle settimane iniziali della prima guerra mondiale, della battaglia del Cer e della ritirata austriaca dietro la Drina, nell’articolo La prima campagna austro-serba, 12- 24 agosto 1914.

Completiamo qui, in modo più riassuntivo, il quadro generale delle operazioni sul fronte balcanico, descrivendo il secondo ed il terzo tentativo austriaco di invadere e conquistare la Serbia, effettuati, rispettivamente nel settembre e nell’ottobre-dicembre del 1914.

Dopo di che, inebriati dai ripetuti successi difensivi e, più ancora, ingelositi per l’intervento in guerra dell’Italia, essendo trapelato il contenuto del Patto di Londra che prometteva l’Istria e la Dalmazia al nuovo alleato, i Serbi scelsero la strategia passiva di restare con le armi al piede.

E fu una strategia suicida, poiché permise agli Austriaci e ai Tedeschi, con l’aiuto dei Bulgari, di scegliere il tempo e il luogo per una offensiva decisiva che si concluse con la completa occupazione del territorio serbo, nell’autunno del 1915. Sotto impietose tormente di neve, con l’equipaggiamento a brandelli, re Pietro e il suo esercito dovettero allora valicare le montagne in pieno inverno per giungere alle rive dell’Adriatico, ove le flotte dell’Intesa, e specialmente quella italiana, li raccolsero e li trasportarono a Corfù, in vista di un loro successivo reimpiego sul fronte della Macedonia.

LA SITUAZIONE DOPO LA PRIMA CAMPAGNA AUSTRO-SERBA.

All’indomani dello sgombero austriaco della Serbia dopo la prima fallita invasione (12-24 agosto 1914), entrambi gli Stati maggiori nutrivano propositi offensivi benché la situazione strategica complessiva  sconsigliasse grandi azioni offensive sia all’uno che all’altro.

Da parte austriaca, il comandante in capo del fronte balcanico, gen. Oskar Potiorek (che godeva di completa autonomia rispetto al Comando Supremo di Conrad von Hötzendorf, allora impegnato in Galizia nelle battaglie di Leopoli contro l’esercito russo) era più che mai desideroso di riprendere la campagna, nonostante l’esito fallimentare del primo tentativo. Egli, quale comandate dei due corpi d’armata che nell’estate del 1914 avevano svolto le grandi manovre in Bosnia-Erzegovina, aveva seduto nella stessa automobile che conduceva l’arciduca ereditario Francesco Ferdinando e la moglie Sofia Chotek nella visita per le strade di Sarajevo, quel fatale 28 giugno in cui la coppia fu uccisa dai proiettili di Gavrilo Princip. Avendo raccolto l’ultimo respiro dell’arciduca morente, che non aveva saputo proteggere nonostante i gravi indizi di un imminente attentato, psicologicamente si sentiva forse responsabile di quanto accaduto e, in un certo senso, la persona designata dal destino per vendicare il caduto e per salvare la coesione dell’Impero multietnico, minacciata proprio dall’irredentismo serbo.

Nelle sue pressioni rivolte al Comando Supremo per ottenere la formale autorizzazione a rinnovare l’attacco egli trovò, naturalmente, dei potenti alleati in quegli ambienti di corte che erano più che mai desiderosi di prendersi un’aspra rivincita sull’odiato nemico balcanico e di cancellare, in tal modo, il disastroso effetto prodotto sulle nazionalità slave dell’Impero asburgico dal primo, clamoroso insuccesso. Quest’ultimo era stato più dannoso nei suoi effetti morali che in quelli strettamente materiali (50.000 uomini fra morti, feriti e prigionieri),anche se non poteva dirsi del tutto imprevisto agli occhi degli esperti di cose militari. Gravemente impegnata contro la Russia, l’Austria aveva potuto schierare nel settore decisivo del teatro di guerra balcanico, quello della Quinta Armata, solo 65 battaglioni di fanteria, 11 squadroni e ½ di cavalleria e 37 batterie da campagna, contro una forza serba cresciuta via via fino a raggiungere 90 battaglioni, 50 squadroni e più di 30 batterie (secondo i dati del Kriegsarchiv di Vienna). Ma il fattore decisivo della sconfitta austriaca non era stata tanto l’inferiorità numerica complessiva e neppure la scarsa conoscenza del terreno – una regione montuosa e boscosa al confine della Drina ove un uomo a cavallo poteva scomparire dietro le piante di granturco – e, quindi, particolarmente adatto a un difensore che, invece, lo conosceva benissimo, bensì l’errata impostazione strategica di Potioek che, inseguendo il solito miraggio di una vasta manovra a doppio avvolgimento, aveva disperso incautamente le proprie forze e si era fatto sorprendere, nel settore decisivo, in condizioni di netta inferiorità. Come ha scritto il gen. Carlo Geloso, Potiorek era imbevuto della rigida dottrina appresa all’Accademia Militare e, per quanto non privo di ammirevoli doti di tenacia e intelligenza, non aveva saputo calarla nel contesto di un teatro di operazioni che non si prestava  alle ampie manovre di sapore quasi napoleonico ma dove, al contrario, tutti i elementi sembravano giocare a favore di una strategia difensiva.

Ad ogni modo, nonostante il successo difensivo che tanto aveva inorgoglito i Serbi, il loro esercito era in realtà meno adatto dell’austriaco a una immediata ripresa offensiva delle operazioni, sia perché meno addestrato, sia perché dotato di mezzi materiali assai modesti. Sottolineiamo il fatto che il disporre di mezzi più primitivi (ad esempio, viveri e munizioni si spostavano ordinariamente su carri a trazione animale e non su autocarri né, tanto meno, per ferrovia) non implicava una inferiorità strategica assoluta rispetto all’avversario, ma relativa. In una regione poverissima di strade e priva del tutto di comunicazioni ferroviarie, un esercito abituato a servirsi di trasporti a trazione animale poteva anche muoversi più in fretta e in maniera più ordinata di un esercito modernamente armato e istruito, ma non abituato a simili sistemi e sprovvisto del materiale adatto. A ciò si aggiunga il fatto che gli Austriaci, attraversando la Sava e la Drina, si trovavano in un territorio ove non solo l’esercito nemico, ma tutta la popolazione li vedeva come invasori da combattersi con ogni mezzo, anche con imboscate e atti di sabotaggio da parte di civili armati da truppe irregolari e privi di uniformi, i cosiddetti comitagi, allenati alla guerriglia da decenni di lotta contro le forze di occupazione ottomane (che, in Bosnia, erano state estromesse proprio dall’intervento austriaco, nel 1878). Accadeva che anche le donne e i ragazzi partecipassero alla lotta, in tutte le forme possibili; e le truppe austro-ungheresi erano esacerbate da un contegno dei civili che essi ritenevano subdolo e sleale e dal quale non sapevano difendersi se non ricorrendo a drastiche misure repressive (processi sommari ed esecuzioni per direttissima) che non faceva altro che inasprire vieppiù gli animi della popolazione, spingendola a compiere nuovi attentati e attacchi a tradimento.

Il clima di quei giorni è stato magistralmente rievocato da uno scrittore contemporaneo, l’argentino Juan Goyanarte che, nel suo romanzo Lago Argentino (tr. it. di E. Romagna Manoja, Roma, Gherardo casini Editore, 1955, pp. 220-25), rievoca i ricordi di guerra di un ex soldato austriaco di nazionalità croata, un certo Marangunic, emigrato dopo la guerra in Sud America per rifarsi una vita come semplice vaquero o custode di mandrie di bovini.

“Si trovava in  un paese conquistato dove erano, apparentemente, soltanto civili inoffensivi, vecchi e bambini che li guardavano passare con occhi torvi, vecchi e bambini che nascondevano nei loro torvi occhi un odio mortale verso l’invasore. E i soldati, imponenti sotto i loro elmetti d’acciaio e le armi brunite, morivano nelle maniere più strane. .la morte li attendeva in agguato nell’ombra, strisciava tra loro, invisibile. Maranguinc s’era avvicinato al pozzo, assetato. Lasciò l’elmetto sul parapetto e tirò su il secchio con la corda. Sudava abbondantemente. Aveva già riempito  la gavetta di zinco e stava portandola alle labbra. Un sergente si avvicinò in quel momento al pozzo. Arrivato assetato come lui. Marangunic si mise sull’attenti e gli offrì la gavetta di zinco piena fino al bordo. Il sergente l’afferrò con gratitudine:

” – Prosit!

“E la ingollò tutta d’un sorso.

Mentre Marangunic prendeva la gavetta per bere a sua volta, il sergente cadde per terra, stecchito.

“Marangunic raccontava queste cose ai suoi compagni di Los Témpanos, roteando gli occhi. Ripeteva i suoi movimenti ed imitava quelli del sergente andando in su e in giù, da una parete all’altra del refettorio.(…)

“Con la vecchia venditrice serba di halva aveva dovuto agire in maniera più decisa, più indimenticabile. Stava con quattro soldati della sua compagnia e comprarono della halva da una vecchia mingherlina, vestita di nero, insignificante. La vecchia ricevette i soldi sulla punta delle dita, guardando da un’altra parte.  Suonò l’adunata. Mangiarono in fretta, con ingordigia. Marangunic non stava bene di stomaco – la diarrea gli durava dal suo arrivo in quel malinconico paese – ma mangiò lo stesso; gli piaceva la halva fin da piccolo, da quando sua madre la divideva con parsimonia tra lui e i suoi fratelli nella cucina di campagna, al ritorno da messa. Si adunarono frettolosamente per lanciarsi all’attacco di un gruppo di franchi tiratori che si nascondevano in un monte vicino: pietre, alberi, recinti dei piccoli poderi che si scaglionavano per il pendio. Bisognava correre verso la cima attraverso tratti scoperti fino ai ripari offerti dai recinti e dalle piccole accidentalità del terreno. Si sparava il mauser, si cambiava  caricatore e via di nuovo fino al riparo successivo. Qualche pallottola che giungeva dall’alto fischiava dolcemente fra le sorde detonazioni dei mauser; talvolta si udiva il rumore stonato delle pallottole che si spiaccicava contro le pietre. Marangunic sentiva dei crampi non molto dolorosi, ma che gli mettevano a soqquadro gli intestini e nello stesso tempo un bisogno incontrollabile.  Dovette abbandonare il mauser per terra al primo riparo e tirarsi giù i pantaloni. Era una vergogna: avrebbero riso di lui, ma non poteva farci nulla. Tornò a tirarseli su guardandosi attorno per vedere se qualcuno osservava. Si aggiustò la cinghia, prese il mauser. Nel riparo seguente, uno dei suoi compagni si stava contorcendo per terra, coi gomiti sulla bocca dello stomaco. Un volto verdastro da cadavere e le palline di vetro opaco degli occhi sporgenti da dove fuggiva la vita di minuto in minuto.

” – Sei ferito?-, gli domandò sdraiandosi al suo fianco.

” – No -, rispose l’altro – Avvelenato…, muoio, … la halva…

“Sulla destra, a una ventina di metri di distanza, dietro un muretto di cinta, un altro dei quattro che aveva mangiato la halva come lui si stava pure contorcendo per terra. Marangunic avvertì di nuovo i crampi non molto dolorosi e un bisogno incontrollabile. Dovette tirarsi giù di nuovo i pantaloni. Mise la borraccia foderata di feltro tra le mani del compagno: non poteva fare nient’altro per lui. Stavano avvicinandosi i barellieri per porgergli aiuto. Prese il suo mauser per continuare ad avanzare. Comprese subito. I suoi compagni erano morti avvelenati, mentre lui era salvo, grazie alla diarrea. Il veleno scorreva nei suoi intestini senza danneggiare l’organismo.

“Continuò ad avanzare di riparo in riparo, fermandosi solo l’indispensabile e il mauser era sempre nella sua mano, ma ormai non sparava più e non cambiava i caricatori. Non osservava più neppure se gli alri lo guardavano ogni volta. Si preoccupava soltanto di ripetere ad ogni riparo le evacuazioni che gli stavano salvando la vita.

“I franchi tiratori erano passati su un altro monte. Quei diavoli sparivano sempre così, senza lasciare una macchia di sangue. Il capitano ordinò la sospensione del fuoco; era di cattivo umore: sei morti, due moribondi e tre feriti in quella stupida scaramuccia. Dei compagni di marangunic, due erano morti e gli altri due non avrebbero durato a lungo. Solo lui si sarebbe salvato dei cinque.

“Un distaccamento rimase sulla cima del monte, gli altri andarono a riposare lungo il pendio. A gruppi, a coppie, alcuni solitari… Molti circondavano i morti o i feriti che stavano per terra o nelle barelle pronte per il ritorno. Marangunic dovette ricorrere nuovamente al suo riparo e ne uscì un momento dopo abbottonandosi questa volta con cura, senz’alcuna fretta, mentre sosteneva sotto l’ascella il fucile con la baionetta innestata nella canna.

“Sarebbe andato a vedere se gli altri due compagni erano ancora vivi. S’incamminò in quella direzione: il suo stomaco era sempre nelle stesse condizioni: dolori non molto forti, ma ad ogni momento, un bisogno violentissimo, incontrollabile… Ma, cosa vedeva laggiù?… Sì, era lei!… la sua sagoma, nera, mingherlina, insignificante, spiccava a un centinaio di metri di distanza, in mezzo a un gruppo di soldati che riposavano in una piega del monte. Tra le uniformi color kaki, la piccola macchia nera si muoveva come un’ombra inquieta. Avrebbe sollevato il suo mauser verso di lei per ficcarle una pallottola o due nel corpo, ma era pericoloso: avrebbe potuto colpire gli altri. Impugnò l’arma con rabbia e si mise a correre a passo di carica. Il bisogno violentissimo lo prendeva di nuovo, ma continuò a correre. Si avvicinava. La vecchia si perdeva a tratti dietro le ampie spalle degli uomini. Si avvicinava ad essi, ad uno ad uno, ed offriva oro la sua merce con piccoli movimenti pieni d’ansietà:

” – Halva, meim herr, halva…

“Insisteva con ognuno d’essi, si chinava sul suo cesto con amore, come se volesse offrire tutta se stessa, e i suoi piccoli movimenti ansiosi erano come spasimi di passione che l’inducessero ad attaccarsi ad essi, ad aderire ad essi affinché nessuno se ne andasse, affinché tutti comprassero, affinché tutti mangiassero la sua buona halva

“Era una cosa ben piccola fra quegli uomini grandi, fra quegli elmetti d’acciaio; un grappolo di ossicini slogati che si agitavano sotto la cappa degli stracci neri. Il dorso della magra mano che sosteneva la cesta era coperto alle squame di una tigna cenerina che riempiva anche la frone e metà della testa calva, rimasta scoperta essendo scivolato verso la nuca il fazzoletto d’un nero stinto. L’altra mano scarnita era distesa sul petto ed ella sembrava non preoccuparsi se le sfuggivano tra le dita contorte come sarmenti le monete che riceveva senza contare, senza guardare. E sempre la stessa vocina fievole, infaticabile, che ripeteva le parole tentatrici:

“- Halva, mein herr, halva buona…

“Sotto il buco deforme della bocca, la mandibola si muoveva, masticando le parole, come se stesse per cadere. Tutto il suo viso era formato da ossa pressoché slogate che lottavano per uscire dalla pelle rinsecchita, per cadere. Il dorso del naso e le orecchie erano le parti che più avevano sofferto per il rosicchiamento del tempo; la tigna cenerina del suo cranio era, lì, screziata di rosso per le vene nude ch’erano riuscite a liberarsi del loro involucro di pelle.

“Un altro uomo stava stendendo la mano verso la cesta quando arrivò Marangunic a passo di carica, con la baionetta in canna. Le tossine belliche gli bollivano in testa e nelsuo petto. Senza fermarsi affondò la baionetta tra gli stracci di stoffa nera. L’acciaio vibrò con un rumore di  vecchia pelle strappata e di ossicine rotte. La mandibola slogata continuava a masticare la frase che ormai non si udiva più:

” – Halva, mein herr, halva buona…

“La faccia non si mosse verso ‘arma. Continuava a proiettarsi verso il suo cliente, insinuante, per tentarlo per l’ultima volta, per convincerlo a mangiare la squisita halva. Maranguinic si era fermato ed aveva nuovamente affondato la baionetta negli stracci di stoffa nera. La cesta rimase un istante sulla testa che si reclinava, sostenuta dagli ossicini delle braccia, affinché i clienti avessero ancora il tempo di servirsi, poi rotolò anch’essa sul mucchio di stoffa tra le cui pieghe s’intravvedeva appena un pezzo di cranio ricoperto di squame cenerine. Marangunic lasciò l’arma per terra e corse una volta di più verso il suo riparo…”

Certo, letteratura; ma tale o anche più tremenda era la realtà di quella sporca guerra dove il pericolo si celava ad ogni gesto, in ogni luogo, e non v’era più distinzione tra il fronte e le retrovie, né esistevano difese contro le insidie di una guerra invisibile, dichiarata da un intero popolo all’esercito invasore.

Gli Austro-Ungheresi, a loro volta, si macchiarono di atrocità ai danni della popolazione civile, e non solo per reagire ad attentati o a presunte imboscate dei comitagi. Ne fu raccolta immediatamente una ricca documentazione che venne diffusa nei paesi dell’Intes. Molti episodi  raccapriccianti sono riportati, ad esempio, nella raccolta di documenti di R. A. Reiss, professore all’università di Losanna (e quindi, come svizzero, osservatore neutrale), stampata dalla Librairie Armand Colin di Parigi nel 1915, con il titolo Come gli Austro-Ungheresi hanno fatto la guerra in Serbia. Osservazioni di un neutrale. Fra tutti, ci limiteremo a riportarne pochi, scelti tra i più significativi, relative alle deposizioni rilasciate da alcuni prigionieri di guerra dell’esercito austriaco (p. 15-18).

“A. X., del 26° reggimento, depone: «Era stato dato l’ordine, ordine letto al reggimento, di uccidere durante la campagna chiunque fosse stato incontrato, di bruciare ogni cosa e di distruggere tutto ciò che è serbo. Anche il maggiore Stanzer e il capitano Irketitch avevano comandato di assalire la popolazione serba. A Yanja,il10 settembre, prima della seconda invasione, fu comunicato l’ordine di conquistare e di annientare l’intero paese. Tutti gli abitanti doveva essere atti prigionieri. Un contadino, che aveva indicato la strada ai soldati, fu fucilato, per ordine del maggior Stanzer, dai suoi uomini che gli spararono addosso cinque colpi. Un soldato croato per nome Dochan si vantava di avere ucciso una donna, un bambino e due vecchi e voleva che i suoi commilitoni andassero con lui a vedere le vittime».

“B. X., del 78° Reggimento, riferisce che i superiori avevano comandato di non risparmiare la vita a nessuno. Il tenente Fojtek, della 2a Compagnia, disse, a Esseg, dove era di guarnigione il 78° reggimento, ,che bisognava mostrare ai Serbi che cosa sono gli Austriaci, e che l’ordine era di non lasciare vivo alcuno e di ammazzare tutti.

“C. X., del 78° Reggimento, racconta che il tenente Bernhard aveva affermato la necessità di uccidere chiunque fosse stato trovato vivo, e che il maggiore Belina aveva permesso ai suoi uomini di saccheggiare le case e di rubare tutto ciò che vi avessero scoperto.

“D. X., caporale del 28° Reggimento della landwehr, depone: «A Chabatz, gli Austriaci uccisero, vicino la chiesa, più di 60 cittadini che, prima, vi erano stati rinchiusi .Li trucidarono a baionettate per risparmiare le munizioni. Otto soldati ungheresi eseguirono l’ordine. D. X., non potendo reggere a tale vista, s’era allontanato. I cadaveri restarono due giornisul terreno prima d’essere sepolti. Fra le vittime c’erano vecchi e bambini. L’ordine della strage era stato dato dal generale e dagli ufficiali.

“E. X., del 6° Reggimento di fanteria. Il capitano ungherese Bosnai aveva ordinato ai suoi uomini, prima che passassero la frontiera, di uccidere ogni creatura vivente, dal bambino di cinque anni fino ai più vecchi. Entrati nel primo villaggio serbo, al di là del confine, lo stesso capitano ordinò d’incendiare due case e di passare per le armi tutti, persino i bimbi nelle culle. Furono prese circa 50 donne e, con esse, vecchi e bambini, e a tutti fu imposto di marciare davanti ai soldati durante il combattimento. E. X. Ha veduto quegli infelici feriti e uccisi dalle palle dei due avversari. Ciò accadeva ad Okolischte.

“F. X., del 2° Reggimento bosniaco. Giunto al terzo villaggio dopo Liubovia, il suo reggimento trovò i cadaveri di alcuni contadini bruciati sopra un mucchio di fieno dal 100° Reggimento. L’ordine di questo misfatto era stato dato dall’ufficiale Krebs, colonnello del reggimento. Al tenente Stibitch, del 2° Reggimento ,che gli aveva fatto qualche appunto e chiesto il motivo di quella barbara esecuzione, il Krebs rispose ch’erano dei comitagie che d’altronde ciò non lo riguardava.

“G. X., del 28° reggimento di fanteria, depone che gli Austriaci ,durante la loro prima invasione, uccidevano tutti gli abitanti e i feriti. Il tenente Iekete fece prigionieri 25 paesani e li consegnò al suo capitano. Questi li mise in fila e cominciò a tirare loro pedate. Se gridavano, erano fucilati immediatamente.

“H. X., del 28° Reggimento di linea, dice che gli Ungheresi hanno devastato tutti i villaggi serbi in  Sirmia. Il capitano Eisenhut diede l’ordine di sterminare ogni creatura vivente in Serbia. Alcuni contadini musulmani della Bosnia seguivano sempre il treno delle provviste  nell’intento di predare.

“I. X., del 3° reggimento di fanteria bosniaca. Quando il suo reggimento giunse a Zvornik, v’erano molti prigionieri serbo fatti tra la popolazione: uomini, donne e bambini. I. X. Diede loro del pane, ma un caporale, che se ne accorse, lo fece legare ad un albero lasciandovelo due ore. Anche a Tusla v’erano molti prigionieri serbi, specialmente donne e bambini, e allorché queste poverette traversavano la via, i soldati croati sputavano loro in faccia. Il20 settembre arrivarono, alle dieci di sera, altri 150 prigionieri: vecchi, donne e bambini. Le donne non si potevano reggere più, e i croati le cacciavano avanti a colpi di calcio di fucile. I soldati del 60° Reggimento presero anche un giovanotto di diciott’anni e lo impiccarono a un albero.

“K. X., del 16° Reggimento di fanteria. A Dobritch, K. X., vide, il 16 o il 17 agosto, alcuni soldati del 37° Reggimento ungherese uccidere a colpi di baionetta 11 o 12 ragazzi dai sei ai dodici anni. La strage fu comandata dal tenente Nagj. K. X. Si trovava a tenta o quaranta passi dai soldati assassini. Il tenente colonnello Piskor, del 16° Reggimento, che passava per lì in quel momento, domandò a Nagj: «Perché fai una porcheria simile?», e l’altro gli rispose: «Tu hai i tuoi uomini a cui puoi comandare, io i miei. Ho ordini superiori».

L’elenco potrebbe continuare a lungo, con triste monotonia. Del resto, pur tenendo conto del fatto che l’opuscolo del prof. Reiss non è poi così neutrale come vorrebbe far credere, che alcuni dei reggimenti cui appartenevano i prigionieri che hanno rilasciato queste dichiarazioni erano noti per lo spirito  pro-slavo e anti-austriaco in essi diffuso e che l’intera inchiesta faceva parte di una serie di pubblicazioni di propaganda stampate dalla Francia in pieno sforzo bellico, non vi sono tuttavia dubbi che atrocità furono commesse dall’esercito austriaco, pur se l’azione dei partigiani serbi rendeva obiettivamente difficile la distinzione fra combattenti e popolazione civile. Tali atrocità richiamano fatti analoghi accaduti in Belgio subito dopo l’invasione tedesca ma, in questo caso, vi era un ulteriore elemento di crudeltà: esse, infatti, si alimentavano particolarmente dall’odio etnico che separava Serbi e Croati e che, per ammissione stessa dell’Archivio di Guerra austriaco, diede alla lotta tra questi fratelli di razza, sulle due rive della Drina, un carattere di particolare asprezza. Episodi analoghi, anzi assai più feroci, si sono ripetuti durante la seconda guerra mondiale, dal 1941 al 1945, fra partigiani comunisti, ustascia croati e cetnici nazionalisti; e ancora, con non minore efferatezza, durante le convulsioni finali della ex Jugoslavia, specialmente in Bosnia-Ervegovina, fra il 1991 e il 1995.

LE OPERAZIONI IN SIRMIA E LA NUOVA CAMPAGNA SULLA DRINA.

Il gen. Potiorek, dunque, insisteva presso il Quartier Generale per ottenere via libera ad una nuova offensiva contro la Serbia; e, dopo la partenza definitiva della Seconda Armata dal fronte balcanico a quello russo, sui era rassegnato a non poter disporre che delle Armate Quinta e Sesta. Visto che ciò non avrebbe richiesto alcuna sottrazione di unità dal fronte russo, che era sempre stato prioritario e che, dopo la sconfitta di Leopoli, era divenuto decisivo per la stessa sopravvivenza dell’Impero asburgico, Conrad finì per acconsentire, parendogli opportuno che il ricordo dello smacco subito venisse al più presto cancellato con una vittoria. Ancora una volta, dunque, considerazioni di carattere politico ebbero il sopravvento rispetto a una lucida considerazione puramente strategica, che avrebbe consigliato di lasciare sulla Sava e sulla Drina un minimo di forze di copertura, per concentrare invece tutte le risorse nella partita veramente risolutiva, quella con la Russia.

Potiorek, comunque, sembrava aver fatto tesoro della sua prima, sfortunata esperienza e si era reso conto che, per ripetere con prospettive di successo l’invasione della Serbia pur senza disporre di una chiara superiorità numerica, bisognava mantenere più vicine e coordinare meglio l’azione della Quinta e della Sesta Armata, di modo che potessero agire con forze più concentrate e su un fronte più ristretto. A parte ciò, il concetto informatore della nuova campagna ricalcava quello già messo a punto nell’agosto: avanzata frontale della Quinta Armata oltre la Drina e, poi, doppia manovra avvolgente sulle ali: della sesta Armata dal sud e del Gruuppo del gen. Krauss, attraverso la Sava, dal nord. Era, come quella dell’agosto, una concezione eccentrica, poiché sceglieva per l’attacco principale un difficile terreno montuoso e povero di strade, mentre scartava quella che da sempre era stata la rande arteria d’invasione della Serbia: la valle della Morava; e non aveva nemmeno il pregio dell’originalità, dato che i Serbi ne avevano appena avuto un saggio dimostrativo che li aveva allenati ad operare in quel particolare settore del fronte.

Da parte sua il comandate supremo serbo, il voivoda Radomir Putnik, soddisfatto per la buona prova data dal suo esercito in una campagna difensiva, ritenne di poterlo impiegare anche in più ambiziose operazioni di carattere offensivo. La direzione d’attacco più sensibile per gli Austriaci sarebbe stata, ovviamente, quella settentrionale, attraverso il Danubio e la Sava, sia per la relativa vicinanza di obiettivi importanti come le città ungheresi di Petervaradin e Szeged, sia per l’esistenza di una fitta rete idrografica che offriva delle posizioni naturalmente forti sulle quali attestarsi in attesa di un ritorno offensivo avversario: il Danubio ad ovest e i suoi affluenti di destra (Tamis, Maros, Körös) ad est.

A questa soluzione del problema offensivo si opponevano, però, sia considerazioni di carattere politico, sia di carattere più propriamente tecnico-militare. Avanzando a nord, infatti, l’esercito serbo avrebbe presto superato il territorio abitato da popolazione serba, ad esso senz’altro favorevole, per addentrarsi in quello abitato da Romeni (nel Banato), Croati e Ungheresi: diffidenti i primi, irriducibilmente ostili gli altri. Inoltre le regioni aperte e pianeggianti, in cui si sarebbero dovute sviluppare le operazioni, erano grandemente inadatte alle caratteristiche e alle possibilità dell’esercito serbo, poco mobile e dotato di scarsa artiglieria con munizionamento limitato. Oltre a ciò, un’avanzata verso nord avrebbe presentato delle difficoltà quasi insormontabili per la protezione delle ali, almeno fino al raggiungimento della linea Tamis-Danubio-Bosut. Si potrebbe obiettare che l’esercito serbo, per la sua struttura logistica e il per il tipo di addestramento, era in ogni caso inadatto ad essere impiegato fuori dei propri confini, in operazioni offensive ad ampio raggio; tuttavia, una volta presa una decisione in questo senso, la direzione d’attacco più conveniente era senz’altro non quella verso nord, oltre il Danubio e la Sava, ma quella verso ovest, cioè verso la Bosnia, attraverso la Drina: ossia proprio la stessa che già aveva individuato, ma in direzione opposta, il comando avversario.

Al confine serbo-bosniaco, infatti, la scarsità di strade e ferrovie, la presenza di una popolazione etnicamente affine e politicamente favorevole, tutto, in una parola, consigliava il voivoda Putnika tentare una irruzione verso Sarajevo. Tuttavia non era possibile intraprendere un’operazione in forze oltre la Drina senza essersi prima assicurati una miglior sistemazione difensiva sul fianco settentrionale, oltre la Sava e il Danubio, mirante ad allontanare la linea del fronte dalla capitale Belgrado e dalla valle della Morava, cuore strategico della Serbia e secolare via d’accesso al paese che gli invasori provenienti da nord. Forse il vecchio Putnik non si sarebbe mai arrischiato a lanciare un’offensiva di ampie dimensioni, che avrebbe messo a repentaglio la futura capacità combattiva del suo esercito e il prestigio conquistato con la recente vittoria, se non vi fossero state le pressioni dello Stato maggiore russo che proprio in quei giorni, tra la fine di agosto ed i primi di settembre, combatteva intorno a Leopoli una partita decisiva con l’esercito austro-ungherese e cui premeva impedire ogni trasferimento di rinforzi dell’avversario dai Balcani in Galizia. Dopotutto la Russia si era trovata coinvolta nella guerra mondiale nel tentativo di proteggere la Serbia; e la vittoria del Cer era stata anche, un po’, merito dell’esercito russo, che vincolando contro di sé il grosso dell’esercito austriaco aveva reso possibile a Putnik battersi in condizioni favorevoli. Pertanto l’esercito serbo era moralmente in debito verso quello russo (così come lo era, per l’offensiva in Prussia Orientale terminata con le sconfitte di Tannenberg e dei Laghi Masuri, quello francese) e adesso gli si offriva l’opportunità di restituire l’aiuto.

L’offensiva fu decisa da Putnik per il 6 settembre e doveva svilupparsi in due tempi, separati anche nello spazio: offensiva di “assestamento” a nord, in Sirmia, per raggiungere le forti posizioni difensive del Danubio e della catena collinosa della Fruska Gora (altitudine massima, 539 metri s. l. m.); e offensiva principale ad ovest, attraverso la Drina, sostenuta dal Grupopo d’Armata Užice e, all’estrema ala sinistra, dall’esercito montenegrino. Per la prima operazione si decise l’impiego della Prima Armata e di aliquote della Seconda. Poiché l’inizio dell’offensiva progettata da Potiorek era stato fissato all’8 settembre, l’azione serba precedette di sole 48 ore quella austriaca ed anzi le due offensive finirono per accavallarsi.

Dopo aver costruito dei passaggi sulla Sava, nella notte fra il 5 e il 6 settembre le truppe del gen. Bojovic attraversarono il fiume ed entrarono in territorio austriaco. I successi iniziali della Prima Armata furono discreti, sia perché in quel settore gli Austro-Ungheresi non avevano che scarse forze da opporre, sia perché – come si è visto – la popolazione era in maggioranza serba ed accolse amichevolmente gli attaccanti, esponendosi poi a sanguinose rappresaglie. Semlino e Kupinovo vennero occupate rapidamente; invece la Seconda Armata del gen. Stepanovic, che aveva forzato la Sava più a monte, subì un rovescio presso Mitrovica. Nella Sirmia orientale, comunque, l’avanzata della Prima Armata serba si stava sviluppando favorevolmente, allorché il precipitare degli eventi sulla Drina ne impose il brusco richiamo.

Nella notte fra il 7 e l’8 settembre, gettati nuovamente i ponti sulla Drina, le forze di Potiorek tornarono all’offensiva, appena due settimane dopo avere attraversato il fiume, sconfitte, in senso inverso. Lo schieramento austriaco era, da nord a sud, il seguente: il Gruuppo Krauss a nord della Sava (Ventinovesima Divisione e metà della Settima); l’VIII Corpo dietro la Drina nel settore di Bielijna; il XIII Corpo fra Ljesnica e Zvornik (Trentaseiesima e Quarantaduesima Divisione); XV Corpo fra Zvornik e Ljubovija (Quarantottesima Divisione e Prima Divisione di cavalleria); XVI Corpo fino alla regione di Višegrad (Cinquantesima e Diciottesima Divisione; Quarta e Diciassettesima Brigata da montagna).

L’azione principale si sviluppò ra la confluenza della Sava e Ljubovija; a tal fine la Sesta Armata era stata portata verso nord, per poter agire in stretta cooperazione con la Quinta. Ma mentre il passaggio di quest’ultima oltre la Drina fu alquanto difficoltoso, tanto che l’VIII Corpo riuscì a stabilire una sola testa di ponte a Parasnica, insufficiente per alimentare un ordinato flusso di uomini e materiali, la Sesta Armata riuscì a passare il fiume dappertutto senza incontrare seri ostacoli, attestandosi saldamente sulle catene del Gucevo e della Jagodnja.

Sorpreso da questo ritorno offensivo di un avversario appena battuto e, per giunta, effettuato proprio nella direzione in cui egli stesso contava di attaccare, l’esercito serbo si trovò ben presto in difficoltà e dovette retrocedere la propria ala sinistra sotto i colpi del XIII e del XV Corpo austriaci nel settore della Sokolska Planina. I primi provvedimenti presi dal Putnik si dimostrarono inadeguati, tanto che l’11 settembre egli dovette ordinare il ritiro della Prima Armata dalla Sirmia e farla avviare verso il settore Valjevo-Pecka. Subito dopo, preoccupato di evitare l’invasione del suolo patrio dappertutto (lasciando, ancora una volta, che considerazioni politiche prevalessero rispetto a quelle militari), invece di costituire una forte massa di manovra nelle retrovie da cui sferrare il contrattacco al momento opportuno, diluì tutte le sue riserve sull’intera linea del fronte, con l’ovvio risultato di formare un sottile cordone di difesa che avrebbe potuto essere facilmente spezzato in qualsiasi punto.

Il 13 settembre, infatti, tra lo Jadar e Zvornik, il XIII Corpo austriaco era già sul punto di spezzare in due lo schieramento serbo; un contrattacco della Prima Armata, il giorno 16, consentì per il momento di contenere la pressione avversaria, ma lasciò gli Austriaci saldamente attestati sulla riva destra della Drina, mentre le truppe serbe rimanevano penosamente aggrappate al terreno. Il 23 settembre la pressione congiunta delle ali interne della Quinta e della Sesta Armata sloggiò i Serbi dalle posizioni di Krupanj, ma i tentativi austriaci di avvolgimento fallirono e, verso il 4 ottobre, la lotta si spense, lasciando entrambi gli eserciti spossati e in crisi di munizionamento. Le difficoltà del terreno e della stagione, con le piogge autunnali che gonfiavano i fiumi e trasformavano le strade in pantani pressoché impraticabili, rendendo i trasporti estremamente difficili contribuirono a questa sosta nelle operazioni.

Intanto, sull’estrema ala sinistra dello schieramento serbo, il Gruppo d’Armata Užice e l’esercito montenegrino avevano ottenuto qualche vantaggio sulle modeste forze austriache di frontiera; ma, poiché le loro azione aveva soltanto lo scopo  di agevolare l’offensiva principale serba oltre la Drina, così come Putnik l’aveva progettata ai primi di settembre, tali successi locali rimasero privi di valore strategico. In seguito, l’avanzata del XVI Corpo austriaco  tolse loro buona parte del terreno guadagnato nella Bosnia sud-orientale.

LA BATTAGLIA DELLA KOLUBARA.

In novembre gli Austro-Ungheresi ripresero l’offensiva, incontrando però una forte resistenza, tanto che nonostante Potiorek avesse ricevuto alcuni rinforzi, la lotta si protrasse incerta e accanita per tutto il mese sull’Altipiano di Valjevo (è da notarsi che i piani austriaci per la prima campagna, quell’agosto, avevano previsto il raggiungimento di Valjevo in soli cinque giorni).L’offensiva austriaca, iniziata nella regione della Macva con una nuova avanzata fino alla linea della Dobrava e del Cer, riuscì infine a portare all’occupazione di Valjevo ed a scacciare i Serbi dall’altipiano, il 6 novembre.

La situazione di questi ultimi si era fatta estremamente critica non solo per la scarsità di munizioni, ma anche per i disagi imposti dalla guerra di trincea, cui essi non erano abituati; ed era aggravata dall’ostinazione di Putnik che non pensò mai di migliorare la propria situazione strategica mediante un ripiegamento in profondità che gli avrebbe permesso di accorciare il fronte e di concentrare le sue forze. Eppure lo sganciamento dall’avversario sarebbe stato facile perché anche gli Austriaci erano alle prese con gravissimi problemi di rifornimento e pertanto non sarebbero stati in grado di incalzare l’avversario per trasformare la sua ritirata in una rotta.

Ha scritto giustamente il gen. Geloso che il Putnik

Non seppe risolvere il problema della difesa se non schierando l’esercito a cordone e cercando di evitare ovunque l’invasione della Serbia. Privo completamente di riserve non poté evitare che il suo schieramento sempre più lineare, debole ovunque, fosse causa di numerose sconfitte che obbligarono l’esercito ad arretrare passo passo per una profondità considerevole sotto la pressione dell’avversario.”

In altre parole egli stesso offrì agli Austro-Ungheresi, a loro volta spossati e rallentati nei movimenti dallo stato disastroso delle vie di comunicazione e dall’inclemenza della stagione, l’opportunità di infliggere una serie di rudi colpi al suo esercito che cercava continuamente di aggrapparsi al terreno, anziché rompere il contatto per potersi concentrare e riorganizzare in vista di una difesa elastica in profondità e, poi, di un risoluto contrattacco. La lotta fu resa particolarmente dura dalle terribili condizioni atmosferiche e dalla configurazione aspra e accidentata del terreno, una serie di colline di montagne boscose non molto alte (la Maljen Suvobor da cui, dopo aspri combattimenti, gli Austriaci respinsero i Serbi, raggiunge i 1.103 metri d’altitudine), ma caratterizzate da un autunno-inverno assai rigido.

L’esercito serbo venne respinto dapprima sulla linea della Kolubara, afluente di destra della Sava, ove Putnik cerrcò di attestarsi a protezione di Belgrado; ma il 25 novembre l’ala sinistra austriaca forzò il corso inferiore del fiume, obbligando l’avversario ad eseguire una ulkteriore ritirata. In realtà la cosiddetta battaglia della Kolubara si combatté in gran parte ad est di questo fiume, poiché Putnik aveva arretrato tutto il suo schieramento fra il Danubio e il corso superiore della Morava. L’ala destra era tenuta dalla seconda Armata; il centro, appoggiato al massiccio del Monte Rudnik (1.132 metri s. l. m.) dalla Terza e dalla Prima Armata; sull’ala sinistra il Gruppo d’Armata Užice era arretrato fino a ridosso di Cacak, a cavallo dell’alta Morava.

La situazione era adesso difficile per entrambi gli eserciti: gli Austro-Ungheresi erano esausti, ostacolati dal fango, dalla pioggia, dalla neve, privi dell’artiglieria pesante che, per difficoltà logistiche era rimasta indietro; i Serbi 1avevano sopportato sofferenze fisiche e morali forse anche maggiori ed erano quasi senza munizioni, demoralizzati e in preda a fenomeni di diserzione e ammutinamento sempre più diffusi. Fino a quel momento il vantaggio era stato degli Austriaci perché il Putnik, con la sua strategia basata sulla difesa statica, aveva condotto il suo esercito sull’orlo del logoramento e della disfatta; ma, a questo punto, anche Potiorek commise un errore palese, di cui subito l’avversario seppe profittare. Infatti, anziché concentrare le sue forze per sferrare all’avversario il colpo decisivo, egli si lasciò distrarre da un’operazione politicamente importante, ma strategicamente arrischiata oltre che inutile: la conquista di Belgrado. Convinto di avere di fronte un avversario ormai privo di risorse e di capacità di recupero, egli distolse forze importanti dalla sua ala sinistra, allontanandole dal teatro principale della lotta al solo scopo di impadronirsi della capitale nemica. Errore gravissimo e veramente imperdonabile: perché mentre la caduta di Belgrado sarebbe stata la naturale conseguenza della vittoria decisiva nel settore della Kolubara, aver voluto occupare la capitale nemica prima di aver concluso l’operazione principale, mettendo fuori combattimento il nucleo dell’esercito avversario, nulla poteva significare dal punto di vista strategica se non un arrischiato indebolimento proprio nel settore nevralgico dell’intera  campagna.

Effettivamente le truppe austriache entrarono in Belgrado il 12 dicembre, dopo che i Serbi l’avevano abbandonata rinunciando a una difesa a oltranza che l’avrebbe inutilmente martoriata. Per quella data, che coincideva con il compleanno dell’imperatore Francesco Giuseppe, Potiorek assaporò l’effimera soddisfazione di fare omaggio della capitale austriaca al suo kaiser, come dono personale; in realtà, quell’azione intempestiva e strategicamente ininfluente segnò l’inizio del tracollo per l’esercito austriaco.

Infatti da parte serba il voivoda Putnik, repressi duramente gli ammutinamenti e reintegrati i quadri con l’arruolamento delle reclute e degli studenti, poté mettere il suo esercito in condizioni di passare alla controffensiva, grazie all’arrivo delle tanto attese scorte di munizioni dalla Francia, via Salonicco. Inoltre la Prima Armata, costituita dalle Divisioni Danubio di 1°e di 2° bando e dalla Divisione Morava, venne rinforzata dalla Divisione Drina di 1° bando. Alla Prima Armata, nel settore del Rudnik, venne affidato il compito decisivo di effettuare la rottura del fronte. Al comando di essa il gen. Misic aveva sostituito il Bojovic: fu una scelta felice, perché al Misic spetta il merito dello sganciamento della Prima Armata dall’inseguimento austriaco nella prima fase della battaglia, che egli effettuò di propria iniziativa e quasi contro il volere del comandante supremo; e, poi, la bella azione di sfondamento che permise ai Serbi di capovolgere le sorti della battaglia.

La controffensiva della Prima Armata cominciò il 3 dicembre e ottenne fin dall’inizio buoni risultati perché il Potiorek, sebbene disponesse di sole 13 divisioni molto provate su un fronte di ben 120 km., anziché riorganizzarle per poi sferrare un attacco con forze concentrate si era ostinato fino all’ultimo nel voler attaccare su tutta la linea, con la Quinta Armata da nord a sud per avvolgere l’ala destra serba e con la Sesta Armata frontalmente, da ovest a est, per impegnare il centro e la sinistra avversaria.

Il fiume Lig venne raggiunto dalla Prima Armata con una rapida avanzata; più a nord anche la Terza Armata serba, con l’aiuto della Prima, poté raggiungere la linea del fiume, spazzando via gli Austriaci dalla riva destra. Nel settore della seconda Armata serba la lotta fu dapprima indecisa, benché anche qui, alla fine, gli Austriaci finirono per arretrare verso la Kolubara. La sorpresa per un tale “colpo di rimessa” dell’esercito serbo, creduto sull’orlo della dissoluzione, fu tale che tutto il entro dello schieramento austriaco venne messo in rotta; sulle ali, invece, la situazione volgeva a favore degli Austriaci, specie sull’ala settentrionale, dove un contrattacco sferrato dal Gruppo Krauss e dall’VIII Corpo, fra il 6 e il9 dicembre, minacciò seriamente di scardinare la destra serba a sud del Danubio. Il 4 dicembre l’offensiva generale dell’esercito serbo registrò scarsi progressi al centro e sulla destra; ottenne invece un notevole successo all’ala sinistra, dove il XVI Corpo austriaco e parte del XV furono messi in rotta dalla pressione del Misic, il 5 dicembre. All’estrema ala destra i Serbi passarono ancora delle ore critiche: Putnik aveva costituito un “Gruppo difesa di Belgrado” per contenere il ritorno offensivo del Krauss, ma esso non poté entrare in azione fino al giorno 7 dicembre. Sull’ala sinistra, invece, la situazione stava rapidamente precipitando a sfavore degli Austro-Ungheresi, la cui Diciottesima Divisione, insieme alla Quarta Brigata da montagna, subì una sconfitta decisiva e venne rigettata fino al corso superiore della Kolubara.

Il Gruppo d’Armata Užice e la Prima Armata si slanciarono all’inseguimento e l’8 dicembre rioccuparono Valjevo, superando così l’ultimo serio tentativo di resistenza del nemico. Anche la Terza Armata fece significativi progressi, attraversando il Lig; mentre la Seconda respingeva il XIII Corpo austriaco oltre la Kolubara. Nonostante che la situazione permanesse favorevole agli Austriaci sull’estrema ala settentrionale, verso Semendria, su tutto il resto della linea di combattimento gli avvenimenti avevano preso per loro una piega così disastrosa, da indurre il Potiorek a ordinare, il giorno 9, il ripiegamento generale verso la Drina e la Sava. Per quella data la ritirata austriaca venne, però,  mutata in rotta dallo sfondamento del centro del loro schieramento: se non sopravvenne una catastrofe totale, ciò fu dovuto soprattutto allo stato delle strade, che il fango aveva reso intransitabili e che rallentò sensibilmente l’inseguimento dei Serbi.

Il 15 dicembre gli Austriaci, a malincuore, dovettero sgomberare anche Belgrado, e il 16 la cavalleria serba vi rientrò al galoppo; mentre le armate austriache, dopo qualche debole tentativo di resistenza (specialmente da parte dell’VIII Corpo.meno coinvolto nella sconfitta e meno provato) dovettero ripassare ancora una volta la Drina e la Sava, evacuando completamente il territorio della Serbia.

CONCLUSIONI.

Le perdite austriache furono gravi. Secondo il principe ereditario serbo Alessandro rimasero nelle mani dell’esercito serbo 300 ufficiali, 40.000 soldati. 142 cannoni e 70 mitragliatrici. La scarsa percentuale di ufficiali austriaci catturati rispetto al numero totale dei prigionieri indica chiaramente che vi furono imponenti fenomeni di diserzione e perfino di passaggio al nemico da parte delle truppe. L’Immanuel riferisce che, in quella occasione, 20.000 soldati dell’esercito austro-ungherese appartenenti alle nazionalità ceca, serba, croata e slovena passarono ai Serbi vittoriosi. Disciplinato e tenace nell’offensiva, nel corso della ritirata l’esercito austriaco aveva rivelato tutta la fragilità della sua struttura plurinazionale, minacciando di sgretolarsi.

Come già per la battaglia del Cer nel mese di agosto, anche la sconfitta della Kolubara rappresentò un colpo più grave dal punto di vista psicologico e morale che non per le sue conseguenze pratiche. Infatti, anche questa volta mancarono ai Serbo i mezzi per trasformare un brillante successo difensivo in una grande vittoria strategica. Le truppe del voivoda Putnik avevano bensì potuto liberare interamente il suolo della Serbia, ma non riuscirono ad effettuare che una modesta penetrazione nel territorio della Bosnia. Dal punto di vista strettamente militare, pertanto, l’insuccesso austriaco non ebbe conseguenze immediate per la sicurezza delle frontiere dell’Impero asburgico. Tuttavia l’impressione che tali avvenimenti produssero fu grande, sia all’interno che all’esterno dell’Austria-Ungheria. Quest’ultima vide gravemente danneggiato il proprio prestigio, mentre all’interno dei suoi confini vivevano 8 milioni fra Cechi e Slovacchi e 7 milioni di Slavi del sud, agli occhi dei quali la clamorosa vittoria della Serbia non poteva che apparire come la rivincita del panslavismo contro l’egemonia politica tedesca e magiara.

Circa le responsabilità dell’accaduto, esse vanno in buona parte imputate al Comando austriaco. Un’offensiva decisiva contro la Serbia, infatti, avrebbe avuto senso al principio della guerra, onde eliminare l’avversario più debole e rivolgere poi tutto lo sforzo contro le armate russe in Galizia. Dopo il fallimento della prima invasione della Serbia il 12-24 agosto, non vi erano più validi motivi strategici per disperdere forze importanti su di un fronte secondario, allorché – per usare un’espressione di Conrad von Hötzendorf – ogni fucile sottratto in Galizia poteva avere conseguenze catastrofiche per tutta la Duplice Monarchia. Dato che mancavano all’esercito serbo mezzi adeguati per condurre una grande offensiva in territorio austriaco, Conrad avrebbe potuto – e dovuto – trascurare quel teatro di guerra per concentrare tutte le truppe e i mezzi disponibili contro la Russia. Invece Potiorek aveva ottenuto il permesso di riprendere l’offensiva il 7 settembre, proprio mentre all’altra estremità delle frontiere imperiali divampava la gigantesca battaglia attorno a Leopoli, ove i destini e, forse, l’esistenza stessa dell’Austria-Ungheria erano in gioco. Gli Austriaci furono sconfitti e ricacciati verso Cracovia e sui Carpazi e, per qualche tempo, sembrò che la marea russa dovesse sommergerli e traboccare nella Pianura Ungherese. Eppure, mentre l’esercito austriaco compiva uno sforzo sovrumano per contenere l’avanzata russa, in Serbia ben 5 corpi d’armata vennero gettati in un’avventura tanto arrischiata quanto non necessaria.

È difficile cercar di spiegare questo comportamento apparentemente insensato dello Stato Maggiore austro-ungherese. Probabilmente prevalsero considerazioni di carattere non strettamente militari, come la volontà di cancellare il ricordo dell’insuccesso subito nel mese di agosto e il desiderio di rinsaldare, mediante una vittoria, il morale delle truppe, specialmente quelle di nazionalità slava. È certo, tuttavia, che il momento venne scelto in maniera  sbagliata e intempestiva. Anziché rinsaldare la compattezza dell’esercito austro-ungherese, l’infelice campagna di Serbia del novembre-dicembre 1914 segnò l’inizio di una sua profonda crisi morale.

Dopo tali avvenimenti il gen. Potiorek venne finalmente rimosso dal comando e sostituito dall’Arciduca Eugenio, il futuro comandante delle armate operanti contro l’Italia. Nel lasciare un comando che non avrebbe mai dovuto assumere, lo sconfitto generale si assunse dignitosamente ogni responsabilità per l’insuccesso ed espresse, nello stesso tempo, la giusta convinzione che l’esercito serbo, vittoriosi ma stremato, non avrebbe più costituito alcun pericolo per l’Austria-Ungheria.

Le truppe del voivoda Putnik, infatti, non seppero sfruttare adeguatamente la vittoria. Irritato per le concessioni che le potenze dell’Intesa avevano fatte all’Italia in vista della prossima entrata in guerra di quest’ultima, l’esercito serbo nel 1915 si astenne da ogni atteggiamento offensivo e rimase puramente e semplicemente a guardia dei propri confini. L’obiettività storica vuole si riconosca che anch’esso aveva subito perdite notevolissime: nella battaglia della Kolubara esso aveva lasciato sul terreno 69.000 uomini fra caduti in combattimento e morti di malattia, oltre a 18.000 feriti e circa 15.000 prigionieri.

Poi, nei primi mesi del nuovo anno, infuriò in Serbia una violenta epidemia di tifo che provocò la morte di 300.000 civili. Il Conrad poté, quindi, ritirare gradualmente quasi tutte le sue forze dai Balcani, rimediando tardivamente all’errore commesso in precedenza e alimentando con esse la lotta sui Carpazi contro i Russi e, dal 24 maggio, sulle Alpi Orientali contro gli Italiani.

Il ruolo puramente passivo svolto dall’esercito serbo dopo la battaglia della Kolubara fu, in realtà, la causa prima della sua rovina allorché, negli ultimi mesi del 1915, gli Austro-Tedeschi e i Bulgari lanciarono l’offensiva finale contro di esso, conquistando tutto il Paese e mettendolo fuori combattimento per diversi mesi, prima che i suoi resti venissero reimpiegati dall’Intesa sul fronte di Salonicco, in Macedonia.

Ha scritto lo storico inglese B.H.Liddell-Hart (nella sua opera La prima guerra mondiale, 1914-1918, tr. it. Milano, 1968, p.189):

“I soldati che sopravvissero a questa spaventosa ritirata, effettuata nel cuore dell’inverno, furono trasportati nell’isola di Corfù e dopo essere stati riequipaggiati e riorganizzati si affiancarono alle forze dell’Intesa a Salonicco nella primavera del 1916. Anche se non portò all’annientamento delle forze militari serbe, la conquista della Serbia liberò l’Austria dal pericolo incombente sulla sua frontiera meridionale e assicurò alla Germania libertà di movimento e pieno controllo di un’immensa fascia di territorio al centro dell’Europa, che si estendeva dal Mare del Nord al fiume Tigri.”

&     &    &     &     &

BIBLIOGRAFIA

–          GELOSO, Carlo, La campagna austro-serba del 1914 8agosato-dicembre), Roma, 1948.

–          KRIEGSARCHIV, L’ultima guerra dell’Austria-Ungheria, vol. I e I bis, tr.it. Roma, 1934.

–          CONRAD VON HÖTZENDORF, Aus meiner Dienstzeit, 1906-1918 (5 voll.), Vienna, 1922-25.

–          SEGRE, Roberto, Come si perde: Serbia 1914, Milano, 1936.

–          ADAM, F. C., Flight in Winter, Princeton, 1942.

–          HEYWOOD, T. G. G., Serbian Campaigns, in Encyclopaedia Britannica, ed. 1961, vol. 20, pp. 352-354.

–          LARCHER, M., La guerre dans les Balkans, Parigi, 1929.

–          BOLLATI, Ambrogio, I rovesci più caratteristici degli eserciti nella guerra mondiale 1914-1918, Torino,1936.

–          BOGGIANO-PICO, Eugenio, Il Montenegro alleato,Roma,1919.

–          REISS, R. A., Come gli Austro-Ungheresi hanno fatto la guerra in Serbia, Parigi, 1915.

–          DEDJIER, Vladimir, Il groviglio balcanico e  Sarajevo, Milano, 1969.

–          FRACCAROLI, Arnaldo, La Serbia nella sua terza guerra. Lettere dal campo serbo, Milano, 1915.

–          Idem, Dalla Serbia invasa alle trincee di Salonicco, Milano, 1916.

–          MAGRINI, Luciano, la Serbia invasa, Milano, 1922.

–          BUSINELLI,Ugo, Oltre Adriatico, Roma,1928.

–          RIPERT D’ALANZIER, Un drame historique: la resurrection de l’Armée serbe. Albanie-Corfou 1915-1916, Parigi, 1923.

–          HANOTAUX, G., La guerre dans les Balkans et l’Europe, Parigi, 1917.

–          MARSILI, Le pagine gloriose dell’esercito serbo, Roma, 1915.

–          IMMANUEL, Ein Jahr Krieg, Berlino, 1915.

–          TOSTI, Amedeo, Storia della guerra mondiale 1914-18, (2 voll.), vol. 1, Milano, 1937.

–          ROBBINS, Keith, La prima guerra mondiale, Milano, 1998.

–          GILBERT, Martin, La grande storia della prima guerra mondiale, Milano, 1998.

–          LIDDELL HART, B. H., La prima guerra mondiale, 1914-1918, Milano, 1968.

–          LIDDELL HART, B.H., World War I, in Encyclopaedia Britannica, ed. 1961, vol. 19, spec. pp. 748-753.

–          POSANI, Riccardo, La grande guerra, 1914-1918, Firenze, 1968 (2 voll.),  vol. 1.

–          SCHWARTE, M., Der Grosse Krieg, 1914-18, 1924.

–          EDMONDS, J. E., History of the Great War, 1921, etc.

–          SHEFFIELD, G. D., Storia fotografica della prima guerra mondiale, Milano, 1992.

–          MANDL, Leopold, Die Habsburger und die Serbische Frage: Geschichte des staatlichen Gegensatzes Serbien zu Oesterreich-Ungarn, Vienna, 1918.

–          ALBERTI, Adriano, Potiorek, voce dell’Enciclopedia Italiana, ed. 1949, vol. XXVII, p. 123; e Putnik, vol. XXVIII; p. 564.

–          ROMOLOTTI, Giuseppe, 1914, suicidio d’Europa, Milano, 1964.

–          TAYLOR, A. J. Percival, Storia della prima guerra mondiale, Firenze, 1967.

–          MANTEGAZZA, Vico, Storia della guerra mondiale, Milano, 1915.

–          MARAZZI, Fortunato, La guerra terrestre dall’agosto al dicembre 1914, Milano, 1932.

–          STEGEMANN, Hermann, Geschichte des Krieges, (4 voll), vol. 3.  Stoccarda-Berlino, 1918-21.

&    &    &     &     &

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 28/08/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 27 Novembre 2017

Del 15 Ottobre 2020

Most Popular

Recent Comments