domenica, 13 Giugno 2021
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Dal Monte Glemina avvolto nel mistero scende, profumata d’autunno, l’onda dei ricordi

Dal Monte Glemina avvolto nel mistero scende d’autunno l’onda dei ricordi. E ce n’è anche per gli amanti dell’ufologia. Se imparassimo il segreto dei bambini se ricordassimo quel segreto dato che anche noi un tempo conoscevamo di Francesco Lamendola  

Il Monte Glemina non è che una modesta elevazione (m. 942), uno sperone del Monte Cuarnan (m. 1.336) che domina la cittadina di Gemona, arroccata fra le Alpi Giulie e la valle del fiume Tagliamento, al di là del quale, isolata e strana, si alza la vetta del Monte San Simeone, che un’atmosfera vagamente inquietante avvolge sempre: luogo proibito dei Sabba delle streghe ed epicentro di tutti i terremoti.

E, su tutto, spicca la mole del duomo romanico-gotico dal gigantesco San Cristoforo, che il Maestro Giovanni, detto il Griglio, ha scolpito sulla facciata nel 1337, innalzandola a più di sette metri da terra: gigante di pietra dal volto ieratico, che tiene in spalla il Divin Bambino, e che fa la sentinella accanto al portale e sotto il rosone dalle stupende colonnine, sfidando i secoli, le bufere, le guerre, gli incendi e le scosse telluriche.

Un monte modesto, il Glemina; eppure, a suo modo, un monte favoloso, che, un tempo, si diceva popolato da branchi di ferocissimi lupi; tanto che, per allontanarne il pericolo dal centro abitato, si rese necessario incendiare i fitti boschi che crescevano lungo le sue pendici, rendendole spoglie e brulle, come sono rimaste fino al giorno d’oggi.

Si parla anche, nel Medioevo di questa cittadina che possedeva un bel castello in cima al colle, abbattuto – come tanta parte del vecchio Friuli – dal tragico terremoto del 6 maggio 1976, di streghe che praticavano ogni genere d’incantesimi; di tesori nascosti e poi, forse ritrovati; di anime che, a notte fonda, si aggirano tra le antiche pietre, come fantasmi senza pace.

Si parla, in particolare, della strega Margherita, che sapeva guarire i bambini, far ritrovare le cose smarrite o rubate, unire famiglie divise e dividere famiglie unite, sempre per mezzo di filtri, scongiuri ed arti magiche. Erano stati un mugnaio, mastro Simone, e un prete dalla dubbia reputazione, don Andrea, a istruirla sul modo di metter pace nelle le famiglie ove regnava la discordia; ma anche a vendicarsi delle offese con le sue male arti. Anche l’amante di don Andrea, Montonina – che doveva essere una buona lana pure lei – le aveva insegnato cerimoniali proibiti, mediante i quali raddrizzare l’economia domestica, messa in crisi dalle perdite al gioco di suo marito.

Fino a quando la povera Margherita, processata e condannata all’esilio, era stata scacciata dalla città a colpi di frusta, davanti a tutto il popolo; con la minaccia di metterla al rogo, se avesse mai osato farsi rivedere da quelle parti.

In illo tempore, fatti di un passato incalcolabile: quando i folletti dal corpo deforme e dallo spirito dispettoso e maligno, spiccando balzi formidabili, si aggiravano in questi luoghi, spaventando i viandanti e burlandosi di loro in cento modi, e facendo risuonare i boschi delle loro stridule risate, che facevano accapponare la pelle dei cristiani…

Chi non conosce, da queste parte, le malefatte del Pamarindo, che spinge le greggi nei burroni e poi, la notte, riempie il silenzio con le sue macabre risate, mentre banchetta fra le carogne dei poveri animali?

E chi non ha mai sentito parlare della leggenda di Costantino e del castello di Gemona?

Costantino, non l’imperatore romano, ma un pover’uomo che faceva il venditore ambulante, giunse una volta col suo carrettino sgangherato in città; e, non avendo soldi per andare all’osteria, decise di dormire sulle panchine che si trovano sotto la loggia dell’antico Palazzo Comunale.

Per fortuna era estate, e, con la volta della loggia a proteggerlo dall’umidità notturna, non stava poi tanto male; sempre meglio, del resto, che dormire in un prato, a cielo aperto.

A mezzanotte una voce lo chiama per nome; e, con suo enorme stupore, gli dà appuntamento per la notte successiva, promettendogli la fortuna, purché egli si mostri coraggioso.

Dopo alcune indecisioni, il merciaiolo decide di fare come gli è stato detto; e, la notte seguente, si sistema nuovamente su di una panchina sotto il Palazzo del Comune.

A mezzanotte in punto, la voce si fa udire di nuovo: è la voce di un’anima che, per una qualche opera di magia nera, è stata rinchiusa in una cassa custodita da un drago, e che aspetta qualcuno abbastanza coraggioso da saperla liberare,

La leggenda è stata raccolta da Valentino Ostermann (1841-1904), il notevole studioso di folclore friulano, nativo appunto di Gemona; e tradotta dalla lingua friulana in quella italiana da Filippo Casaleggi.

Ne riportiamo la parte centrale (cit. in «Friuli-Venezia Giulia», Edizioni Aristea, Milano,  s. d., pp. 243-44):

«A mezzanotte precisa, l’anima ritornò.

– Costantino – disse – armati di coraggio, e vieni con me sulla torre del castello. Tu non mi vedrai, ma io ti sarò sempre vicino. Appena entrato nella torre, lancia un sasso e subito dopo vedrai comparire una bestiaccia a cavallo di una gran cassa contenente un tesoro. Essa terrà una chiave in bocca. Se non ci riuscirai la prima volta, tenta la seconda ed anche una terza. Ricordati, però, che devi far prima che suoni il tocco.

Costantino, tremando, salì la riva del castello ed appena entrato nella torre gettò un sasso. Immediatamente, fra tuoni e lampi, comparve la bestiaccia. Costantino le andò incontro per toglierle la chiave, ma prese a tremare per la grande paura e la prima volta poté appena toccarla.

Provò la seconda e non riuscì a strappargliela. Provò anche la terza, ma, proprio quando stava compiendo il maggiore sforzo, sentì battere l’una, e bestiaccia e cassa sparirono tra le fiamme.

Costantino, sconvolto, uscì dalla torre, e a metà della discesa ritrovò l’anima che gli disse:

Costantino, io avevo sperato proprio che tu mi avresti liberata. Ora, purtroppo, deve ancora nascere l’albero, con cui sarà fatta la culla di colui che mi libererà.

Sotto il Castello di Gemona dovrebbe essere sepolto il tesoro. Ci si può, dunque, spiegare perché, come dicono, compare ogni tanto qua e là qualche buca scavata di fresco. Qualcuno, certamente,  cerca nottetempo di scoprirlo.»

Questa, la leggenda del castello di Gemona.

Ma ogni valle, ogni borgo ha il suo ricco patrimonio di racconti, di storie, di leggende; un patrimonio meraviglioso, che viene rapidamente dimenticato, mano a mano che le forme peggiori della modernità – consumismo, omologazione culturale, appiattimento spirituale e distruzione dei valori – avanzano e s’insediano nelle menti e nei cuori delle nuove generazioni.

Quanti giovani sanno ancora del Pamarindo; quanti della storia di Costantino; quanti, nella valle d’Incarojo, sanno dei Guriùz, stirpe di gnomi dispettosi che abitano sui monti e nelle grotte della Carnia e che s’infiltrano nelle case di Paularo (Paularo che, nella frazione di Dierico, ospita un incomparabile capolavoro dell’arte religiosa: un altare ligneo cinquecentesco – opera del bergamasco Antonio Tironi – che farebbe il suo figurone al Museo del Louvre o nelle gallerie del British Museum; ma che in Italia, e nello stesso Friuli, sono ben pochi a conoscere!).

E chi non sa che, a non molta distanza da qui – nel villaggio di Imponzo, frazione di Tolmezzo – era nato Ponzio Pilato, il governatore romano della Giudea che condannò a morte Gesù Cristo, lavandosi le mani della sua sorte; e che al suo piccolo paese volle tornare per morirci? Ora, sulla sua tomba, è sorto addirittura un monte, il Monte San Floriano; perché, nel corso del tempo, tutti coloro che le passavano accanto, le gettavano un sasso in segno di disprezzo; e dall’accumulo di tutti quei sassi, un po’ alla volta, si è formato il monte.

Il colle di Osoppo, un tempo, era uno scoglio che emergeva dalle acque di un grande lago, ed era il rifugio di un drago spaventoso, che rendeva la campagna circostante inabitabile. Nessuno era in grado di affrontarlo con la spada; solo le preghiere di un santo riuscirono a mettere in fuga la bestia, sprofondandola nell’Inferno da cui, forse, era uscita. Nel punto in cui il mostro era precipitato sotto terra, si formò un passo tra i monti: il Passo della Tabina, attraverso il quale defluirono le acque del lago, lasciando asciutta la campagna di Osoppo.

E a Nimis (non lontano da Tarcento), in quel punto del sentiero che conduce a Chialminis e che è noto come “Grote di Torlàn”, vi era , un tempo, un’edicola, dietro la quale – nelle notti del Sabba, il dì di San Giovanni – streghe e demoni si radunavano per ballare oscenamente fino allo spuntare dell’alba. C’erano anche dei tesori sepolti, lì attorno, in una località detta “i cretàz”; e furono in molti gli abitanti di Nimis che, stando alle voci, scavarono il terreno per cercarli.

A Moggio Udinese, all’imbocco della Val d’Aupa, si narra la storia del fantasma della Bele, una ragazza del paese che fu abbandonata dal fidanzato il quale volle farsi prete; lei, allora, si suicidò gettandosi in un burrone, dopo aver strappato e gettato nel vuoto una croce piantata su una rupe, e proferendo orribili bestemmie. Da quel momento, la Bele divenne un’anima dell’inferno: il suo cadavere, che era stato ripescato dal torrente Pissande, venne rimosso dal cimitero di Moggio e gettato nel torrente Glagnò. Tutto inutile: il suo fantasma torna a spaventare i vivi, specialmente sul monte Naplis, dove è stato relegato a forza di esorcismi.

Racconti, leggende, tradizioni tramandate a voce, di bocca in bocca, per chissà quante generazioni; frammenti di un sapere popolare, testimonianze di un’altra prospettiva sulla realtà, in cui il possibile e l’impossibile s’incrociano, si confondono, si scambiano – talvolta – i ruoli, e disegnano strani arabeschi sulla memoria degli uomini, drappeggiando luoghi e creature viventi con uno strano alone di fiaba, con una polvere d’infinito e di sovrumano, che elude tenacemente ogni sforzo della ragione calcolante per imbrigliarli e catturarli.

Un vento di mistero scende giù dal Monte Glemina e sfiora le vecchie case, portando seco il vento dell’autunno in questa notte stranamente tiepida, che sembra ritornata dall’estate, come un ospite inatteso che torna al banchetto sparecchiato.

Anni e anni di lontananza svaniscono, si dissolvono in un istante; secoli e secoli paiono cancellarsi, come per magia: e tutto è ancora possibile, qui e ora, ai piedi del monte dove un tempo si aggiravano i lupi; dove ancora, forse, abitano le fate e gli gnomi; dove s’indugiano le ombre dell’infanzia, di un tempo lontanissimo, eppure come non mai vicino; e che questa strana notte d’autunno quasi calda porta con sé, nel respiro possente dei boschi che odorano di terra, di foglie, del respiro carezzevole di un altrove che è sempre stato qui, proprio qui…

Chissà quante volte, percorrendo i sentieri ai margini del bosco, siamo passati accanto al Pamarindo, e non l’abbiamo visto saltellare veloce tra le piante; quante volte la sua risata beffarda è salita dal torrente giù in fondo alla valle, senza che giungesse ai nostri orecchi. Chissà quante volte l’anima prigioniera del drago ha sussurrato la sua richiesta d’aiuto nelle notti d’estate popolate dal concerto di centinaia di grilli; ma noi – troppo distratti, o troppo soverchiati da altri rumori ed altre voci – non l’abbiamo udita, e abbiamo seguitato per la nostra strada.

Del resto, non si deve pensare che i racconti leggendari appartengano solo a un passato favoloso e lontanissimo, che si perde nel buio della notte dei tempi.

Ve ne sono anche di recenti e, a volte, di recentissimi: basta solo aprire gli occhi e gli orecchi, per accorgersi che noi viviamo in un mondo magico, in un mondo incantato, popolato di mille presenze strane ed arcane; ma non ce ne accorgiamo.

Perché, ad esempio, sulle pendici del Monte Cuarnan (ancora lui!), sopra l’abitato di Montenars, sono ancora visibili gli anelli ai quali venivano ormeggiate le imbarcazioni, al tempo in cui il mare lambiva i fianchi delle Alpi Giulie? E perché anelli del tutto simili si possono ancor oggi vedere in altri luoghi «impossibili», come la Val di Gorto, in Carnia; il Monte San Simeone, già ricordato; e lo storico Castel del Monte, sopra Cividale?

E che dire delle “mummie di Venzone”, ventidue cadaveri disseccati, e relativamente ben conservati, grazie a una muffa, l’Hipa bombicina nigra, e a particolari condizioni del suolo, dell’aria e dell’umidità? Esse offrono a tutt’oggi uno spettacolo orripilante e suggestivo: sembrano uscite da una “Danza Macabra” del Medioevo o da un Sabba di scheletri e fantasmi sul Monte Calvo, in una notte di tregenda.

E a Maiano (tra san Daniele del Friuli ed Osoppo), come mai, poco più di cinquant’anni or sono, si scatenarono le forze del mistero, mettendo a soqquadro il paese e destando la curiosità della stampa, senza che nessuno riuscisse a venire a capo di nulla?

Così ricorda il fatto Luciano Zeppegno nella «Guida ai misteri e segreti del Trentino Alto-Adige e del Friuli-Venezia Giulia» (Sugar Editore, Milano, 1972, pp. 252-253):

«Nel 1954 Maiano fu teatro d’uno dei cosiddetti “cicli infestatori” più lunghi e meglio documentati nella storia della medianità fisica, di cui parlarono tutti i giornali e ad alcuni episodi del quale assistettero le autorità cittadine. Vittima, Arturo Riva, proprietario di un’officina; protagonisti, attrezzi che si nascondevano, lattine di lubrificante che si rovesciavano senza che nessuno le toccasse, e soprattutto biciclette e motorette in deposito nell’officina che di tanto in tanto, in pieno giorno, si impennavano, compivano strane evoluzioni e tornavano al loro posto, tutto da sole.

Arturo Riva tenne duro per due mesi e mezzo, licenziò il suo aiutante pensando che potesse essere un medium, responsabile senza volerlo di tanto scompiglio, e infine si arrese e traslocò altrove.

I nuovi affittuari dello stanzone vollero farne un deposito di ortaggi, ma vi avevano appena portato un carico di patate che queste cominciarono a volare e saltare in tutte le direzioni.»

Anche Leo Talamonti, il celebre studioso del paranormale, si è occupato, a suo tempo del fatto, e ne parla nel suo bellissimo libro «Universo proibito» (Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1969, 1971, p. 271, 294-96); ricordando poi, molto opportunamente, una teoria del fisico e matematico Luigi Fantappié, che potrebbe rendere ragione di simili fenomeni, senza dover ricorrere a ipotesi eccessivamente romanzesche o stravaganti:

«Appare chiaro che non tutta la realtà si esaurisce nello spazio-tempo dell’universo sensibile.  Per poterla spiegare in tutta la sua completezza, bisogna  dunque cercare uno schema più ampio  al di là di questo. [Fantappié ha quindi elaborato la teoria degli universi possibili, non come semplici astrazioni, ma come realtà che, forse, esistono veramente. Tali universi esisterebbero inclusi l’uno dentro l’altro], presentando così una inesauribile varietà di forme  e di possibilità, pur nell’unità organica  da cui essi tutti derivano. (…) Grazie al nostro io spirituale, [noi apparteniamo] a tutta la catena degli universi.»

Ma ce n’è anche per gli amanti dell’ufologia.

Come abbiamo già avuto modo di raccontare dettagliatamente (cfr. F. Lamendola, «Incontri ravvicinati del terzo tipo: il “caso” di L. R. Johannis a Raveo», consultabile sul sito di Edicolaweb e su quello di Arianna Editrice), sulle pendici del Col Gentile, il 14 agosto 1947, il pittore e scrittore Luigi Rapuzzi, in arte “dottor Johannis” ebbe un incontro con due piccoli extraterrestri.

Riportiamo la chiara ed esauriente ricostruzione fattane da Franco Ossola – uno dei più seri e competenti studiosi e divulgatori italiani delle problematiche relative alle presunte visite sulla Terra di velivoli extraterrestri – nel suo «Dizionario enciclopedico di ufologia» (Siad Edizioni, Milano, 1981, vol. 2, pp. 700-03

«Il mattino di quel giorno Johannis si trovava da solo in gita escursionistica nella vallata del torrente Chiarso, munito di un leggero zaino e di una piccozza. Stava risalendo il corso del torrente quasi in secca dirigendosi verso Col Gentile a circa 2.076 metri di altezza. A un tratto, trascorse da poco le nove, l’artista intravide tra gli alberi di un boschetto di abeti una strana immagine: quasi verticale, lungo una stretta gola, stava posato al suolo uno strano quanto inconoscibile oggetto di forma lenticolare di circa dieci metri di diametro. Il colore della cosa evidentemente metallica era rossastro, e al centro presentava una specie di antenna, apparentemente retrattile. Decise allora, incuriosito quanto mai, di avvicinarsi all’oggetto per scrutarlo più da vicino. Prima di muoversi, però, si diede un’occhiata attorno per vedere se c’era qualche altro testimone. Fu così che scorse due individui di bassa statura, che scambiò per pastorelli ed ai quali fece cenno di avvicinarsi per potersi accostare insieme alla strana cosa. Ma, giunto ad una ventina di metri dai due, vide che si trattava, piuttosto che di giovinetti, di due entità dall’aspetto di nanerottoli assai insoliti. Vestivano una tuta nero-azzurra attillata, avanzavano lentamente in modo meccanico e le loro teste grosse e voluminose, erano immobili, con grandi occhi sporgenti e rotondi di una fissità assoluta e non umana. La pelle del viso era verdastra, il naso dritto e la bocca non era altro più di una linea tipo accento circonflesso, simile a quella dei pesci. Non avevano ciglia e o sopracciglia e una parvenza di palpebre era rappresentata da una sorta di anello, pure verde ma più iscurito, che fasciava completamente gli occhi rotondi come una montatura da occhiale. Johannis ed i due misteriosi personaggi rimasero qualche istante in osservazione reciproca e fu l’artista a rompere gli indugi apostrofando i due. Ciò facendo, però, alzò leggermente il braccio che impugnava la piccozza, gesto che intimorì non poco le silenziose entità. A questo punto uno dei due, probabilmente preoccupato e per correre sai ripari davanti al gesto malinterpretato di Johannis, si toccò la cintola con un atto rapidissimo e da questa fece scaturire una leggera fumata che andò a colpire il terrestre. Questi cadde a terra, semiparalizzato e per una forza arcana che lo costringeva lasciò la piccozza che cadde al suolo. Uno dei nani, allora, si avvicinò all’attrezzo e lo sollevò lentamente con una mano verdastra munita di ben otto dita, di cui quattro opponibili. Il professore, frattanto, riuscito a riprendere il dominio di sé, si mise seduto e poté ancora scorgere i due esseri ritornare verso l’oggetto lenticolare che li attendeva. Penetrati nell’UFO in breve scomparvero alla sua vista e l’oggetto, decollando, abbandonò la gola dirupata. Il povero testimone cadde una seconda volta a terra per poi ruzzolare ancora una volta quando l’UFO, alzandosi in volo, scatenò una violenta ventata con un risucchio d’aria. Johannis, stordito e sconvolto, riuscì finalmente a risollevarsi e a riprendere il cammino verso casa. Riordinando le idee e facendo la revisione di ciò che portava appresso ebbe ancora delle sorprese: non solo non ritrovò più la piccozza, ma si avide che dallo zaino gli erano come smaterializzati l’alluminio interno del thermos, una forchetta ed un barattolino dello stesso metallo. Quando raggiunse Raveo era ormai mezzogiorno. Il dì appresso ritornò  sul posto, ancora incredulo per ciò che gli era accaduto, ma esclusi alcuni segni nel pietrame che era stato rimosso durante la strana avventura, non vide nulla che potesse costituire una prova e non ritrovò alcuno degli oggetti che erano misteriosamente spariti e volatilizzati.»

Camminando sui sentieri del ricordo, illuminati dalla luce dorata di un tramonto che ha la dolcezza di un’alba primaverile, pensieri ed emozioni incancellabili scendono, a ondate, giù dai fianchi del Monte Glemina, portando il profumo di cose lontane.

Vi sono più cose fra il cielo e la terra, di quante non ne possa sognare tutta la vostra filosofia, dice Amleto ad Orazio, nel primo atto del dramma shakespeariano.

Sì, davvero: molte più cose.

Molte più di quante ne possano immaginare gli ottusi sostenitori di una scienza che vorrebbe spiegare tutto, capire tutto, e dichiarare inutile o inesistente ciò che non è alla portata dei suoi strumenti d’indagine.

Forse, se imparassimo il segreto dei bambini; se soltanto ricordassimo quel segreto, dato che anche noi, un tempo, lo conoscevamo: allora tutto diventerebbe più semplice; occhi ed orecchi si aprirebbero al mistero e, finalmente, vedremmo e udremmo tante cose che, pure, i nostri nonni e bisnonni vedevano e udivano, senza perciò essere considerati matti o poco intelligenti.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 27/10/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 18 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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