martedì, 21 Settembre 2021
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La causa delle malattie, in ultima analisi, è allontanarsi dall’Essere

L’uomo è un primate evoluto o una creatura spirituale che possiede un corpo ma che non si esaurisce in esso anzi la cui vita trascende il medesimo di Francesco Lamendola

Due scuole di pensiero, fondamentalmente, si disputano la verità del giudizio intorno alla condizione umana, così sul piano immateriale dell’esistenza, come su quello fisico: la scuola materialista, meccanicista, riduzionista, e la scuola spiritualista, organicista, olistica.

Se l’uomo altro non è, come sostengono gli scienziati che credono alla teoria evoluzionista, che un primate evoluto da qualche specie scimmiesca; se altro non è che un insieme di atomi, di strutture, di funzioni, allora è chiaro che qualunque alterazione del suo equilibrio vitale, tanto nella sfera fisica, che in quella psichica, deve essere necessariamente ricondotto a una disfunzione o a un disordine della sua costituzione.

Se, viceversa, egli è una creatura essenzialmente spirituale, che possiede un corpo, ma che non si esaurisce in esso, ma, anzi, la cui vita trascende di gran lunga le funzioni e le necessità del corpo medesimo, allora appare evidente che la sua perdita di equilibrio, i suoi disturbi vitali, hanno in primo luogo una origine spirituale, che si riflette e si ripercuote nella sfera fisiologica, ma che non si limita per niente ad essa; e che solo individuando e correggendo le alterazioni di quella, si può pensare ad un risanamento anche di questa.

In altre parole: se l’uomo è una creatura di ordine puramente naturale, allora non vi è in lui alcunché di misterioso; e la perdita della salute è semplicemente l’effetto di disturbi fisiologici o di fattori traumatici, entrambi afferenti, appunto, l’ordine naturale delle cose; se egli, invece, partecipa della dimensione soprannaturale, non con il corpo, ma con l’elemento spirituale che lo anima, lo orienta, lo sprona, allora la sua salute e la sua malattia hanno a che fare con quanto avviene nell’ordine soprannaturale e dunque in definitiva, con la legge morale.

Ora, così come esiste, per l’uomo, una legge naturale fisiologica, cui si uniformano i fatti della sua vita organica, e che egli non può impunemente infrangere, senza gravi conseguenze per la sua salute, così esiste in lui anche una legge mortale naturale, che gli ispira il senso della giustizia, prima ancora di qualsivoglia rivelazione di ordine soprannaturale, ossia dire religiosa, che egli, del pari, non può trasgredire ed infrangere, senza che la vita dell’anima sua non ne venga seriamente compromessa.

Proviamo a spiegarci in parole ancora più semplici. La legge naturale fisiologica vuole che, per mantenersi in buona salute, l’organismo umano conduca una vita essenzialmente sana: che si nutra in maniera sobria e regolare, assumendo gli elementi necessari alla sua conservazione e rifuggendo da quelli nocivi; che svolga una sufficiente quantità di moto e di vita all’aria aperta; che sia, insomma, regolato e temperante, attivo ma con misura, rispettoso dei limiti che la natura ha posto alla ricerca dei piaceri fisiologici. È evidente che, se non rispetta quella legge, quell’insieme di regole, l’organismo finirà per ammalarsi e dovrà imputare solo a se stesso la perdita di quel bene prezioso, ma niente affatto scontato, che è la salute.

Ebbene, un discorso analogo e parallelo può e deve essere fatto anche per la salute interiore, per il benessere dell’anima (e non della semplice psiche, se con quest’ultimo termine si vuol designare un insieme di funzioni riconducibili solo e unicamente alla sfera fisiologica, come prodotto di organi e meccanismi materiali, e null’altro). L’anima godrà di buona salute se le verranno somministrati solo sostanze salutari, vale a dire una retta disposizione esistenziale, una coscienza pura, una ricerca disinteressata del vero e del bene; e se, per fare ciò, essa si affiderà a buone compagnie, buone letture, buoni esempi, buoni pensieri, buoni sentimenti, buone azioni. È impossibile che un’anima, immersa nel disordine morale, possa conservare il proprio equilibrio: anch’essa sarà destinata ad ammalarsi, esattamente il corpo, qualora venga sottoposto a forzature ed eccessi che finiscono per sovraccaricarlo di lavoro ed impedirgli di svolgere la sua funzione naturale: la preservazione dello stato di salute dell’organismo.

Tutto questo può sembrare molto chiaro, e persino banale; ma si provi a trarne coraggiosamente tutte le conseguenze, senza riguardo per quel che la scienza oggi dominante, puramente materialista, afferma di sapere con certezza, e ci si accorgerà che è impossibile tenere fermo a quei sani principi, senza ammettere che, per rispettarli, è necessario modificare in maniera sostanziale l’idea che ci siamo fatta del rapporto naturale fra salute e malattia, e, più in generale, senza sconvolgere radicalmente quel che abbiamo sempre creduto d’aver capito circa il buon funzionamento del nostro strumento corporeo.

Probabilmente senza rendercene conto, siamo diventati, un po’ tutti, riduzionisti, e dunque piuttosto miopi riguardo ai fatti della nostra salute. Abbiamo finito per credere che conservare la salute sia un qualcosa che riguarda unicamente la scienza, mentre invece, da ciò che abbiamo appena esposto, è evidente che riguarda, prima di tutto, la sfera della nostra vita spirituale, e prima di tutto la morale. Trasgredire la legge morale naturale, significa trasgredire anche le giuste finalità del nostro orientamento esistenziale, così come trasgredire la legge naturale fisiologica significa affaticare il nostro corpo con un modo di vivere che finirà per logorarlo. Stiamo dicendo che la maniera più sicura per preservare la nostra salute è vivere secondo la legge naturale, e ciò vale sia per quanto riguarda il corpo, sia per quanto riguarda l’anima. I disordini sono dannosi al nostro equilibrio, tanto nella sfera interiore, che in quella materiale: se davvero ci vogliamo bene, allora dobbiamo evitare ogni forma di serio disordine,  e tener fermo alle leggi della natura.

Per quanto riguarda, poi, la vita soprannaturale dell’anima, vale lo stesso principio: e poiché è l’anima che comanda e dirige il corpo, e non già viceversa, allora ne consegue che un retto orientamento della vita dell’anima porta con sé l’equilibrio, l’energia, la salute e il benessere; mentre un orientamento disordinato, ossia sprezzante delle leggi naturali, provoca lo squilibrio, la debolezza, la malattia  e il malessere. Noi non possiamo star bene, non possiamo godere di buona salute, se non rispettiamo le leggi naturali; né dovremmo fermarci lì. Per puntare alla salute, che è cosa ben diversa dall’assenza (temporanea) della malattia, noi dovremmo orientare la nostra vita in armonia con la dimensione soprannaturale: solo così riusciremo a far sì che la nostra anima si carichi di tutta l’energia di cui è teoricamente capace, e che gli effetti benefici di tale orientamento trasmettano al nostro organismo biologica tuta la salute di cui esso è capace.

Si dice che i nostri antichissimi predecessori godessero di una vita molto più lunga della nostra; che avessero una forza e una energia fisica di gran lunga superiori alle nostre; che, insomma, fossero, rispetto a noi, talmente più vitali, più possenti, più carichi d’energia, che noi, al confronto, risultiamo penosamente fragili, imperfetti, meschini, al punto da far pensare quasi ad una specie diversa, ad un altro genere di creatura. Eppure, secondo gli evoluzionisti, noi, nel complesso, siamo progrediti, ci siamo sviluppati, ci siamo perfezionati; al contrario, abbiamo ora suggerito che la verità sia di segno opposto, e che l’umanità, nel corso dei secoli e dei millenni, si sia involuta, si sia impoverita, si sia rattrappita, anchilosata, ristretta.

Ci sembrano meritevoli di riflessione le considerazioni svolte in proposito dal dottor Harold Shryock, un medico californiano pieno di buon senso e che partiva da una prospettiva olistica e spirituale, le cui opere ebbero un momento di vasta notorietà, anche in Europa, intorno agli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, per poi venire rapidamente dimenticate (da: H. Shryock, «Emozioni e salute»; titolo originale: «Happiness and Health»; traduzione italiana Edizioni A. D. V., Firenze, 1971, pp. 27-28):

«La salute è qualche volta definita come assenza di malattia.

Quando si sviluppa una malattia, la salute s’indebolisce e si dice allora che l’individuo che ne è colpito ha poca salute o che soffre di una malattia invece di godere di una buona salute.

Se guardiamo alla condizione originaria della razza umana, prima dell’ingresso del peccato, stando al racconto della Genesi, non vi troviamo alcuna forma di malattia. In condizioni come quella sarebbe difficile definire la salute, poiché non c’era appunto nessuna malattia che potesse contrastarla. È interessante speculare sul fatto che nessuno è stato mai chiamato a definire la condizione della salute prima che la malattia colpisse la razza umana.

Come conseguenza dell’ingresso del peccato nel mondo, la razza umana è andata sempre più degenerando, generazione dopo generazione. Secondo il racconto della Genesi, le prime numerose generazioni che vissero sulla terra erano composte d’individui così vigorosi che la durata della loro vita superava spesso i novecento anni. Gli effetti del peccato hanno ridotto questa durata approssimativamente ai “settant’anni” menzionati più tardi dalle Sacre Scritture.

Non solo la durata della vita è considerevolmente diminuita dal tempo del Giardino dell’Eden, ma la razza umana è diventata soggetta a molte forme di malattia, che hanno portato una grande quantità di sofferenza e di dolore.

È stato detto che Adamo, il padre della razza umana, aveva una forza venti volte superiore a quella degli uomini d’oggi. La notevole riduzione del’energia vitale degli uomini moderni rispetto a quelli che sono vissuti nella prima parte della storia di questo mondo, spiega facilmente la ridotta durata della vita e l’aumentata predisposizione alle malattie. È vero che le statistiche fatte dalle Compagnie di Assicurazioni sulla vita indicano che c’è stato un significativo aumento della durata della vita nelle ultime decadi. Questo però si spiega con le accresciute conoscenze nel campo della scienza medica, che hanno portato ad una revisione dei metodi di protezione contro il contagio e la diffusione delle malattie piuttosto che con l’aumento della capacità dell’organismo umano di resistere a queste stesse malattie.

Riconoscendo che, in ultima analisi, la malattia è il risultato del peccato, non crediamo tuttavia che essa sia una punizione arbitraria imposta da Dio. Piuttosto, le presenti condizioni di malattia sono la logica conseguenza dell’indifferenza degli uomini per le leggi fisiche determinate da Dio. Un particolare caso di malattia non costituisce un editto della Provvidenza; al contrario, è il risultato della violazione delle leggi naturali.

Noi, della presente generazione, naturalmente non possiamo rimediare al malfatto delle generazioni precedenti che, col loro disprezzo dei principi di una vita sana, ci hanno lasciato un’eredità inferiore. La forza vitale della razza umana è ormai stata ridotta a tal punto che noi ci ammaliamo  molto più facilmente di quanto non si ammalassero quelli dei secoli passati. Rimane comunque il fatto che la legge fisica stabilita da Dio, similmente a quella morale, comporta una promessa per tutti quelli che ubbidiscono, così come sancisce una punizione per tutti quelli che disobbediscono. Questo è un semplice ma vitale concetto nello schema di una vita sana. Nei limiti dell’attuale durata della vita, l’individuo può scegliere se vivere in armonia con i principi che tendono a favorire la salute, o disprezzare questi principi e pagare la penalità sotto forma di un’aumentata predisposizione alle malattie.»

Fantasie, farneticazioni? Proviamo a riflettere. Se il mondo è una creazione saggia e armoniosa, allora ne consegue che la ragion d’essere delle creature, e dunque il loro giusto orientamento esistenziale, dovrebbe essere quello di tendere alla perfezione perduta, alla bontà originaria, incrinatesi a causa di un primitivo allontanamento delle creature dal loro Creatore, cioè da un oblio o da una forma di disprezzo nei confronti del nostro destino: fare ritorno alla dimora dell’Essere, dalla quale abbiamo tratto origine.

Se le cose stanno così, allora esiste una sola e vera malattia, tanto nell’ambito delle malattie del corpo, quanto nella sfera delle malattie dell’anima: l’allontanamento dal giusto orientamento esistenziale, l’allontanamento dall’Essere. L’anima e il corpo si ammalano allorché si dimenticano quale sia la loro patria originaria e quale il loro ultimo destino, e si disperdono nella brama e nel timore di mille cose inessenziali, o francamente dannose, scambiandole per ciò che è essenziale. Ma una cosa sola è essenziale: l’Essere, dal quale veniamo ed al quale torneremo. È bene, e porta con sé la salute, rivolgere lo sguardo ed i passi in direzione dell’Essere; è male scordarlo e allontanarsene…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 20 Agosto 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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